• Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Come è stata acquisita la consapevolezza di esser donna.

     

    Siamo fin troppo abituati a parlare di femminismo, di diritti della donna e di emancipazione, infatti troviamo milioni di considerazioni su questo argomento sia nella letteratura, che nella politica, che nella cultura stessa. Il movimento femminista è ai cardini della società e della sua formazione attuale e futura; è un’ideologia, è la consapevolezza di essere “donna” che ognuno di noi ha materializzato. Sono state fatte lotte, insurrezioni o atti di violenza per difendere questo pensiero, basti guardare le “suffraggette” del ‘900: alcune di loro sono morte, Emily Davison per fermare il cavallo di Re Giorgio V, altre sono state incarcerate per aver gridato in piazza il loro pensiero, Annie Kenney e Christabel Pankhurst (quest’ultima a capo della Women’s Social and Political Union in Inghilterra). Eppure, anche se hanno sacrificato il proprio corpo per difendere la loro sessualità, ci sono donne che con la sola forza della “mente”, hanno lasciato un segno ancor più profondo nel movimento.

     

    Quando dico che ci sono donne che con la forza della loro mente hanno lasciato un segno ancor più profondo, mi riferisco alle scrittrici Virginia Woolf e Simone de Beauvoir e alla saggista Betty Friedan. Sono state le prime che cercarono di spingere questa ideologia da dentro, per poi lasciarla vivere sulle pagine e per trovare una coscienza in comune con le altre donne. Ci troviamo in un periodo storico un po’ particolare, infatti siamo agli sgoccioli della fine della Guerra Mondiale e le donne hanno appena acquisito i diritti di voto, il diritto di istruzione superiore e la libertà di praticare professioni lavorative. Gli studiosi per quanto riguarda il movimento femminista, parlano di “periodo di riflusso”: gli uomini e il mondo sono troppo occupati a organizzarsi per la guerra, per i patti, per le rivoluzioni del periodo e per circa cinquanta anni non sarà più di intralcio questa lotta femminile. Queste lotte, infatti, hanno anche avuto periodi bui, in cui sono state costrette a prendere una pausa dalla sfera pubblica (come nel caso degli anni 20-70 del Novecento), ma mai si sono arrestate totalmente; anzi, hanno continuato a covare dentro, più forti che mai, in ogni donna ma soprattutto tra quelle di ceto medio-alto con una elevata istruzione e una forte ideologia. Qui entrano in gioco le donne che vi avevo citato poco fa, prima tra tutte Virginia Woolf.

     

    Le donne del ‘900 sono sature di ideologie ereditate dalla “prima ondata” del movimento femminista, che ormai è verso la sua fine. Nella seconda metà del Settecento vediamo le ideologie sull’emancipazione della donna farsi concrete con Olympe De Gouges a Parigi (sacrificò la sua vita, andando alla ghigliottina). Successivamente il pensiero non si fermò più, passando per diverse tappe e arrivando fino ai primi decenni del Novecento, in cui avrà un apparente stop. Elenco alcune di queste tappe:

    • il Femminismo liberale, portato avanti soprattutto da Seneca Falls, Jonh Mill e Harriet Taylor. Vi si affermava che uomini e donne sono eguali e «dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». In questa fase si punta l’attenzione su come la donna venga abituata fin dalla nascita ad essere schiava e asservita all’uomo, costituendo la struttura moderna. L’unica soluzione è dare un taglio netto nella società;
    • il Femminismo socialista, rappresentato da Flora Tristan e Marie-Reine Guindorf. In questa fase, utopisti come Owen, riconoscevano che il grado di emancipazione della donna va di pari passo con il progresso generale della società. Oltre che l’uguaglianza giuridica e civile viene richiesto il diritto di voto universale, l’introduzione del divorzio, l’aumento dei salari e la provvidenza sociale. Il tipo di richiesta ci fa notare che siamo nel periodo storico del socialismo! Non solo gli uomini rivendicano diritti sul lavoro, ma anche le donne; soprattutto quelle di basso ceto che sono costrette a lavorare nelle fabbriche per salari veramente bassi. E Marx a proposito diceva che “la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, per quanto spontanea e brutale, cioè capitalistica, fonte bensì di corruzione e di schiavitù, si sarebbe poi rovesciata in fonte di sviluppo di qualità umane”. Inoltre affermava che il sistema capitalistico rovesciava totalmente la vecchia concezione di famiglia, dando alla donna un’entità fuori dalla sfera domestica; quindi – come per Fourier e Owen – il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale della donna;
    • il Femminismo anarchico identifica il problema della donna nello Stato. Infatti ritiene che sia inutile andare a chiedere diritti ad esso, se per sua natura li toglie e non può darli. Questo movimento mosse i suoi primi passi con Voltarine de Cleyre, Emma Goldman e Lucy Parsons.

     

     

    In questa fase vediamo come la cosa principale fosse rimarcare l’uguaglianza tra uomo-donna e come si lotti per avere dei diritti, non essendoci stati precedentemente. Ora non è più così: piano piano i risultati si stanno vedendo e non importa più l’uguaglianza uomo-donna ma la differenza positiva uomo-donna. La donna deve imparare a provare disgusto per la cultura maschile, per la sua politica, per la sua ideologia invasiva e per la concezione stessa che l’uomo da all’esistenza. Ed è proprio su questo punto che saranno improntati i pensieri delle donne post-femminismo anarchico, come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e tutte quelle della “seconda generazione”.

     

    Virginia Woolf (1882-1941), femminista per eccellenza, ha dato il suo contributo principale introducendo il concetto che “l’identità sessuale dell’individuo è un costrutto sociale che può essere trasformato e cambiato”. I suoi meriti però non stanno nell’attivismo, infatti è sempre stata riservata e nella sua sfera privata ha risolto ai problemi sessuali con con un’etica androgina, ma nei suoi scritti. Ha sofferto molto della sua condizione subordinata anche nell’istruzione; infatti non ha mai avuto lo stesso trattamento dei suoi fratelli. Lei stessa ha vissuto personalmente la discriminazione sessuale, riguardo una delle cose più importanti della sua vita, ovvero lo scrivere, nonostante appartenesse comunque ad un ceto abbiente. Ma non si è arresa ed è riuscita a emergere con dei capolavori: famosi sono “Mrs Dalloway” e “La gita al faro” ma espressamente femministi sono i suoi saggi “Le tre guinee”, scritto immaginando che un’associazione pacifista maschile le avesse chiesto un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra; possedendo tre ghinee, la Woolf decide di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra, e “Una stanza tutta per sè”, in cui afferma che «una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi». Il passaggio definitivo alla “seconda generazione” viene dato da Simone de Beauvoir, che da femminismo strettamente materialista, legato ai diritti legali e civili, diventa un femminismo biologico che lotta per le discriminazioni sessiste e naturali.  Nel suo libro “Il secondo sesso” scrive che «non si nasce, ma si diventa donna; è la civilizzazione intera che produce questa creatura. Soltanto l’intervento di qualcun altro può stabilire che un individuo sia un Altro». Cos’è l’Altro di cui parla Simone? L’uomo si è creato attorno a lui un reticolo istituzionale: l’avvocato è uomo, il medico è uomo, il prete è uomo e lo scienziato anche; il mondo gira attorno all’uomo. Quando si parla di qualcuno si sa che lui è l’Uno e lei è l’Altro, e in un discorso viene sempre spontaneo precisare l’essere donna, mentre l’essere uomo è scontato. Simone vuole smontare questo pensiero, annullando la concezione dell’Altro e mettendo il punto, invece, sulla concezione di libertà, svincolandosi dalla reputazione negativa che gli uomini hanno addossato loro nel corso della storia. Come dice anche la Dottoressa Castelli in un suo intervento al seminario Lineamenti intitolato “Liberazione”, le donne di questi anni aspirano ad un tipo di libertà uguale a quello degli uomini, proprio come volevano nei decenni precedenti gli stessi diritti degli uomini su ogni altro aspetto. Ma ciò non è possibile! Come si può chiedere di avere la stessa libertà di un uomo, se è stato lui stesso a definire questo concetto nella società attuale, e ne è il centro? Per questo si capisce che non si può basare la propria libertà su quella dell’uomo, così la donna si ricrea, si rigenera e riparte da sé stessa. Naturalmente la libertà dà anche la possibilità di poter scegliere tra due vie: essere quella che la società impone e ciò che tuo padre e tuo marito vogliono, omologandoti alle regole del tempo, vivendo “per sè” (come dice Sartre); oppure vivere “in sé” scegliendo di esistere secondo i propri valori, le proprie regole e idee. Questa subordinazione generale della donna da nome al libro di Simone de Beauvoir in quanto il secondo sesso di cui lei parla è quello femminile, mentre il primo è quello maschile. Dà un titolo prettamente discriminatorio per attirare l’attenzione su ciò che lei ritiene insensato, per poi scrivere al suo interno ciò che darà la spinta emotiva e ideologica a tutti i movimenti femministi successivi.

     

    Vedete come queste donne siano forti, come sia forte il loro pensiero? Si ok, si trovano già avvantaggiate rispetto alle suffraggette a cui era persino vietata la libertà di pensiero, ma nonostante ciò riflettete: è più potente una lotta fisica o una lotta psicologica? Le donne dell’Ottocento hanno lottato nelle piazze per aver il diritto di voto e il divorzio, sono morte per questa ideologia e sono state carcerate, torturate… nonostante ciò la discriminazione verso di loro ha continuato ad esserci, anzi è stata alimentata. Ma in una società creata sull’uomo e la sua figura, cosa ci si doveva aspettare? La vera forza della donna è chiara in Virginia Woolf e Simone de  Beauvoir: è una forza intellettuale. Infatti è in questo periodo che sono palesi i risultati del movimento femminista: un movimento lento, studiato, pensato ma profondo, capace di smuovere anche pensieri di uomini colti come Owen e Marx. Quando persino gli uomini arrivano ad avere ripensamenti sulla struttura sociale, qui arriva la vera “rivoluzione”; infatti queste donne hanno il merito di essere state le prime a plasmare il pensiero verso la vera emancipazione della donna.

    E’ innegabile che molti esempi storici ci mostrino come la violenza e l’attivismo siano indispensabili per un cambiamento: vedi la Rivoluzione francese, la Rivoluzione Russa, la lotta al Nazi-Fascismo, ma perché si trattava di smuovere un personaggio politico o un’istituzione..quando invece da cambiare è la cultura, è davvero così importante la fisicità? Sicuramente le lotte precedenti hanno dato uno sprint e attirato l’attenzione sul movimento ma il colpo di grazia è stato dato dall’attivismo intellettuale delle donne.

     

    Finita la Guerra, negli anni Settanta finisce anche il “periodo di riflusso”, che lancia le basi per la “seconda ondata” del movimento. Le donne sono di classe media e non sono soddisfatte dei pensieri liberal-socialisti e anarchici, ma vogliono di più. Ormai nel mondo occidentale le donne hanno ottenuto tutti i diritti che richiedevano, ma nelle case e nelle famiglie le discriminazioni ancora esistono; quindi l’unica soluzione è rimuovere il problema alla radice per disegnare definitivamente la differenza, ricordiamo in positivo per la donna, con l’uomo: da qui il Femminismo Radicale. Il principale esponente è il gruppo delle Redstockings, che riassume il concetto della discriminazione con queste parole: «Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale e riguarda ogni aspetto della nostra vita. Siamo sfruttate come oggetti sessuali e di riproduzione, come personale domestico e come manodopera a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di migliorare la vita degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento ci viene prescritto e imposto con la minaccia della violenza fisica […] Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la più antica, la più basilare forma di dominio. Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.) sono estensioni della supremazia maschile: gli uomini dominano le donne, pochi uomini dominano il resto. Tutte le strutture di potere nel corso della storia sono stati a prevalenza maschile e maschilista. Gli uomini hanno controllato tutte le istituzioni politiche, economiche e culturali e hanno sostenuto questo controllo con la forza fisica. Hanno usato il loro potere per mantenere le donne in una posizione di inferiorità. Tutti gli uomini ricevono benefici economici, sessuali e psicologici dalla supremazia maschile. Tutti gli uomini hanno oppresso le donne». Notiamo che si fa spesso riferimento al “beneficio sessuale” perché tipico di questa seconda generazione, non è solo  pensare alla differenza positiva con l’uomo e non all’uguaglianza, ma anche sottolineare la differenza sessuale (in senso strettamente fisico). Siamo in un’epoca più moderna ed iniziano ad uscire testi ritenuti volgari dalla maggior parte della popolazione, in cui si fa esplicito riferimento alla sessualità e ai suoi organi; prima tra tutte Kate Millet, una delle fondatrici del gruppo, con il suo “Politica del sesso”. La scrittrice statunitense analizza diversi scrittori del tempo come Lawrence, Mailer, Miller e Genet; nota che i primi tre – eterosessuali – vedono la donna come «una fastidiosa forza minoritaria da conculcare e mirano a un ordinamento sociale nel quale la femmina sarebbe perfettamente dominata», mentre Genet – omosessuale dichiarato – «ha integrato la donna in una visione di drastica sollevazione sociale, dove la sua antica subordinazione può dar luogo a una forza esplosiva. E, effettivamente, sono le donne a rappresentare la rivoluzione». Il perché di questa constatazione è rintracciabile nella concezione del tempo riguardo l’omosessualità.

    Prima devo fare una piccola parentesi: Freud riteneva che una donna raggiunga la maturità nel momento in cui riesca a raggiungere l’orgasmo, non soltanto clitorideo, ma anche con la penetrazione. Le donne degli anni Settanta hanno la consapevolezza che ciò è assolutamente falso e che, così come l’uomo ha un solo punto di piacere, anche la donna ne ha uno; e questo piacere non deriva esclusivamente da un uomo – come invece prevedeva la visione maschilista di Freud – e dalle sue caratteristiche, in quanto la vagina non è creata per il piacere, a differenza del clitoride. Tutto questo per dire che le donne venivano viste come un semplice oggetto sessuale per il piacere dell’uomo…una volta constatato che lui non è indispensabile per il loro, se ne svincolano e anche a livello sessuale lo scardinano dal ruolo privilegiato che aveva, riprendendosi la loro autonomia. Viene da sé che da questo punto si parlerà di Femminismo Lesbico.

     

    Giunti alla conclusione di questo escursus temporale sui movimenti femministi, spero di esser riuscita a sottolineare ciò che più avevo a cuore: ovvero la forza intellettuale delle donne, capace di scardinare anche i pensieri più radicati. Oggi la discriminazione è presente e credo sempre lo sarà – gli uomini hanno avuto troppo tempo per fortificare la loro posizione – ma l’importante è la consapevolezza delle proprie capacità, delle proprie forze e, anche, debolezze.

     

    Fonti:

    Letteratour – Teorie della letteratura: la critica femminista

    Pasionaria – Virginia Woolf, voce dell’indipenza femminile

    Archivio storico, corriere.it – Virginia Woolf, la via passionale al femminismo

    Stampa critica – Virginia Woolf, donna dentro oltre che fuori

    Bacone.wikispace – La prima critica femminista: Woolf e Beauvoir

    Enciclopedia Treccani

    Wikipedia

    Garzanti Linguistica

    Iaphitalia.org – Lineamenti

    Webalice – Freud e la sessualità della donna

     

  • Lia Giachero, Silvia G. Bersani, Laura Brignoli, Donne, mito e politica. La suggestione classica in Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar e Hannah Arendt, Jacobelli, Roma 2012

    Lia Giachero, Silvia G. Bersani, Laura Brignoli, Donne, mito e politica. La suggestione classica in Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar e Hannah Arendt, Jacobelli, Roma 2012

    Tre studiose italiane di diversa formazione come Lia Giachero, Silvia Giorcelli Bersani, Laura Brignoli si interrogano e fanno emergere, in questo libro, la profonda influenza che la cultura classica ebbe sul processo formativo, emotivo e più in generale sulla vita di tre, tra le più note pensatrici e intellettuali del secolo scorso, come Virginia Woolf, Hannah Arendt e Marguerite Yourcenar.
    Il saggio introduttivo, a cui spetta l’appassionante compito di tenere insieme le diverse voci, è di Barbara Lanati che, immersa nel labirinto di letture e rimandi reciproci, individua il doppio binario temporale, il presente ed un passato remoto, su cui le tre narrazioni viaggiano.
    Un passato remoto della “classicità” dunque, fin da subito rimodulato in un passato prossimo, che viene interrogato non senza difficoltà dalle tre studiose, senza tensioni filologiche e/o romantiche, come ingenuamente è stato visto spesso, né tantomeno tramite la lente, questa si, facile, degli istinti nostalgici, proprio perché consapevoli dell’ influenza esercitata sul nostro presente.
    Arendt, Woolf e Yourcenar studiano e quindi introiettano, i classici greci e latini, perché individuano, in quelle parole, l’eternità di uno spirito portatore di un linguaggio veritiero, si rendono protagoniste di un incontro/scontro con una lingua “altra” e con una cultura solo apparentemente lontana, perduta e non di certo come un esercizio solipsistico che spiana la strada al più classico dei circoli viziosi, l’autoreferenzialità, bensì per instaurare un dialogo, poi rivelatosi proficuo, con testi tanto complessi quanto “altri” rispetto a quelli da cui provenivano.
    Il primo saggio, curato da Lia Giachero, si concentra su V. Woolf, sul rapporto controverso con la cultura classica intrecciata indissolubilmente al rapporto col fratello Thoby, per cui proverà sempre un certo tipo di invidia scaturita dalla consapevolezza che lui, in quanto maschio, ebbe il privilegio di andare a scuola, di seguire lezioni di greco e di latino e incontrare compagni con cui dialogare  e scambiare le proprie impressioni, idee e opinioni.
    Un destino, quello di Thoby, per cui Virginia d’altra parte, nutre un profondo fascino, si lascia ammaliare dai racconti che egli le concede, tornato da scuola, contravvenendo alla regola vigente in casa Woolf: mai parlare delle lezioni seguite al collegio.
    Disobbedisce, instaurando una felice similitudine con Antigone, una legge non scritta, ma contro cui si scaglia, con forza, anche grazie all’alleanza fraterna.
    Per Virginia è facile specchiarsi nell’amore fraterno che lega Antigone a Polinice, perché grazie alla tragedia sofoclea rivive il rapporto con l’amato Thoby, il fratello con cui condivideva i segreti, strappati sulle scale della loro casa, relativi al mondo classico appreso durante le lezioni a lei precluse. Le sofferenze fisiche e morali inflitte ad Antigone dal re, sono le stesse inflitte a Virginia dal “re della sua casa”.
    Va in scena la triste danza di una cultura negata violentemente, una porta sigillata, che solo grazie alle confidenze di Thoby poteva essere aperta e lasciar entrare spiragli di luce.
    Facile di nuovo, stabilire un contatto con il destino di Antigone e Virginia, una murata viva dal re, l’altra costretta in casa da un mondo maschile che detiene, unico, le chiavi del potere e della cultura, una cultura negata tanto quanto desiderata da Virginia, che individuò una via di fuga, al contrario di Antigone, tant’è  che cominciò ad autoistruirsi, organizzò la propria autoformazione sui testi classici, prendendo lezioni di latino e di greco, che la penetrano fin sotto la pelle e a stabilire, dopo la precoce morte del fratello avvenuta in Grecia, un legame indissolubile con la sua patria culturale.
    Certo, una solida cultura accademica non le permise mai di distinguere facilmente un dattilo da un giambo, ma senza dubbi, quel “sapore di Omero” che aveva sulle labbra, le restò per tutta la vita, lo stesso che le permise di empatizzare con il contenuto dei testi, piuttosto che avere quel distacco scientifico che presuppone il rigore universitario.
    Non “sentire” il testo era insopportabile, inconcepibile quasi.
    L’antichità classica era ormai profondamente personale e la follia di Antigone, così la definisce Sofocle, si intreccia con la fragilità di Virginia.
    Un essere puro, la prima, che muore per essere stata insensata per l’amore estremo che la lega al fratello, lei che era troppo forte, troppo orgogliosa per non suicidarsi, si sottrae alle leggi del re, impiccandosi. L’altra, Virginia, che negli ultimi anni della sua vita sarà davvero satura del mondo che la circonda, si affiancherà alla prima sfidante dell’autorità famigliare che conosca, Antigone appunto e di cui fa proprie, nel saggio Le tre ghinee, queste parole “non compagna dell’odio, ma compagna dell’amore io nacqui” sfidando l’establishment maschile, famigliare, accademico e politico che faceva parte della sua formazione classica e grazie alla quale ebbe gli strumenti necessari per contrastarlo.
    Preferirà l’acqua, come Ophelia, per abbandonare la vita, per non essere connivente con le brutture del mondo, che contribuivano ad acuire le sue crisi, rese sempre più frequenti dallo scoppio della seconda guerra.
    Laura Brignoli invece, ci accompagna nella lettura di Fuochi, un’ opera giovanile di Marguerite Yourcenar, scritta nel 1935 durante un viaggio in Grecia, che si presenta come una raccolta di prose liriche, appunti e racconti tratti dal mito e dalla storia.
    Yourcenar rielabora nove vicende del mito classico, ma qui si indaga, attraverso la sola figura di Clitemnestra, il rapporto esistente tra la scrittrice belga e l’antichità classica, disvelando aspetti del mito che indirettamente svelano elementi biografici, sceglie di raccontarsi, di rivelare frammenti della sua anima attraverso storie mitiche che attualizza, senza mai banalizzare. È in realtà un’ operazione di continui corto-circuiti temporali e spaziali, che posizionano le sue narrazioni in una pura dimensione di acronia.
    Iniziamo dal titolo dell’opera: Fuochi. Perché?
    Chiara è l’allusione alla passione, ma sono anche i fuochi del Bosforo, quelli che Agamennone, nella tragedia eschilea, fece accendere per comunicare ad Argo la caduta di Troia e del suo ritorno in patria. La scrittrice accenderà, di volta in volta, le nove vicende mitiche per significare un’altra caduta nell’incendio della passione d’amore.
    La passione, secondo Yourcenar, in cui vive il desiderio di appagarsi e talvolta di tiranneggiare l’altro,  l’amore, in cui al contrario c’è abnegazione e dedizione di sé, convivono e sono evocate insieme attraverso il mito.
    Così  ad una Clitemenstra eschilea, il cui contrasto con Agamennone è il fulcro centrale della scena, si contrappone una Clitemnestra della modernità, madre di Oreste ed Elettra, su cui si concentrano le vendette dei figli, fino ad arrivare  al capitolo di Yourcenar, dove i ruoli della moglie, madre, regina e amante si intrecciano in unico personaggio che si fa apprezzare per i tratti contradditori e primitivi del mito.
    La Clitemenstra di Yourcenar si macchia dell’omicidio del marito perché il ritorno dell’eroe, o meglio, del suo eroe, la pone davanti alla realtà del tradimento. Agamennone infatti, torna in patria, nel palazzo regale, davanti a tutto il popolo, con Cassandra al fianco.
    Yourcenar ci presenta la donna accerchiata dai giudici che devono pronunciarsi sul gesto omicida, attinge ad una versione successiva del mito, visto che in quella tradizionale è Oreste ad uccidere la madre per vendicare l’uccisione del padre.
    Clitemnestra, la cui identità si spiega solo in relazione al suo uomo, si fa interamente carico delle sue responsabilità, minimizza addirittura l’uccisione della figlia, necessaria per la partenza delle navi, comandate dal marito, verso Troia.
    Una Clitemnestra che diventa espressione della labilità dei confini tra maschile e femminile, è una virago, che rivendica il suo diritto ad esistere in quanto sposa-serva.
    Un uso distorto del mito che si capisce solo se teniamo in considerazione la biografia della scrittrice francese, infatti è di quegli anni una passione per un letterato, André Fraingneau, il quale non poteva ricambiare per differenti preferenze sessuali.
    L’amore infelice crea angoscia, una perdita dei punti di riferimento che la conducono direttamente allo sbandamento e alla confusione della sua individualità.
    Il ricorso al mito dunque, fa emergere al contempo il non-detto della scrittrice e della donna, in un’esplosione che erompe come un fiume carsico, che inserisce la sua vicenda personale nella storia dell’umanità e spesso vi ritorna lasciando tracce dentro di sé, diluendo così il dolore personale. Yourcenar intende fissare nell’eternità solenne la propria dolorosa esperienza personale, che assume proporzioni insostenibili, rimane confusa tra l’intimo e l’universale e proprio negli interstizi delle due sfere riesce a trovare sé stessa.
    Infine il saggio di Silvia Giorcelli Bersani, che getta luce sulle influenze esercitate dalla tradizione classica sul pensiero di Hannah Arendt.
    Un punto di partenza imprescindibile per la studiosa che individuava in Socrate e in Cicerone non solo i modelli classici di rigore intellettuale e civile a cui far riferimento per comprendere il pensiero politico e la cultura occidentale, ma anche nelle città di Troia, Atene e Roma le matrici da cui deriva tutto il patrimonio originario dell’esperienza politica.
    È nella polis greca che prende forma il concetto di “politico” e di “pubblico” e l’età imperiale rappresenta un perfetto connubio tra diritto, filosofia, letteratura e politica che mai si sia realizzato, grazie ai continui rimandi e citazioni classiche, le opere di Arendt rimangono il tentativo più lucido di analizzare storicamente le catastrofi del Novecento.
    Il quadro culturale precedente è in sostanza quello di una Germania assuefatta dal mondo classico, spesso letto anche in chiave nostalgica, in cui prendono vita opere sull’antichità ancora oggi capitali, da cui non si può prescindere se si intraprende uno studio universitario della tradizione filologica, letteraria  e storico-geografica sul mondo antico.
    Ma in che misura Hanna Arendt ha assorbito queste suggestioni otto-novecentesche?
    La metafora “se si sale o scende dalle scale si è sempre trattenuti dalla balaustra e quindi non si può cadere. Ma noi abbiamo perso la balaustra” è utilizza da Arendt per spiegare lo smarrimento di noi moderni di fronte alla frattura venutasi a creare  nelle esperienze laceranti del secolo scorso, che hanno fatto perdere le certezze derivate da un solido confronto con l’antichità.
    Compare  inoltre, come sottotitolo di questo ultimo saggio e sta ad indicare non una perdita definitiva dell’antico, ma una lontananza che permette di riattivare un rapporto genuino con il passato, spogliato da ogni peso di autorità e vissuto come ricettacolo dei valori più autentici che possiedono un valore assoluto.
    Grande merito di Arendt fu inoltre quello di svincolarsi dalla storiografia tradizionale che venerava il mondo greco a discapito di quello della Romanitas, in cui riesce a scorgere non solo una degenerazione della civiltà greca classica ed ellenistica, ma anche e soprattutto una civiltà capace di fondare sull’auctoritas, -l’autorevolezza- dunque un passato edificante e prestigioso, il proprio potere e di creare un sistema politico e un progetto comune forte, duraturo e in cui tutti potevano riconoscersi fino ad arrivare ad ammettere il debito del cristianesimo nei confronti della romanitas.
    La riflessione sulla frattura tra filosofia e azione politica è centrale nel pensiero arendtiano ed è per questo che fa riferimento al passato greco e latino dove il linguaggio, il pensiero e la pratica hanno avuto origine ed è anche per questo motivo che individua in Cicerone un intellettuale impegnato ed esposto che si contrappone, rischiando, alle più feroci degenerazioni del potere.
    Un’ammirazione dell’antico, intrisa della concezione che i romani stessi avevano del loro passato remoto e più prossimo, che non deriva certamente da un atteggiamento reazionario e conservatore, bensì da una tensione verso il futuro. Per i Romani infatti, come anche per Arendt, lo studio del passato non aveva nulla di malinconico, ma era immaginato come unico strumento attraverso cui elaborare un percorso verso il futuro.
    È indubbia quindi, la permanenza dei valori e del pensiero classico nella modernità e le tre pensatrici, Hannah Arendt, Virginia Woolf e Marguerite Yourcenar, approcciandosi con estrema umiltà a quel mondo lontano, confermano e ribadiscono con forza.
    Una forza tutta la femminile.
    Recensione di Ilaria Coccia