• L’ordine del discorso mediatico sulla violenza di genere e il femminicidio – un primo approccio

    di Valentina Stillo

     

    La presente bibliografia è frutto di un lavoro svolto all’interno del master Studi e politiche di genere dell’Università di Roma 3, A.A. 2018-19. L’elaborato finale consiste nell’analisi critica di una puntata del format Amore Criminale – Stagione 2018. Il criterio dello studio si basa sulla constatazione che il discorso giornalistico-mediale procede ripercorrendo le orme del discorso giuridico e mutuando da esso dei meccanismi di esclusione/selezione/stigmatizzazione già storicizzati.

    Nel riportare i testi di riferimento, mi sembra utile suggerire una specifica consecutio di lettura che accompagni gradualmente il ragionamento fino al nocciolo della questione e faciliti la comprensione delle argomentazioni esposte. A tal fine, declinerò sia l’ordine cronologico che quello alfabetico delle pubblicazioni e seguirò la traccia di un ragionamento che ritengo più conveniente per un primo approccio al tema.

    Concludo questo preambolo aggiungendo che le nozioni a supporto della mia analisi provengono da tre branche di saperi: la sociologia giuridica, la filosofia, la sociologia della comunicazione.

     

    Bibliografia di riferimento:

    1. Simone, La devianza femminile nell’ordine discorsivo criminologico e nella sociologia giuridico-penale. Un approccio critico, in Criminologie critiche contemporanee, a cura di C. Rinaldi e P. Saitta, Giuffrè 2018

    Un excursus ampio e approfondito sulla devianza femminile e sui discorsi che si sono sviluppati attorno ad essa, partendo innanzitutto dalle teorie di Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero. Il testo si sofferma efficacemente sulla critica di Michelle Foucault alla criminologia positivista e costituisce un’introduzione estremamente utile al pensiero del filosofo francese.

    Tra gli stereotipi più diffusi che afferiscono ai discorsi sulla devianza femminile si rintracciano facilmente i modelli de “la madre buona”, “la vittima”, “l’imputata” (p.224 e ss.). Il concetto di imputabilità della donna vittima di violenza è stato un criterio di valutazione ampiamente impiegato nella storia giuridica italiana e internazionale. In questo saggio Anna Simone distingue un nuovo approccio interpretativo utilizzato per i reati contro le donne, un metodo specularmente opposto al criterio accusatorio che si sta via via affermando e istituzionalizzando tanto nell’opinione pubblica quanto nelle aule dei tribunali. La vittimizzazione delle condotte femminili rappresenta la nuova retorica narrativa che descrive i fatti criminali commessi ai danni delle donne. Si tratta di un paradigma esplicativo piuttosto recente che, a dispetto della sua modernità, restituisce una lettura strumentale del fenomeno tanto quanto l’assunto dell’imputabilità della vittima.

     

    1. Simone, La prostituta nata. Lombroso, la sociologia giuridico-penale e la produzione della devianza femminile, in Materiali per una storia della cultura giuridica, Anno XLVII, N.2 Dicembre 2017, Il Mulino, pp. 383-398

    Partendo nuovamente dalla definizione lombrosiana della devianza femminile, questo testo approfondisce la riflessione sulla sociologia giuridico-penale in relazione alla costruzione stereotipata dell’individuo diverso. A pochi anni di distanza dalle teorizzazioni della criminologia positivista italiana, in Francia Emile Durkheim inserisce il concetto di devianza all’interno della dimensione collettiva. La manifestazione criminale, concepita da Lombroso come caratteristica ontologica e patologica dell’individuo, assume in Durkheim una prospettiva comunitaria. L’anormale non è più tale per natura bensì per cultura. Questo passaggio teorico-paradigmatico apre la strada alle successive teorie del Labelling Approach (teorie dell’etichettamento del soggetto deviante) e al contributo fondamentale di Erving Goffman, il sociologo statunitense autore di Stigma. Notes on the management of spoiled identity (1963). Con il termine stigmatizzazione Goffman descrive un fenomeno sociale in cui il soggetto deviante viene spogliato della propria identità tramite un processo di screditamento collettivo. Lo stigma sociale, tanto quanto le classificazioni dell’antropometria criminale lombrosiana, produce personaggi anormali, figure la cui devianza pregiudiziale non viene messa in relazione con l’esperienza reale, il livello di istruzione e le condizioni economiche delle persone.

     

    1. Peroni, Violenza di genere e prostituzione nel discorso pubblico. Norme, controllo, sessualità in Sessismo Democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, a cura di Anna Simone, Mimesis Editore 2012

    L’introduzione di A. Simone al volume Sessismo Democratico mette a fuoco il contesto sociale contemporaneo e il comun denominatore metodologico che sottende le ricerche contenute nei i saggi di autor* var*. Gli studi raccolti in questo libro mirano a decostruire i discorsi funzionali alla produzione di un corpo femminile sganciato dalla vita reale e proiettato in un «gioco retorico» tra «le partiture […] classiche: il femminile (cura, dolcezza, bontà, spirito protettivo); il femminino (spregiudicate femme fatale, sadiche e mangiatrici di uomini); il femminismo (aggressive, esigenti, rompiscatole)».

    Il contributo di Caterina Peroni ripercorre l’ascesa della politica securitaria in Italia messa in relazione con la violenza di genere. Particolarmente interessanti le osservazioni relative ai concetti di vittima buona / vittima cattiva (p. 115), nonché la riflessione sugli uomini che commettono atti di violenza contro le donne. L’attributo dell’alterità viene utilizzato come chiave interpretativa per la violenza di genere tout court, sia essa agita da uomini stranieri che da nostri connazionali. Peroni rileva come gli autori italiani di femminicidi vengano considerati «diversamente altri, strumenti di un esorcismo

    cui le problematicità della sessualità e dell’identità maschile sono giustificate come incontrollabile gelosia, condizioni di marginalità del reo, devianza individuale, depressione o improvvisa follia». Questa sorta di anormalità circoscritta, considerata il movente ineluttabile del femminicidio, confonde la comprensione degli intenti criminali e sminuisce un fenomeno sociale e culturale di portata ben più ampia rispetto alla dimensione eccezionale che gli si vuole attribuire.

     

    1. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nelle società del rischio, Mimesis Edizioni 2010

    Questo testo del 2010 pone al centro della questione il rapporto che intercorre tra il diritto, la norma giuridica e i corpi. La matrice culturale della morale occidentale risiede nella riproposizione stratificata della norma eterosessuale. Per ricomporre un’etica giuridica vicina alle reali necessità delle persone e ridurre lo scarto che intercorre tra la legislazione vigente e le effettive condotte dei corpi occorre mettere in discussione tale normatività eterosessuale ed eterodiretta, rintracciare quegli stereotipi secolari che alimentano le azioni di normalizzazione sociale e che nell’ultimo ventennio hanno fomentato l’ondata di securitarismo in Italia.

    Per decenni il diritto penale ha trasformato le vittime di violenza maschile in imputate, in soggetti in cui rintracciare la colpa del delitto commesso da un altro a proprio svantaggio. Oggi la pratica forense ha invertito la tendenza del giudizio riportando le “imputate” oggetto di violenza allo status di vittime, tuttavia di vittime inermi, ossia donne stigmatizzate in una condizione di perenne debolezza e insubordinazione nei confronti del maschio autoritario. Questo ribaltamento di prospettiva nella valutazione dei reati sessuali perpetrati ai danni delle donne ha prodotto effetti reazionari sia a livello di governance territoriale che di politica nazionale. Le ordinanze amministrative e i decreti legge con carattere di urgenza stanno diventando uno strumento di potere e controllo civico piuttosto che una garanzia di diritti civili. Legittimati da istanze di sicurezza e decoro urbano, tali provvedimenti si configurano come veri e propri dispositivi di normalizzazione dei corpi orientati al contenimento di condotte eccedenti – ad esempio la prostituzione – e finalizzati all’incremento dell’allarme sociale – è il caso del decreto legge n. 92, convertito in Legge 24 luglio 2008  n. 125 e facente parte del ‘pacchetto sicurezza’ varato al fine di “contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata”.

     

    1. F. Pedace, Vulnerabilità, vittime e diritti: un percorso attraverso la vittimologia, la criminologia critica e la critica femminista del diritto, in Femminismo ed esperienza giuridica – Pratiche, Argomentazione, Interpretazione, a cura di A. Simone e I. Boiano, 2018, pp. 147-168

    Chiara Federica Pedace riesce a condensare in poche pagine una panoramica molto esaustiva sui concetti di vittima e vulnerabilità nel diritto nazionale e internazionale.

    La vittimologia nasce negli Stati Uniti a metà del Novecento con gli studi dello psicologo Hans von Hentig e approda in Italia intorno agli anni Settanta grazie all’interesse di Augusto Balloni e Guglielmo Gulotta. Questa nuova disciplina imporrà un cambiamento di prospettiva radicale per l’indagine criminologica.

    Nella vittimologia il punto di vista del reo passa in secondo piano e l’analisi dell’azione delittuosa si sviluppa partendo dalla condizione della vittima. L’atto delinquenziale viene parafrasato come il risultato di un interscambio tra il colpevole e la vittima, la quale diventa attivamente partecipe della condotta illecita altrui. In criminologia, la corresponsabilità comportamentale della vittima nella maturazione della condotta criminale viene definita con la locuzione victim precipitation. Si tratta di un paradigma analitico molto accreditato in letteratura giuridica e tuttavia molto dibattuto a causa delle implicazioni ambigue che ne derivano. Prima tra tutte l’implicita deresponsabilizzazione del reo, il quale si risolverebbe a delinquere anche per “causa” della vittima. La teoria della victim precipitation implica una classificazione tassonomica degli elementi di predisposizione vittimogena riscontrabili in taluni soggetti o in determinati settori sociali. La vulnerabilità è il primo attributo assegnato alle vittime di azioni delittuose; una caratteristica parzialmente aleatoria nella quale ravvisare l’inclinazone bio-psico-sociale di un individuo a divenire vittima. Contro questo modello positivistico della devianza criminale, che incede nell’analisi del delitto secondo una logica binaria di causa-effetto (vulnerabilità-crimine), la Criminologia Critica di Alessandro Baratta e gli studi femministi degli anni ’70 e ’80 hanno opposto contestazioni metodologiche di grande rilievo, in particolare nell’osservazione del fenomeno della violenza maschile sulle donne. Di fatto, lo schema di ragionamento causalistico – proprio della vittimologia – trascura riflessioni ben più ampie e contestualizzate all’interno del sistema sociale in cui siamo immersi. La criminologia vittimologica trascura l’implicazione dei governi nella configurazione di alcuni crimini specifici all’interno della collettività e omette la necessità di una due diligence precauzionale volta alla riduzione di tali fenomeni. D’altro canto, le successive riflessioni sul tema delle politiche di protezione hanno evidenziato come l’inserimento della categoria della vulnerabilità all’interno di un discorso sociale più complesso e stratificato non escluda il rischio di de-soggettivazione per la persona vittima di reato. Alcune criticità connesse all’attuazione delle politiche di protezione sono state esaminate da Wendy Brown nel volume States of Injury nel 1995. Dopo di lei altre ricercatrici hanno affrontato questa tematica complessa e il dibattito è ancora aperto. Gli ultimi contributi sull’argomento – S.Doods, C. Mackenzie, W. Rogers – indicano la necessità di una tassonomia della vulnerabilità basata sulle cause determinanti la condizione stessa, distinguendo tra vulnerabilità ontologica (intrinseca alla condizione umana), vulnerabilità ricondotta a condizioni sociali e vulnerabilità determinata da azioni umane (ad esempio il pregiudizio e l’abuso).

     

    1. Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi, Piccola Biblioteca Einaudi 2004

    L’opera contiene la prima conferenza tenuta da Michelle Foucault al College de France in occasione del suo incarico di docenza presso il prestigioso istituto di ricerca francese.

    Con L’ordine del discorso il filosofo pone le basi metodologiche per tutti i ragionamenti e le dissertazioni che seguiranno in 14 anni di insegnamento.

    Foucault identifica nel discorso una produzione di senso selezionata e controllata al fine di «scongiurare i poteri e pericoli». Tale macrosistema agisce sui processi storici e conoscitivi attraverso procedure di controllo esterne e interne ai discorsi stessi. Il principale strumento di controllo esterno è la procedura di esclusione, che opera nella costruzione dei discorsi mediante tre sistemi, ovvero l’interdetto, la partizione e la volontà di verità. Le procedure di controllo interne ai discorsi fungono da princìpi di classificazione e distribuzione dei discorsi stessi. Anche in questo caso Foucault ne distingue tre – il commento, l’autore e l’organizzazione delle discipline – e specifica che l’azione di tali sistemi è orientata al controllo dell’evento e del caso, ossia alla prevenzione dell’imprevisto.

    Esistono infine alcuni procedimenti, denominati procedure di restrizione, che rappresentano i tre grandi metodi di assoggettamento del pensiero e dettano i limiti per la produzione di senso all’interno delle «società di discorso»: il rituale, le dottrine, i sistemi di educazione.

    In un ordine discorsivo così orientato e controllato, il grande paradosso della nostra civiltà occidentale è quello di ostacolare il disvelamento dei significati interdetti e impedire la produzione di discorsi innovativi. La nostra società, apparentemente logofila, si rivela dunque profondamente logofobica.

    Prendendo le mosse da tali premesse, Foucalt enuncia le azioni necessarie per sovvertire l’ordine precostituito del discorso: punto primo, rimettere in discussione la nostra volontà di verità (principio di esteriorità); punto secondo, restituire al discorso la sua dimensione casuale e di evento (principio di discontinuità); punto terzo, rovesciare il potere assoluto del significante (principio di rovesciamento). Questi gli intenti dichiarati dal filosofo nella sua breve ma intensa premessa all’attività didattica in fieri presso la scuola parigina.

     

    1. Foucault, Gli anormali – Corso al College de France, 1974-1975, Universale Economica Feltrinelli 2017, Traduzione e cura di V. Marchetti e A. Salomoni

    A partire dal XIX secolo una serie di personaggi considerati atipici nella storia della socialità confluiscono nella grande categoria degli anormali. Il mostro umano, che cavalca l’immaginario collettivo a partire dal Medioevo e ancora per tutti i secoli XVII e XVIII; l’individuo da correggere, figura anomala collegata alla nascita delle tecniche di disciplina nel ‘600 e ‘700; l’onanista, una nuova sagoma eccedente che appare nel XVIII secolo per effetto delle nuove corrispondenze intessute tra sessualità, organizzazione familiare, corpo e salute. Queste tre tipologie di attori sociali vengono confinate dalle istituzioni di controllo nel grande insieme dell’anormalità, campo di indagine prediletto della psicologia criminale, una nuova disciplina emergente tra le dottrine empiriche positiviste. Lo studio della condotta criminale attinge la sua autorevolezza dalla sfera medico-giudiziaria e affianca l’esercizio del potere punitivo nella pratica forense attestandosi ben presto con la definizione di psichiatria penale. Attraverso le lezioni tenute al College de France nel periodo che intercorre tra gennaio e marzo 1975, Michelle Foucault indaga gli archetipi e i processi storico-filosofici di questo percorso; ci dimostra come la psichiatria sia divenuta scienza e tecnica degli anormali e in che modo il concetto di anormalità sia stato affiliato a quello dell’anomalia sessuale.

     

    PUNTO DI VISTA:

    I meccanismi afferenti alla produzione di senso nel pensiero occidentale e le dinamiche di potere messe in atto per il contenimento e la gestione delle anomalie sociali costituiscono un humus indispensabile per le nostre riflessioni sulla violenza di genere. Il pensiero foucaultiano getta luce sugli interdetti e sui mascheramenti propri dei discorsi sul femminicidio. La rappresentazione della violenza maschile contro le donne e la percezione collettiva di tale fenomeno risultano limitate e arbitrarie. Troppo spesso l’opinione pubblica e le funzioni statali di governo escludono dalla sfera cognitiva i significati profondi dell’accanimento sociale, culturale e fisico tutt’ora in atto nei confronti del genere femminile.

     

    1. Giomi, Centralità della fiction, in Televisione ieri e oggi. Analisi e studi del caso italiano, a cura di F. Monteleone, Marsilio Editori 2006, pp.230-272

    Il saggio propone una riflessione fondamentale sulla fiction televisiva italiana, ne analizza le tipologie di prodotto ed evidenzia le connessioni sociologiche che intercorrono tra questi programmi e il pubblico fruitore.

    Lo sviluppo dell’argomento concerne il «debordamento» della fiction e dello story telling in generi televisivi non propriamente connessi a tali pratiche di narrazione – ad esempio l’informazione giornalistica, i reality show e la reality tv in senso più ampio. Qualunque sia il prodotto televisivo contaminato, la fiction introduce inequivocabilmente i temi del privato e del personale, che vengono restituiti allo spettatore attraverso il filtro del pathos esasperato e dell’emotività. Il paragrafo Ambiti familiari e modelli femminili ci illustra la relazione contraddittoria della narrazione televisiva con il vissuto reale del Paese. La fiction domestica da un lato recepisce i cambiamenti di costume proponendo modelli di famiglia atipici e donne emancipate, dall’altro rinsalda formule convenzionali e conservatrici ricorrendo a soluzioni narrative classiche quali il ricongiungimento di coppie separate e la dedizione sacrificale dei personaggi femminili all’esperienza della maternità.

     

    1. Giomi, Margini e frontiere nel discorso giornalistico italiano. Uomini e donne nella cronaca nera, in Voci dal Margine. La letteratura di ghetto, favela, frontiera, a cura di R. Francavilla, Artemide 2012, pp.207-226

    Nella fiction contemporanea il genere crime è uno degli ambiti privilegiati per la riproposizione e la legittimazione degli stereotipi sul maschile e il femminile. La cronaca nera raccontata dai telegiornali italiani è influenzata massivamente dai processi stigmatizzanti delle crimes stories. Attraverso l’analisi delle notizie sui femminicidi riportate dai media nell’anno 2006, Elisa Giomi porta alla luce alcuni dati indispensabili per la comprensione dei meccanismi mediatici fuorvianti ai quali il pubblico italiano viene costantemente sottoposto. I notiziari televisivi di tutte le reti conferiscono maggior risalto ed enfasi agli episodi di femminicidio in cui l’assassino è di nazionalità straniera ed è uno sconosciuto rispetto alla vittima. In tutti i casi di violenza di genere, la vittima è celebrata come portatrice di ruoli sessuali tradizionali e moralizzati – la donna angelica, la madre devota, la bambina, la brava ragazza – oppure colpevolizzata perché deviante rispetto alla femminilità normalizzata – la donna la vamp, la ragazza ribelle, colei che, mettendo in atto comportamenti sprovveduti, se l’è andata a cercare. Leggiamo nel testo: «Rafforzare il modello femminile tradizionale, definito cioè secondo la norma eterosessuale e le convenzioni del decoro borghese, è una funzione tipica della cronaca degli assassini di donne, che prescrivono loro condotte e attività appropriate pena il rischio di divenire vittime di aggressioni sessuali».

     

    1. Giomi, S. Magaraggia, Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale, Il Mulino 2017

    Che cos’è la violenza di genere? Quali sono le sue connessioni con l’Ipv, intimate partner violence? Come avviene l’intersezione tra l’identità sessuale, il ruolo e la dimensione del potere inteso come dominio sull’altro? Il testo si interroga sulle ragioni culturali e sociali della violenza di genere scardinando i cliché più diffusi tanto in ambito mediale che in campo sociologico. La convinzione fallace che gli uomini colpevoli di abusi sulle donne siano momentaneamente disconnessi dalla razionalità e spinti al crimine per un raptus di follia occasionale. L’idea che le donne siano troppo deboli. Viceversa, la contestazione di un eccessivo empowerment femminile, che scatena reazioni maschili spropositate ma giustificate. L’amore romantico – eterosessuale e sacrificale. Questi temi, saldamente ancorati alle radici della nostra cultura occidentale, vengono intelligentemente messi a confronto con l’altra faccia della medaglia: la rappresentazione della violenza agita dalle donne.

    A fronte di una rilevanza sempre crescente all’interno dei prodotti mediali fictional e factual, la criminalità femminile attraversa il panorama televisivo e cinematografico contemporaneo con una carica eversiva dai risvolti marcatamente conservatori e si rivela vessillo foriero di un’alterità mostruosa e anormale che rinsalda stereotipi di genere primitivi e largamente diffusi.

  • Clarissa Greco – Conflitti e resistenze

    Clarissa Greco – Conflitti e resistenze

    Per poter esprimere un’opinione, un giudizio e delineare quindi una posizione, è necessario “un punto di vista”.  Ovvero analizzando il complesso delle narrazioni prodotte sulle donne e sulla loro violenza, non si può non considerare la diversità dei contesti storico-culturali in cui queste si sono manifestate. Alcuni di questi sono le fondamenta della società cui appartiene chi scrive, su tutti il mondo classico, altri sono estranei ed “esotici”, avvertiti come lontani e quasi impenetrabili per i codici di comunicazione totalmente altri. Non si può quindi prescindere nella valutazione e nelle analisi delle narrazioni sulla violenza delle donne dal contesto culturale di appartenenza.

    Nella breve esposizione a seguire si è partiti dalle due esperienze fondamentali, violenza e conflitto, delineando la loro differenza e attribuendo quindi a ciascun ambito figure e narrazioni, separando cioè i due ambiti in base anche a valutazioni, o meglio ricostruzioni di tipo storico.

     

    Differenze tra conflitto e violenza

    Innanzitutto è necessario distinguere tra conflitto e violenza. E’ ben radicato nella percezione collettiva come una serie di parole abbiano più o meno lo stesso significato: conflitto, litigio, guerra, violenza, aggressività, prepotenza. Queste sono utilizzate come se si riferissero alle stesse modalità dell’agire. In particolar modo è proprio la parola conflitto ad essere utilizzata come una sorta di contenitore generale, come se racchiudesse nel suo significato tutte le altre parole. Del resto il conflitto tra “due nazioni” è sinonimo di guerra, ovvero distruzione dell’avversario attraverso l’esercizio della violenza. E’ tuttavia doveroso sottolineare che esiste in realtà una netta differenza di significato tra le due parole.

    Il conflitto è una contrapposizione “forte e netta” tra diverse posizioni, una divergenza di opinioni che non esclude una qualche forma di rapporto con l’altra parte anche se ampiamente problematica.

    La violenza è invece un modo per terminare il conflitto attraverso l’eliminazione fisica della controparte. Nella violenza l’azione è irreversibile. La violenza è quindi una metodologia di risoluzione di un problema identificato con una persona fisica, eliminando la persona, si elimina quindi il problema, cioè il conflitto.

    In considerazione di quanto sopra esposto, l’esposizione seguente distinguerà tra le “narrazioni di violenza” in cui al centro è lo scontro fisico rispetto ai conflitti che potremmo dire di dimensione “politica”.

    L’uso del termine “dimensione politica” non è banale e deve essere opportunamente sottolineato. La violenza è un’azione, più o meno premeditata, finalizzata ad eliminare il rapporto con la controparte poiché, come sopra accennato, il problema è la persona stessa e quindi eliminandola, scompare il problema stesso. Un modo di agire che viene definito arcaico e primitivo, e proprio per questo deve essere storicamente inquadrato “in un mondo arcaico” che evolvendo trasforma la violenza in conflitto, ovvero contrapposizione aspra ma non finalizzata alla distruzione fisica della controparte, cioè quella condizione fondante delle società “politiche”.

    Potremmo quindi attribuire le narrazioni di violenza, nel mito e nella storia, al ricordo delle società arcaiche e primitive, quelle del conflitto all’evoluzione di queste società. Dunque nel mondo moderno non esiste la violenza? Al contrario, ma non si assiste alla  violenza di genere come nelle narrazioni mitiche, piuttosto un “rigurgito che richiama l’ancestrale violenza delle società arcaiche”. Ed è a questa che l’uomo, inteso come essere umano, ricorre per uscire dalle sue “incertezze relazionali”. Per quanto la nostra società, sia consapevole dell’inaccettabilità della violenza come strumento comunque continua a ricorrervi, anzi usa lo strumento tecnologico come amplificazione della stessa.

     

    L’esercizio della violenza.

    La sopraffazione ed eliminazione fisica dell’opponente presuppone l’uso di una forza preponderante rispetto alla controparte. In una società tecno-meccanica questa forza può essere scatenata senza dover necessariamente essere dei giganti, un click su un grilletto, una pressione su un bottone e così via. Nelle società arcaiche, o meglio non tecnologiche, gli strumenti di offesa necessitavano di una certa prestanza fisica per essere manovrati con efficacia. Chi era più forte riusciva a scagliare la lancia più lontano e quindi a colpire prima l’avversario e con maggiore efficacia. La massiccia struttura maschile risulterebbe quindi più avvantaggiata, da cui quello che viene definito nella premessa come lo stereotipo “dell’uomo guerriero” e della donna “debole e passiva”.

    Uno stereotipo che trova conforto anche nel ruolo femminile all’interno dei gruppi sociali primitivi, gruppi in cui sono scaturiti i vari modelli sociali ampiamente caratterizzati dalla figura maschile dominante. I tempi della gravidanza e successivo allattamento, sottraevano infatti le donne ad alcune “incombenze” come appunto la guerra.

    Queste caratteristiche avrebbero quindi portato la componente femminile ad occupare un ruolo totalmente altro e differente rispetto alla guerra, o comunque alla violenza in genere. Al di là delle indiscutibili peculiarità biologiche, sembra tuttavia che dalle evidenze storiche e religiose i campi non siano così nettamente definiti. Ciò che ci è stato tramandato riverbera un rapporto diverso tra donne e violenza/forza, un rapporto che è poi stato riletto, rimaneggiato e in larga parte confinato nel mito.

     

    La via orientale e la via occidentale

    In tutte le culture, indipendentemente dalla latitudine, l’esercizio della guerra, quindi l’applicazione su larga scala della violenza, risulta appannaggio maschile, con alcune dovute precisazioni come vedremo successivamente. La risposta può essere naturale: l’uomo è più forte della donna. Bene, una riflessione che per semplificazione considera i modelli di comunicazione moderna. Prendiamo i film sugli “sport da combattimento” girati in occidente: uomo che si allena, suda, fatica, sale scalinate, grugnisce, impreca, in tutta una sequenza di esercizi che portano il suo fisico al limite. Film di contenuto analogo girato in oriente: la concitazione dell’allenamento fisico lascia lo spazio a lunghe sedute di meditazione, il controllo e la gestione del proprio corpo attraverso la mente predominano sulla dimensione dei bicipiti. La donna non è comprimaria, è essa stessa protagonista, allieva, maestra e combatte pari a pari con gli uomini, stesse tecniche, stesse armi. Non a caso nel Giappone medioevale, pur essendo una società marcatamente patriarcale, alle donne era consentita e accessibile la pratica delle arti marziali nonché la partecipazione ad azioni militari.

    Esiste dunque un’altra “via” verso al forza che non è quella occidentale, una forza diversa, ma pur sempre forza che la donna apprende ed esercita, sebbene lo sfondo sociale sia sempre caratterizzato dalla misoginia.

    Questa banale riflessione per sottolineare come l’esclusione dal contesto bellico della donna per motivi “fisici” sia in realtà piuttosto discutibile, piuttosto un luogo comune consolidatosi in funzione di specifiche dinamiche evolutive delle società.

     

    Le donne guerriere dei miti

    Le evidenze storico – religiose testimoniano le cosiddette dee guerriere figure che ci autorizzano a ritenere che la femminilità non ha nulla a che vedere con l’essere deboli e sottomessi. Ed anche  nella dimensione culturale “cristiana”, dove la donna viene prevalentemente definita come madre o vergine è sotteso questo concetto. Nell’ Antico Testamento troviamo un passo del profeta Osea “Come un’orsa privata dei cuccioli li aggredirò» (Os. 13.8). Il passo è chiaramente riferito ad un contesto familiare, di difesa della prole ma evidenzia pur sempre una forza aggressiva associata a quello che si potrebbe definire il lato femminile del Dio unico.

    Come sopra anticipato è comunque il “mondo antico” che ci restituisce le più consistenti testimonianze di una dimensione femminile associata alla “violenza”. In primo luogo Atena di cui si ricorda “la Sapienza”, ma si tralascia l’iconografia che la vede portare l’elmo, lancia e scudo. Non meno significativa nel mondo romano la dea Bellona la cui “sfera di competenza” era anche più ampia di quella di Marte poiché sovrintendeva a tutti gli aspetti del conflitto, ovvero quelli militari ed anche quelli diplomatici.

    All’interno del pantheon induista merita invece di essere menzionata la dea Durga raffigurata con diversi tipi di arma ed associata sia ai poteri di creazione e distruzione, un aspetto ambivalente che prevale nell’ambito indoeuropeo. Interessante quindi che le divinità femminili si evolvano da questa dimensione doppia verso l’assunzione della violenza come identità caratteristica.

    Continuando questa breve analisi religiosa, in Egitto troviamo Sekhmet, raffigurata con la testa leonina che sebbene in abiti femminili, era comunque la terribile dea della guerra e della distruzione. Non meno significativo è il mito delle Valchirie della mitologia nordica, eco dell’attiva partecipazione delle donne alle vicende belliche delle popolazioni germaniche come per altro documentato ampiamente dalle fonti storiche.

    In ultimo le Amazzoni, che popolano il panorama storico-letterario del mondo classico un mito  nel quale si manifesta il ricordo di una società governata da “donne guerriere” come confermerebbero le tombe di varie donne guerriere seppellite insieme alle proprie armi al confine tra Russia e Kazakistan

     

    Le donne guerriere

    Dalla dimensione mitico-religiosa non si può quindi non passare a quella storica. Se nel mondo romano, di fatto nel periodo imperiale una comunità organizzata per la guerra, la donna ha prevalentemente un ruolo di supporto, incitamento, è nel mondo celtico-germanico che sono ampiamente documentate figure femminili impegnate “in prima linea”. Come riporta lo storico Cassio Dione, oltre alle donne germaniche che o partecipavano direttamente alla battaglia oppure costituivano l’ultima linea di difesa dell’accampamento, la più rappresentativa  è Boadicea (Budicca) regina dei Britanni e terrore dei romani come testimoniato dalle fonti antiche, fonti per altro dimenticate fino ad una recente riscoperta con finalità nazionalistiche. Ampiamente conosciuta è invece la vicenda della patrona di Francia Giovanna d’Arco che, con il consenso del re di Francia Carlo VII, riscatta i francesi dall’occupazione inglese britannica ma viene poi catturata, accusata di stregoneria e bruciata sul rogo. L’esercizio della violenza da parte di una donna nella sua massima espressione, “a capo di un esercito” come atto di blasfemia ed eresia e da punire come tale.

    Nonostante l’immagine fin troppo stereotipata del Medioevo come età oscura e oppressiva, le donne guerriere fanno la loro comparsa anche in questa era. La presenza di donne in armatura è infatti storicamente documentata nelle cronache arabe delle crociate, con un certo stupore misto ad ammirazione.

    Il fenomeno delle donne guerriere è riscontrabile anche in Africa, infatti in quello che oggi è il Benin i primi europei si imbatterono in una milizia tutta femminile creata dal sovrano locale come sua guardia personale, a testimonianza per altro di come le donne venissero impiegate con compiti più qualificati rispetto alle milizie ordinarie.

    Per arrivare all’era moderna, è nell’ex Unione Sovietica che si riscontra per primo l’impiego in reparti regolari di “donne combattenti”. Speciale citazione meritano le “streghe della notte”, un reggimento creato durante la seconda guerra mondiale composto di sole donne aviatrici dedicato a missioni notturne di bombardamento. Archetipo, questo reggimento, di tutti i successivi sviluppi che vedono l’inserimento delle donne nei reparti combattenti dei vari eserciti.

    Interessante è il caso di Israele, stato laico ma profondamente caratterizzato dalla religiosità biblica; ebbene come noto e donne hanno obblighi di leva analoghi a quelli maschili, aspetto questo che meriterebbe un’ampia riflessione su alcuni stereotipi di impronta cristiana, vista la stretta relazione, in termini di Libri Sacri tra ebraismo e cristianesimo.

    La dimensione guerriera femminile è quindi ampiamente documentata nella storia e comune a diverse culture in diverse latitudini. Come brevemente sopracitato, sono le figure delle divinità guerriere che rimandano a realtà e dimensioni sociali in cui il binomio donna-debolezza non sembrerebbe trovare riscontro. L’evoluzione e la trasformazione della società in senso patriarcale, si potrebbe parafrasare come una sorta di conflitto con un vincitore, ha trasformato poi la dimensione della violenza femminile collocandola nella sfera del mito e della leggenda, depotenziandola cioè del ruolo di contropotere della società patriarcale.

     

    Le Baccanti di Euripide e la reinterpretazione della violenza femminile

    Nella tragedia greca le Baccanti, donne, rappresentano la quint’essenza della violenza femminile, squartano mucche, devastano villaggi, rapiscono bambini, fanno a pezzi uno dei protagonisti maschili. Si direbbe il furore dionisiaco, la donna come rappresentazione dell’irrazionalità, da un lato l’apollineo maschile dall’altro il caos distruttivo femminile come oceani di volumi hanno discusso e confutato. Ma a ben guardare c’è altro.

    Come narrato nell’opera Dioniso, il dio, arriva in città a Tebe, si rompe così il confine tra sfera umana e divina e allora l’ordine naturale delle cose viene sovvertito. Le donne “impazzite” vagano sulle montagne come branco di fiere. Ecco, la violenza femminile viene ricondotta al sovvertimento di un ordine, al turbamento di un equilibrio.

    La violenza femminile non è dunque uno degli aspetti possibili della società, è il sovvertimento della società stessa, è ciò che minaccia l’esistenza della società stessa. In questo senso, la tragedia, come elemento portante di formazione della coscienza della Grecia antica, e quindi del pensiero occidentale, delinea il principio interpretativo che sarà poi prevalente, prima ancora del “madre e vergine” cristiano, la violenza delle donne come rovesciamento dell’ordine delle cose e del mondo e quindi come fenomeno da esorcizzare la cui stessa manifestazione è preludio di un rovesciamento dell’equilibrio.

     

    Il conflitto

    Dopo questa breve panoramica sulla storia della violenza delle donne, è possibile esaminare la dimensione del conflitto, cioè di quella che potremmo definire come la contrapposizione “dialogante”. In riferimento a questo aspetto è naturale inclinazione riferirsi ad una contrapposizione di genere uomo-donna. In realtà si dovrebbe precisare, come vedremo, che la dimensione del conflitto può essere in realtà intesa come divergenza sociale tra donne e resto della società di impronta maschile-patriarcale, società che è bene ricordare comprende comunque anche l’universo femminile sebbene relegato per la maggior parte in condizioni di subalternità.

     

    Le interpreti del conflitto

    Ogni periodo storico risulta caratterizzato, o meglio punteggiato “qua e là” da figure femminili protagoniste non di azioni violente, ma piuttosto di quella che abbiamo definito come una dimensione di “aspra contrapposizione” con il resto della società. Meglio sarebbe dire che la società ha visto nel ruolo di determinate figure femminili una contrapposizione all’ordine costituito interpretandole e rileggendole in chiave conflittuale.

    Innanzitutto le regine “sole” intese come massima espressione del potere piuttosto che come consorti regali. Ebbene ogni cultura ad ogni latitudine ed in ogni periodo annovera liste di regine, l’elenco è piuttosto impressionante, su tutte basti pensare alla regina Vittoria simbolo dell’imperialismo britannico. Nonostante il non secondario ruolo di queste nella storia, la loro azione, potremmo dire, è più legata a questioni di successione e dinastiche ad un esercizio di potere per mantenere, consolidare, ampliare il modello di società di cui erano espressione, piuttosto che introdurre e proporre diverso ruolo delle donne nella società. Ebbene nonostante questo ruolo, diremo “non rivoluzionario” con riferimento alla dimensione femminile, sono sempre state considerate come delle eccezioni, da temere piuttosto che ammirare perché sorta di pericolose varianti nell’ordine naturale delle cose.

    Uno dei campi in cui si manifesta la dimensione del conflitto è forse quello dell’arte, che proprio per la sua natura è la migliore forma di espressione e quindi anche contenitore ideale di ogni idea e manifestazione conflittuali. Anche in questo campo la storia è punteggiata da innumerevoli figure femminili, nel campo della poesia ad esempio gli esempi sono innumerevoli ma le donne che scrivono, almeno fino all’età moderna, sembrano ad appartenere ad una ristretta élite che ha la possibilità d’istruirsi solo grazie agli insegnamenti di padri, fratelli o precettori.

    In questo senso, per quanto in alcune delle loro opere si manifesti chiara la dimensione conflittuale, intesa come contrapposizione alla misoginia dominante, questa risulta sempre confinata nell’ambito di una ristretta e limitata cerchia.

    Umaniste, pittrici, scrittrici, poetesse abbondano nel panorama storico, il talento artistico esplode anche senza una preparazione specifica, non nelle scienze, dove è richiesta una preparazione di base senza la quale è quasi impossibile avanzare poiché la sola curiosità non è sufficiente. Se dunque nei conventi poteva fiorire la dimensione artistica femminile ma ben inquadrata nell’ortodossia, se nei circoli letterari, già chiusi per costituzione, potevano trovare accoglienza manifestazioni di un pensiero altro rispetto ai modelli maschilisti prevalenti, non si poteva assistere ad analoghe manifestazioni nel campo scientifico. Solo chi aveva un padre, un fratello o un marito scienziato disposto a condividere il sapere e le scoperte poteva acquisire una cultura scientifica. Fino all’età moderna il numero delle donne scienziato è infatti di gran lunga inferiore rispetto a quello delle donne “artiste”.

    La storia ci ha comunque tramandato i nomi di alcune famose scienziate tra queste la famosa Ipazia figlia comunque di un matematico e filosofo. Capo di una scuola platonica di Alessandria d’Egitto venne uccisa da monaci fanatici, tragica sintesi del rapporto conflittuale religione/scienza e universo femminile. Nel Medioevo si contano pochi casi confinati nei conventi e bisognerà attendere il XVIII secolo per una presenza di rilievo femminile nel campo scientifico.

    La limitata partecipazione femminile alla ricerca scientifica nel corso della storia, ha limitato non solo l’evoluzione stessa della ricerca ma, poiché le scienze sono un potente dispositivo di costruzione di paradigmi, stereotipi, ha contribuito al mantenimento degli stessi, privando il conflitto della schiacciante superiorità dell’inoppugnabile oggettività delle leggi scientifiche, ovvero confinando il conflitto nel fluido e limitato ambito delle espressioni artistiche.