Author: isabella-pinto

  • 2033 – Manifesti

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

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  • 2033 – un esercizio collettivo di fabulazione speculativa

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

    Ho 45 anni, ho una casa, ho un lavoro, una famiglia. Mi sento una persona completa eppure agli occhi del mondo sono sempre inadeguat*. Ho aspettato il mio momento, dopo la laurea nei tempi stabiliti, lavori sottopagati, ho faticato per raggiungere i miei obiettivi. Ho cercato di rispettare i canoni che in quel momento mi sembravano quelli giusti da seguire. Ma non era mai abbastanza. La mia carriera professionale è fiorita oltre ogni aspettativa. Ho dedicato anni alla mia formazione, accumulando diplomi e titoli prestigiosi. Ho raggiunto posizioni di leadership, guadagnando rispetto e riconoscimento nel mio campo. Ma, nonostante tutto questo, c’è ancora una voce interiore che mi dice che non sono abbastanza. Il successo che ho ottenuto sembra sempre essere lontano dal raggiungere i miei stessi standard di perfezione. Mi chiedo se il mio successo sia solo frutto del caso o se sono veramente meritevole di tutto ciò che ho ottenuto. Ora, non voglio che queste pressioni siano le mie, voglio crearmi il mio spazio. Devo ricordare che il valore di una persona è definito dalla sua capacità di amare, di crescere e di imparare. Di seminare nel mondo. Nel prossimo decennio, mi impegnerò a coltivare l’accettazione di me stess* e a concentrarmi sulle cose che realmente contano nella vita. Riconoscerò che il senso di inadeguatezza può essere un motore di crescita, ma devo imparare a non farmi schiacciare da esso.

    Inondazione di sostanza blu:
    – “arriva, allerta, parliamoci, che cosa desiderano….ci dico qui ci investe, mi investe, muoversi”
    – “incontro vite, avvolgo, infetto e nutro altr*, chi siete?”
    – “io sono ciò che noi siamo, viviamo eppure conviviamo, stiamo qui insieme ad altr* e con altr* viviamo il tempo”- “anche io sono eppure siamo, nella nostra molteplicità siamo uno, che fai/fate dunque qui?”
    – “parassitiamo, ci muoviamo in simbiosi, radici, ife, tentacoli, addensamenti di senso, linee di fuga…ci incrociamo, mischiamo, meticciamo…rizomi”
    In questo nuovo incontro alcun* si trasforman in altr*, altr* nascono.

    Torno sui miei passi, cercando le orme. Mi sposto sui bordi e perimetro la mancanza di quanto resta. Le case sono diventate pozzi da cui sale un odore stantio. La voce che getto all’interno degli spazi vuoti, un tempo familiari, mi torna addosso come un’eco violenta, non trova ostacolo né contenimento. Il mondo è diventato un fossile: i boschi si sono seccati. Solo qualche piccola pianta pioniera cerca di sollevarsi, ma il peso delle ceneri che oscurano l’aria fa apparire anche loro come sterpi prive di vita. Lancio un grido per mettere alla prova il vuoto dell’aria, l’assenza e la paura che incute questo nuovo mondo disabitato. Mi sono estinta anche io, sulle piane deserte, nelle buche scavate per i cadaveri, tra i corsi d’acqua prosciugati. Cammino dentro alle aule di una scuola abbandonata. Anche qui il vuoto è così opprimente che riesco a sentire lo sfaldarsi dei muri, il rumore dell’intonaco crepato. Guardo i ricordi dell’aula, ripenso al momento in cui ci hanno chiesto di scegliere tra noi e i ragazzi, e li vedo dire decisi che sì, noi non avevamo bisogno di loro, noi bastavamo a noi stessi. Aspetto seduta al centro dell’aula, sul pavimento polveroso. Chiedo scusa, scusa, mille volte scusa per il male che gli abbiamo fatto, tradendoli, per l’assenza di cura. È così che mi sono estinta anche io.

    Sono passati 10 anni da quando mi sono scoperta malata. La mia vita incanalata finalmente sui “binari giusti” ha pian piano cominciato ad andare in pezzi. Le relazioni amicali di una vita si sono pian piano rarefatte, figuriamoci la relazione da poco iniziata: in un attimo svanita. Il lavoro su cui tanto avevo investito negli anni, anche quello rischiava di essere perso e senza la sicurezza di uno stipendio, la casa. Ma soprattutto la mia autonomia, la mia capacità di disporre del mio tempo e del mio corpo. Il mio corpo è diventato precario, con un avviso di sfratto pronto ad essere reclamato. In 10 anni ho imparato pian piano a confrontarmi con la precarietà del mio vivere, un giorno alla volta. Non so se avrò e come saranno i prossimi 10 anni. Continuo, strenuamente e pervicacemente, a concentrarmi su quei piccoli passi che tanto fatico a fare. Sulla precarietà di questi tempi ho costruito nuove relazioni, nuovi impegni, nuove aspirazioni. Magari sapranno resistere maggiormente rispetto a quelli precedenti perché nati con meno pretese.

    2033. Ho 37 anni. Razioniamo l’acqua? Siamo in quei futuri così detti distopici in cui i ricchi son sempre più ricchi e la Terra sempre più arida e triste? Siamo più stati capaci di riscoprirci solidali?
    Aggiungi tempo alla zuppa istantanea e l’organico riprenderà spazio.
    Forse questo è un pensiero rassicurante in qualche misura. Sicuro qualcosa mi sopravviverà. Un fungo che svilupperà la sua coscienza? Il polpo che crea mondi? Le sirene con gli oceani sempre più caldi e densi?
    Devo ritrovare il coraggio. Il coraggio di creare mondi e la fiducia di lasciare una nuova vita qui. 10 anni sono troppi per la mia fantasia. Si aprono immagini drammatiche, logiche performative perché io a quella fantasia non ci voglio davvero rinunciare. Io mi voglio felice e realizzata.Con le mie amiche in una comune o anche solo nella stessa città, come ci eravamo promesse. Tra l’Emilia e la Toscana, o forse verso il Friuli diceva L. La nostra storia nacque nelle montagne trentine, davvero credo di averci chiuso? Una famiglia, una figlia. O forse tre, due gemelli. Ah il mio corpo distrutto dal parto. Bleah. 3 creature, sarei fuori dalla statistica, alla grande. E con I? Aiuto. Nono non esiste, sono troppi anni. Andrò dove la vita mi porterà, senza troppi piani, galleggiando tra la realtà, non posso creare futuri ora. È tutto troppo vero già solo nella parole. Questa è la terza storia che scrivo.

    Ora non c’è più. Sono di nuovo sola. Eppure c’è ancora, in quel dolore che avverto nella materia di me, un tempo trafitta, infetta, ferita. C’è ancora nella forma di me che prima non c’era, e ora c’è. Prima ero solo calamaro, ora sono anche suolo, anche cielo stellato. Siamo con-presenza, com-penetrazione, che è stato rifugio, che è, che potrà essere rifugio. In imprevisti nodi polispaziali e politemporali.

    Non riesco a muovermi. Sono costretta nella mia gabbia di solitudine, incasellata fra tante altre che vivono la mia stessa condizione. Le mie giornate sono sempre uguali. Scorrono lentamente, scandite dal continuo assaggio della violenza che poi mi porterà alla morte. Dall’allevamento intensivo alla tavola di un essere umano. È arrivato il giorno, mi fanno salire sul camion. Poi, all’improvviso, la luce. Scappo, anzi corro. Libera. Ed ecco il rifugio. Ora mi sento al sicuro, circondata da altri animali tutti diversi ma accomunati da uno stesso percorso. Mi trovo a vivere una condizione a cui non ho mai pensato: quale sarà la mia storia adesso che non sono più costretta a vivere un destino imposto da altri?

    Il mondo è fermo e vivo. Tutto è immobile. La grande macchina del capitale non produce più. Finalmente. C’è il silenzio dei suoni meccanici e artificiali. Il cielo è violent. Piove da mesi una pioggia d’acqua finalmente scarica di tossicità. I terreni sono paludi morbide e oscure. Trovo posto e protezione. Sprofondo e continuo a scendere. Non devo e non posso essere qualcosa di singolo. Sono superficie riflettente e riflessa, un prisma di immagini di me, di altri, di ora, del tempo passato. Sono ciò che sarà.

    EST: Unite sin dal gioco. Sorelle, non di sangue, ci dicono. Ma cos’è sangue? Linfa che scorre? Legate da una scelta non compresa, ma la sorellanza è un legame che sa sempre ritrovarsi nel tempo.
    OVEST: La paura di pensarsi sol- Una vita insieme ora incerta? Siamo cambiat-, trasformat-. Dobbiamo cambiare strade. Cosa ne faremo con questa paura di pensarci divers-?
    DENTRO: Quercus. Con tutte queste emozioni precarie facciamo mondo.

    Siamo nate a caso nel vaso del caosSfuggendo al tempo che ci voleva coltivare
    Né pianta né pulce ma pulce gravida di pianta
    E pianta gravida di pulce
    Nell’humus brulicante al di là di ogni aspettativa
    Che si nutre di sottosuolo e di passati possibili
    Funamboli di un presente immaginato

    Ho sempre pensato che vedere volare sempre più solo farfalle bianche fosse perché le loro ali avessero perso i colori per colpa dell’inquinamento. Ora non vedo nemmeno più quelle. Forse mi è sembrato di scorgerne una otto giorni fa, ma non ne sono sicura. Oggi il vento soffia da nord, la mia somateca si sta lentamente scoprendo del proprio soffice muschio scintillante e ammetto di percepire un leggero frescolino agheggiarmi le membra. Intorno a me solo gelido deserto. Tutta d’un tratto, nonostante la stringente solitudine, inizio ad avvertire un dolce tepore che mi rimembra qualcosa di familiare. Percepisco di non essere tanto più sola, sento qualcuna avvicinarsi e non mi rimane nulla se non accoglierla. Sono parecchi i momenti in cui velatamente rimpiango di aver resistito così tanto, ma in questo attimo forse mi sto rendendo conto che aver speso tutte queste energie e non essermi lasciata abbattere è valso a qualcosa, è valso a ritrovare questo incontro tanto anelato per un tempo infinito. Scelgo di resistere, di sopravvivere, perché questo tepore ritrovato non mi fa più essere sola. Il gelido deserto ricomincia a vivere di calore.

    Contraendomi, rapida e violenta come avevo imparato a fare, ne vivevo di nuovo il distacco. La mia coda sottile da un lato, io dall’altro, loro tuti lontani. Rapaci, serpenti, ratti, mi volevate ieri, mi volete oggi, allora io di nuovo mi accorcio, questa volta senza difetto. Precaria come lo sono già stata, come sarò ancora, abbraccio il mio tempo maturo, ed integra, senza una coda, scorgo il possibile come mai prima.

    Molti anni fa c’è stata una fine che è durata milioni di anni. È passato il tempo carnivoro del progresso. La fine per noi, vermi della terra, è solo un passaggio lungo quanto il nostro corpo. Ci siamo e non ci siamo più, passiamo lasciando zone umido-materiche aggreganti di cui la fine si nutre. Sappiamo da sempre che la nostra esistenza non è una promessa ma una trasformazione. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo imparato a digerire e rigenerare microplastiche. Insieme alle nostre cinque coppie di cuori, ai sei reni abbiamo imparato a trasformare le nostre due cavità dello stomaco: il gozzo dove conserviamo le microplastiche per digerirle e il ventriglio dove le trituriamo. Moltə lombrichə di noi, durante questo passaggio, sono divenutə nutrimento della terra, ma da loro abbiamo imparato tanto. La fine è stato un inizio: imparando a digerire microplastiche e generare plasticompost abbiamo aiutato molte specie verdi compagne a finire e iniziare altrimenti. È con il loro aiuto che abbiamo imparato a costruire umidità nel mondo del Grande Caldo. Sappiamo da sempre che la precarietà è mortifera quando è sfruttamento della vulnerabilità dellə altrə ma vitale quando diventa mutuo-aiuto.

    Cammino per strade di cemento, con le scarpe strette per non fare uscire l’acqua che ad ogni mio passo ma rumori osceni di carne, di pelle, di corpo. È tutto stretto. L’elastico tra i miei capelli, i pantaloni sulla vita, la camicia inamidata sul mio petto che non mi fa respirare, che non mi fa pensare, che non mi fa sentire l’enorme peso che nascondo tra le scapole. Con gli occhi bassi lascio che le ore scorrano mute senza ascoltare e senza guardare perché so che un solo sorriso allargherebbe le piaghe sulla mia colonna. Sono come mi vogliono loro, io non sono. È tardi quando mi incammino per casa con pozzanghere di piedi e la saliva ferrosa tra i denti. Poi un urlo spezza la sera. Una creatura umana lascia un pezzo del suo ginocchio sulla ghiaia e incrocia il mio sguardo spaventato. È un movimento impercettibile dell’aria quello tra la sua bocca e la mia schiena ma dalla mia pelle si fanno strada delle piccole dita. E allora ignorarlo non è più un’opzione. Lo calmo con rivoli di sangue che volano dal mio bacino. E poi scappo, corro, verso il marrone, verso il verde, verso il buio del bosco in cui noi possiamo essere. Senza vestiti con caviglie di radici liberiamo uno stormo di mani, migliaia di braccia come ali, come rami e li affondiamo affamati nel suolo, profondo, sotto tra la vita e la morte. Prova concreta delle carezze che incontriamo, dei dolori che condividiamo, del contatto di cui ci nutriamo.

    La crisi energetica, la crisi climatica, la crisi alimentare. Tutti eventi che hanno portato alla precaria condizione dell’umanità nel suo complesso. La sovrapproduzione e l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali a disposizione di tutti noi sono state una delle cause principali del disastro che incombe sul nostro destino comune. Oggi, a dieci anni di distanza, l’umanità sta mantenendo la promessa dipreservare e conservare l’ambiente, mantenendo il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C attraverso la promozione di un’economia verde, sostenibile e rinnovabile. Ancora oggi, mi unisco a questo appello di tutti coloro che chiedono maggiori sforzi e politiche positive per rendere il mondo un posto migliore per le generazioni future. Madre Terra.

    Mentre osservavo il mare avanzare verso di me mi sentii sollevata. Davanti a quella che millenni di narrazioni mi avevano insegnato a chiamare fine non avvertivo più la linearità del tempo. Andavo incontro all’acqua come lei correva incontro a me e ad un tratto eravamo la stessa materia, nient’altro che due espressioni della stessa esistenza, due stadi diversi della medesima vita. Mi domandavo di cosa esattamente quel momento dovesse essere la fine. Del mondo? Della specie? La mia? Eppure ero certa che smettere di respirare e smettere di esistere fossero due storie differenti. Non avevo mai temuto il mutamento e, mentre i miei polmoni si riempivano d’acqua, mi persi estasiata ad immaginare la mia prossima forma.

    Lɜ autricɜ della fabulazione sono: Serena Guarino, Alessia Marini, Giulia Sottile, Anna Calligaris, Altea Del Grosso, Giulia Mastropirro, Isabella Daddi, Chiara Bergamini, Laura Da Re, Rebecca Tognazzi, Maria Cristina Di Stefano, Margherita Talia, Margherita Bertolo, Francesca Polizzi, Elisabetta D’Andrea, Ilaria Fraioli, Paola Magarini, Marta Frusone, Giulia Semperboni, Francesca La Rovere, Antonella Mazziotti, Marta Alimelli, Caterina Costa, Matilde Della Porta, Miriam Marrone, Francesca Vinciguerra, Annabella Da Re, Arianna Marinangeli, Gaia Sirchia, Vittoria Campisi, Christopher Jivot Bitouloulou, Elena Rosania, Stefania della Sciucca

  • 2033

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

    Pensandoci future, e quindi mobili, ci siamo ritrovate viandanti in uno spazio tempo chiamato 2033. Di stringenti narrazioni precarie ne abbiamo, allora ne abbiamo riformulate di nuove, disordinate ed espanse. Le nostre sono narrazioni altre, di parole corporali di soggett* che non vogliono più essere afasic*. Il tempo maturo per una nascente sensibilità di cammini precari, per noi funghi alla fine dei mondi, è arrivato. Più mani si sono unite, tessendo reti relazionali di parole ed immagini, dentro il medesimo cronotopo, per iniziare a riformulare le strade che camminiamo e che ci attraversano. Proprio laddove le macerie ci vorrebbero arid*, noi disorganizziamo gli stessi spazi che normano e silenziano. Lo facciamo affiggendo manifesti, scritti e disegnati, nell’urbano e fuori, nel periferico e nel centrale, legati seppur lontani. Racconteremo di spazi vissuti e di quelli che vorremmo abitare un domani molto prossimo, specchio di relazioni multiforme e caotiche, generatrici di crepe non più abissali, in cui corpi dialogheranno, pronti a fondere linguaggi, intrecciandosi, trascendendo la rigidità di mura confinanti. Navigheremo le nostre città, attraversando quei limbi burrascosi senza più esserne risucchiat*, li cammineremo invece, nutrit* da una spinta al possibile, figlia di una precarietà ora riformulata, che vedrà creazione dove prima vedeva negazione. Un 2033 avverrà, prima del pensato e dopo l’atteso, e noi tesseremo relazioni multispecie, proprio dove ci avevano detto proprio che saremmo state sole.

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  • Sofia e la generazione trans-sim

    Sofia e la generazione trans-sim

    di Dani Martiri

    Nell’Europa meridionale, le Comunità del Compost arrivarono più tardi rispetto a quelle nate negli Stati Uniti. I canali di informazione, dopotutto, erano rimasti gli stessi del Capitalocene e dell’Antropocene ancora a lungo dopo la diffusione della visione compostista del mondo.
    Le esperienze delle prime comunità erano state essenziali ma poi ognuna si era adattata al luogo in cui era nata, sviluppandosi a velocità variabili, anche in territori molto più ristretti di quelli nordamericani.

    Sofia nacque a Roma nel 2100, incarnando la terza generazione compostista della città. Sofia fece un percorso diverso dallə suə antenatə sim-, lə qualə erano statə legatə geneticamente dalla nascita alla Psittacula krameri, il pappagallino verde che ormai popolava Roma da almeno un secolo, ma che aveva iniziato ad essere soffocato dallo smog.
    Sofia decise, compiuti 15 anni, di cambiare simbionte. Non si riconosceva in quello assegnatole alla nascita, inserendosi così in una genealogia quasi dimenticata, quella delle persone transgender, che avevano lottato per i propri diritti ad essere riconosciute con un’identità di genere scelta da loro. Il genere era ormai impercettibile nella società, ma le lotte transfemministe avevano nutrito Sofia di idee rivoluzionarie.

    Piuttosto che creare alleanze basate sulla sua conformità con il simbionte che era già stato dellə suə antenatə, Sofia si impegnò affinché non fosse impedito né a lei, né allə suə coetaneə, di affermare il proprio sentire e compiere le proprie scelte autonomamente. Sofia non intendeva sacrificare lo scopo della comunità ai propri interessi ma affermare quelli di compostistə romanə che erano emersə ed avevano espresso necessità simili. D’altronde, anche chi ancora ai suoi tempi trovava rifugio nella comunità, e aggiungeva nuove complessità, spesso rifiutava alcune pratiche; non tuttə abbracciavano la genitorialità al di fuori della coppia e non tuttə amavano l’idea di legare ə neonatə ad un simbionte non umano.

    Sofia si impegnò affinché lei e lə suə compagnə potessero intraprendere un percorso di transizione entro i loro termini e senza forzature da parte dellə scienziatə che, come era successo per le persone transgender, si occupavano del loro percorso ma non erano coinvoltə in prima persona, oppure imponevano le loro visioni. Scienziatə delle comunità compostiste e persone trans-sim, come si erano ribatezzate, immaginarono insieme un nuovo ventaglio di opzioni chirurgico-estetico-genetiche e portarono avanti un’ampia opera di informazione per tutti i membri della comunità. Oltre a Sofia, moltə suə compagnə avevano seguito una strada simile, alcunə sentendosi di integrare due o più specie, alcunə riducendo il numero di tratti che ci si sarebbe aspettatə acquisisse in quanto sim-.
    Alle invadenti preoccupazioni dellə adultə, Sofia opponeva la spiegazione che ci si sarebbe dedicatə alla propria specie compagna molto più facilmente se la si fosse scelta e che non c’era bisogno di essere legatə dalla nascita a una specie per empatizzare con essa. Non sarebbe mai rimasta una sola specie locale in pericolo senza un sim- umano ora che le popolazioni compostiste erano cresciute di numero in tutto il mondo.

    La costruzione del rapporto simpoietico, della comunicazione e della nuova comprensione profonda dei rifugi e dei corridoi della specie scelta erano nelle mani della persona. Per Sofia si era trattato del Thunnus thynnus, il tonno rosso, la specie ittica più ambita al mondo e concentrata nel Mediterraneo, considerato il mare più sfruttato del pianeta già prima dell’avvento delle proto-comunità compostiste. Grazie ad una riduzione nel consumo di pesce avviata da attivistə prima che le comunità del compost si diffondessero, molte specie marine erano sopravvissute alle più oscure previsioni, secondo cui gli oceani sarebbero rimasti vuoti entro il 2048.

    Sofia iniziò la sua transizione facendosi sostituire le piume verdi che le erano cresciute su schiena e braccia con protesi simili alle caratteristiche pinne blu del suo simbionte non umano, ed aumentando le proprie capacità di apnea attraverso espansori polmonari. Sofia e lə suə compagnə simbionti legatə al mare si impegnarono dapprima ostacolando l’uso delle reti da pesca a strascico, ancora una minaccia concreta, sabotando i pescherecci di ultimissima generazione, mentre qualche alleatə aiutava a riportare in superficie le reti di nylon, rimaste sui fondali per centinaia di anni, e usandole per installazioni artistiche in cui interi palazzi del centro storico di Roma venivano ricoperti da queste fitte trappole, per mostrarne il macabro potenziale.

    Nel corso di anni di queste attività, Sofia non smise di domandarsi cosa e come avrebbe insegnato alla prossima generazione. Aveva imparato a conoscere due specie come suoi simbionti, cosa e quale avrebbe trasmesso alla prossima Sofia?

    *Immagine in evidenza tratta dal documentario Seaspiracy di Ali Tabrizi

  • Stridori modali

    Stridori modali

    di Francesca Scapinello

    Seguono riecheggi, disfunzionali e tutti sospesi, ctoni di compost regalati e scartati, delle Nora tarantolate, della coralità dialogica tra Donna Haraway, Ludwig Wittgenstein, Stanley Cavell e Toril Moi, di scarti visivi, di gomitoli con asole, di interrogazioni timide e impaurite, di sollievi nell’essere ragno, cavalla, quercia e affluente:

    rantoliamo e ci rovesciamo dalle pieghe di tessuti soffocanti, lasciatə esprimerci solo per espellere una morsa che si compiace guardandoci contorcere;
    rianimiamo relazioni perennemente – e sbadatamente – rotte da sguardi oggettivanti che bollano – e creano – l’isteria e l’esagerazione;
    il telaio è nostro per noi e i fili che intrecciamo sono corde vocali, le cui radici però diffrangono e vociamo – agendo – di concerto;

    esistiamo perché aggrovigliatə in intrecci ariosi – e quindi sfumati – dove sappiamo di doverci muovere rispondendoci e lasciandoci spazi;
    la cassetta degli attrezzi ha
    Arti per raggiungerci – e per essere raggiuntə;
    occhi retrospettivi e prospettivi;
    rasoi per gli assoluti;
    aghi per la misura;
    limo per le vesti;
    intercapedini disposizionali in costellazioni fluttuanti di libere variazioni fantastiche che non giungono al centro perché corrono e camminano ovunque;

    non siamo più specchi di narcisismi simmetrici, sappiamo di rifrangerci, infrangerci e di danzare su cartoline di parentela e di archi-tracce;
    i sentieri originari sono disparati e abbiamo risacche – ereditate – piene di tutto che ce li ricordano;
    non abbiamo ancora deciso – e/o capito [e capito/deciso se si debba prima decidere/capire] – come portarle, trascinarle, lanciarle, assimilarle con noi;
    ascoltiamo i nodi tesi sulle nostre schiene e li interroghiamo a proposito di quali domande ci servano;
    componiamo compost compositi di rifiuti (agiti e subiti) che urlano in voragini intestinali fameliche; 
    a volte mosto, a volte vino, dondoliamo barcollanti tra noi con-locate e connesse e tra le semi-noi e le non-noi, alle quali non diamo subito nomi perché ci accorpiamo nel tempo;
    ci è offuscata l’immagine di noi mentre impegniamo radici nella sterilità e per poi portarci, per mano, verso boschi diversi, di neve e sole, ma solo quando ci piace;

    germiniamo in tantə a latere della roccia di rottura di vanga
    e feriamo proli che rimandano alle buone intenzioni non immaginando la violenza delle conseguenze;
    non neghiamo la nostra fine, ma la ricamiamo insieme a quella di tuttə e non rinunciamo a costanti parentesi che rinnovano, ricolorando, il nostro sguardo;
    siamo le mani e il respiro che soccorrono l’inquietudine del dubbio, non offriamo però permanenze, lasciamo che la difficoltà sia modulata sulla capacità di ascolto di ciascunə;
    lavoriamo per la meraviglia della resilienza, ma solo accostando le parzialità che si consumano man mano in uno sfondo di libere possibilità rappresentative da tradurre in pratiche;

    questo è metodo, manca(no) molto(ə) altr(ə)

    * immagine in evidenza: La culla di Gustav Klimt

  • Gli aerostati di Amélie Nothomb

    Gli aerostati di Amélie Nothomb

    di Alessandra Liccardo

    Gli aerostati è il ventinovesimo libro di Amélie Nothomb, pubblicato dalla casa editrice Voland, nella collana Amazzoni, e tradotto da Federica Di Lella.
    È il racconto in prima persona di Ange, diciannovenne appena trasferitasi a Bruxelles per studiare filologia all’università, protagonista del romanzo e parte del gioco tra realtà e letteratura che l’autrice intesse attraverso le pagine del libro.

    Ange compare, all’inizio della storia, alle prese con la sua nuova coinquilina Donate, ventiduenne intransigente e maniaca del controllo dello spazio domestico. Tra le rigide istruzioni dettate da Donate su come non ripiegare la tendina della doccia o usare la lavatrice, Ange, in preda a uno stupore divertito, agli interrogativi sulla salute mentale della sua coinquilina e allo sforzo di attenersi alle regole della casa, tenta di ambientarsi e ritaglia per sé luoghi dischiusi all’immaginazione e alla possibilità.

    Tornavo in camera mia. Più che un rifugio in cui ritirarsi, la mia camera era il luogo dove tutto è possibile. Dava sull’angolo del boulevard: sentivo i tram affrontare rapidamente la curva con uno stridio che mi estasiava. Stesa sul letto immaginavo di essere un tram, non tanto per chiamarmi desiderio, quanto per non conoscere la mia destinazione. Mi piaceva l’idea di non sapere dove stessi andando (Nothomb 2021, 11).

    Spaziando tra i romanzi di Amélie Nothomb, si scopre che la stanza può essere un luogo buio e senza spiragli, una tana dal soffitto pesante che come un coperchio grava sulla mente e impedisce lo sguardo, spaventosa e accattivante allo stesso tempo, come la solitudine (Nothomb 2002, 37). La camera di Ange, al contrario, non è il punto di arrivo rispetto a una fuga dal mondo, un ritirarsi e rintanarsi, ma un accesso alla realtà e al piacere di perdervisi. È una condizione vitale e abitabile, spazio in cui sopravvivere ed espandere la portata della propria immaginazione verso l’ignoto. Può richiamare i refugia harawayani, luoghi della rigenerazione dove pensare e imparare a pensare con le altre creature, rendendosi capaci di stare al mondo (Haraway 2019, 63).

    Ad accogliere Ange è una stanza che, come altre costruite precedentemente da Nothomb, raggruppa meraviglie che provocano “insonnie affascinanti”, nella luce fioca e nel fruscio della notte che filtra da una finestra aperta (Nothomb 2002, 57).  Le cose alle quali la protagonista connette le sue sensazioni sono in movimento. Il transito rapido esperito da Ange, dietro al suono degli ingranaggi dei veicoli in strada, che la sottrae a un ambiente domestico ostile, evoca un altro viaggio e un altro approdo, quello compiuto da bell hooks che, da bambina, raggiungeva la casa della nonna materna. 

    Il “sito di resistenza” narrato da bell hooks in Elogio del margine è dove la cura reciproca, il focolare domestico e lo spazio privato, intimo e sicuro, si rivelano rivoluzionari e sovversivi. Nella “casa”, come luogo accomunante e dei legami affettivi, si riesce a “tenere qualcosa per sé”, rintracciare e coltivare il proprio potere personale e la possibilità di dar vita a nuovi significati (bell hooks 1998, 35). 

    Possibilità analoga alla scelta che l’autrice e la sua protagonista si riservano con la pratica della fantasia e della scrittura. Nella scrittura di Nothomb, infatti, i confini tra umano e non umano spesso si smarginano, e le esperienze di persone e oggetti si confondono. Grazie al concetto e al termine “smarginatura”, coniato da Elena Ferrante e colto da Isabella Pinto, è possibile figurarsi la condizione in cui i contorni delle cose si spezzano (Pinto 2020, 79) e la separatezza tra le individualità tende a dissolversi.
    La camera, il rumore del ferro sulle rotaie, Ange e il tram sembrano essere coinvolti in uno stesso turbinio di vita emozionale e materiale, in un’immersione non dissimile da quella provata calandosi nel piacere della lettura.  

    La storia prosegue con Ange che pubblica un annuncio per offrire lezioni private di letteratura e grammatica francese agli studenti delle superiori, fin quando non riceve una telefonata. “La signora Daulnoy? Ho letto il suo annuncio. Ho un figlio dislessico di sedici anni. Potrebbe occuparsi di lui?” (Nothomb 2021, 13). Il pomeriggio seguente Ange si ritrova in una bella casa, “come a Bruxelles se ne trovano solo nei quartieri ricchi”, di fronte al signor Roussaire, un uomo sui quarantacinque anni e con “l’aria di chi ha sulle spalle grandi responsabilità” (14). Tra queste, la valutazione della giovane filologa, giudicata, dopo un breve interrogatorio, una ragazza seria e perfetta per il compito di porre rimedio alle lacune dello svogliato studente. 

    Pie aspetta la sua insegnante “seduto in terra a gambe incrociate”, si dimostra ossequiosamente cortese con Ange. Ha frequentato le scuole alle isole Cayman, è affascinato dalle “belle armi” che guarda su Internet e non ha mai letto un libro. Tuttavia, nello spazio lasciato vuoto dall’inesperienza di Pie si instaura presto un’alleanza. Ange vuole rivelare a Pie i segreti per imparare a usare quelli che per lei sono “oggetti magici” fin dall’età di tre anni, quando la madre le leggeva le Fiabe di Perrault (22).
    Ma Pie le oppone risposte dal sarcasmo tagliente e le ragioni del proprio disinteresse, che sembra coincidere con la sua incapacità di leggere.

    Non passa troppo tempo, anzi, solo i due giorni richiesti dall’insegnante all’allievo per concludere Il Rosso e il Nero di Stendhal, e le lezioni si trasformano in un avvincente gioco tra Ange e Pie, passaggio di battute in grado di rianimare i classici, dai racconti di Omero a quelli di Raymond Radiguet, da Kafka a Madame de La Fayette. Pie e Ange mettono in scena qualcosa che Amélie Nothomb, in conversazione con Daria Galateria e la sua editrice Daniela Di Sora, ha definito “critica selvaggia”, sorprendente abilità interpretativa di cui è capace il pubblico adolescente con il quale l’autrice si intrattiene in un’intensa corrispondenza, fitta di suggerimenti di lettura.

    Negli Aerostati, Ange e Pie, attraverso i loro dialoghi, manipolano gli oggetti magici del passato, i libri e le storie, e ne subiscono l’influenza, tra immedesimazioni e fughe rispetto al testo che si intrecciano alla composizione di una relazione interpersonale complicata, che sempre più incuriosisce Ange e diventa necessaria per Pie. Ma se, nel racconto, i libri riescono ad essere oggetti allo stesso tempo magici e reali, apprendiamo dalla voce della protagonista che ciò che manca in casa Roussaire è proprio un contatto con il reale. Pie e suo padre soffrono di un chiaro “deficit di realtà”, nel caso dell’adulto aggravato dalla sua convinzione di esserne in pieno possesso (48). La madre di Pie, la signora Roussaire, colleziona oggetti che compra e ammira su Internet e che, come le armi nel caso di suo figlio, non ha mai tenuto in mano. Sono gli oggetti immaginari, come le storie contenute nei libri e gli aerostati, amati da Pie ma scomparsi dai cieli da molti anni, a essere investiti dagli affetti più reali. Descrivendo ad Ange le macchine volanti, fragili e immense, Pie si lascia trasportare in un’altra dimensione.

    Forse, proprio per questo motivo, la critica letteraria messa in scena da insegnante e allievo presto richiede nuovi spazi di azione calati nella realtà: in città, nel bosco, nel tram che sfreccia,  fuori dal controllo esercitato dal signor Roussaire. Ed è proprio in questo modo che Ange e Pie entrano ed escono dal canone letterario come dalla stanza sorvegliata dai genitori, rendendo i confini degli spazi e dei ruoli instabili. Nel corso degli Aerostati si fa sempre più evidente quanto il desiderio di immersione nel groviglio della realtà possa spingere oltre le consuetudini della propria solitudine.
    Ce lo racconta Amélie Nothomb, con tutta l’ironia di cui è capace una seria filologa diciannovenne.

  • Bibliografia minima di riferimento (storie del compost)

    Karen Barad, La performatività della natura. Quanto e queer, trad. it. R. Castiello, Edizioni ETS, Pisa, 2017.

    Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano 1997.

    Lidia Curti, Marina Vitale, Antonia Anna Ferrante (a cura di), Femminismi futuri. Teorie, poetiche, fabulazioni, Iacobelli Editore, Guidonia 2019.

    Michel Foucault, Tecnologie del sé, trad. it. S. Marchignoli, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

    Federica Giardini, I nomi della crisi. Antropologia e politica, Wolters Kluwer Italia, Milano 2017.

    Eva S. Hayward, Fingeryeyes: Impressions of Cup Corals, in “Cultural Anthropology 25”, no. 4: 577-599, January 1, 2010.

    Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo (1985), trad. it. L. Borghi, Feltrinelli, Milano 1995.

    ______________, Le promesse dei mostri (1992), trad. it. A. Balzano, Derive Approdi, Roma 2019.

    ______________, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero edizioni,  trad. it. C. Durastanti, C. Ciccioni, Roma 2019.

    Valerie Hartouni, Visualizing Atrocity, New York Up, New York, 2012.

    bell hooks, Elogio del margine (1998), Tamu Edizioni, Napoli 2020.

    Birgit Mara Kaiser, Kathrine Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane (2014), trad. it. I. Pinto, in EcoPol, Ilenia Caleo (a cura di), Bodymetrics. La misura dei corpi, Quaderno Uno: natura, cultura, artificio, IAPh-Italia, Roma 2018, pp. 28-30.

    Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987.

    Ursula Le Guin, The Carrier Bag Theory of Fiction (1986), Ignota Books 2019.

    Bruno Latour,  La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico (2015), Meltemi, Milano 2020.

    Isabella Pinto, “Storia della bambina perduta” di Elena Ferrante. Il desiderio di narrare oltre la dicotomia autore/lettore, in Giuseppe Traina, Maria Panetta (a cura di), Nuove ricerche su Elena Ferrante, 2019, pp. 123-154.

    ____________, Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri, IAPh-Italia, 2019.

    ____________, Elena Ferrante. Poetiche e politiche delle soggettività, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2020.

    ____________, Storytelling Philosophy and Self Writing – Preliminary Notes on Elena Ferrante: An Interview with Adriana Cavarero (2016), trad. I. Pinto, S. Milkova in “Narrative”, Volume 28, Number 2, May 2020, pp. 236-249.

    ____________, Raccontare un virus selvaggio. Covid-19, New Wild e Realismo Multispecie,in «B@belonline – Rivista di Filosofia», 8, 2021, pp. 309-326.

    ____________, Storytelling multispecie. Una pratica ecopolitica per la giustizia ambientale, in «Etnografie del contemporaneo», 4, 4, 2021 pp. 33-46.

    Isabelle Stengers, In Catastrophic Times: Resisting the Coming Barbarism (2009), Open Humanities Press, 2015.

    Marylin Strathern, Reproducing the Future, Routledge, London 2011.

    Federica Timeto, Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie, Mimesis, Milano-Udine 2020.

    Anna Tsing, The Mushroom at the End of the World, Princeton UP, 2015.

    Thom van Dooren, Flight Ways, Columbia UP, New York, 2014.

  • Storie del compost

    Storie del compost

    di Isabella Pinto
    Immagine in evidenza: Marina Zurkof, Slurb (2009).

    L’Atelier Narrazioni inaugura “Storie del Compost”, una sezione che ospita gli esercizi di scrittura dell* partecipant* ai corsi dedicati al close-reading del libro di Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero edizioni, Roma 2019.

    Adottando la pratica della “narrazione multispecie” proposta da Donna Haraway, e denominata altresì “scrittura compost”, l’obiettivo di questi esercizi è la creazione di “Sim-storie” e “Sim-biografie”.
    La “narrazione multispecie” è una pratica che, lungi dal chiudere nuovamente i soggetti all’interno dei propri confini corporei e mentali, dona strumenti per detronizzare la narrazione dell’Eroe, e metterlo – insieme alle patate, ai semi, ai ruscelli, alle lotte, ai conflitti – dentro la sporta di impavid* narratric*, nel tentativo, imperfetto e in divenire, di rendere visibili i poteri e le responsabilità che circolano all’interno delle collettività. Collettività finalmente costrette a relazionarsi con l’alterità inappropriata/inappropriabile che è la forza intrusiva di Gaia, i legami affettivi tra umani e non-umani, i mondi feriti e pieni di guai con cui divenire-con in paesaggi più-che-umani.

    Sulla scia della “pratica della nominazione”, il presupposto che anima questo inedito spazio laboratoriale vede “leggere” e “scrivere “come “tecnologie del sé” neomaterialiste profondamente correlate: strumenti che possono dar vita a pratiche di assoggettamento, quanto a pratiche di soggettivazione, due elementi che non si autoescludono a vicenda, e che anzi spesso convivono, contraddittoriamente e complementariamente. 

    All’interno di questo ampio spettro di possibilità, la lettura e la scrittura – gesti simbolici e materiali – sono state orientate grazie al close-reading della traduzione italiana di Staying with the Trouble, unito alla lettura/scrittura affettiva e diffrattiva di genealogie narrative singolari, generando così una tecnologia capace di mettere in gioco elementi esterni alle soggettività scriventi.

    In questo modo è possibile visualizzare apticamente lo spazio impersonale come spazio denso di forze e relazioni umane, non-umane e più-che-umane, ovvero i loro concatenamenti, assemblaggi e grovigli, laddove il toccarsi è una pratica rischiosa, che rende capaci/incapaci di response-ability, capaci/incapaci di vivere e morire bene su questo nostro pianeta infetto.


  • La forza delle storie naturculturali: rinascita olocenica, refugia, commons

    La forza delle storie naturculturali: rinascita olocenica, refugia, commons

    di Isabella Pinto

    [Una versione leggermente ridotta di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista “Leggendaria” (I. Pinto, La forza delle storie naturculturali, in “Leggendaria”, n.144, ottobre-novembre, 2020, pp. 60-62).]

    Il lavoro di Anna Tsing ha finalmente oltrepassato gli steccati disciplinari grazie all’intreccio con l’ultimo volume di Donna Haraway, Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. Eco che risuona nell’articolo di Lidia Curti, “Convivenze tentacolari. Femminismi e fantascienza”, del 2017 apparso nel mitico numero 127 di Leggendaria, Pensare il futuro, così come nel recente Femminismi Futuri, curato insieme a Marina Vitale e Antonia Anna Ferrante, risultato di un percorso di ricerca dell’omonimo gruppo di studiose, ricercatrici e docenti dell’Università di Napoli L’Orientale. Qui, sia Lidia Curti e ancor di più Tiziana Terranova ne sottolineano gli aspetti relativi all’organizzazione antropocenica della (ri)produzione delle piante e agli “intrecci cronopolitici femministi” (Terranova). O per altri versi risuona nel lavoro di Ilaria Bussoni, filosofa e curatrice d’arte, come testimonia la mostra ilmondoinfine. Vivere tra le rovine (Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma 2018), o le scelte editoriali per la collana “habitus” di DeriveApprodi.

    Incrociando queste preziose genealogie, la mia scoperta di Haraway, ponte per il lavoro di Tsing, è avvenuta d’altronde nei seminari di autoformazioni del movimento studentesco dell’Onda, tornando come strumento per pensare le politiche dei commons nel Teatro Valle Occupato e successivamente nell’atelier EcoPol di IAPh-Italia (Ecopol, Ilenia Caleo, Federica Giardini, Isabella Pinto, Bodymetrics. La misura dei corpi), per trasmutare in un lungo periodo di ricerca accademica, con tappe indimenticabili nella Utrecht di Rosi Braidotti, in cui ho avuto anche la fortuna di incontri Haraway in carne e ossa. Da questo punto di osservazione mutevole e in divenire assemblo letteratura, teoria e pratiche di commoning, intravedendo materialità vibranti e turbolente, in stretta connessione con i processi di soggettivazione, e il potere delle storie. 

    Infatti, altro modo per resistere ai problemi aperti dall’era dell’Antropocene, secondo Haraway, è il pensare-con, una pratica che si basa non solo sull’argomentazione filosofica ma anche sull’arte del racconto. Da un lato con Le tre ghinee di Virginia Woolf, indica quel non avere patria in un mondo patriarcale e militarista, e dall’altro con The Carrier Bag Theory of Fiction di Ursula K. Le Guin, l accoglie l’ipotesi di una filogenesi eterogenetica degli esseri umani, rifiutando l’universalità della sanguinosa e mortifera storia dell’Uomo-Eroe. Abbandonare il viaggio di formazione dell’Eroe vuol dire raccontare le storie di chi raccoglie, di chi narra, di chi canta, di chi pensa, di chi partorisce, di chi si prende cura della casa e degli esseri viventi; vuol dire raccontare le storie contenute nelle sacche dei narratori, delle narratici, dei narrator*, in cui si trovano anche “le storie della vita” (Le Guin). Anche per Haraway l’Uomo-Eroe non è l’unico essere vivente sulla Terra, il quale piuttosto si trova in una relazione di compostaggio con il non-umano e il più-che-umano. Qui Haraway gioca a ripiglino con Tsing, estrapolando figurazioni principalmente da The Mushroom at the End of the World e “Feral biologies”. Da quest’ultimo emerge la figurazione dei refugia, paesaggi della rinascita multispecie, e olocenica che stanno correndo il serio pericolo dell’estinzione, come mostrano i tanti rifugiati di ogni specie.

    Anna Lowenhaupt Tsing

    “Feral biologies”, testo di cui rimane solo un traccia bibliografica, nasce da una conferenza tenuta all’Università di Aarhus in Danimarca (2015), e successivamente si trasforma nel saggio intitolato “A threat to Holocene resurgence is a threat to livability” (2017). Grazie a un scambio diretto e generoso con Anna Tsing ho potuto leggere il testo intermedio, che inizia domandandosi: come è possibile attivare pratiche di “sostenibilità” che permettano di avverare il sogno di passare un pianeta vivibile alle generazioni future, umane e non-umane, laddove il termine “sostenibilità” è spesso usato per nascondere pratiche distruttive derivanti dai sistemi di (ri)produzione mortiferi dell’Antropocene? Facciamo un passo indietro. L’Olocene, iniziato circa 12.000 anni fa, era il tempo in cui abbondavano i refugia, paesaggi generati da pratiche agricole itineranti e dalla rinascita multispecie. Prendendo ad esempio alcuni boschi dell’isola giapponese di Honshu, Tsing racconta di come al disboscamento umano succedevano periodi di abbandono, momenti in cui arrivavano altre piante con i loro ecosistemi per rigenerare il suolo, e successivamente essere naturculturalmente sostituite da altre piante ancora, in attesa di una nuova “perturbazione” degli esseri umani, parte integrante del processo di rinascita. La prolifierazione la ereditiamo invece dall’epoca dell’Antropocene, e si caratterizza come esempio di ecologia dell’estinzione. Nella (ri)produzione di piante moderna, esse vengono individualizzate e il loro processo di (ri)produzione standardizzato, divenendo beni da cui ricavare profitti. I refugia sono distrutti e sostituiti dalle piantagioni. Addirittura Tsing mostra come la moria dei Frassini, verificatasi in Europa a partire dagli inizi degli anni ‘90, sia stata causata dallo spostamento delle piantagioni su enormi navi da container provenienti dall’Asia, dove questi semi o giovani alberi sono stai stipati senza suolo e senza ecosistemi. Questo ha fatto si che i funghi “cacciatori”, gli Hymenoscyohus psudoalibidus, ovvero quelli che decompongono la materia vivente su cui si installano, non abbiano mai incontrato funghi “raccoglitori”, quelli che ne limitano l’azione decompositiva e forniscono nutrienti alla pianta. Nelle ecologie di estinzione dell’Antropocene nessuno spazio è stato lasciato ai funghi che danno nutrimento e forza alla pianta, ritenuti superflui in quanto non trasformabili in beni da profitto. Ciò rende di conseguenza possibile la proliferazione dei funghi “cacciatori”, i quali diventano sempre più virulenti e mortiferi.

    Passiamo ora a tirare un altro filo dalla matassa che lega Le Guin, Tsing, e Haraway. Le Guin, nel breve scritto sopracitato, afferma l’esistenza di uno “strano realismo”, ribellandosi alla convinzione stereotipata che fa coincidere la Science Fiction con la mitologia della “tecnologia moderna”, fondata sulla linearità progressiva del “tempo-killer-freccia del tecno-eroe” (Le Guin).

    Tsing, d’altronde, nota scientificamente che la rinascita olocenica e la proliferazione antropocenica coesistano nel presente, ma per preservare la vivibilità abbiamo bisogno di conservare le ecologie dell’Olocene, e per fare questo abbiamo bisogno di prestargli attenzione, e per suscitare questa attenzione nel maggior numero di persone bisogna raccontare le loro storie, spronandoci a una lettura/scrittura temporalmente diffrattiva (Barad).

    Haraway raccoglie entrambe le figure e le articola nello Chthulucene, dove Chthulu- sta per l’alleanza tra il ragno Pimoa chthulhu e il polpo diurno Octopus cyanea, e -cene sta per kainos, “le nuove epoche appena create del denso presente”, ovvero “storie multispecie in via di svolgimento, di pratiche del con-divenire in tempi che restano aperti, tempi precari, tempi in cui il mondo non è finito e il cielo non è ancora crollato” (Haraway). Ciò vuol dire che se nell’Antropocene si aggrovigliano molte più ecologie/temporalità/storie mortifere che vitali, individuare i refugia superstiti, o quelli che tentano di rinascere, e raccontarli, può essere un modo material-semiotico di restare a contatto con il problema. 

    Mutatis mutandis, la condizione della proliferazione antropocenica è forse quella maggiormente raccontata.

    Omelia Contadina, 2020, Alice Rohrwacher, JR

    Mi piace ricordare, ad esempio, le pellicole di Alice Rohrwacher, Le Meraviglie e Lazzaro Felice, Omelia Contadina. Quest’ultima, vera e propria azione cinematografica realizzata in collaborazione con JR, eclettico artista francese, è la celebrazione del funerale simbolico dell’agricoltura dei contadini dell’Altopiano dell’Alfina, da anni in lotta contro le monocolture intensive e le speculazioni. Alternativamente, la condizione di rinascita olocenica propria dei refugia si può individuare nei commons e in tutte quei luoghi in cui si applicano pratiche di cura radicali. 

    La pratica dell’occupazione è stata una costante nei movimenti politici italiani dal secondo dopoguerra in poi, femministi e non, ma le lotte per i commons sono emerse esplicitamene solo come risposta alle trasformazioni prodotte dalla crisi economica globale del 2008. Così dal 2011, sulla spinta della vittoria del Referendum per l’acqua bene comune, a partire dal Teatro Valle Occupato e abbracciando una dimensione europea, sono fioriti luoghi composti da diverse soggettività umane e da diversi corpi, non-umani e più-che-umani. Tuttavia, la consapevolezza del decentramento di Anthropos sta emergendo solo recentemente, grazie anche alla sedimentazione di vecchi e nuovi saperi generati dal ciclo di lotte che ha visto il ritorno sulla scena pubblica delle istanze femministe, transfemministe e queer, da Non Una di Meno al MeToo, e nella loro unione con le lotte ambientali e antirazziste. 

    Casa delle Donne “Lucha y Siesta” – Roma

    Da testimone modesta, ritengo si sia verificato un passaggio importante lo scorso 19 e 20 settembre, quando si è svolta a Roma un’assemblea nazionale a Lucha y Siesta, Casa delle Donne occupata a Roma nel 2008, intitolata Laboratorio di progettazione partecipata. Verso un nuovo modello di bene comune transfemminista. Un’aggiunta, quella del termine transfemminista, non da poco, perché ha permesso un ulteriore sviluppo del pensiero e delle storie attorno alle pratiche di cura radicali. Per praticare commoning bisogna rimettere al centro i corpi, decentrando l’Umano sia nella direzione del postumanesimo critico femminista (Braidotti), che del femminismo marxista (Federici), che in direzione del compostaggio femminista multispecie (Haraway, Timeto): a contare sono infatti tutti i corpi che fanno parte di quel dato bene comune. Proprio come i Frassini, i funghi Mutsutake e i boschi di sugi e kinoki in Giappone, Lucha y Siesta non sarebbe la stessa senza il suo edificio e il suo giardino; o la Casa Internazionale delle Donne di Roma, che resiste alla privatizzazione del centro storico, in un edificio che abbraccia un giardino rigenerante. In entrambi questi refugia–commons, anche se con modalità diverse, ci si prende radicalmente e reciprocamente cura, su vari livelli, dei corpi schiacciati da molteplici violenze, in una continuità poethica (Da Silva 2014) con gli edifici e gli ecosistemi che ne fanno parte. Tuttavia questi sono paesaggi e “sporte del narratore” che abitano un groviglio mixtopico, (Vallorani, Leggendaria 143/2020, 11). Le istituzioni neoliberiste (pubbliche e private) colonizzano da anni il discorso della partecipazione, dei commons, e della cura per rifunzionalizzarlo in direzione di un soggetto unico e neutro, spogliato della decisione politica, adeguato alla violenta economia speculativa. In questa chiave, la distruzione dei commons assomiglia fin troppo alle ecologie mortifere dell’Antropocene, a differenza delle pratiche di commoning, che parlano invece di una “sostenibilità” per cui i corpi che contano non sono solo quelli decisi dal profitto, dal capitalocene o dall’organizzazione mortifera del plantagionocene, ma quelli che permettono, grazie alle reciproche pratiche di cura radicali, rinascite multispecie.

    Testi citati

    Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre il sé, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi, Roma 2014.
    Lidia Curti, “Convivenze tentacolari. Femminismi e fantascienza”, in “Leggendaria”, 127/2017
    ___________(a cura di), Femminismi futuri, Iacobelli, Roma 2020.
    Ecopol, Ilenia Caleo, Federica Giardini, Isabella Pinto, Bodymetrics. La misura dei corpi, IAPh- Italia, Roma 2018.
    Silvia Federici, Reincanare il mondo. Femminismo e politica dei “commons”, Ombre Corte, Verona, 2018
    Denise Ferreira Da Silva, Toward a Black Feminist Poethics: The Quest(ion) of Blackness Towards the End of the World, in “The Black Scholar, 44 (2), 2014.
    Donna Haraway, Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma 2019.
    Ursula K. Le Guin, “The Carrier Bag Theory of Fiction” , in Cheryll Glotfelty, Harold Fromm (eds.), The Ecocriticism Reader: Landmarks in Literary Ecology, UGA Press, Athens(Georgia)m 1996, pp. 149-154.
    Alice Rohrwacher, Le Meraviglie (2014).
    _______________, Lazzaro Felice (2018).
    Alice Rohrwacher & JR, Omelia Contadina (2020).
    Federica Timeto, Bestiario Haraway, Mimesis, Milano 2020.
    Anna L. Tsing, The Mushroom at the End of the World (2015). 
    ____________, “Feral biologies” (2015).
     ____________, “A threat to Holocene resurgence is a threat to livability”, bozze (per gentile concessione dell’autrice).
    Nicoletta Vallorani, Lo sterile “equilibrio perfetto”. L’utopia-groviglio, in “Leggendaria”, 143/2020, pp. 10-11.
    Virginia Woolf, Le tre ghinee, 1938, Feltrinelli, Milano 2014.

  • Corso 1 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Corso 1 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Cinque incontri dedicati al pensiero di Donna Haraway

    Scarica la scheda di iscrizione

    Adottando una metodologia che unisce “close reading”, lettura diffrattiva e ricerca postqualitativa, Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto è un corso dedicato allo studio del volume della filosofa e biologa californiana. Il corso mira a rendere accessibili gli strumenti lessicali, narrativi e teorici del pensiero più recente di Donna Haraway, utili per figurare la particolare congiuntura storica attuale.

    Con la pandemia globale da COVID-19, infatti, si è reso ancora più urgente decostruire i punti di vista tradizionali che raccontano la vita sul pianeta Terra, troppo spesso patriarcali e occidentali. Il corso propone dunque di sviluppare un approccio critico alla visione romantica che separa e oppone Natura e Cultura, privilegiando le visioni alternative provenienti dalle epistemologie femministe, transfemministe e queer, utili per pensare altrimenti l’Antropocene, il cambiamento climatico e le New Ecologies.

    Il corso, a cura di Isabella Pinto, si snoda attraverso 5 incontri da tre ore ciascuno che avranno luogo online, sulla piattaforma Zoom.
    Gli incontri avverranno la domenica mattina, a partire dal 29 novembre 2020.

    Ciascuna lezione sarà dedicata a un capitolo del volume in questione, che andrà letto in precedenza, individualmente.
    Le lezioni saranno articolate in due parti:
    – la prima parte sarà dedicata a un lavoro frontale che mira a estrapolare le domande di ricerca, le parole chiave e degli snodi principali del capitolo in questione;
    – la seconda parte sarà dedicata a un lavoro seminariale a cui ciascuna/o è chiamato a partecipare attivamente.

    1. Domenica 29 novembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il gioco della matassa con le specie compagne

    2. Domenica 6 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il pensiero tentacolare

    3. Domenica 13 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Simpoiesi. La simpoiesi e l’arte di restare a contatto con il problema

    4. Domenica 20 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Generare Parentele: Antropocene,Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene

    5. Domenica 24 gennaio 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    I bambini del Compost – con restituzione finale
    (L’ultima lezione comporterà l’analisi partecipata di I bambini del Compost – ultimo capitolo di Chthutlucene. Sopravvivere su un pianeta infetto -, prevedendo altresì – durante la pausa natalizia – la scrittura di testi SF come restituzione finale da parte delle iscritte/i e la loro pubblicazione all’interno dell’Atelier Narrazioni).

    Il testo di riferimento è Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero Editions, Roma 2019 (durante lo svolgimento delle lezioni sarà necessario averlo sottomano). Alle iscritte/i verrà inoltre fornita una bibliografia e una filmografia ad hoc per ciascuna lezione.

    Il corso è rivolto a student*, studios*, scrittric* artist*, copywriter, attivist*, cineast*, e chiunque sia interessato ad approfondire il pensiero di Donna Haraway.

    La quota associativa per partecipare al corso è di €100.

    Le iscrizioni si chiuderanno mercoledì 25 novembre.

    Scarica la scheda di iscrizione

    Per maggiori informazioni scrivere a ateliernarrazioni@gmail.com