Author: federica-giardini

  • La natura è contronatura. Presentazione di K. Barad, La performatività della natura

    La natura è contronatura. Presentazione di K. Barad, La performatività della natura

    di Clotilde Barbarulli,  ripreso da LetterateMagazine, 7 gennaio 2018

    Karen Barad, filosofa e fisica teorica, insegna al Dipartimento di Storia della Coscienza   all’Università della California a Santa Cruz. Nel suo ultimo libro Performatività della natura. Quanto e queer intende riportare al centro del discorso filosofico la materia nella sua concretezza ma anche nella sua molteplicità di sostanza discontinua e aggregata, storica, dunque plasmabile. Definendosi, come sottolinea Borghi nella prefazione, “trans/materialista”, Barad vuole indagare le intra-relazioni materiali-discorsive tra generi, specie, spazi, saperi, sessualità, soggettività e temporalità. Partendo dall’ottica fisica, afferma un approccio filosofico che si basa sulla lettura diffrattiva di spunti che vengono dal femminismo, dal marxismo, dalla teoria queer e dagli Science Studies – e incrociandone le prospettive – evidenzia la relazione tra il sociale e lo scientifico praticando così un “realismo agenziale”.

    Basandosi su un suggerimento di Donna Haraway, propone dunque, in modo creativo e visionario, la pratica della diffrazione nel leggere/legare varie intuizioni l’una con l’altra per produrre qualcosa di nuovo. La diffrazione, intesa usando la fisica quantistica, non è solo una questione di interferenza, ma di entanglement (“traccia aggrovigliata di alterità”), dove i tagli fanno violenza, ma anche aprono e rielaborano le condizioni di possibilità. Si può praticare leggendo testi l’uno attraverso l’altro, e riscrivendoli in modo da disturbare la temporalità di uno scritto, “attraversare confini disciplinari e modificare contestualmente testi diversi aprendone il significato” (Borghi 2016).

    Il neomaterialismo è dunque un campo vasto e complesso in divenire che si occupa del rapporto tra vita organica e in/organica e dialoga con la scienza occupandosi del nostro coinvolgimento femminista con la materia, criticando ogni dualismo: la costruzione di oggetti scientifici, le culture epistemiche, l’accesso al mondo naturale. Così Barad propone un’elaborazione del concetto di performatività (in senso materialista, naturalista e post-umano) che riconosca alla materia di “essere parte attiva nel divenire del mondo”. Invita a ripensare la natura della differenziazione emancipandola da nozioni identitarie o spaziali fisse: secondo il suo approccio realista agenziale, tutti i corpi, non solo i corpi umani, contano nel divenire performativo del mondo.

    Nella complessità dei temi trattati mi soffermo su alcuni aspetti che, anche narrativamente, mi hanno coinvolta, come l’uso del dramma Copenhagen di Michael Frayn , un testo “spettrale” che parla di scienza, politica, etica, intorno a cui Barad intreccia figure e momenti diversi della Storia, giocando su “avviluppamenti” spazio-temporali. Così ad esempio, nell’anno 1941 ricorda la misteriosa visita del fisico tedesco Heisemberg al fisco danese Bohr/ diffratto attraverso il 1998 con Copenahagen/diffratto attraverso il 1927, anno chiave della fisica quantistica/ diffratto attraverso il 1945 con Hiroshima, mentre aleggia una domanda ossessiva: “perché Heisenberg andò – durante la guerra – a trovare il suo vecchio amico?” E ancora: “Un fisico è moralmente legittimato a lavorare allo sfruttamento pratico dell’energia atomica?”. La temporalità dei quanti si basa su una indeterminatezza ontologica, una superposizione di possibilità: lo spaziotempo si produce intra-attivamente; il tempo è liquido: Barad continua così con altri accostamenti di scene riconfigurate e intrecciate, a testimoniare che il tempo è “fuori sesto”, “disperso”, “infestato”, “diffratto” fra “entanglement multipli, differenze che disgiungono e reciprocamente riassemblano”. Il passato, il presente e il futuro sono “imbricati in un viluppo non lineare di materializzazione spaziotemporale”, mentre Copenhagen appare “perseguitato dalle sue fratture/disgiunzioni interne che smentiscono la presunta unità di luoghi, spazi, tempi ed esseri viventi”. La traccia di tutte le riconfigurazioni è “impressa nelle trame materializzate di ciò che è stato/è/sarà”. Parlare con gli spettri significa assumersi la responsabilità di ciò che “ereditiamo (dal passato e dal futuro)”, delle “aggrovigliate relazioni di eredità” che siamo ‘noi’, aprirsi all’indeterminazione “andando incontro all’a-venire”.

    Nel saggio sulla queerness della causalità, della materia, dello spazio e del tempo, cita un articolo del 2009 su una colonia di miliardi di amebe nel suolo del Texas da cui emana “un sentore di paura, se non di vago moralismo” e dove la giornalista rivela la presenza di un fantasma, il classico dell’horror del 1958 The Blob, un film da guerra fredda sull’insidiosa minaccia del comunismo. Il Blob, una creatura proteiforme inarrestabile che fagocita tutto sul suo cammino esprime del resto il panico xenofobo per la proliferazione dello straniero, continuato dopo il maccartismo fino ad assumere anche altre forme, ad esempio con  l’epidemia di AIDS e la sindrome della mucca pazza: panico che ha determinato il sacrificio colpevole dai gay ai residenti nell’Africa sub-sahariana, fino ai bovini e così via. La paura per il Blob è “ viva e vegeta” sulla scena politica contemporanea, perché – sottolinea giustamente – la paura e il moralismo formano una “miscela caustica”.

    Anzi più la paura e il moralismo sono usati per difendere la divisione tra natura e cultura, più si producono “crepe” in quella stessa divisione. Il concetto di “crimini contro la Natura” riguarda gli atti sessuali considerati contro natura, come gli atti omosessuali. Tutto ciò non solo è illogico ma non considera che la natura possa essere “comunista, pervertita o queer”, tenendo conto che – come sostiene il biologo Bruce Bagemihil – il mondo “trabocca di creature omosessuali, bisessuali e transgender di ogni risma”. Così si considerano immorali le pratiche sessuali mentre lo sterminio di massa degli animali viene reso accettabile. Se la logica vacilla, quale “falla del binarismo natura/cultura viene messa in evidenza dalla congiunzione della teoria queer ed ecocritica”, domanda Barad? L’approccio alla materializzazione per Barad non implica infatti una evasione dall’etica che è parte integrante dello schema di diffrazione, di continua differenziazione, del divenire del mondo. Un’etica dell’entaglement comporta infatti “possibilità e vincoli etici nel rielaborare gli effetti materiali del passato e del futuro”, sedimentati nelle stesse riconfigurazioni.

    Per Barad le questioni di etica e di giustizia sono già nel tessuto del mondo, non un’aggiunta, e l’etica implica il tener conto di nuove configurazioni, nuove soggettività, nuove possibilità nelle materializzazioni entagled dato che “noi siamo parte del mondo nella sua continua intra-attività”. Credo che la diffrazione – usata da Barad come fondamento del suo metodo di lettura scientifica, epistemologica, storica, letteraria – possa stimolare a leggere intra-attivamente fenomeni, eventi, concetti e testi, ed a considerare inusuali configurazioni del tempo spazio, fino a inquietare modelli cristallizzati di società e di politica in un’etica dell’entaglement.

    Karen Barad, Performatività della natura. Quanto e queer. A cura di Elena Bougleux. Premessa di Liana Borghi, ETS 2017, pp.168, euro15,00.

    Karen Barad, “La materia sente, conversa, soffre, desidera, ricorda”. Intervista in Rick Dolphijn, New Materialism: openhumanitiespress.org/

    Liana Borghi, “Percorso per diffrazione”, Scuola estiva IAPH 2016

  • Silvia Niccolai – Se il pensiero critico convalida l’ordine asimmetrico

    A proposito di Fare giustizia. Neoliberismo e diseguaglianze, a cura di Anna Simone e Federico Zappino, Mimesis, 2016,  intervento in occasione della presentazione del volume, Roma, Fondazione Basso, Roma, 9 giugno 2016.

     

    1.Un momento centrale nel diritto è il processo e quest’ultimo, ha scritto Alessandro Giuliani, “è la più complessa delle istituzioni, in quanto rinvia ad aspetti logici (il problema della verità e della prova); etici (l’obbligo di comunicare la verità), politico costituzionali (la posizione del giudice nei confronti del legislatore e delle stesse parti)”. Il diritto rinvia. Al modo in cui la sua funzione viene pensata, alle aspettative in esso riposte, alle mentalità e alle concezioni del mondo, della vita umana, del potere, che si alternano nel corso del tempo. Le sue diverse manifestazioni storiche rimandano, di volta in volta, a una idea di ordine e mettono in campo diverse forme della ragione, nella cornice di due grandi costanti dell’esperienza e delle aspirazioni umane, alle quali il diritto è connesso: l’ordine isonomico e l’ordine asimmetrico.

    Queste costanti incorniciano il tema della giustizia.

    L’ordine isonomico, ispirato all’eguaglianza tra governanti e governati, si riflette nella procedura orientata dalla logica del contraddittorio quale strumento di ricerca del giusto e del vero.  La logica del contraddittorio  “offre al giudice un sapere che nessuna mente individuale potrebbe pretendere di ricercare autonomamente”. Essa, che tende a conclusioni plausibili e ragionevoli, non a dimostrazioni matematiche, guida nella ricerca di una verità probabile ‘eticamente orientata e impegnata’ (Francesco Cerrone): dare a ciascuno il suo, agire secondo buona fede, non lucrare da un abuso. Riconosce come nociva e contraria alla giustizia l’argomentazione sofistica, abusiva, irrilevante e ogni alterazione della parità tra le parti. Per conoscere il giusto trattamento, la giusta retribuzione del torto, o la norma che è giusto applicare interroga, da diversi punti di vista, la natura della cosa, che è circostanziata, e per questo mutevole in diverse circostanze di spazio e di tempo.

    Una forma della ragione dialettica e controversiale è quella presupposta dal contraddittorio; significa confidare nel confronto tra opposte alternative, ‘garanzia logica ed etica della ricerca della verità pratica’, e aspirare a una verità probabile, pertanto rivedibile. Nell’ordine isonomico, in cui il diritto risalta come pratica consistente nella ricerca del giusto, impresa collettiva, sociale: ‘la prova dei fatti rinvia alla funzione assiologica della ragione, che, a sua volta, è assicurata dall’intelletto inteso nel senso classico di intuizione, senso comune, sensus recti et iniusti’. In queste condizioni la quaestio iuris è di carattere qualitativo, il fatto è capace di problematizzare la norma: la giustizia rimanda alla sociabilitas.

    L’ordine asimmetrico si riflette in un modello di razionalità formale e calcolante, in cui uno dei partecipanti al dialogo (il giudice o una delle parti o il legislatore) ‘ha una funzione privilegiata’; qui il contraddittorio è ‘un ostacolo alla ricerca della verità’, il processo è ‘indirizzato a un fine, a un risultato: il pentimento del reo, la difesa della società, la difesa dei diritti soggettivi’, e il processo si piega a  fenomeno  burocratico che svaluta il contributo delle parti perché ‘predilige la configurazione logico-scientifica della decisione giudiziale del fatto’.

    Dove regna l’utopia autoritaria di un ordine ‘senza giudici e senza conflitti’ il diritto è la catena di prescrizioni strumentali al perseguimento dei fini di governo. Fare giustizia si confonde col problema di conquistare il potere di stabilire autoritativamente ciò che è giusto.

    Ricordando le grandi costanti giulianee  non ci sorprendiamo  che il diritto sia  pervaso dalla forma mentale dei nostri tempi, che gli chiedono di farsi strumento di una logica calcolante utile al perseguimento dei fini cari al potere. Oggi impera la logica della messa a valore, che subordina tutto a sé, a  partire dallo spazio, come ricostruiscono Luca Daconto e Carolina Mudan Marelli nel loro saggio. L’ordine asimmetrico tende (nuovamente) a prevalere, alleato (nuovamente) agli abusi della razionalità economica·. Sotto pressioni di questa natura il diritto si riduce a strumento,  a tecnica del potere, onde nessuna norma, prescrizione o regola conveniente all’ordine dato, ai governanti, possa essere discussa dal punto di vista della sua ragionevolezza, congruità, giustizia, da un altro punto di vista, dal punto di vista dei governati.

    Mi interessa chiedermi se noi, gli intellettuali e le intellettuali critiche dello status quo, con le categorie d’analisi, culturali, di discorso che adoperiamo, con l’idea di diritto, e di giustizia, che abbiamo in mente, siamo in grado di, o vogliamo davvero, contestare l’ordine asimmetrico, o non tendiamo invece a convalidarlo.

    2.Le premesse dell’ordine isonomico sono riposte nell’idea che ciascuna persona abbia un suo senso del giusto e dell’ingiusto, sia essere ‘pensante e senziente’ (come direbbe un altro filosofo del diritto, Giuseppe Capograssi), capace cioè di dare un senso autonomo alla propria esperienza e che si riconosce dotato di una forza sufficiente a far valere le proprie ragioni in contrasto con quelle di altri, forza che è anche fiducia. E questo deve essere riconosciuto all’altro, all’antagonista.

    L’ordine isonomico è innegabilmente ancorato a una idea forte del soggetto, che c’è, pensa, discute, giudica, a partire da sé, nel confronto con altri.  La logica della controversia suppone che della verità, dunque della giustizia, nessuno dispone a priori: ma per lo stesso motivo suppone, anche, che siamo tutti e tutte in grado di attingerla un po’, dal nostro punto di vista, secondo la nostra esperienza.

    Il pensiero che assume che la ‘soggettivazione altro non è che assoggettamento’, che ‘il giudizio non è altro che il segno attraverso cui l’assoggettamento diventa intelligibile e la soggettività si conforma’, che  io, quando parlo, sono parlata (Zappino) è estraneo alle premesse dell’ordine isonomico. Quando risalta solo l’inesorabilità del dominio del potere sull’umano, per l’appunto assoggettato, non residua spazio per confidare nello ‘scambio del vero nel vero’ (Vico).

    Gli strumenti concettuali in cui si radica la parola ‘biopolitica’ sono capaci di disegnare in modo molto eloquente la violenta cappa in cui ci chiudono le manifestazioni odierne dell’ordine asimmetrico, ma non offrono alternative epistemiche per uscirne, anzi, si traducono nel convalidare l’ordine asimmetrico.  Solo si vorrebbe, forse, che a trionfare anziché le ragioni del potere biopolitico fossero altre ragioni, quelle di chi soffre, è subalterno, marginale.

    Quale libertà, verità, o giustizia, senza il soggetto (o: l’individuo) capace di libertà, verità e giustizia? Consapevole di questo problema, di cui del resto sono consapevoli tanti autori ai quali fa riferimento, da Foucault a Butler, Federico Zappino stacca, per salvarlo, il giudizio dall’autodeterminazione, e àncora il giudizio al corpo (anziché al soggetto), che è comunque un modo per ancorarlo all’esperienza. Mi pare che sia la prova di come ragionando di giustizia, se vogliamo continuare ad aspirarvi come una cosa che nasce da noi e non come la volontà del potere che ci viene imposta, come una domanda aperta e concreta e non una risposta prefabbricata e astratta, non possiamo che rinunciare all’idea che l’essere umano sia interamente costrutto manipolato e manipolabile e dobbiamo presumere, invece,  che sia capace di sentire il bene e il male.

    3.Per combattere l’ordine asimmetrico e far valere l’aspirazione a un ordine isonomico non basta neppure recuperare l’idea che ciascuno sente il suo bisogno di giustizia, ma occorre fare i conti con la logica della controversia, che vincola a ascoltare l’altra parte, a replicare in modo congruo, ad attenersi ad argomenti rilevanti, evitare il sofisma e ogni abuso della parola e della razionalità.

    Quando l’accento va solo sul grido di giustizia è mantenuta una visuale asimmetrica. Se sto già dalla parte di quel grido di giustizia, ho già individuato il fine giusto, e la giustizia si confonde con il fine cui tendo a cui do valore. Faccio dunque politica: confonderla col diritto è tipico dell’ordine asimmetrico. Il rischio è di ricadere nella tentazione del diritto dei poveri, così ben illustrato da Lorenzo Coccoli, “quale cornice di legittimazione che trasforma un atto di violenza in una domanda di equità”.

    Quando il diritto viene fatto equivalere al ‘frutto di una sistemazione dei rapporti di forza’, cioè al potere, come fa Stefania Ferraro nel suo saggio, residua soltanto la vecchia esigenza di conquistarlo, conquistarlo per usarlo in nome e nell’interesse degli oppressi. E’ la politica, il potere e il governo, che premono e interessano. Per dettare il diritto, secondo le più pure premesse di ordine asimmetrico. Magari per imporre, onde contrastare un regime di ingiustizia epistemica, come quello che preoccupa Brunella Casalini,  un modo di parlare, di nominare le cose e le esperienze, che non ne offenda alcune. Il disciplinamento è ordine asimmetrico anche quando (soprattutto quando?) è illuminato.

    L’uso del processo, o in generale del diritto, per fare una politica che vittimizza e stereotipizza le donne (come nel campo dei diritti umani analizzato da Michela Fusaschi); la costruzione di categorie come la genitorialità, fatte per permetter a un “giudice-psichiatra che amministra la legge in modo terapeutico” (Gabriella Petti), la de-formalizzazione del diritto, che giustamente questa autrice contesta, sono cose disprezzabili e odiose, quando servono a veicolare atteggiamenti neocoloniali o a rivendicare i diritti dei padri.

    Sono virtuosi, quando servono a rivendicare, invece, i diritti delle persone LGTBI, o di altre minoranze ‘discriminate’? In questi casi l’uso politico del processo è una strategia consolidata, e si loda la sentenza che in nome della tolleranza e del progresso fa giustizia, sacrificando a un fine politico il dovere di essere pensata in contraddittorio leale col diritto vigente, coi precedenti, con altri punti di vista.

    Lucidissima mi è sembrato il saggio di Olivia Fiorilli che, parlando del diversity management, coglie un  punto nevralgico su cui occorrerebbe lavorare molto: sono i soggetti ‘eccentrici’ quelli che oggi, quando non sanno sottrarsi al ‘desiderio di governo’ (Petti) o di ‘riconoscimento’ (Fiorilli) fanno da puntello ai paradigmi dominanti ‘antropofaghi’ del modello neoliberista.  L’ordine  asimmetrico trionfa diventando, come direbbe Antonello Ciervo, nuovo senso comune, interiorizzato dai suoi oppositori, o anche dalle sue vittime, e così eretto a idolo.

    Ancora. Il contratto è criticabile strumento di potere, perché  ‘assoggetta il desiderio al credito posseduto da una istanza terza e autorevole, che si presenta come garante’ (Marco Tabacchini).

    Che cosa possiamo dire allora del contratto usato come modo di realizzazione di diritti e desideri, o che sostituisce esperienze psico-corporee, come il contratto di maternità surrogata?

    Se serve a realizzare il ‘desiderio di genitorialità’ il contratto va bene?

    4.Spesso le analisi, e la critica, del  neoliberismo assumono un carattere neutro, si mostrano  refrattarie a tener conto che mangiarsi il pianeta, mangiare la vita, mangiare l’umano, è in primo luogo e sempre mangiare l’opera della madre, distruggerla, screditarla, e, la parola qui ci vuole, assoggettarla. Le tentazioni del neutro sono le tentazioni dell’ordine asimmetrico che rifugge la complessità di pensare la differenza.  La sua più profonda, costitutiva ambizione, è sostituire all’equità, all’eguale secondo la natura delle cose, che si nutre di differenze, il paradigma astratto, universale, oggettivante dell’eguaglianza sotto la legge.

    Scartare dal pensiero asimmetrico e recuperare le premesse dell’ordine isonomico ci fa  riscoprire queste ultime come altrettanti valori della differenza, della pluralità, della articolazione dell’esperienza.  Tutto ciò implica, oggi, una enorme revisione delle mentalità dominanti. Come suggerisce Anna Simone quando, contro i diritti di genere o le giustizie di genere di ogni sorta, paradigma neutralizzante e neutro, si appella all’idea del  giusto per tutti e per tutte, riscopre l’equità classica. La quale  è  ‘trattare in modo eguale l’eguale e diverso il diverso’.  E’ una grande risorsa.  Che, come ripeto, presuppone: dar credito alla soggettività, e alla sua esperienza, alla capacità di ciascuna e ciascuno di sentire e dire il vero rispetto a sé.

    Scartare dall’ordine asimmetrico significa, anche, scommettere sulle risorse della ragione prudenziale contro la ragione calcolante e strumentale.

    E’ calzante la distinzione che Federica Giardini fa tra misurabilità, paradigma dell’ordine ordine asimmetrico, e misura, che rinvia all’ordine isonomico, alla logica del contraddittorio, logica del probabile e del ragionevole, perché rimanda all’esperienza, quindi alla testimonianza. Della misura Federica non si nasconde l’opacità: è una parola che richiama la giustizia ‘concetto oscuro’ tra Perelman e Marcuse, ma per questo concetto transitivo, capace di rinviare ad altro, di aprirsi al pensare per possibilità che alcuni considerano tipico della logica controversiale isonomica. Pregiare la ragione prudenziale contro la ragione autoritaria significa, in effetti, accettare che, quando ragioniamo di giustizia, ci muoviamo nel campo dell’opinabile.  La lotta contro l’ordine asimmetrico comincia dal modo in cui pensiamo.

    Ed è del resto, quello che corre lungo il volume che commentiamo, anche il tema dell’abuso della razionalità economica, della separazione tra diritto ed economia, e dello scambio tra potere economico e potere politico che Giuliani, nel suo Giustizia e ordine economico (Milano, 1997), ha analizzato per come si è presentato nei Comuni medievali italiani: Giuliani ragiona in quelle pagine su come l’alterazione dell’ordine etico dell’economia, fatta di guadagni abusivi ottenuti con monopoli e intese restrittive, e di sfruttamento del lavoro (risale ad allora la teoria dei salari bassi) sia inestricabilmente legata alla alterazione dell’ordine giuridico e politico (dispotismo, uso privato del potere pubblico). Furono i giuristi comunali a cogliere come il premere degli interessi economici significasse negazione di fondamentali libertà, a partire da quelle del commercio e dell’industria (monopoli), o la libertà di accesso al lavoro (corporazioni), o la libertà della ricerca e della tecnica (divieto di tessere la lana con la seta), cioè negazione del diritto.  Portatori della cultura giurisdizionalistica del diritto comune,  essi difendevano i valori isonomici in cui si erano formati contro l’ordine asimmetrico ispirato a ‘la difesa de li averi’ con cui si stava affermandola la razionalità calcolante della modernità, e, con essa, la tacitazione del diritto in strumento al servizio del potere.

     

  • Bibliografia iniziale – Ecopol in Val Camonica

    Bibliografia iniziale – Ecopol in Val Camonica

    Questi sono i testi che insieme abbiamo letto, discusso, condiviso, attraversato in questi mesi di lavoro del gruppo di ricerca di economia/ecologia femminista [ecopol]. Da utilizzare come una prima mappa di orientamento per perimetrare i campi di interesse, e come strumenti di lavoro da ampliare, approfondire, o smarrire nei boschi durante le giornate di residenza.

     

    natura | cultura | artificio
    :::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

    Karen Barad, Posthumanist Performativity: Toward an Understanding of How Matter Comes to Matter, Journal of women in Culture and Society 2003, vol.28, no.3

    _____A Feminist Approach to Teaching Quantum Physics (1995), in Teaching the Majority: Breaking the Gender Barrier in Science, Mathematics, and Engineering, ed. Sue V. Rosser, 43–75, Athene Series, New York: Teacher’s College Press.

    Rosi Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire, Feltrinelli, 2003.

    Donna Haraway, Manifesto Cyborg. Donne, tecnologia e biopolitiche dei corpi, Feltrinelli, 1995; ed. orig. Simians, Cyborgs, and Women. The reinvention of Nature, Routlege New York, 1991.

    J.K. Gibson-Graham, A Feminist Project for belonging the Anthropocene, Gender, Place & Culture, 18:1, 1-21 – http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/0966369X.2011.535295

     

    misura | valore | eccedenza
    :::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

    Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, 2015.

    _____Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Ombre Corte, 2014.

    Federica Giardini, Misura, una relazione senza rapporto, in Anna Simone, Federico Zappino (a cura di), Fare giustizia. Neoliberismo e diseguaglianze, Mimesis, 2016 https://www.academia.edu/26428607/Misura_una_relazione_senza_rapporto_in_A._Simone_F._Zappino_cura_Fare_giustizia_Mimesis_2016

    ______Cosmopolitiche. Ripensare la politica a partire dal cosmos, “Babel”, 13, 2013 https://www.academia.edu/2013327/Cosmopolitiche

    Federica Giardini, Gea Piccardi, Produzione e riproduzione. Genealogie e teorie, Edizioni Pigreco, 2015.

    Carolyn Merchant, La morte della natura (1980), Garzanti, 1988.

    ____Ecological Revolutions. Nature, Gender, and Science in New England, UNC Press, 1989.

    Jason W.Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato (2014), Ombre Corte, 2015.

    Christian Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri, 1999.

    Gago, Verónica – Sandro Mezzadra, Para una crítica de las operaciones extractivas del capital. Patrón de acumulación y luchas sociales en el tiempo de la financiarización, in “Nueva sociedad”, 255 (enero-febrero 2015), pp. 38-52.

    Andrea Fumagalli, Cristina Morini, La vita messa a lavoro: verso una teoria del valore-vita. Il caso del valore affetto, Franco Angeli, 2009.

    Antonella Picchio, Social Reproduction. The Political Economy of the Labour Market, Cambridge University Press, 1992.

    Maria von Mies, Patriarchy Accumulation on a World Scale. Women in the International Division of Labour, Zed Books, 1986.

     

    crisi | conflitto | alternativa
    ::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

    Marco Armiero, Stefania Barca, Storia dell’ambiente. Una introduzione, Carocci, 2004.

    Federica Castelli, Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, Mimemis, 2014.

    Dilar Dirik, Il femminismo e il movimento di liberazione curdo, 2015, in https://www.iaphitalia.org/dilar-dirik-lesperienza-di-liberazione-delle-donne-curde/

    J.K. Gibson-Graham, A Postcapitalistic Politics, Minnesota Press, 2006 http://www.communityeconomies.org/people/jk-gibson-graham

    Abdullah Öcalan, Confederalismo democratico, International Initiative Edition, Colonia, 2013

    _____Liberare la vita: la rivoluzione delle donne, International Initiative Edition, Colonia, 2013.

    Isabelle Stengers, Au temps des catastrophes. Résister à la barbarie qui vient, La Découverte, 2013.

    Murray Boochkin, L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, Elèuthera, 2010

  • SEMINARIO RESIDENZIALE. La misura dei corpi.  Economia, ecologia e politica nel pensiero femminista – Val Camonica 25>30 luglio 2016

    Parole chiave della riflessione eco-politica femminista per costruire uno scambio tra saperi della ricerca, saperi delle pratiche, saperi delle lotte.

    b02c177f650dbc2404b52c0d80e61316

    a cura del gruppo di ricerca Ecologia/Economia Politica di Iaph – Italia*

    in collaborazione con MUSIL (Museo dell’Industria e del Lavoro, Brescia; Museo dell’Energia Idroelettrica, Cedegolo)

    Distretto culturale della Val Camonica e Comune di Malegno

     

    ▸▹▸▹▸▹Programma▸▹▸▹▸▹

    25 luglio
    Arrivo e accoglienza
    h20 Circolo ANPI di Malegno > Pastasciutta antifascista!

     

    26 luglio GIORNATA I. Natura/cultura/artificio
    La convenzionale distinzione tra natura e cultura è un binarismo da tempo in crisi. Quali teorie si pongono all’intersezione di tecnologia, arte, scienze naturali e storia del Pianeta? Qual è il contributo del pensiero femminista al campo dell’ecologia?

    h10>13 Preparazione al seminario pomeridiano | Le Fudine
    h14>19 Seminario aperto | MUSIL Museo dell’energia idroelettrica

     

    27 luglio GIORNATA II. Misura/valore/eccedenza
    L’economia politica neoliberista ci consegna il valore monetario come unica misura dell’attività e delle relazioni umane e l’accumulazione come unico modo di gestione dell’eccedenza. Come mettere in crisi questo paradigma? Quali misure intervengono nelle nuove pratiche di giustizia sociale e ambientale? Quali valori esprimono le economie informali e di comunità?

    h10>13 Preparazione al seminario pomeridiano | Le Fudine
    h14>19 Seminario aperto | MUSIL Museo dell’energia idroelettrica

     

    28 luglio GIORNATA III. Crisi/conflitto/alternative
    La crisi eco-politica degli ultimi decenni ha fatto emergere esperienze di autogoverno in diversi luoghi del Pianeta. Quali linee di crisi, e quali conflitti, sono capaci di generare un cambiamento sociale? Su quali principi alternativi si basano le numerose lotte ambientali nello scenario attuale?

    h10>13 Preparazione al seminario pomeridiano | Le Fudine
    h14>19 Seminario aperto | MUSIL Museo dell’energia idroelettrica

    h21 “Rojava/Valcamonica: sperimentazioni di democrazia” | Incontro aperto

    >Al termine di ogni giornata è prevista una sessione di pensiero del corpo con le redattrici di IAPh Italia – Alessandra Chiricosta, Ilenia Caleo. Nelle giornate di lavoro Norma Santi curerà l’intervento”Arte in natura – opera elementare #5”.

    >I materiali per le giornate seminariali saranno caricati sul sito di IAPh Italia: https://www.iaphitalia.org/atelier-ecopol-economiaecologia-politica/

     

    Venerdì 29 luglio | h14>18 MUSIL Museo dell’energia idroelettrica
    Sabato 30 luglio | h10:30>14 MUSIL Museo dell’energia idroelettrica

    Il Seminario Aperto I SAPERI DEL CORPO
    Con la partecipazione di: Stefania Barca, Cristina Morini, Maria Luisa Venuta, Donatella Saroli, Norma Santi, Liana Borghi, Olivia Fiorilli, Ozlem Tanrikulu, Pier Paolo Poggio, Enzo Ferrara, Beatrice Busi, Antonella Picchio

    Il Seminario sarà dedicato allo scambio e incontro tra attivismo e ricerca sui temi della economia ambientale e di comunità (community and environmental economy), a partire dai temi svolti nei seminari.

     

    *********************

    *Sede MUSIL – Museo dell’energia idroelettrica Via Roma, 48, 25051 Cedegolo (BS)
    *Le Fudine di Malegno, via S. Antonio, 22/A, Malegno (Bs)

    PER PARTECIPARE è sufficiente segnalare la propria presenza inviando una mail a: redazione@iaphitalia.org

    *a cura del gruppo di ricerca Ecologia/Economia Politica di Iaph – Italia: Alessia Brandoni Ilenia Caleo Gea Cerrone Alessia Dro Mariaenrica Giannuzzi Federica Giardini Gea Piccardi Isabella Pinto Federica Tommasello

    partecipano: Federica Castelli Alessandra Chiricosta Tania Garribba Camilla Caré Fortunato Leccese Alessandra Masala Stefania Barca Cristina Morini Maria Luisa Venuta Donatella Saroli Norma Santi Liana Borghi Olivia Fiorilli Ozlem Tanrikulu Pier Paolo Poggio Enzo Ferrara Barbara Badiani Teresa Di Martino Anna Mirarchi Serena Rossi Valeria Zuccoli Marina Landolfi Roberta Paoletti Susanna Signorelli Beatrice Busi Antonella Picchio Laura Verga

     

  • LABORATORI PER LA FORMAZIONE E L’AUTOFORMAZIONE

    Lea Melandri – Corso di formazione per insegnanti: Educazione di genere e scrittura di esperienza

    La separazione tra vita privata e relazioni sociali, tra mondo interno e mondo esterno oggi sembra decisamente venir meno per l’invadenza di una cultura di massa che ha a disposizione mezzi potenti, come la televisione, la pubblicità, i consumi. Storie…
  • Lea Melandri – Corso di formazione per insegnanti: Educazione di genere e scrittura di esperienza

    La separazione tra vita privata e relazioni sociali, tra mondo interno e mondo esterno oggi sembra decisamente venir meno per l’invadenza di una cultura di massa che ha a disposizione mezzi potenti, come la televisione, la pubblicità, i consumi. Storie personali, amori, drammi famigliari, vicende intime diventano un alimento indispensabile per il quotidiano intrattenimento di milioni di spettatori. Caduta la barriera del pudore, molti sono disposti a “narrare” in pubblico fatti e sentimenti taciuti persino ai famigliari. Dietro questa “sovraesposizione” di sé appare evidente il bisogno di condividere e confrontare con altri esperienze che finora sono state vissute in solitudine, come destino, inadeguatezza o disagio personale.

    Nasce tuttavia il dubbio che la valanga di “vita intima” che si rovescia su di noi dall’esterno, anziché produrre maggiore conoscenza di sé e del mondo, amplifichi il senso di vuoto e di isolamento, oltre che una perdita progressiva della padronanza sui nostri pensieri, emozioni e affetti.

    Tra le vicende che rimangono, nonostante tutto, oscure e sempre uguali nel tempo, ci sono senza dubbio la relazione tra i sessi, le identità e i ruoli di genere, il corpo e l’immaginario sessuale.

    Per addentrarsi in questi territori, vicini alla memoria del corpo, ai sogni e ai desideri più nascosti, una guida sorprendente è la scrittura di esperienza, lettere, diari, autobiografie, note sparse, che appartengono soprattutto alle donne, per quella collocazione storica, scambiata per “destino naturale”, che le ha identificate con la casa, la generazione e la cura dei figli, l’amore, la sessualità, ma che sono presenti anche nella vita e nelle scritture degli uomini.

    Il corso di formazione, rivolto agli insegnanti, si propone di affrontare questi temi, sia attraverso lalettura di pagine scelte, di autori e autrici noti e meno noti, che attraverso le scritture, anche frammentarie, che ne nasceranno, come pensieri mossi da altri pensieri, vite che si riconoscono in altre vite, narrazioni di sé capaci di “farsi e disfarsi” nell’incontro con gli sguardi e le consapevolezze di altri.

     

     

    Lea Melandri

     

    Nata a Fusignano (Ravenna) nel 1941, vive a Milano dal 1967. Ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Tiene attualmente corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987 e di cui oggi è presidente.

    Nel 1971 diventa redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista omonima (1971-1978), di cui ha curato recentemente un’antologia: L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998.

    Prende parte attiva al movimento delle donne negli anni ’70. Di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:

    L’infamia originaria, edizioni L’erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001;Preistorie. Di cronaca e d’altro, Filema 2004; lettura a M. Fraire, R. Rossanda, La perdita,Bollati Boringhieri, 2008; Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri 2011.

    Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali e ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminile”, di cui ha curato, insieme ad altre, l’antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998. Collaboratrice dal 2000 al 2004 del mensile “Carnet”, e attualmente del settimanale “Gli Altri”, del Corriere della sera e del Blog 27esima ora (corriere.it), del sitowww.zeroviolenzadonne.it, della rivista “Alfabeta” e di altre testate.

  • Livia Monardo – “Esistere all’interno di un campo artistico, letterario… significa differire”

    Introduzione

    Habitus[i], campo sociale, capitale simbolico e infine il celebre e studiato argomento della violenza simbolica[ii] sono solo alcune delle tematiche che stravolgono il nostro tempo in una chiave che inizialmente ci appare teorica ma che si applica perfettamente al quotidiano! È proprio questo che ci insegna il celebre sociologo Pierre Bourdieu: la possibilità di distinguere tra il sociale e il politico in una maniera non monolitica; il sociale dalla parte dell’immanenza e il politico dalla parte della trascendenza. Facciamo politica in tutti quei momenti non distinti del vivere ordinario, nel passaggio dall’opus operatum al modus operandi.

    Un altro punto interessante del nostro protagonista, è che non si limita come Engels, a considerare il romanziere una fonte per la storia di un’epoca, ma guarda il romanzo come una ricerca «sociologica spontanea» (del suo autore), cioè delle categorie sociali secondo cui l’autore «appercepisce» kantianamente l’universo sociale in cui si muove. È questo uno sguardo del tutto nuovo sul romanzo, una chiave di lettura che non si sostituisce alla critica letteraria, all’esegesi filologica, all’analisi testuale, ma che fa emergere dalla costruzione narrativa una dimensione che fino ad allora ci era rimasta del tutto nascosta. Un’altra idea insolita e incongrua di Bourdieu è di disegnare le mappe urbane dei romanzi, con i personaggi che si addensano a grappoli in quartieri legati alla loro posizione sociale, e con altri personaggi che traslocano a seconda delle loro traiettorie sociali, in una straordinaria sovrapposizione tra destino narrativo e parabola sociale.[iii]

    Prima di proseguire bisogna definire alcune nozioni tra le quali il concetto rilevante di campo, per poi fare un breve excursus sul rapporto di genere e sull’ habitus di genere, giungendo infine alla violenza simbolica e all’economia dei beni simbolici.

    Bourdieu prende in prestito il concetto di campo dalla fisica, esso non va inteso come dominio, «podere della conoscenza specialistica», ma nel senso del campo elettromagnetico o gravitazionale.

    La prima osservazione è che dalla rottura tra filosofia della natura (fisica) e filosofia tout court, che si è prodotta dopo Leibniz, la filosofia non ha quasi mai introiettato le grandi elaborazioni concettuali prodotte dalla fisica.

    La seconda osservazione riguarda lo specifico prestito acceso da Bourdieu: il campo è un operatore che incorpora in sé stesso tutti i processi di retroazione con gli agenti su cui opera e da cui è costituito. In questo senso il campo appare come il miglior strumento concettuale a disposizione per un’analisi della società, se si vogliono evitare le trappole del determinismo di tipo positivistico e del volontarismo individualista.[iv]

    C’è poi da sottolineare che ogni individuo è immerso in parecchi campi contemporaneamente. D’altronde ogni ambito delle relazioni sociali che acquista una relativa autonomia rispetto alle altre relazioni, che acquista una sua logica, finisce per strutturarsi in campo, così che i vari campi interagiscono tra loro e ognuno di essi può essere suddiviso in vari sottocampi. Un campo del potere potrà scindersi in un campo del potere politico interagente ma distinto dal campo del potere economico. Altrettanto dicasi per il campo intellettuale che si suddivide in vari campi, da quello artistico a quello scientifico. Bourdieu parla di campo burocratico e giornalistico, come di campo medico o filosofico. A tal proposito afferma che quest’ultimo può funzionare come campo del linguaggio[v] ordinario quando non occulta la gamma di proposizioni; e i significati dell’essere filosofico vengono attribuiti ad un riconoscimento collettivo.

    In ogni campo, la posizione di un agente dipende dalla quantità e dalla struttura del capitale che ha a disposizione (perché ereditato o perché accumulato): Bourdieu distingue infatti vari tipi di capitale, un capitale economico, un capitale culturale e un capitale sociale (la rete di conoscenze), e non conta solo la quantità assoluta di capitale di un certo tipo a disposizione, ma la composizione, per così dire, «del portafoglio». In ogni campo un certo capitale ha più peso di altri, ma in ognuno contano tutti e tre i tipi di capitale. Le disposizioni di una persona sono perciò la sua storia incorporata, nello stesso modo in cui Roland Barthes diceva che lo stile costituisce il passato di uno scrittore, è il sedimento della storia letteraria, mentre il suo presente è la scrittura. Queste disposizioni fanno sì che in un certo campo un agente scelga una strategia piuttosto che un’altra, o più in generale che un individuo sia più incline a comportarsi in un determinato modo e ad avere determinati gusti: quest’insieme di disposizioni, che come abbiamo già visto, Bourdieu chiama habitus.[vi]

    Il rapporto di genere

    La pratica sociale, insiste Bourdieu, è una pratica classificatoria, ordinata e strutturata secondo schemi di classificazione.

    La rappresentazione simbolica di genere, rimanda alla divisione sessuale del lavoro. Bourdieu fa riferimento alla società cabila, descrivendola come una società che non conosce altra dimensione di differenza sociale e di dominio se non quella determinata dal genere.

    La distinzione tra maschile e femminile è uno strumento primario di classificazione, in grado di strutturare non solo il mondo sociale, ma anche quello che potremmo definire mondo naturale.

    La distinzione tra maschile e femminile si riversa nei corpi, forgiandoli così come forma la percezione del corpo, la capacità espressiva e le abitudini corporee. Infine determina anche l’identità attraverso il corpo, un’identità che è fin da principio maschile o femminile.

    La divisione del lavoro secondo i sessi non solo è profondamente ancorata ai soggetti ma si presenta come ordine naturale del mondo.[vii]

    L’Habitus di genere

    Il rapporto di genere viene percepito innanzitutto come “naturale”. Secondo Bourdieu le tassonomie e gli ordini simbolici vengono elaborati dall’habitus, determinano l’agire per mezzo dell’habitus.

    La violenza simbolica presuppone che ogni donna possegga un senso pratico del femminile, un senso dei limiti, della capacità di muoversi in una determinata società e situazione, e quindi percepisca tutti quei segnali più o meno inconsci che in situazioni concrete, le mostrino chiaramente i propri confini e il proprio assoggettamento. La divisione del lavoro sociale tra uomo e donna e gli schemi di giudizio ad essa connessi devono essere tradotti in carne e in sangue, devono diventare “natura”, habitus.[viii]

    Anche l’autrice Lia Cigarini, nel testo La politica del desiderio sostiene che il soggetto femminile si costituisce se pensa il mondo a partire da sé, dalla propria pratica e dalle proprie relazioni, mentre il soggetto maschile si è costituito perché ha pensato il mondo.

    Se penso il mondo a partire dal mio essere donna, se voglio dare un significato a questo essere donna, penso il mondo nella sua interezza.

    L’identità di genere, invece, è il risultato di un lavoro di differenziazione, di diversificazione e di distinzione, un lavoro basato sulla semplificazione, sull’esclusione e sull’eliminazione delle ambiguità per mezzo della relazione antagonistica tra maschile e femminile.[ix]

    Violenza simbolica

    Che cos’è la violenza simbolica? E come viene descritta dall’autore?

    La violenza simbolica viene definita nel seguente modo è «quella che estorce atti di sottomissione nemmeno percepiti come tali, fondandosi su attese collettive, credenze socialmente inculcate. La teoria della violenza simbolica si fonda su una teoria della credenza, o meglio su una teoria della produzione della credenza, dell’opera di socializzazione necessaria a produrre agenti dotati di schemi di percezione e di valutazione che permettono loro di percepire le ingiunzioni inscritte in una situazione o in un discorso di uniformarvisi».[x]

    La violenza simbolica è un modo sottile, eufemizzato ed invisibile di esercitare il potere; è una forma di violenza nascosta, presente nell’interazione face to face, ma che funziona solo nella misura in cui non viene riconosciuta in quanto violenza, costrizione o intimidazione.[xi]

    Unito alla tematica della violenza simbolica vi è la violenza fisica/simbolica contro le donne. Perché noi donne subiamo quotidianamente tanta discriminazione per strada, sul lavoro, in discussioni universitarie non venendo ascoltate o tagliate fuori dai discorsi e la cosa più triste anche in alcune famiglie? Questo è quello che viene sostenuto da Gunter e Beate nel testo Habitus e che purtroppo è una triste realtà!

    Per Bourdieu, la violenza simbolica è una forma di dominio legata immediatamente all’habitus.

    La violenza simbolica, secondo Bourdieu presuppone una certa approvazione. Approvazione significa in grado di decodificarne i segnali e di interpretare il contenuto sociale nascosto, senza essere consapevoli del significato di quei gesti, di quegli sguardi del fatto che si tratti di atti di violenza.

    La violenza simbolica viene esercitata dagli uomini verso le donne anche in campo accademico.

    Le richieste di intervento da parte delle donne vengono spesso ignorate. Questo ha portato al diffuso malessere delle donne, la sensazione di non far parte di questo mondo e lo scopo degli atti di violenza simbolica è proprio la produzione di questo malessere.[xii]

    I soggetti repressi, in questo caso le donne, interiorizzando l’ordine vigente, assumono l’identità di soggetti minori. Dominazione significa assunzione da parte dei dominanti.

    I dominati applicano categorie costruite dal punto di vista dei dominanti ai rapporti di dominio, facendoli apparire come naturali. E ciò può portare ad una sorta di autosvalutazione, se non di autodenigrazione sistematica, visibile soprattutto, come si è detto, nella rappresentazione che le donne cabile si fanno del loro sesso come di una cosa deficitaria, brutta, addirittura ripugnante (o nei nostri universi, nella visione che molte donne hanno del loro corpo come non conforme ai canoni estetici imposti dalla moda) e, più generalmente, nella loro adesione a un’immagine svalutante della donna. Il sociologo Laing parla, in proposito, del sentimento di «insicurezza ontologica primaria», ossia un pervasivo sentimento (o vissuto) di insicurezza o di mancanza di autostima, di fiducia in se stessi, di solidità dell’Io, di coesione del self.

    La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante (quindi al dominio) quando, per pensarlo e per pensarci o, meglio, per pensare il suo rapporto con il dominante, dispone soltanto di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo semplicemente la forma incorporata del rapporto di dominio, fanno apparire questo rapporto come naturale; o, in altri termini, quando gli schemi che egli impiega per percepirsi e valutarsi o per percepire o valutare i dominanti (alto/basso, maschile/femminile, bianco/nero) sono il prodotto dell’incorporazione delle classificazioni, così naturalizzate, di cui il suo essere sociale è il prodotto.[xiii]

    Accettare un’inversione di apparenze equivale a far pensare che sia la donna a dominare cosa che sarebbe screditante da un punto di vista sociale: la donna cioè si sentirebbe diminuita con un uomo sminuito. Nella rappresentazione che le donne si fanno del loro rapporto con l’uomo al quale la loro identità sociale è legata, le donne tengono conto della rappresentazione che l’insieme degli uomini e delle donne sarà inevitabilmente portato a farsi di lui applicandogli gli schemi di percezione e di valutazione universalmente condivisi.[xiv]

    Si può quindi pensare questa forma particolare di dominio solo a condizione di superare l’alternativa tra costrizione e consenso. L’effetto del dominio simbolico si esercita non nella logica pura delle coscienze conoscenti, ma attraverso schemi di percezione, di valutazione e di azione che sono costitutivi degli habitus e fondano, al di qua delle decisioni della coscienza e dei controlli della volontà, un rapporto di conoscenza profondamente oscuro a se stesso. Così la logica paradossale del dominio maschile e della sottomissione femminile, di cui contemporaneamente e senza contraddizione, che è spontanea ed estorta, si capisce solo se si prende atto degli effetti durevoli che l’ordine sociale esercita sulle donne (e gli uomini), cioè delle disposizioni spontaneamente adattate a quell’ordine che essa impone loro.[xv]

    La forza simbolica è una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica; ma questa magia opera solo poggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle, nel più profondo dei corpi. Essa trova le sue condizioni di possibilità e la sua contropartita economica nell’immenso lavoro preliminare necessario per operare una trasformazione durevole dei corpi e produrre le disposizioni permanenti che essa scatena e risveglia; azione trasformatrice tanto più potente in quanto si esercita, essenzialmente, in modo invisibile e insidioso, attraverso la familiarizzazione insensibile con un mondo fisico simbolicamente strutturato e un’esperienza precoce e prolungata di interazioni abitate dalle strutture di dominio.[xvi]

    Gli atti di conoscenza e di riconoscimento pratici della frontiera magica tra dominanti e dominati che la magia del potere simbolico innesca e attraverso i quali i dominati contribuiscono, spesso a loro insaputa, a volte contro la loro volontà, al loro stesso dominio accettando tacitamente i limiti imposti, assumono spesso la forma di emozioni corporee[xvii], vergogna[xviii], umiliazione, timidezza, ansia, senso di colpa, o di passioni e sentimenti, amore, ammirazione, rispetto; emozioni tanto più dolorose, a volte, in quanto si esprimono in manifestazioni visibili, come il rossore, il balbettio, la goffaggine, il tremito, la collera o la rabbia impotente, tutti modi di sottomettersi, vincendo la resistenza del proprio corpo, al giudizio dominante, tutte maniere di provare, a volte nel conflitto interiore e nella scissione dell’Io, la complicità sotterranea che un corpo riluttante alle direttive della coscienza e della volontà instaura con le censure inerenti alle strutture sociali.[xix]

    Questo rapporto tra dominanti e dominati e la stratificazione che si viene a formare con la violenza simbolica fa riflettere sulla tematica del gusto[xx]. Bourdieu dimostra come la capacità distintiva del gusto  – concetto assunto dal celebre filosofo illuminista Immanuel Kant  – possa essere messa in gioco per accumulare profitti simbolici; dimostra cioè come la società funzioni in gran parte sulla base di giudizi di gusto, nella misura in cui la complicità o la competizione tra gruppi sociali avviene per mezzo di un consenso o di un rifiuto sul piano sensitivo. L’ineguaglianza sociale e il dominio sono tematiche centrali nella sociologia bourdieusiana. Dai suoi primi scritti e dal testo La distinzione, risulta evidente che la forma di potere che interessa a Bourdieu è quella che definisce dominio simbolico o violenza simbolica.

    Il fondamento della violenza simbolica risiede non in coscienze mistificate che sarebbe sufficiente illuminare, bensì in disposizioni adattate alle strutture di dominio di cui sono il prodotto, ci si può attendere una rottura del rapporto di complicità che le vittime del dominio simbolico stabiliscono con i dominanti solo da una trasformazione radicale delle condizioni sociali di produzione delle disposizioni che portano i dominati ad assumere sui dominanti e su se stessi il punto di vista dei dominanti. La violenza simbolica si compie solo attraverso un atto di conoscenza pratica che si effettua al di qua della coscienza e della volontà e che conferisce la loro efficacia a tutte le manifestazioni, ingiunzioni, suggestioni, seduzioni, minacce, rimproveri, ordini o richiami all’ordine che la caratterizzano. Ma un rapporto di dominio che funziona solo attraverso la complicità delle disposizioni dipende largamente, per la sua perpetuazione o la sua trasformazione, dalla perpetuazione o dalla trasformazione delle strutture di cui queste disposizioni sono il prodotto.[xxi]

    La violenza simbolica, inoltre, si fonda sull’accordo tra le strutture costitutive dell’habitus dei dominati e la struttura della relazione di dominio al quale essi (o esse) si applicano: il dominato percepisce il dominante attraverso categorie prodotte dalla relazione di dominio e quindi conformi agli interessi del dominante.

     L’economia dei beni simbolici

    Bourdieu nel testo Ragioni Pratiche vuole tentare d’individuare i principi generali di un’economia dei beni simbolici. L’autore si rende conto che affrontando l’economia cabila, si era servito dell’esperienza pratica dell’economia domestica, per comprendere quell’economia spesso in contraddizione con la nostra esperienza dell’economia del calcolo.

    Il principio dello scambio di doni viene descritto da Mauss come una serie discontinua di atti generosi, mentre Lévi-Strauss lo definiva una struttura di reciprocità trascendente rispetto agli atti di scambio in cui il dono rimanda al contraccambio. Secondo Bourdieu mancava il ruolo determinante dell’intervallo di tempo che divide il dono dal contraccambio, ossia il fatto che non si restituisce subito quanto si è ricevuto poiché sarebbe l’equivalente di un rifiuto.[xxii] Il do ut des rappresenta l’annullamento dello scambio di doni. Il problema è arduo: se la sociologia si limita a una descrizione oggettiva, riduce lo scambio di doni al do ut des e non sa più su che fondare la differenza fra uno scambio di doni e un atto di credito. Quello che conta nello scambio di doni, dunque, è il fatto che, attraverso l’intervallo di tempo interposto, i due donatori, senza saperlo e senza essersi accordati, si adoperano a mascherare o a rimuovere la verità oggettiva di quello che fanno.

    Una prima proprietà dell’economia degli scambi simbolici si tratta di pratiche che presentano sempre delle doppie verità, difficili da conciliare. Bisogna prendere atto di questo dualismo. Si comprende l’economia dei beni simbolici solo se si accetta senza riserve di prendere sul serio questa ambiguità che non dipende dallo studioso ma è presente nella realtà stessa, questa specie di contraddizione fra la verità soggettiva e la realtà oggettiva. Dualismo reso possibile e praticabile grazie a una sorta di self-deception, di automistificazione. Ma la self-deception individuale è sostenuta da una self-deception collettiva, un autentico disconoscimento collettivo il cui fondamento è inscritto nelle strutture oggettive e nelle strutture mentali che escludono la possibilità di pensare e di agire altrimenti.[xxiii]

    Che gli agenti possano essere mistificatori di se stessi e degli altri e nello stesso tempo mistificati si spiega col fatto che, fin dall’infanzia, vivono immersi in un universo in cui lo scambio di doni è socialmente istituito nelle disposizioni e nelle credenze, e quindi sfugge ai paradossi artificiosamente suscitati da chi, come Jacques Derrida nel libro Passions, si colloca nella logica della coscienza e della libera decisione di un individuo isolato. Se si dimentica  che chi dà, come chi riceve, è incline e preparato da tutta l’opera di socializzazione a entrare senza intenzioni o calcolo di profitto in quello scambio generoso la cui logica gli si impone oggettivamente, si può concludere che il dono gratuito non esiste o che è impossibile, perché si può pensare ai due agenti solo come a dei calcolatori che progettino soggettivamente di fare ciò che oggettivamente fanno, secondo il modello di Lévi Strauss, ossia uno scambio regolato dalla logica della reciprocità.[xxiv]

    A questo punto ci si imbatte in un’altra proprietà dell’economia degli scambi simbolici: il tabù dell’esplicitazione (di cui il prezzo è la forma per eccellenza). Dire come stanno le cose, dichiarare la verità dello scambio o, come a volte si dice, la verità dei prezzi equivale ad annullare lo scambio. Si vede tra l’altro che i comportamenti il cui paradigma è lo scambio di doni pongono un arduo problema alla sociologia che, per definizione, ha il compito di esplicitare.

    Nella descrizione degli effetti prodotti dall’introduzione del prezzo si può trovare una verifica di queste analisi e una testimonianza di quella sorta di tabù dell’esplicitazione che si cela nell’economia degli scambi simbolici: se quest’ultima può servire da analizzatore dell’economia dello scambio economico, è anche possibile, inversamente chiedere all’economia dello scambio economico di fungere da analizzatore dell’economia degli scambi simbolici. Così il prezzo che caratterizza in proprio l’economia degli scambi economici in opposizione a quella dei beni simbolici, funge da espressione simbolica del consenso sul tasso di scambio implicito in ogni scambio economico. Il consenso sul tasso di scambio è presente anche in un’economia degli scambi simbolici, ma i termini e le condizioni rimangono allo stato implicito. Nello scambio di doni, il prezzo deve restare implicito (non voglio sapere la verità dei prezzi né voglio sapere che l’altro lo sappia). Gli economisti parlano di common knowledge: so che tu sai che, quando ti faccio un dono, so che restituirai. Parlare nell’ambito di common knowledge (o di self-deception), significa restare nell’ambito di una filosofia della coscienza facendo come se in ogni agente vivesse una doppia coscienza, una coscienza sdoppiata, divisa contro se stessa, che reprime una verità peraltro nota. Si può dare conto di tutti i comportamenti duplici, senza duplicità, dell’economia degli scambi simbolici, solo a condizione di abbandonare la teoria dell’azione come prodotto di una coscienza intenzionale, di un progetto esplicito, di una intenzione esplicita e orientata verso un fine esplicitamente posto.[xxv] Così lo scambio di doni (di donne, di favori,…) concepito come paradigma dell’economia dei beni simbolici si oppone al do ut des dell’economia economica perché al suo principio non c’è un soggetto calcolatore, ma un agente socialmente predisposto ad entrare, senza intenzioni né calcolo, nel gioco dello scambio.[xxvi]

    Un altro fattore determinante del perpetuarsi delle differenze è la permanenza che l’economia dei beni simbolici deve alla sua autonomia relativa, permanenza che permette al dominio maschile di persistere al di là delle trasformazioni dei modi di produzione economica, e questo con il sostegno costante ed esplicito che la famiglia, principale custode del capitale simbolico, riceve dalla chiesa e dal diritto.

    Essendo escluse dall’universo delle cose serie, degli affari pubblici, soprattutto economici, le donne sono rimaste a lungo confinate nell’universo domestico e nelle attività associative alla riproduzione biologica e sociale della stirpe. Queste attività, in particolare quelle materne, che, pur essendo apparentemente valorizzate e a volte celebrate ritualmente, lo sono nella misura in cui restano subordinate alle attività di produzione, le uniche suscettibili di una vera sanzione economica e sociale, e ordinate in rapporto agli interessi materiali e simbolici della stirpe, cioè degli uomini. Per questo una parte importante di lavoro domestico della donna è dedicata ancora oggi, in molti ambienti, a mantenere la solidarietà e l’integrazione della famiglia, curando i rapporti di parentela e il capitale sociale attraverso l’organizzazione di tutta una serie di attività sociali e ordinarie, come il pasto che riunisce tutta la famiglia.

    Questo lavoro domestico per lo più passa inosservato, o viene frainteso. Il fatto che il lavoro della donna non abbia un equivalente monetario contribuisce a svalutarlo agli occhi della donna stessa, come se questo tempo privo di un valore mercantile non avesse importanza e potesse essere dato senza contropartita, e senza limiti, innanzitutto ai membri della famiglia, soprattutto ai figli, ma anche all’esterno, in attività benefiche, in iniziative di volontariato o sempre di più in associazioni e partiti. Spesso costrette a non abbandonare il terreno delle attività non remunerative e poco portate quindi a pensare il lavoro in termini di equivalenza monetaria, le donne, assai più spesso degli uomini, sono inclini alle attività di beneficienza, religiose o caritatevoli in particolare.

    Se nelle società meno differenziate, erano trattate come mezzi di scambio che dovevano permettere agli uomini di accumulare capitale sociale e capitale simbolico attraverso il matrimonio, vero e proprio investimento finalizzato all’instaurazione di legami di parentela più o meno estesi e prestigiosi, oggi le donne danno un contributo decisivo alla produzione e alla riproduzione del capitale simbolico della famiglia.

    Il mondo sociale funziona come un mercato dei beni simbolici dominato dalla visione maschile: come si è detto, esse, quando si tratta delle donne, significa percipi, essere percepite, e percepite dall’occhio maschile o da un occhio abitato dalle categorie maschili quelle cui si ricorre, senza essere in grado di enunciarle esplicitamente.

    La posizione particolare delle donne sul mercato dei beni simbolici spiega buona parte delle disposizioni femminili: se ogni rapporto sociale è, sotto un certo aspetto, il luogo di uno scambio in cui ciascuno offre alla valutazione il suo apparire sensibile, il peso che, in questo essere-percepiti, ricade sul corpo ridotto a quello che a volte viene detto il “fisico”, rispetto a proprietà meno direttamente sensibili, come il linguaggio, è maggiore per la donna che per l’uomo.[xxvii] Nella donna vi è un investimento di tempo, denaro, energie nel lavoro cosmetico, mentre nell’uomo abito, decorazioni, uniforme tendono a cancellare il corpo a vantaggio dei segni sociali della posizione sociale.

    Essendo socialmente portate a trattare se stesse come oggetti estetici e, di conseguenza, a dedicare un’attenzione costante a tutto ciò che riguarda la bellezza, l’eleganza del corpo, dell’abbigliamento, del portamento, le donne si vedono nel modo del tutto naturale affidare, nella divisione del lavoro domestico, la responsabilità di tutto ciò che ha a che fare con l’estetica e con la gestione dell’immagine pubblica e delle apparenze sociali dei membri dell’unità domestica. Sono le donne che si assumono il compito e la cura dell’ambiente in cui si svolge la vita quotidiana della casa e del suo arredamento.

    Preposte alla gestione del capitale simbolico delle famiglie, le donne sono logicamente invitate ad assumere questo ruolo anche all’interno dell’impresa, che diede loro quasi sempre di farsi carico delle attività di presentazione e di rappresentanza, di ricevimento e di accoglienza.[xxviii]

    Si capisce che, a livello generale, si possono affidare alle donne, per una semplice estensione del loro ruolo tradizionale, funzioni nella produzione o nel consumo dei beni e dei servizi simbolici, sino alla grande sartoria o all’alta cultura. Responsabili all’interno dell’unità domestica della conversione del capitale economico in capitale simbolico, le donne sono predisposte a entrare nella dialettica permanente dell’ostensione e della distinzione cui la moda offre uno dei terreni dell’elezione e che rappresenta il motore della vita culturale intesa come movimento perpetuo di superamento e di rincaro simbolici.

    È come se il mercato dei beni simbolici, cui le donne devono le migliori attestazioni della loro emancipazione professionale, concedesse a queste libere lavoratrici della produzione simbolica le apparenze della libertà, solo per meglio ottenere la loro fervida sottomissione e il loro contributo al dominio simbolico che si esercita attraverso i meccanismi dell’economia dei beni simbolici di cui esse sono anche le vittime privilegiate.[xxix]

    Conclusioni

    Vorrei concludere questo piccolo abstract con una celebre frase del nostro protagonista. “Una delle proprietà generali dei campi è l’esistenza al loro interno di lotte per imporre al campo stesso la visione dominante.”

    Penso che questa frase racchiuda in parte ciò che abbiamo analizzato dal concetto di campo al concetto dominante-dominato nella violenza simbolica.

    È interessante fare un parallelo col sociologo Anthony Giddens ossia – in contrapposizione al sentimento di insicurezza ontologica analizzato da Ronald David Laing – Giddens sostiene un sentimento di sicurezza ontologica ossia «un senso di continuità e ordine negli eventi». Quello che intende Giddens[xxx] è questa emergenza di un’identità soggettiva, e di un self come qualcosa che l’individuo deve continuamente costruire. [xxxi]

    Note

    [i] Il concetto di habitus viene esplorato da altri autori prima di Bourdieu: Émile Durkheim, Max Weber, Marcel Mauss e Norbert Elias. La peculiarità di Bourdieu è aver attribuito al termine habitus un significato in campo sociologico, dove il termine rappresenta il nucleo fondamentale della sua teoria. L’habitus è un principio generativo, un operatore o modus operandi (un modo d’agire o di comportarsi) che produce improvvisazioni regolari o pratiche sociali. L’habitus è creativo e ingegnoso. È in grado di produrre comportamenti nuovi in situazioni sconosciute, ha il potenziale di un’ars inveniendi, un’arte dell’invenzione. Questo operatore è il prodotto della storia di un individuo, è esperienza accumulata e quindi non solo modus operandi, ma anche opus operatum, è storia incorporata ed interiorizzata. Beate, K. Gunter, G. (2002). Habitus. Armando Editore, p. 9-10.

    L’insieme di disposizioni che fanno sì che un individuo sia più incline a comportarsi in un determinato modo ed avere determinati gusti è ciò che Bourdieu chiama habitus. L’habitus occupa un posto centrale perché è un concetto double face, perché è il prodotto di condizioni che a sua volta condiziona, per dirla con Bourdieu, «struttura strutturante che organizza le pratiche e la percezione delle pratiche, l’habitus è anche struttura strutturata: il principio di divisioni in classi logiche che organizza la percezione del mondo sociale è esso stesso il prodotto dell’incorporazione della divisione in classi sociali». Bourdieu, P. (2002). Campo del potere e campo intellettuale. Manifestolibri, p.18

    [ii] Nelle scienze sociali con il concetto di violenza simbolica, introdotto all’inizio degli anni 1970 dal sociologo francese Pierre Bourdieu, ci si riferisce alle forme di violenza esercitate non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture  mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.
    Costituisce quindi una violenza “dolce”, invisibile, che viene esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce e che nasconde i rapporti di forza sottostanti alla relazione nella quale si configura.

    Tale concetto, divenuto poi centrale nelle sue opere teoriche chiave, venne formulato da Bourdieu attraverso gli studi sulla società cabila e sul sistema scolastico francese. Queste due ricerche forniscono i due esempi più classici di violenza simbolica che il sociologo propone: l’imposizione di un arbitrio culturale nell’azione pedagogica e la replicazione del dominio maschile sulle donne tramite la “naturalizzazione” della differenziazione tra i generi.
    Strettamente connessi alla violenza simbolica sono quindi i concetti di habitus, il processo attraverso il quale avviene la riproduzione culturale e la naturalizzazione di determinati comportamenti e valori, e di incorporazione, il processo attraverso il quale le relazioni simboliche si ripercuotono in effetti diretti sul corpo dei soggetti sociali.

    [iii] Bourdieu, P. (2002). Campo del potere e campo intellettuale. Manifestolibri, p.11.

    [iv] Bourdieu, P. Ivi, p.13-18.

    [v] Si può istituire un parallelismo tra la figura di Bourdieu e quella del celebre filosofo Ludwig Wittgenstein. Bourdieu aggiunge all’analisi di Wittgenstein il fatto che la lingua è un fatto sociale e ci permette di capire che l’uso dei significati ce lo dà in un quadro collettivo condiviso in una gamma di possibilità. Per Bourdieu è lo stesso interagire che produce regole, per Wittgenstein è lo stesso parlare che contiene regole.

    [vi] Bourdieu, P. (2002). Campo del potere e campo intellettuale. Manifestolibri, p.13-18.

    [vii] Beate, K. Gunter, G. (2002). Habitus. Armando Editore, p. 49- 52.

    [viii] Beate, K. Gunter, G. Ivi, p. 53.

    [ix]  Beate, K. Gunter, G. Ivi, p. 53.

    [x] Bourdieu, P. (2009). Ragioni Pratiche. Il mulino, p. 169.

    [xi] Beate, K. Gunter, G. (2002). Habitus. Armando Editore, p. 65.

    [xii] Beate, K. Gunter, G. Ibidem

    [xiii] Bourdieu, P. (2014). Il dominio maschile. Feltrinelli Editore, p. 45.

    [xiv] Bourdieu, P. Ivi, p. 46.

    [xv] Bourdieu, P. Ivi, p. 48.

    [xvi] Bourdieu, P. Ivi, p. 48-49.

    [xvii] Il dibattito sulle emozioni è molto vasto in filosofia della mente, la controversia primaria che si viene a creare negli anni ‘80 è tra gli psicologi Richard Lazarus e Robert Zajonc. Il primo sostiene che l’attivazione di uno stato emozionale è sempre simile ai processi cognitivi paradigmatici, mentre il secondo che le emozioni hanno talvolta un carattere modulare, nel senso di essere rapide risposte stereotipate, simili a riflessi. Le emozioni primarie sono risposte complesse, coordinate e automatiche a eventi ambientali. Complesse in quanto coinvolgono elementi di vario genere tra cui variazione della mimica facciale, risposte scheletrico e muscolari, variazioni del timbro di voce ecc, coordinate in quanto tali elementi ricorrono secondo schemi o sequenze riconoscibili, automatiche in quanto hanno luogo in modo coordinato senza richiedere il controllo cosciente.  Le emozioni primarie sono sei: tristezza, paura, rabbia, disgusto, sorpresa e gioia.

    [xviii] Vergogna, invidia, gelosia sessuale fedeltà sono emozioni complesse. Le emozioni complesse rispetto alle emozioni primarie sono sensibili a una gamma molto più ampia di informazioni, inclusi i pensieri, non esibiscono il repertorio stereotipato di effetti fisiologici che caratterizza le emozioni primarie, sono risposte di maggiore durata, sono ben integrate in attività cognitive come la pianificazione delle azioni.

    [xix] Bourdieu, P. (2014). Il dominio maschile. Feltrinelli Editore, p. 49.

    [xx]A partire dal Settecento, s’intende con gusto la disposizione a giudicare correttamente gli oggetti del sentimento. Ora il principio di una tale facoltà viene generalmente individuato, sulla scorta di tutta la precedente tradizione filosofica, nel senso comune. Infatti scrive Kant «soltanto nell’ipotesi che ci sia un senso comune, può essere pronunciato il giudizio di gusto». Nella nozione di gusto, che è quanto dire nella nozione di un giudizio estetico dotato di un’universalità soggettiva e sentimentale, vengono così a confluire due istanze: l’una gnoseologica, l’altra morale, presenti entrambe nella preistoria della nozione di gusto, vale a dire nell’idea di sensus communis. D’Angelo, P. Dizionario di Estetica.

    Il giudizio di gusto emerge nella Critica del Giudizio di Immanuel Kant a proposito della seconda e quarta tesi definizione del concetto di bello in ordine “bello è ciò piace universalmente senza concetto” e “bello è ciò che suscita un piacere necessario”.  La seconda e quarta tesi, che asseriscono il carattere universale e necessario del piacere provato in concomitanza con il giudizio sul bello, contengono una delle affermazioni più importanti della Critica del Giudizio: i giudizi di gusto devono poter ambire a una validità universale, ossia devono poter essere condivisi intersoggetivamente pur senza essere fondati su concetti. La ragione di questa pretesa è trascendentale, e risiede nella natura del piacere provato in concomitanza con il giudizio estetico, un piacere derivante da quello che Kant chiama “libero gioco” delle facoltà conoscitive coinvolte nel giudizio sul bello: l’immaginazione e l’intelletto. Questo armonico accordarsi delle facoltà soggettive produce infatti uno stato d’animo soggettivo, non vincolato ad alcun concetto o regola e tuttavia condivisibile intersoggettivamente, una sorta di senso comune fondato sul sentimento che Kant chiama sensus communis aestheticus. Il giudizio di gusto diventa dunque in Kant il fondamento trascendentale della possibilità di condividere intersoggetivamente il sentimento, luogo in cui l’esperienza del gusto può essere comunicata e assumere una valenza sociale. D’angelo, P. Franzini, E. Scaramuzza, G. (2002). Estetica. Raffaello Cortina Editore, p. 160-161.

    [xxi] Bourdieu, P. (2014). Il dominio maschile. Feltrinelli Editore, p. 53.

    [xxii] Bourdieu, P. (2009). Ragioni Pratiche. Il mulino, p. 159.

    [xxiii] Bourdieu, P. Ivi, p. 160.

    [xxiv] Bourdieu, P. Ivi, p. 160.

    [xxv] Bourdieu, P. Ivi, p. 163.

    [xxvi] Bourdieu, P. (2009). Ragioni Pratiche. Il mulino, p. 164.

    [xxvii] Bourdieu, P. (2014). Il dominio maschile. Feltrinelli, p.113-117.

    [xxviii] Bourdieu, P. Ivi, p.113-117.

    [xxix] Bourdieu, P. Ivi, p.118-119.

    [xxx] Giddens ci descrive il senso di sicurezza ontologica intendendo che gli agenti mirano a mantenere un grado elevato di sicurezza ontologica seguendo le convenzioni quotidiane e le routines accettate, oltre che evitando azioni che possono determinare mutamenti radicali

    [xxxi] Giddens, A. (1991). Identità e società moderna. Ipermedium libri, p.243.

     

    Livia Monardo è laureanda del corso di Laurea Magistrale di Scienze Filosofiche della facoltà di Roma Tre. Ho conseguito la Laurea Triennale in Filosofia presso lo stesso Ateneo. E’ interessata a vari campi di lavoro, come direbbe il sociologo Pierre Bourdieu, tra cui il tema delle Human Resources. Proprio a marzo ho conseguito uno Strategic Human Resources Management Certificate alla Pace University di New York

  • La riproduzione come paradigma. Per una economia politica femminista di Federica Giardini e Anna Simone

    Questo non è un comunicato, ma un modo per significare i tempi di ingiustizia che sentiamo inscritti nei nostri corpi, nelle nostre esperienze, nelle nostre pratiche e nelle nostre relazioni.

    Da tempo coltiviamo la presa di parola sul funzionamento di questo capitalismo che si traduce nelle nostre vite quotidiane attraverso l’antropologia prodotta dal neoliberismo. Siamo convinte che il femminismo sia un pensiero per tutte e tutti, un pensiero di civiltà che apre nuove prospettive, sia partendo da noi, sia ragionando su grande scala. Non ci basta più un pensiero di donne sulle donne, vogliamo parlare del mondo collocandoci nella realtà delle nostre vite e delle nostre esperienze. Proponiamo, quindi, una scrittura scandita in alcune tesi per avviare un percorso comune, un percorso che articoli la materialità di questo presente, per ricollocare i nostri desideri e i nostri bisogni, per una nuova misura del mondo, una nuova economia politica.

    Sulla riproduzione

    1. Assumiamo le attività di riproduzione come il paradigma dei tempi in cui viviamo. Per riproduzione non intendiamo la sola rigenerazione biologica, eterosessuale, della specie, bensì tutto il ciclo di attività che mettono e rimettono al mondo, e sul mercato, l’umano. Consideriamo dunque conclusa la fase della contrapposizione tra femminismo marxista o materialista e femminismo del simbolico. Il paradigma riproduttivo può dunque interpellare tutti i soggetti che si collocano al di fuori del quadro eterosessuale o che non assumono la prospettiva di genere. Il soggetto queer, come tutte noi, abita, dipende dalle relazioni, necessita delle condizioni materiali e dei mezzi per dire una vita degna, quando voglia nominare materialmente la sua esperienza.

    2. Il paradigma riproduttivo si afferma in un’epoca postpatriarcale, nella sovversione delle categorie che hanno regolato il vivere umano in epoca moderna: natura-cultura, attività domestiche-lavoro, privato-pubblico, etica-politica, economico-sociale, inclusione-esclusione. Per riproduzione intendiamo dunque la generazione e rigenerazione fisica e mentale dell’umano nella sua primaria dimensione relazionale, tra famiglia e società, tra condotte individuali e collettive, tra attività necessarie incomprimibili e attività relazionalmente libere.. Dai comitati di bioetica al telelavoro, dal ritorno del volontariato, fino alla società dei servizi, tutto ci parla della fine di quei confini.

    3. Il paradigma riproduttivo non è né in alternativa, né complementare alla produzione, ne registra le metamorfosi e ne è un polo ineliminabile. Consideriamo la riproduzione il punto cieco della tradizione economica e politica della modernità occidentale. E’ su questo impensato che si sta ricostituendo la presa del capitalismo, ovvero la sperequazione, lo sfruttamento e l’ingiustizia. Il pensiero femminista ha strumenti ben collaudati per collocarsi su questo terreno e sviluppare un conflitto all’altezza delle trasformazioni del presente. Il paradigma riproduttivo svela come, di epoca in epoca, il confine tra produzione di beni e riproduzione dell’umano si sposti e ridefinisca quali sono le attività non qualificate (lavoro semplice), quali le attività necessarie alla sopravvivenza (lavoro necessario), quali le attività qualificate e dunque valorizzate, ricollocando così le aree di esercizio dello sfruttamento e dell’oppressione. Com’è possibile che oggi un’ora di traduzione dall’inglese sia pagata meno di un’ora di pulizie in casa altrui?

    Sui dibattiti in corso

    4. Il paradigma riproduttivo evidenzia come i dibattiti nordoccidentali sulla cura, non affrontando gli effetti economici su grande scala prodotti dal neoliberismo, non si confrontano con i criteri della valorizzazione e svalorizzazione di queste attività. “Prendersi cura del mondo” va preso alla lettera. Significa assumersi la cruda materialità della manutenzione del vivere; posizionarsi sulla grande scala nella quale viviamo; riappropriarsi delle misure per non automercificarci e per non mercificare l’altra, “la colf e la badante”; significa dunque generare e orientare le pratiche conflittuali volte a riappropriarsi delle misure del valore del vivere. Mi basta l’apprezzamento, una eventuale gratitudine, il riconoscimento e la fantasia di una promessa per il futuro prossimo, in ritorno di quel che ho fatto, quando nessuno si preoccupa di come pago l’affitto?

    5. Il paradigma riproduttivo non coincide con la diagnosi della femminilizzazione della società, del mercato, del lavoro. E’ un paradigma che – oltre a indicare l’estensione a tutti i soggetti del carico delle attività di generazione continua dei corpi relazionali che siamo e in cui consistiamo – intende individuare, tra produzione e riproduzione, lo spostamento della linea del valore che di volta in volta ridefinisce cosa è lavoro non qualificato, lavoro necessario e lavoro valorizzato. Le retoriche sulla femminilizzazione del lavoro e della società sono solo la forma “gestionale”, antropologica, del neoliberismo, che ha già stabilito in altre sedi – da chi costruisce gli indicatori statistici o da chi elabora i criteri di valutazione nei rating o nell’erogazione di fondi comunitari e nazionali… – il quadro generale di criteri, priorità e finalità. Per il desiderio di chi sto svolgendo lavoro gratuito o mal pagato?

    6. Il paradigma riproduttivo aumenta la capacità descrittiva di quel che è stato messo sotto il titolo di “lavoro cognitivo” o “lavoro immateriale”. Accogliamo positivamente il terreno comune creato dalla diagnosi dell’”egemonia del lavoro immateriale” e dalla diffusione del paradigma biopolitico, ma vogliamo una maggiore presa sulla materialità delle vite. Oltre alla formula della “messa a valore delle capacità linguistiche, relazionali, affettive”, ci dotiamo di strumenti più affilati per descrivere le attività non viste eppure necessarie e dunque lasciate ad altre, ad altri. Il paradigma riproduttivo, mantenendo la tensione con le attività di produzione di beni, permette di far cadere la distinzione tra lavoro materiale e lavoro immateriale e di ritrovarla come distinzione tra attività rinaturalizzate, rese cioè invisibili e indicibili, e attività valorizzate, salariate, svalorizzate.Accogliere – lavoro complesso ma rinaturalizzato – è lasciato all’invisibile al pari dell’ovvietà del respiro, è richiesto come sovrappiù nella prestazione professionale o è già politica?

    Sul valore

    7. Nel venire meno della partizione tra attività domestiche e attività produttive, il paradigma riproduttivo ridefinisce tutto quel che andava sotto il titolo “lavoro”. Misura, valore, salario, tempo di vita, tempo produttivo, bisogno e consumo, virtù pubbliche e private, si sono disposte in una precisa organizzazione sociale, che non esiste più. Consideriamo il paradigma critico della “mercificazione” – il valore inteso come valore monetario attribuito a uno scambio ed esteso a relazioni che prima monetarie non erano – insufficiente per descrivere le trasformazioni del contemporaneo. L’attribuzione di valore e disvalore non si limita alla sola misura monetaria, al prezzo o al salario, ma implica una vasta gamma di tecniche di comunicazione e del sé che plasmano la nostra stessa percezione di cosa vale. Dal tremore all’incredulità di fronte alle procedure di selezione (concorsi, contest, colloquio di lavoro, valutazione permanente).

    8. Contro l’eccesso soggettivo nel concepire lo sfruttamento e l’eccesso oggettivo-scientista dell’economico, contro la sussunzione del monetario nel sociale o viceversa, il paradigma riproduttivo richiede una nuova teoria del valore, che sia in grado di descrivere sia gli effetti di dominio, che distribuiscono degni e indegni, meritevoli e immeritevoli, sia la traduzione delle attività sociali in prezzi e salari. I valori delle nostre attività non riguardano solo il senso di sé e di quel che si fa, sono individuati da una dinamica retroattiva tra domanda-offerta e il più ampio andamento discorsivo e virtuale che la ricostituisce. Differenza, nel paradigma riproduttivo, è il nome del campo su cui si esercita la messa a valore, come anche la sua riappropriazione. Il voto, il rating non sono solo numeri, ma sono più dei loro effetti sui soggetti.

    9. Che differenza corre tra una donna che cucina e uno chef? In questa differenza il paradigma riproduttivo individua le attività naturalizzate e dunque senza valore e le attività messe a mercato, anche simbolico e comunicativo, e dunque dotate di valore. Che differenza c’è tra una donna che cucina e una donna che va a servizio in casa altrui? In questa differenza, il paradigma riproduttivo individua l’intreccio tra valorizzazione e svalorizzazione, discorsiva e monetaria, dunque simbolica. Donna che cucina sta a precario come chef sta a opinionista, oppure donna di servizio sta a ricercatore a contratto o a dirigente di pubblica amministrazione come chef sta a procuratore finanziario.

    10. Al salario e alla gratitudine preferiamo la restituzione. Il reddito garantito prevede un provvedimento monetario che è condizione necessaria ma non sufficiente. La restituzione – reddere – è un circuito simbolico-materiale, un circuito di riproduzione della vita degna, che non può esaurirsi nella possibilità di pagarsi quel che serve per sopravvivere. Essere parte di un circuito di reddito significa accedere, utilizzare e moltiplicare le condizioni del vivere. Voglio un salario o tutto quel che serve per un’esistenza gioiosa?

    11. “La casalinga somiglia all’artigiano e quindi è meno suscettibile di rivoltarsi alla sua condizione”. Assumere il paradigma riproduttivo permette di portare a parola i soggetti che fanno corpo con le loro attività e dunque più suscettibili di aderire a criteri di valorizzazione eterodiretti; permette di individuare il crinale tra valorizzazione per il profitto altrui e pratiche e istituzioni di autovalorizzazione. Dalla finanza “etica” al reddito incondizionato, la posta in gioco è riappropriarsi non del valore, bensì dei criteri, e delle misure, di attribuzione del valore. Chi decide in cosa consiste sentirsi bene?

    Sulle relazioni e le loro forme

    12. Il paradigma riproduttivo rimette in questione la stessa libertà. Il neoliberismo si serve ma nasconde la dimensione necessaria e ineliminabile della interdipendenza, del legame, della cooperazione. Rende visibili solo le libertà che generano e rigenerano “individui” indipendenti, dotati di libero arbitrio, di libertà di scelta. L’occultamento avviene su almeno due piani: la libera scelta si esercita entro un quadro di opzioni stabilite altrove, che a loro volta non sono materia di scelta; la libertà di competere si esercita nella dipendenza estrema dal mercato, dalla sola dinamica domanda-offerta. Individui consumatori del segmento finale di produzione e individui competitivi ricattati dalla paura di cadere fuori, nello status abissale del bisognoso. Il paradigma riproduttivo punta alla riappropriazione della dipendenza, della interdipendenza e della relazione quale condizione della libertà. Dal mutualismo alla solidarietà autodeterminata.

    13. Consideriamo l’estendersi degli “espulsi” e dei “bisognosi” come l’effetto della dinamica di valorizzazione-svalorizzazione di attività umane fondamentali. Gli effetti di questo respingimento nella sfera del quasi-politico, nella naturalità muta del bisogno, possono essere contenuti e/o governati solo con la violenza. Nel paradigma riproduttivo, che non separa fisico e mentale, violenza epistemologica e violenza poliziesca sono due aspetti di uno stesso processo di ridefinizione e ri(de)legittimazione di quel che si può considerare umano, dotato di diritti, politico. L’ottantenne sfrattata per fine locazione, è un soggetto abbietto, pericoloso, o soggetto di una nuova economia politica?

    14. Se le attività riproduttive delle relazioni sono l’atmosfera che respiriamo e che ci viene sottratta, perché si discute della “fine della società”? Le attività riproduttive, quando portate a coincidenza con le attività monetizzate e sottoposte al valore di scambio, riformulano il legame sociale in rapporti individuali contrattualizzati e i diritti in contratti assicurativi sul rischio. Consideriamo una conferma la rilevanza strategica attribuita alla liberalizzazione dei servizi prevista dal TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership) e dal TISA (Trade in Services Agreement). Domani, curarsi corrisponderebbe a questa sequenza di atti: ricognizione dei centri sanitari aperti o chiusi a seguito di valutazione della loro virtuosità di bilancio, calcolo costi-benefici, valutazione rapporto qualità-prezzo.

    15. Il paradigma riproduttivo interroga la cittadinanza e i suoi istituti, oggi che non è più fondata sul patto costituzionale e sulla divisione sessuale e nazionale del lavoro. In questo senso leggiamo le teorie della governamentalità: generazione e rigenerazione delle relazioni e delle risorse necessarie alle relazioni, in un quadro di finalità che non è nelle mani degli agenti delle attività riproduttive. Il passaggio dal cittadino-lavoratore al cittadino-consumatore-cliente indica il passaggio da un regime di Welfare, di esigibilità dei diritti sociali e fondamentali, a politiche sociali quale sistema di “gestione” del disagio sociale in cui, quali “clienti” subalterni e/o “bisognosi”, siamo privati della piena soggettività e autodeterminazione. Non le relazioni che prevedono la bellezza e l’uso del luogo in cui si vive insieme, ma il criterio della sicurezza e la stipula di un contratto assicurativo in caso di incidente.

    16. Nel venire meno della partizione tra pubblico e privato, il paradigma riproduttivo si manifesta nell’estendersi della dimensione amministrativa in cui si inscrivono e a cui sono sottoposte le nostre vite. Le progressive riforme della Pubblica amministrazione vanno intese come estensione delle attività riproduttive a tutti e ciascuno. Nel paradigma riproduttivo-amministrativo i diritti sociali si trasformano in servizi, in prestazioni, in prodotto di attività che devono essere costantemente ripetute, individualmente e ben oltre le istituzioni pubblico-statuali: dalla previdenza e assistenza, all’istruzione, alle risorse sociali primarie. La scelta delle tariffe di acqua, luce, gas, comunicazione, come anche la ricerca, valutazione e accesso a casa, scuola…

    17. Tra le principali attività della riproduzione includiamo il sistema dell’istruzione, della formazione e dell’educazione, quale ambito nuovamente strategico nella costruzione e orientamento del “capitale umano”. Troviamo conferma di questo nella priorità ed effettualità della riforma a livello europeo e nazionale dei diversi cicli di istruzione, che si nutrono di nuovi apparati di valutazione e selettività e che investono il “mercato” del lavoro tanto quanto la formazione. Ritorno al Giudizio universale e per giunta senza giustizia.

    18. Tra i sintomi dell’instaurarsi di un regime amministrativo-gestionale-riproduttivo registriamo le espressioni “capitale umano”, “risorse umane”, “capitale sociale”, “knowledge economy”, “knowledge society”, ma anche “smart city” e “green economy”. Nell’epoca della “rigenerazione urbana”, il paradigma riproduttivo individua l’umano nel suo ciclo di attività vitali, tutte già politiche ma, diversamente dalla nozione di “biopolitica”, permette di cogliere le dinamiche di valorizzazione della dimensione non umana, evitando l’ipostatizzazione della natura o dell’ambiente in materia inerte offerta alla produzione, materiale o immateriale che sia. Abbiamo visto una politica capace di dare significato all’espressione “democrazia dell’acqua”.

    Prendere parola femminista in questo quadro significa dunque ripensare tutto: l’economico, il culturale, il materiale-naturale, il sociale, il giuridico, il politico. Non si tratta di ambiti separati, bensì intrecciati all’interno di un processo di valorizzazione complessivo e complesso di cui occorre farsi carico. Non ci basta pensare le forme di liberazione dalle misure che instaurano lo sfruttamento, riteniamo dirimente individuare nuove misure, nuove forme regolative in grado di ridare valore alle nostre vite, qui e ora.

    Parte delle questioni formulate sono oggetto di un lavoro condiviso con Eleonora De Majo, Gea Piccardi e Alessia Dro (fg).

  • Federica Giardini

    Mail: federica.giardini(chiocciola)uniroma3.it

    Si è laureata in Filosofia presso l’Università di Pisa con una tesi su Luce Irigaray; è attualmente docente di Filosofia politica all’Università Roma Tre. Redattrice della rivista DWF dal 1996 e di “European Journal of Women’s Studies” (2000-2011), ha dato inizio, insieme ad altre, alla posizione Matri_x. Collabora con la comunità filosofica Diotima e con la Società delle letterate ed è nel comitato direttivo di IAPh (Internationale Assoziation von Philosophinnen), di cui ha organizzato il XII Simposio internazionale (Roma 2006). E’ stata coordinatrice del Master di II livello in “Filosofia e interculturalità” (aa. 2005-2007). Collabora assiduamente con diversi contesti di politica partecipata, con cui organizza da anni lezioni e seminari su temi che intrecciano la prassi e la teoria politiche. Il suo pensiero, che parte dall’elaborazione della differenza sessuale in ambito italiano e francese, ne è uno sviluppo che tiene conto delle attuali trasformazioni della società e della politica. Ha contribuito a un’elaborazione femminista del tema dei beni comuni e attualmente lavora, insieme a altre, sull’intersezione dell’economia politica e delle politiche della natura.

     

    Bibliografia

    I nomi della crisi. Antropologia e politica, Kluwer-Cedam, 2017

    Le analisi del contemporaneo sono pervase da una tonalità di urgenza: che sia per ricomporre un senso di frammentazione o per ritrovare un senso condiviso, la domanda sull’umano si presenta impellente e convoca a dare risposte. Nei momenti di crisi emerge il movimento che lega antropologia e politica – se la domanda antropologica interpella la dimensione politica al trapasso delle forme della vita associata, l’ambito politico viene strappato alle forme già costituite e viene chiamato a riarticolare l’umano nelle sue grammatiche relazionali.

    (con G. Piccardi), Produzione e riproduzione. Genealogie e teorie, Pigreco, 2015.
    Quaderno di appunti di filosofia politica. Antologia di testi di differenti autori e autrici che trattano il lavoro di cura e il lavoro domestico, dentro il paradigma postfordista attraversando differenti materie e differenti visioni.

    Teatro Valle occupato. La rivolta dei beni comuni, con U. Mattei, R. Spregelburd, DeriveApprodi, Roma 2012.
    Sui contenuti e la valenza dello Statuto della «Fondazione Teatro Valle», che trascrive in forma giuridica la rivendicazione di un «bene comune», nel libro vengono chiamati a esprimersi, oltre agli occupanti, anche il giurista Ugo Mattei, la filosofa Federica Giardini e il drammaturgo Rafael Spregelburd.

    (a cura di) Sensibili Guerriere. Sulla forza femminile, Iacobelli 2011.
    I testi presentati in questo volume  sono frutto di un lavoro seminariale durato circa due anni interrogano luoghi comuni e acquisizioni date per scontate, in un confronto con le differenze tra Occidente e Oriente e alla luce delle opere di alcune grandi pensatrici.

    L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere 2011.
    Presa di parola che si configura sin da subito come atto politico non scontato, non conseguente automaticamente dall’essere dotati di voce e che, già dal pensiero aristotelico, rappresenta il discrimine per accedere allo spazio pubblico.

    (A cura di) A. Buttarelli, F. Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai editore 2008.
    Questo libro nasce dal II Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe (IAPh), fondata nel 1974, con sede a Berlino. Per il Simposio di Roma (2006) ci siamo chieste: qual è la Cosa da pensare, ora?

    Relazioni. Differenza sessuale e fenomenologia, Luca Sossella Editore 2004.
    Questo testo si struttura intorno al gioco del quindici, un elementare gioco d’infanzia che si fa in una serie di mosse permesse dall’assenza di una tessera, un intervallo che permette movimento, l’intervallo della differenza tra i sessi.

     

    Capitoli pubblicati in libri miscellanei

    La giusta misura. Breve contro-storia di una relazione senza rapporto. In Fare giustiza, neoliberismo e disuguaglianze, a cura di Simone, A., Zappino, F., Mimesis, Milano 2016.

    Interesse. In  A come animale, a cura di Cimatti, F.,  Bompiani, Milano 2015.

    Differenza e conflitto. Un aggiornamento. In Femminismo e neoliberismo. A cura di Tarantino S., Dini. T., p. 121-136, Benevento 2014.

    Desiderio. In Filosofia della psicoanalisi. Cimatti, F., Vizzardelli, S., Quodlibet, Macerata 2012.

    Una politica che viene da lontano. In E’ qui la festa. Diotima, p. 51-64, Liguori Editore,Napoli 2012.

    L’impersonale della differenza. In Esercizi di composizione per Angela Putino. Tarantino,S.,  Borrello, G., p. 42-51, Liguori, Napoli 2010.

     

    Articoli

    (2016). Simone de Beauvoir, Luce Irigaray. A Re-reading. SCIENZA & POLITICA, 28(54)

    (2011) The Second Sex. EUROPEAN JOURNAL OF WOMEN’S STUDIES, vol. 18, p. 449-452

    (2010) What’s Love Got to Do With It?. EUROPEAN JOURNAL OF WOMEN’S STUDIES, vol. 17, p. 73-77

    (2007). Il sociale e la politica. B@ belonline, (3).
    (con) Cosentino, V. (2006). Intelligenza del presente ricchezze del passato. VIA DOGANA, (78)

    (2004) Pour une dynamique des sexes. LE PASSANT ORDINAIRE, vol. 50, p. 59-62

    (con) Bono, P.(2000). Crisis and Adventure. SIGNS, 25(4), 1027-1031

    Lista articoli dell’autrice in DWF

     

    Link dove compaiono articoli e interventi dell’autrice

    A trent’anni dell’”obiezione della donna muta”. Per uno sciopero delle parole. Operaviva 7 marzo 2017.

    Quinto incontro, Conflitti e Resistenze, Audio di Federica Giardini, sulla Forza dell’8 dicembre 2015.

    Giardini, F., Simone, A., La riproduzione come paradigma. Per una economia politica femminista. Iaph-Italia 19 giugno 2015.

    Lamboglia, A., Se Sofia si scatena. Intervista a Federica Giardini su iaph Italia in occasione della nascita del nuovo sito dell’Associazione internazionale delle filosofe, pubblicata il 6 giugno 2015.

    Laura Nanni Intervista Federica Giardini Parlando con Federica Giardini a proposito del pensiero della differenza, Iaph-Italia 17 marzo 2015.

    Lo speciale di RAI-Filosofia. Gender.- L’uomo e la società. Intervista Federica Giardini: sensibili guerriere.

    Intervento di Federica Giardini durante il secondo seminario del ciclo “Cartografi di contrade a venire” sul testo di Michel Foucault “Microfisica del potere“, Roma 2013

    A cura di Donneinmovimento Genere e Crisi. Le donne, la forza e la violenza. Intervento di Federica Giardini. Introduce Aurora d’Agostino del 5 luglio 2012.

    Scateni, S., Intervista a Federica Giardini: “Quel filo che lega le donne”. L’Unità 2012.

    Dodicesimo appuntamento del ciclo seminariale LUM 2012 – Proprietà comune – Diritto Transindividuale – relazione di Federica Giardini, Parte 1 e Parte 2.

    Incontro con Rosi Braidotti per discutere del suo libro Trasposizioni. Sull’etica nomade. Federica Giardini e Raffaella Lamberti presentano il libro ed introducono l’autrice. L’evento fa parte degli Incontri Arendtiani e si è svolto il 13 novembre 2008 presso il Centro Documentazione, Ricerca e Iniziativa delle donne città di Bologna.

    Convegno “Taci, anzi parla”, su Carla Lonzi presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, 5-6-7 marzo 2010.

     

    Link

    Pagina Accademia.edu dell’autrice

    Pagina accademica dell’autrice

    Pagina di presentazione Iaph-Italia

    DWF-donnawomenfemme di cui è redattrice

     

    Iniziative

    • Interventi alla LUM – Libera Università Metropolitana
    • Sul concetto di uso, prassi, istituzione, comune, LUM 2014. Uso contro consumo, con A. Simone
    • Le virtù del tumulto, LUM 2011. 1968 e la politica della differenza
    • Cosa può un corpo?, LUM 2010. Differenza (relazione, sessualità)
    • Intervento sui beni comuni al Convegno “Dire, fare, pensare il presente” organizzato dal collettivo Verlan presso l’Università degli Studi di Roma Tre, 2009.

     

    Scheda curata da Angela Lamboglia e Valeria Mercandino