Author: claudia-bruno

  • III Incontro – La biologia – Relazione di Claudia Bruno

    Leggendo queste pagine si nota subito il tentativo minuzioso, un’attitudine quasi tecnica nella descrizione, di osservare la materia del vivente come attraverso la lente di un microscopio, preoccupandosi di analizzare anche ciò che a occhio nudo non si vedrebbe, per verificare se effettivamente la differenza sessuale risieda nella biologia.

    La risposta che emerge è complessa e tiene conto di un’analisi rivolta all’intero universo dei viventi (E qui mi sembra che lo sguardo di De Beauvoir non sia ancora del tutto incarnato. O meglio si percepisce il suo essere una donna, e quel che scrive lo scrive in quanto corpo di donna, ma nell’analisi che fa, indossa ancora i panni dello Scienziato che guarda i corpi dall’esterno, sulle sue valutazioni pesa lo sguardo arbitrariamente ‘neutro’ dell’obiettività tecno-scientifica, e i suoi giudizi. Barbara Duden, che si definisce una storica dei corpi delle donne, ha scritto molto sullo sguardo esterno e maschile nelle immagini di anatomia, di questo vuoto nelle immagini e del di più nei corpi).

    Gli organismi maschili e femminili hanno origine dallo stesso tipo di cellule e sono speculari e simili, dice De Beauvoir. Le differenze stanno nell’evoluzione somatica, quindi nella formazione dei corpi. Ma i corpi maschili e femminili, per De Beauvoir, rimangono comunque degli organismi similari, che includono gli stessi elementi, solo sviluppati in maniera diversa, includendo la possibilità di elementi sessuali differenti presenti nello stesso individuo (intersessualità), e individuando nei mammiferi tracce di bipotenzialità sessuale (utero maschile e ghiandole mammarie nel maschio, clitoride nella femmina).

    Per quanto riguarda la specie umana, la conclusione di De Beauvoir sarà che le differenze dipendono soprattutto da condizioni sociali ed economiche. La differenza sessuale tra maschi e femmine, uomini e donne, dunque, non trova le sue radici soltanto nella biologia è condizionata da una “seconda natura”, (“una società non è una specie”, “gli individui non sono mai abbandonati alla loro natura ma obbediscono a quella seconda natura che è l’abitudine”).

    C’è comunque un elemento che De Beauvoir rintraccia come costante negli organismi viventi e come determinante della differenza sessuale, ed è il concetto di “destino”, non a caso la parte all’interno della quale è incluso questo capitolo si chiama proprio così. Vale a dire quello che De Beauvoir definisce “l’essere schiava della femmina rispetto alla specie” e quindi alle esigenze riproduttive e conservative del collettivo a discapito dei desideri individuali di produzione e creatività (“nei mammiferi la scissione dei due movimenti vitali si realizza in modo definitivo nella differenza tra i sessi”, p. 48).

    Formiche, api, ragni, farfalle, gli esempi sono tanti, ma la donna – sostiene De Beauvoir – è più schiava delle altre femmine animali rispetto alle esigenze proprie della specie. Il conflitto specie-individuo si realizza così nel corpo della femmina umana, che dalla pubertà alla menopausa – proprio durante quello che viene comunemente riconosciuto come il suo “periodo fertile” e dunque identificato con il suo “essere donna” – vive un processo di continua alienazione da sé.

    Il corpo come elemento di alienazione nella donna è caratterizzante rispetto all’analisi che De Beauvoir fa della differenza sessuale. “La donna come l’uomo è il suo corpo, ma il suo corpo è altro da lei”, dice.

    Sulla concezione del corpo della donna come “altro da sé” ed elemento di alienazione, è impossibile non pensare al lavoro che ha fatto Rosi Braidotti sul “femminile materno mostruoso”, dove il corpo femminile diventa “teatro privilegiato di eventi terrificanti”, o comunque inaspettati perché non aderenti a quanto viene riconosciuto come norma all’interno della cultura di stampo patriarcale. Questo essere a-normali delle donne scatena fantasie ricorrenti di minacce identitarie, dove il corpo femminile è associato spesso alla figura dell’isterica, ingestibile, divoratrice, tanto che anche il rapporto sessuale diventa la riproduzione di un rituale di castrazione (si pensi alle fantasie sulla vagina dentata, o anche – cito De Beaovoir – all’immagine dell’ovulo che sta in agguato e mutila lo spermatozoo).

    C’è da tener conto del fatto che il corpo di una donna cambia forma in modo molto evidente nel corso della propria esistenza, sia ciclicamente che spostandosi in avanti nel tempo, come in una sorta di movimento a spirale. Mai uguale a se stesso, segnato dallo scorrere del sangue, ritorna diverso, in ogni giorno del mese e in ogni mese dell’anno. Questo implica il fatto che lo stesso riconoscimento di sé non è mai scontato. Una donna ha di solito ben presente la sensazione di sentirsi aliena a se stessa e di vivere una esistenza “di confine”.

    A questo proposito, oltre al dibattito queer molto in voga oggi, penso agli studi cyborg degli anni Novanta (in particolare a Donna Haraway) che hanno messo in connessione donne e alieni e donne e macchine esplorando la permeabilità dei confini e il concetto di contaminazione.

    Queste ricerche, insieme al filone cosiddetto ecofemminista sviluppatosi intorno alle correlazioni tra femminile e natura e femminile e sacro, ci parlano di un corpo spesso associato al non umano (inteso come naturale, macchinico o divino). In questo senso la donna, come direbbe Irigaray – anche se Irigaray si riferisce soltanto alle dimensioni umana e divina, e di sicuro non a quella macchinica o aliena – diventa “altro dal medesimo” (tanto più se intendiamo il medesimo come maschio, umano, bianco).

    Sul nesso donne-natura c’è da dire che, inteso come equivalenza, è stato per lungo tempo alla base di dinamiche di prevaricazione, dominio e colonizzazione dell’immaginario da parte del pensiero patriarcale. Dunque è fondamentale tener conto oggi del fatto che anche quando viene individuata la necessità di ritornare alla natura per trovare un radicamento, per una donna non può essere un ritorno ingenuo, ma dovrà inevitabilmente essere un ritorno ‘con altri occhi’. Seguendo Haraway, per necessità storica si impone quindi l’abbandono sia di una visione femminilizzata della natura sia di una visione naturalizzata ed essenzialista della donna.

    Quello che fa il concetto di “donna” è una complessa rete di connessioni biologiche e culturali, e storiche, ognuna di queste dimensioni significherebbe avere una visione distorta di ciò che siamo. Natura e cultura fanno tutt’uno (Haraway direbbe “naturcultura”) e in questo senso un corpo non è mai solo manufatto né soltanto destino, ma qualcosa che oscilla continuamente tra natura e cultura, che ci plasma ed è plasmato dal nostro modo di essere al mondo. Donna si diventa e donna si nasce, insomma, separare queste due dimensioni suonerebbe comunque riduttivo.

    Tornando al “destino”. Dopo De Beauvoir il femminismo ci ha insegnato che un pensiero che parte dall’esperienza incarnata ha maggior peso e consistenza, ma ci ha anche raccontato che l’anatomia non per forza dev’essere un percorso obbligato. Se la consapevolezza di questa libertà assume le forme di un’emancipazione dal corpo stesso, però, il rischio può essere quello di lasciarsi assorbire dal disincarnato della storia.

    Lavorando sul concetto di medicalizzazione a partire anche dal confronto con altre sull’esperienza mestruale, ho avuto modo di riflettere sulla cultura della corporeità in cui siamo immersi. Il modo in cui le donne vivono l’esperienza mestruale mi è sembrato allora un canale importante attraverso cui intercettare da una parte le contraddizioni del nostro tempo, dall’altra le fattezze di una cultura medica che ha sommerso altri modi di sapere e percepire il corpo bollandoli come privi di autorevolezza, e allo stesso tempo – facendo a pezzi il corpo e trasformandolo in macchinario complesso – ha precluso qualsiasi possibilità di abitarlo.

    “La donna è conformata più secondo i bisogni dell’ovulo che i propri. Dalla pubertà alla menopausa essa è sede di una storia che si svolge in lei e che non la riguarda personalmente” scrive De Beauvoir (p.53), ed è così che dai racconti spesso l’esperienza mestruale emerge, come un avvenimento che non ci riguarda mentre accade.

    Il sangue, fluido caldo e denso che scorre nelle viscere e si muove di un moto proprio, sfugge alla volontà causando ansia, disgusto, paura di contaminazione del mondo esterno. Al confine tra l’abietto e il meraviglioso, il sangue mestruale permea i confini tra dentro e fuori, sacro e profano, normale e a-normale, rientrando appieno nelle teratologie femminili di cui parla Braidotti (“la donna, come segno di differenza, è mostruosa”). Oltre al terrore della macchiatura – la macchia sporca, ma rende anche visibile qualcosa che si voleva tenere nascosto e taciuto – per molte donne oggi il sangue mestruale che fuoriesce dal corpo è avvertito come un fastidio, questo movimento dal dentro al fuori è subìto come un disagio che sfocia nella paura di perdere il controllo.

    Sembra esattamente il contrario di quanto racconta Barbara Duden a proposito delle donne del 1700. Queste erano letteralmente terrorizzate da ristagni interni e “indurimenti” – come può essere l’assenza di mestruazioni o la riduzione del flusso mestruale – perché percepivano se stesse come “pura mescolanza di mucosità sanguinanti”. Un indurimento di questi fluidi significava pericolosi ristagni, avvicinamento della morte a cospetto di un fluire che indicava la vita. Oggi, dice Duden pensando “al flusso nel corpo e al corpo come flusso”, ci siamo “seccate” non siamo più corpi che “trasudano sangue”, “i flussi somatici, ancora contemplati dal vocabolario, in noi si sono essiccati” (Duden, 2006, p. 27).

    Anche l’immaginario che ruota attorno alle ‘pillole’, anticoncezionali o analgesiche, è molto interessante per capire che tipo di cultura della corporeità caratterizza il nostro tempo. La pillola è piccola, veloce, indolore, contribuisce all’occultamento dell’esperienza mestruale riducendone l’intensità e la percezione non solo in termini di fluidi – nel caso della pillola anticoncezionale è l’intero processo dell’ovulazione a non avere luogo – ma anche in termini di umori e stati d’animo. Che si parli di sesso o di performance lavorative: la pillola autorizza un altro a pretendere il tuo essere sempre a disposizione. In un certo senso, è un’altra versione dell’addomesticamento: un piccolo marchingegno sociale per tenere a bada la parte più imprevedibile e selvaggia, la parte ‘fertile’ intesa in senso ampio, una dimensione che continua a spaventare e infastidire. “Con la pillola [la donna] interiorizza un comando chimico”, scrive Duden. Da questa prospettiva la pillola è uno strumento di controllo eterodiretto sui corpi, prima ancora che di auto-controllo.

    Per quanto riguarda l’ingresso e l’esodo da quello che viene definito il “periodo fertile” di una donna, e che coincide con il fluire del sangue mestruale – e con il concomitante occultamento culturale di questa esperienza –, sono entrambe fasi concepite nell’immaginario collettivo come l’inizio e la fine dell’essere “una donna”. Invece ho trovato interessante che De Beauvoir parli della menopausa come un tornare a se stesse, definendo quell’età come un terzo sesso “esse non sono né maschi, né femmine, e spesso questa autonomia fisiologica si manifesta con una salute un equilibrio un vigore che prima non possedevano” (p.55). Leggendo di medicina tradizionale cinese, ho trovato una corrispondenza, ho scoperto che la fine delle mestruazioni – che noi chiamiamo “menopausa” – viene chiamata “seconda primavera” e che questa fase di vita non è intesa nell’ottica di una perdita a cui sopravvivere, ma in quella di una conservazione di energia vitale ponderata da un corpo saggio a cui affidarsi.

    Per chiudere: che ne è stato della trasmissione dei saperi sui corpi tra donne dopo il movimento per la salute delle femministe negli anni Settanta? Io, altre, nate negli anni Ottanta, ce lo siamo chieste. Dal tempo in cui le donne individuavano una gravidanza in base alla percezione di un “movimento sotto al cuore” a quello dei test e delle ecografie ad ultrasuoni, sono successe un sacco di cose. Ma dopo l’espropriazione dei saperi sul corpo da parte dell’apparato medico-scientifico, c’è stato anche un forte e potente lavoro politico praticato dalle donne per la salute. Un lavoro che è stato molto proficuo anche in Italia negli anni ‘70, come racconta bene Luciana Percovich, e che è stato complesso e variegato. Dai gruppi di self help ricalcati sul modello americano, ai consultori autogestiti, agli incontri di autocoscienza.

    Quello per la salute delle donne è stato un vero e proprio movimento che ha lavorato sodo per scardinare i capisaldi dell’immaginario promosso dal discorso medico-scientifico patriarcale sui corpi. Dopo però, si è interrotto qualcosa. Il discorso delle donne impegnate sui temi della salute si è spostato dai corpi alla scienza, dalla pratica in presenza all’accademia, con la critica della neutralità e dell’oggettività scientifica e la scoperta della parzialità come valore irrinunciabile, l’esperienza dei corpi in relazione tra donne ha subìto una battuta d’arresto, il discorso sulla sessualità è andato sotto-traccia, i consultori istituiti per legge come “familiari” (etichetta che già ne snaturava l’esigenza per cui erano nati) da luoghi di partecipazione e trasmissione di saperi tra donne sono diventati parte integrante dell’istituzione medica e della sua cultura gerarchica e neutra, per di più marginalizzati all’interno di questa come luoghi a cui ricorrere solo in casi di “emergenza”.

    L’andamento carsico della parola femminista sulla sessualità, sulla salute, sui corpi è andato  insieme all’intermittenza nella trasmissione, e oggi in più contesti si è fatta evidente l’urgenza di riprendere parola su queste istanze di autodeterminazione a cominciare dalla materialità delle esperienze, rimettendo quindi al centro i corpi nella loro interezza, la possibilità di saperli abitare e non di subirli come un fardello. Da questa esigenza è nato anche il lavoro che sta facendo Livia Geloso con altre sue coetanee e donne nate dopo.

    C’è, da parte delle donne più grandi, tanta voglia di raccontare quello che è stato fatto ed è andato perso di bocca in bocca senza lasciare troppe impronte sulla carta, e da parte delle più giovani tanta voglia di chiedere sulle pratiche, desiderio di raccogliere memoria ma anche voglia di capire oggi quali pratiche e perché il corpo resta un continente sommerso da altre urgenze come il lavoro, la precarietà esistenziale, le condizioni materiali di queste esistenze troppo spesso incorporee.

    Dopo mesi in cui parlavamo solo di lavoro, sentire il corpo nel nostro quotidiano è stata la pratica che con le altre del mio collettivo (‘Diversamente Occupate’) ci ha portate ad interrogarci sulla sessualità come un qualcosa di non sconnesso dalle urgenze “di superficie”. Affinando questo sentire siamo state capaci di porre delle condizioni prima ancora di pretendere dei diritti, rispetto al nostro modo di stare nel mercato del lavoro attuale.

    E il self-help? Io ne ho sentito parlare sui libri, ma è stato incontrando Livia e le altre che ne ho potuto ascoltare testimonianza diretta e mi è apparso subito chiaro che il meccanismo della delega all’autorità medica non è ancora stato rotto all’interno della nostra cultura della corporeità.C’è da riconoscere, proprio in un momento che ci viene raccontato come l’apice della nostra evoluzione di società, che l’autosservazione dal vivo come smascheramento e rottura della delega ha funzionato come pratica molto potente, e in pochi anni è passata sotto silenzio. “L’utero può assumere la forma di una lineetta, di un cerchietto, di un puntino”, “osservato al microscopio il muco dell’ovulazione cristallizza a felce, come la neve”, “i colori e le consistenze che cambiano”, raccontano le donne del self-help romano. Sguardi totalmente incarnati. Tutto questo mi dice che mi sono persa qualcosa, qualcosa che mi riguarda eccome. Che quello che è qui in me, già adesso, l’ho dimenticato per troppo tempo. Ora si tratta di riprendere il filo, accogliendo la sfida di sostenere la complessità del presente e le sue apparenti incongruenze.

  • Audio III incontro – La biologia

    Leggendo queste pagine si nota subito il tentativo minuzioso, un’attitudine quasi tecnica nella descrizione, di osservare la materia del vivente come attraverso la lente di un microscopio, preoccupandosi di analizzare anche ciò che a occhio nudo non si vedrebbe, per verificare se effettivamente la differenza sessuale risieda nella biologia…

    Relazioni di Claudia Bruno e di Livia Geloso (ascolta l’audio)

     

  • “Pillole del giorno prima”, un intervento dal blog di Diversamente Occupate

    Sabato 17 novembre siamo state a un incontro dedicato da Archivia (Casa Internazionale delle Donne di Roma) a salute delle donne, sessualità e contraccezione. In tempi come questi se ne parla poco, perché siamo sempre convinte che tutto è già stato detto e fatto, che abbiamo altre urgenze – il lavoro, il reddito, l’emergenza abitativa – urgenze reali ma troppo spesso percepite come se fossero sconnesse dai corpi -, e poi diamo per assodato il nostro modello di ‘sviluppo’ e quindi il fatto che non ci resta che esportare il nostro concetto di libertà sessuale nelle altre parti del mondo o fare educazione sessuale nelle scuole. In realtà della sessualità non se ne sa mai abbastanza, i consultori delle donne sono oggi diventati consultori familiari medicalizzati a cui rivolgersi ‘per emergenza’, a livello sociale e psicologico agiscono ancora innumerevoli stereotipi e condizionamenti normativi nel vivere la sessualità, e soprattutto abbiamo perso il filo della trasmissione dei saperi sui corpi, un filo che c’è assolutamente bisogno di riprendere, a maggior ragione in tempi come questi in cui la corporeità è una dimensione critica.

    Questo breve post, per far circolare alcune informazioni secondo noi fondamentali per una libera scelta alla contraccezione.

    Esistono diversi strumenti di contraccezione. Tra questi: il diaframma è sparito dal mercato italiano da circa 20 anni, probabilmente per la sua natura non ‘usa e getta’ poco funzionale alle logiche commerciali. negli anni settanta alcuni gruppi di donne usavano l’osservazione settimanale del ciclo mestruale come anticoncezionale. Oggi ci comportiamo come se esistessero soltanto due contraccettivi: il preservativo maschile e la pillola anticoncezionale.

    La maggior parte dei ginecologi e delle ginecologhe al momento della visita non informano sulle possibilità e non lasciano assolutamente che sia l’utente a scegliere il mezzo più adatto per sé (ormonale, di barriera, spirale). Si limitano a chiedere se la donna che hanno difronte ha rapporti sessuali stabili e a risposta positiva prescrivono la pillola anticoncezionale  presentandola come l’unica via per una contraccezione sicura. Se la donna in questione risponde che non vuole prendere la pillola ma usare altri mezzi, ad esempio di barriera, come il profilattico, la risposta è sempre simile: ma sei matta? Di cosa hai paura? Siamo nel 2012! E da lì parte lo spiegone sulle nuove leggerissime pillole anticoncezionali che non hanno effetti collaterali, anzi fanno quasi bene (infatti ormai te le danno anche per curarti da squilibri ormonali, acne, dolori mestruali, ecc.).

    Ciò che non viene detto è che la pillola anticoncezionale oltre a non proteggere da malattie sessualmente trasmissibili, si porta dietro tutta una serie di implicazioni che vanno a gravare sul corpo di una donna, e per quanto ammiccante il suo nome possa essere e per quanto ‘leggero’ il suo dosaggio, si tratta comunque di un farmaco che andremo ad assumere ogni giorno del mese e che andrà ad affievolire la percezione che abbiamo del nostro corpo e del nostro ciclo mestruale. inoltre, non va dimenticato che le pillole anticoncezionali costano parecchio e sono prodotte dai grandi colossi farmaceutici che hanno tutto l’interesse a spingerle sul mercato come la panacea di tutti i mali.

    Quello che andrebbe aggiunto poi all’interno di una visita mirata veramente a una scelta libera su salute e sessualità, è che esiste anche il preservativo femminile. Un mezzo che può essere inserito ore prima e che può non piacere ma che in alcune situazioni, come i rapporti occasionali eterosessuali, offre a una donna la possibilità di non essere ricattata dal suo partner che magari il preservativo non ce l’ha o non vuole usarlo. Aidos in questi giorni sta dedicando una campagna al condom femminile.

    Ma la mancanza più grave nel contesto della visita, e in un paese dove la pillola del giorno dopo non è farmaco da banco e l’obiezione di coscienza è dilagante, è che chi si ostina a non voler prendere la pillola anticoncezionale viene liquidata con un “auguri” e una pacca sulla spalla. a nessuno – a nessuna – viene in mente (come sabato ha raccontato di fare invece una ginecologa di un consultorio di Roma) diprescrivere da subito una ricetta per la pillola del giorno dopo. Un modo talmente logico di aggirare il sistema, che non ci pensi neanche tu dall’altra parte. una pratica di resilienza, se vogliamo. Tenere una pillola del giorno dopo nel cassetto per aggirare l’obiezione di coscienza. che i profilattici, è risaputo, si rompono il sabato sera, la domenica, a natale e a ferragosto. E guarda caso in quei giorni là non c’è mai nessuno che la ricetta te la può fare.

    Dal blog Diversamente Occupate, novembre 2012

  • Verso un’altra cultura dei corpi. Contributo al XV Congresso Udi, ottobre 2011

    Contributo al XV Congresso Udi, ottobre 2011

    Angela Lamboglia, Claudia Bruno

    Una premessa

    Muovendoci sul terreno della sessualità e della salute delle donne, ci piacerebbe riuscire a tenere insieme due dimensioni: una è quella dei diritti e dell’autodeterminazione, quindi ciò che riguarda l’informazione sulla contraccezione, l’accesso all’aborto, farmacologico o chirurgico, ma non solo; l’altra è quella della costruzione dell’immaginario, della conoscenza del proprio corpo e della libertà

    del desiderio.
    I due piani non possono essere scollegati. Ci siamo rese conto, lavorando sulla sessualità per gli ultimi due numeri di DWF usciti quest’anno, Questo sesso che non è il sesso 1 e 2, che le conquiste sul piano dei diritti si svuotano di reale libertà se slegate dai percorsi politici che le hanno rese possibili e se non sono rivitalizzate da un lavoro politico nel presente.
    Laura e Ileana stanno già lavorando sul primo fronte, noi ci limitiamo a mettere in comune i dati dell’ultima relazione sullo stato di attuazione della legge 194/1978 elaborata dal Ministero della Salute, da cui ricaviamo alcune indicazioni rispetto alle questioni su cui è più urgente lavorare.
    I dati provvisori relativi al 2010 segnalano una costante diminuzione delle interruzioni di gravidanza, con un decremento del 2.7% rispetto al 2009 e un decremento del 50.9% rispetto al 1982. Si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa occidentale, mentre è andato crescendo il contributo all’IVG da parte delle donne con cittadinanza estera.

    Questo è un primo punto. Di quali strumenti e di quali conoscenze dispongono le donne immigrate a quali servizi si rivolgono, quali ostacoli incontrano?

    Quante strutture favoriscono l’accesso delle donne migranti, anche quando non in possesso di regolare permesso di soggiorno?

    Quanto siano decisive la sensibilità e la formazione delle operatrici si intuisce bene dal lavoro di Doriana e Lucrezia ed è emerso anche nel primo numero di DWF in relazione all’evoluzione dei consultori.

    A questo proposito, la relazione del ministero ci dice che il ricorso alConsultorio Familiare per la documentazione/certificazione, specialmente al Sud e nelle Isole, risulta sempre basso, anche se in aumento, in gran parte per il maggior ricorso ad esso da parte delle donne straniere.

    E’ un dato che corrisponde a quanto sperimentiamo nelle nostre vite – molte di noi non si rivolgono al consultorio, ma a ginecologhe private – e al racconto delle stesse operatrici che nell’intervento su DWF lamentano la riduzione di queste strutture da percorsi di presa di coscienza a meri servizi e delle donne coinvolte in, rispettivamente, mere esecutrici e mere fruitrici di quei servizi.

    Gerarchie, burocratizzazione, carenza di risorse spiegano in parte questo deperimento della funzione originaria dei consultori. La loro debolezza, però, ha anche a che fare con un processo più ampio di atomizzazione e isolamento per cui i consultori non sono integrati nel tessuto territoriale e sociale e finiscono per essere per le donne luoghi cui ricorrere solo in casi di emergenza. Questo ha un’importanza decisiva rispetto alla questione di come tradurre le esperienze di ciascuna da faccende private in vicende socializzabili con le altre e di come riportare la concretezza dei corpi al centro dei nostri discorsi e delle pratiche sulla e della sessualità.
    Da ultimo, tornando, e concludendo così questa premessa, sui dati del ministero, nel 2009 si registra una stabilizzazione generale dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni. Siamo comunque a livello nazionale, per i ginecologi, a oltre il 70.7%; per gli anestesisti al 51.7%. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, fino al 44.4% nel 2009. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi si osservano principalmente al Sud.

    E questo è il terzo punto. Come esigere che l’obiezione di coscienza non ostacoli il rispetto della legge e come vincolare le strutture a garantire le prestazioni?

    L’esperienza con DWF: Questo sesso che non è il sesso 1 e 2

    Al centro dei due numeri sulla sessualità che abbiamo curato abbiamo posto soprattutto gli aspetti relativi alla costruzione dell’immaginario, conoscenza del proprio corpo e trasmissione dei saperi sul corpo, medicalizzazione e libertà del desiderio.

    Ci siamo rese conto di come convivano dinamiche contraddittorie. Da una parte c’è una sensazione di libertà diffusa, accesso relativamente semplice alla contraccezione, rapporti di dialogo con i/le partner; dall’altra donne più o meno giovani rivelano di avere una conoscenza superficiale del proprio corpo, di non avere occasioni di confronto con altre sulle proprie esperienze, tra coetanee ma anche con donne di generazioni precedenti e in famiglia.

    Noi stesse siamo arrivate ad interrogarci sulla sessualità consapevoli del fatto che si tratta di una dimensione che va sotto silenzio nelle nostre vite, nonostante la pratica politica tra donne.

    L’impressione è che ci sia una parola femminile sulla sessualità andata sotto traccia, forse abbandonata troppo presto dal femminismo, un po’ per l’attenzione crescente verso la politica del simbolico, un po’ per uno schiacciamento sui temi di cui sopra, quelli connessi alla salute, alla medicalizzazione, alla maternità e all’aborto.

    Eppure, ci sembra, senza un confronto vivo che passi per conoscenze, esperienze, saperi del corpo, non è solo la possibilità di riconoscere la reale libertà del nostro desiderio che viene a mancare, ma anche la possibilità di un confronto attivo con le tematiche della salute.

    Il nostro desiderio: da corpi medicalizzati a corpi abitati

    La cultura diffusa sui corpi è una cultura altamente tecnicistica e meccanicistica che tende a separare e dividere – corpo e mente, parti del corpo da altre parti del corpo, paziente da medico, dolore da piacere, prevenzione da cura, casa da ospedale, vita da morte, benessere da malattia, saperi autorevoli da tradizioni popolari – e soprattutto che non tiene conto della dimensione sessuata dei corpi.

    Dall’esperienza di quali corpi viene questa cultura? Ci chiediamo.

    Tra noi, Claudia ha lavorato sul concetto di medicalizzazione a partire anche dal confronto con altre sull’esperienza mestruale, rintracciando sotto pratiche date per scontate – in primis il ricorso alla pillola per la regolarizzazione e per sopportare i dolori del ciclo mestruale – il rapporto che ciascuna intrattiene con il proprio corpo, le esperienze di straniamento dal corpo che alcune hanno sperimentato con l’uso prolungato della pillola, i rischi di delega – al farmaco, come ai medici – e di adeguamento ad un modello di disponibilità permanente, al sesso maschile, ma anche al sistema della produttività a tutti i costi.

    Che ne è stato della portata del movimento della salute delle donne? Ci chiediamo poi.

    Dal tempo in cui le donne individuavano una gravidanza in base alla percezione di un “movimento sotto al cuore” a quello dei test e delle ecografie ad ultrasuoni, sono successe un sacco di cose. Ma dopo l’espropriazione dei saperi sul corpo da parte dell’apparato medico-scientifico, c’è stato anche un forte e potente lavoro politico praticato dalle donne per la salute delle donne. Un lavoro che è stato molto proficuo anche in Italia negli anni ‘70, come racconta bene Luciana Percovich, e che è stato complesso e variegato. Dai gruppi di self helpricalcati sul modello americano, ai consultori autogestiti, agli incontri di autocoscienza.

    Quello per la salute delle donne è stato un vero e proprio movimento che ha lavorato sodo per scardinare i capisaldi dell’immaginario promosso dal discorso medico-scientifico patriarcale sui corpi. Dopo però, si è interrotto qualcosa. Il discorso delle donne impegnate sui temi della salute si è spostato dai corpi alla scienza, dalla pratica in presenza all’accademia, con la critica della neutralità e dell’oggettività scientifica e la scoperta della parzialità come valore irrinunciabile, l’esperienza dei corpi in relazione tra donne ha subìto una battuta d’arresto.

    Come ci hanno raccontato in DWF anche le attiviste dell’Assemblea delle Donne Roma Nord, da luoghi di partecipazione e trasmissione di un sapere sui corpi delle donne, i consultori sono diventati parte integrante dell’istituzione medica e della sua cultura gerarchica e neutra, per di più marginalizzati all’interno di questa come luoghi a cui ricorrere solo in casi di “emergenza”. Ci chiediamo in che modo questo sia potuto accadere.

    Più in generale ci sembra che la parola femminista sulla sessualità abbia avuto un andamento carsico.

    L’intermittenza nella trasmissione, affidata a rapporti di prossimità troppo spesso frutto di incontri fortuiti, si traducono in difficoltà di ricavare una consapevolezza piena di quanto le donne hanno compreso e condiviso sulla sessualità, da cui discendono esperienze solitarie – di confronto col corpo, con i suoi fluidi, con la sua fertilità, con la masturbazione, con le aspettative sociali e i modelli normativi – e strade di ritrovamento di sé che non comunicano con quelle delle altre.

    L’urgenza per noi è quindi prima di tutto riprendere parola sulla sessualità, a cominciare dalla materialità delle nostre esperienze, rimettere al centro non solo contraccezione, maternità, aborto, ma i nostri corpi nella loro interezza, la possibilità di saperli abitare e non di subirli come un fardello, restituendo alla sessualità da una parte il senso di “dimensione erotica ed erotizzante” che va oltre il rapporto sessuale perché ci inserisce nello scenario delle relazioni e del nostro stare al mondo; dall’altra lo spazio per la “cura di sé” come nuova e più estesa istanza di autodeterminazione.

    Come si fa allora a tenere fede a quell’impegno di stare a delle pratiche che riaprano la discussione sull’esperienza concreta lasciando anche spazio a nuovi scenari possibili, non più appiattiti su discorsi e modelli normativi, ma ancorati al reale, e insieme a lavorare sul piano dei diritti?

    Proposta: estendere il concetto di autodeterminazione a un’altra cultura dei corpi

    La proposta è di lavorare sulla riappropriazione dei saperi e delle pratiche sui corpi a più livelli, con l’obiettivo di promuovere una cultura dei corpi che non separa ma ‘tiene in relazione’ (le parti del corpo, il piacere e il dolore, la mente e il corpo, la prevenzione e la cura di sé, l’esperienza di una da quella di un’altra, ecc.) consentendo quindi ad ogni donna, e mai da sola, di vivere il proprio corpo come soggetto attivo e non come destino da subire.

    Il primo passo necessario ci sembra quello di ricostruire – attraverso quello che è stato detto, pensato ed esperito dalle donne – una critica al sistema sanitario e medico e alla cultura dei corpi che diffonde e autorizza, a tutti i suoi livelli (visita ginecologica, prevenzione, mestruazioni, contraccezione, aborto, comunicazione dei rischi, gravidanza, parto, cesarei, allattamento artificiale, menopausa).

    C’è un’immagine che forse più di altre incarna il passaggio, nell’immaginario collettivo, alla cultura medicalizzata dei corpi, ed è il ritratto di una donna distesa sul lettino che con la testa girata e protesa verso il monitor apprende l’interno del suo utero dall’esterno. Sdraiata, in posizione passiva, la protagonista dell’immagine in questione mette a tacere, e diventa sorda rispetto a, il suo sapere il corpo. L’unica autorità riconosciuta, e quindi esistente, è quella che fa capo a un sapere situato fuori di sé e mediato dalla tecnica. Da questa immagine di delega vogliamo ripartire per rompere e sovvertire l’ordine delle cose.

    L’esigenza successiva è proprio quella di individuare operatrici e reti di donne interessate a muoversi verso la generazione comune di una cultura dei corpi capace di andare oltre la ipermedicalizzazione e verso una valorizzazione della partecipazione, della ‘relazione’ e dello scambio di pratiche a tutti i livelli per l’elaborazione collettiva di una soggettività incarnata.

    Prendiamo ad esempio l’esperienza mestruale: sono in corso già diversi tentativi di aggirare il modello dominante del tampone ‘usa e getta’ affiancato a pillole che riducono la percezione di ciò che durante il ciclo mestruale accade dentro di noi. È possibile che ogni donna che voglia viversi l’esperienza mestruale in maniera diversa si ritrovi isolata?

    Il fatto che il mercato stia trovando modi per rispondere all’esigenza di cambiamento, come è nel caso della mooncup – la coppetta mestruale che raccoglie e non assorbe, basata sul riuso anziché sulla produzione di rifiuti – non risolve l’assenza di scambio di pratiche.

    Se qualcosa non succede per connettere le esperienze, ogni donna proverà a cambiare il corso della storia del suo corpo in solitudine, chiusa in un bagno privato con un manuale delle istruzioni in mano, senza la possibilità di confrontarsi con altre.

    Ci chiediamo: è possibile, per fare questo, ripassare dai consultori?

     

    Un luogo da cui partire: la sala parto

    Nel nostro percorso di ricerca, abbiamo incontrato un’ostetrica, Gabriella Pacini dell’Associazione onlus romana Vita di Donna, con la quale abbiamo avuto modo di confrontarci e discutere in merito a vari aspetti della sessualità. Uno tra questi ci è sembrato più significativo nell’evidenziare il conflitto tra culture dei corpi: il parto.

    Partorire oggi, per la maggior parte delle donne in Italia significa affidarsi e delegare in modo totalizzante l’esperienza del dare la vita all’istituzione medica, con tutte le storture che questo processo di delega comporta. Il modello medicalizzato di parto ci parla di un percorso passivo che vede il suo apice simbolico nel luogo dove questo evento avviene, la sala parto ospedaliera.

    Qui, una donna, sdraiata sul lettino, in una posizione impostale come l’unica possibile, ginecologi e ostetriche collaborano a un rituale all’interno del quale la partoriente ha un ruolo decisamente passivo e oggettivato, a cui viene letteralmente sottratta forza fisica e psicologica. Il soggetto dell’evento-parto sembra essere piuttosto il medico: lui è più comodo, lui decide tempi e ritmi dell’evento in base alle proprie esigenze e interessi (es. epidurale, induzione del parto e cesarei).

    In questo contesto una donna non può decidere dove partorirà, né in quale posizione. A questo si aggiunge spesso l’induzione della necessità di alcune pratiche evitabili come l’epidurale, il cesareo e l’episiotomia (il taglio del perineo durante il parto, a detta delle ostetriche più una prassi che un’esigenza, e che assume quindi le fattezze di una vera e propria mutilazione genitale), la proibizione dell’allattamento al seno.

    Ci chiediamo: com’è possibile che una donna non abbia diritto a decidere in quale posizione partorire all’interno dell’istituzione ospedaliera? Com’è possibile che la maggior parte delle donne non prenda neanche in considerazione l’opzione del parto domestico credendolo illegale o eccessivamente rischioso?

    Esistono ostetriche che praticano parti in casa e case del parto attivo, anche in Italia, nate per promuovere una cultura del parto che veda la donna come soggetto libero di autodeterminarsi. È possibile mettere in rete queste istanze e renderle accessibili a tutte le donne per costruire insieme un’alternativa al sistema dominante che parta dalla messa in comune di saperi e pratiche, e allo stesso tempo non cedere alla deriva privatista che fa leva sull’equivalenza che il sistema sanitario vigente funziona male perché è pubblico e tende ad atomizzare ed isolare le esperienze?

    Consegniamo con fiducia questi interrogativi all’Udi, che negli anni ha dimostrato di saper condurre importanti campagne sul territorio nazionale, con risultati concreti di cambiamento nella società, auspicando che la messa in parola di queste urgenze sia solo un primo passo verso un lavoro da condurre insieme nei prossimi mesi.

    Dall’incontro con l’Udi abbiamo appreso che si può partire da un aspetto, da una battaglia, da una campagna, per unire le forze, accrescere consapevolezza di ciò che vogliamo e della nostra forza e mettere in discussione più di quanto messo inizialmente a tema.

    Lavorare per liberare il parto dalla medicalizzazione forzata significa infatti, da una parte incidere su un aspetto concreto del nostro stare al mondo, intervenire per cambiare un’esperienza specifica di perdita dei saperi del corpo, per interrompere un’oggettivazione che si ripete, ma significa anche creare un’occasione per riprendere a dire della sessualità in tutti i suoi aspetti, della salute e dei corpi a partire da noi stesse, per recuperare dalla nostra storia ciò che altre donne hanno praticato e insieme individuare nuove esigenze e domande.