[Recensione del volume di Alessandra Chiricosta, Un altro genere di forza, a cura di Isabella Pinto, apparsa su “Leggendaria – La natura delle streghe”, n. 140, 2020, pp. 50-52]
Seguendo i cinque movimenti della Medicina tradizionale cinese Chiricosta elabora un femminile potente eppure non subalterno all’idea della forza muscolare virile cara al patriarcato. Un testo che inaugura una nuova modalità di pensiero: partire dalle pratiche per passare dalle teorie e tornare alle pratiche
In Technologies of Gender (1987), Teresa de Lauretis mostra come il narratore di Se una notte d’inverno un viaggiatore derida la figura di Lotaria e delle sue compagne – al contempo donne che non si acquietano nel ruolo di semplice Lettrice, pretendendo di scrivere e addirittura fare critica letteraria, e topos calviniano che riporta alla figura delle Amazzoni –, individuando in quell’ironia l’accezione negativa di donna virago, una donna non-donna che è tale perché vuole essere simile all’uomo, e per questo perde tutte le caratteristiche che la includono nel femminile disegnato dalle culture patriarcali. Temi e figure attorno a cui ruota anche Un altro genere di forza di Alessandra Chiricosta, un volume organizzato seguendo i cinque movimenti della teoria dei wu xing della Medicina Tradizionale Cinese – Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo –, in cui la studiosa decostruisce il concetto di forza, tradizionalmente identificato con la violenza e la forza muscolare virile, posto in opposizione dicotomica con le mulieres, esseri molli, deboli, soggiogati e disponibili.
L’Acqua e il Legno Il primo incontro è con il Movimento dell’Acqua: «Nel corpo umano, rappresenta l’eredità delle generazioni precedenti che scorre in noi […] e, come inizio di ogni nuovo ciclo, le esperienze pregresse, che hanno formato ciò che in questo momento ci troviamo a essere» (p. 28). Un movimento che ritroviamo nell’attualizzazione del gesto di Simone Weil, attraverso cui Chiricosta smonta la narrazione dell’Iliade, criticando la concezione originaria della forza, del tutto schiacciata sulla violenza del telos e della Ragion di Stato. Addomesticata secondo la dicotomia maternità e valore combattente, la donna viene esclusa dalla soggettività culturale piena, al pari della natura e degli stranieri (p. 37). Ecco il senso dell’Amazomachia scolpita sulla metope del Partenone di Atene, ovvero fondare culturalmente l’esclusione delle donne combattenti tanto dalla polis quanto dall’essere donna. D’altronde, attraverso Weil e il suo spinozismo, Chiricosta rilegge creativamente la forza raccontata dall’Iliade secondo la doppia direzione della gravità e della grazia, elementi che, in chiave daoista, possono essere associati alla forza abissale dell’Acqua, mai disgiunta dalla forza lucente, erotica e sessuale, del Fuoco. In questo modo la forza diviene movimento impersonale e ciclico, che quando si lega alla violenza è spesso caratterizzata dalla dismisura e dal dominio (p. 52). Decolonizzando Weil, Chiricosta fa notare come la legge geometrica che punisce l’abuso della forza, già oggetto di meditazione per i greci, provenisse probabilmente dal concetto di karma delle filosofie dell’Asia meridionale, orientale e sudorientale (p. 53), ribaltando così la filiazione eurocentrica stabilita dalla filosofa francese. Il secondo movimento è il verdeggiare del Legno, forza di auto-accrescimento fino al suo giusto limite. Secondo la Medicina tradizionale cinese, questo movimento scorre nel canale del Fegato e della Vescica Bilare, innervando forze di difesa e inaugurando il movimento di espansione. Chiricosta torna sulla figura delle Amazzoni, intrecciando Weil, Angela Putino e Lina Mangiacapre, per passare dal momento decostruttivo e per certi versi ancora dialettico della prima, all’eterogenesi della smarginatura del logos nel mythos – di segno femminista e meridiano – delle seconde. Chiricosta rilegge la scena dell’Iliade in cui i Greci e i Troiani sono schierati in opposizione dicotomica e binaria sul campo di battaglia, con l’urgenza di mostrare come la forza spiraliforme e nomadica delle Amazzoni sia l’imprevisto e l’inaddomesticato accaduto durante la guerra di Troia. In un’ottica femminista naturculturale, il piano mitico e quello storico si fondono, permettendo una lettura della forza delle Amazzoni che sta né con i Troiani né con i Greci. Di conseguenza il corpo situato, sessuato e incarnato diventa l’elemento attraverso cui pensare la forza e, scalzando qualsiasi tipo di riflessione essenzialista, è possibile accedere alla figura della «donna guerriera» (p. 87), guidata dalla forza nemesiaca della «giustizia impersonale» (p. 89). Proseguendo su questo solco, l’autrice giunge alla figurazione di Camilla, guerriera dell’Eneide virgiliana, che mostra la forza verdeggiante – postumana – della femminilità, poiché traccia un divenire-tigre, capace di far esplodere l’opposizione tra vergine e virago e tra umano e animale. In questo groviglio vediamo emergere le donne guerriere quali soggettività non previste dall’ordine dominante, poiché sanno allinearsi a quella «forza che si concepisce come non soverchiante, ma che parte dalla spirale dell’auto-accrescimento e si manifesta come pratica liberatoria» (pp. 118-119). Nelle arti marziali questo si invera nel divenire-albero, forza al contempo ben piantata nel terreno, ma anche flessibile e mutevole nel suo sviluppo verdeggiante. Seguendo Putino, Chiricosta definisce allora la forza come «esercizio e addestramento, necessità cioè di quella sensibilità contestuale, allenata nella pratica, che fa comprendere i propri limiti e quando la forza rischia di cadere fuori di sé» (p. 128). Allo stesso tempo, grazie al romanzo di Maxine Hong Kingston, La donna guerriera (1976) – in cui due narrazioni del folklore cinese divengono figurazioni del possibile, poiché rilette dall’autrice per liberarsi dalla morsa delle forze oppressive di genere e razza –, la studiosa propone una figurazione della forza del Legno smarginando Occidente e Oriente.
Nel Fuoco l’unità mente-cuore «Giunto al suo culmine, il movimento Legno si trasforma in Fuoco» (p. 146). Il movimento del Fuoco, il cui colore è il rosso, percorre il corpo inteso come unità mente-cuore. È questo il movimento che lega la forza alla sessualità, e attraverso cui Chiricosta mostra la meccanica occidentale dell’addomesticamento della sessualità amazzonica, mostruosa e perturbante. La presenza di raffigurazioni quasi pornografiche delle Amazzoni presenti nella storia della cultura occidentale testimoniano infatti come il piacere femminile del combattimento sia stato piegato in piacere feticista dell’occhio maschile, codificando il corpo combattente delle Amazzoni come opposto trasgressivo del corpo docile della moglie e della madre. Alternativamente, Chiricosta riprende Putino e Mangiacapre, dando dignità alla passione che arde la Pentesilea (1876) di Heinrich Von Kleist, ovvero dando spazio all’intreccio tra il desiderio sessuale di Pentesilea verso Achille e la passione per un altro genere di politica propria delle Amazzoni. In questo entanglement Chiricosta mostra come il divenire-donna sia una forza che investe la soggettività, facendo posto anche al conflitto. Tuttavia, la differenza tra Pentesilea e Achille, e la necessità della prima di sconfiggere il secondo, si situa nella logica della legge delle Amazzoni, la quale «non cerca la gerarchia, ma la libertà dei due. Per realizzare questo scopo, occorre sconfiggere non l’individuo in sé, ma la forza soggiogante su cui ha costruito la sua identità […]. Essere sconfitto da un’Amazzone non significa divenirne schiavo, tutt’altro: vuol dire […] liberarsi e liberare le relazioni da condizionamenti gerarchici implicati in una visione della forza virile» (p. 173). Mutatis mutandis, ecco uno strumento utile per leggere il processo femminista delle donne curde del Rojava denominato «uccisione del Maschio Alpha», ovvero «un insieme di pratiche volte alla consapevolizzazione e al superamento di tutti quei comportamenti, abitudini, habiti che costituiscono il privilegio maschile nell’organizzazione gerarchica androcentrica» (p. 175).
Il Fuoco si trasforma in Terra Quando il Fuoco smette di ardere si trasforma in Terra. Chiricosta adotta il punto di vista della carnalità intelligente, senziente e connettiva, mutuato da Rosi Braidotti, per riarticolare la relazione Terra/Cosmo. L’autrice mostra così l’importanza dell’esercizio pratico per connettere la soggettività alla memoria carnale della Terra, e allo stesso tempo per costruire gli strumenti per muoversi nella Chaosmosi. Gli esempi e le figurazioni si spostano allora verso le arti marziali e la potenza combattente di corpi femminili o femminilizzati. Da Edith Garrud, che insegnò alle suffragette londinesi l’arte giapponese del Ju Jitzu, alle donne che praticarono il Wen Do, pratica nata nel 1972 in Canada in contesti femministi separatisti, in cui i percorsi delle combattenti asiatiche e marzialiste furono innestati con elementi di difesa personale. Oppure la Gulabi Gang, un’organizzazione di donne nata nel 2006 nel Nord dell’India per contrastare la violenza di genere, in cui altre donne vengono istruite nella pratica collettiva dell’uso del lathi – un lungo e flessibile bastone di legno. E ancora, il sodalizio tra le monache nepalesi della Montagna Amithaba con le monache vietnamite del monastero di Tay Thien, attraverso il desiderio delle prime di imparare dalle seconde il «Gong fu come pratica di liberazione psicofisica e politica e dove la trasmissione dell’arte è […] avvenuta tra donne, nella convinzione che istruttori di sesso maschile avrebbero causato la reiterazione di stereotipi di genere e limitato la possibilità autocoscienziale della pratica» (p. 252). Quinto e ultimo movimento, il Metallo incarna la forza della morte, in un moto spiraliforme senza il quale non sarebbe possibile alcun nuovo inizio. Il Metallo corre nei canali del Polmone e dell’Intestino Crasso, in un’alternanza di aria/respiro ed espulsione definitiva delle scorie dal corpo. Il Metallo è il movimento della forza della guerra, ma quale genere di guerra? Il terreno su cui si muove Chiricosta è ambiguo e non pacificato, ma ragionare sui nessi attorno a cui si snoda la violenza delle società militarizzate porta l’autrice a riflettere sulla forma attuale di thanatopolitca, capace di rifunzionalizzare l’inaddomesticato femminile nella militarizzazione, elemento del tutto in linea con la cultura occidentale, come mostra il mito di Athena (p. 284). Chiricosta trova allora maggiormente pertinente focalizzarsi, con Weil e Putino, sulla funzione guerriera al netto della guerra. Ci è impossibile qui addentrarci nello specifico di questa ricca analisi, ma basti sapere che viene mostrata la necessità di smontare la funzione dell’eroe, al quale viene concesso di agire la forza e di violare le regole poiché rappresenta il più forte, riconfermando quelle gerarchie virili per cui si configura «un modello di relazione in cui solo gli apici hanno il diritto di agire fuori dall’ordine» (p. 294). Alternativamente Chiricosta adotta la rilettura di Putino e Nicole Loraux, aprendo verso un’ambiguità che le consente di associare l’eroe alla figura della donna adolescente: «Non ancora addomesticata nelle logiche degli apparati, la giovane donna mostra la libertà di una forza verdeggiante che parla d’innumerevoli possibilità, di un destino ancora tutto da inventare» (p. 295). La funzione guerriera femminista permette allora di recidere il nesso doloroso con la funzione guerriera eroica della forza virile, per cui agire un taglio diviene liberazione e possibilità di trasformazione.
Diversi femminismi in contatto Intrecciandosi con la meta(l)morfosi braidottiana e il corpo cyborg di Haraway, Chiricosta mette in primo piano lo studio delle armi da taglio articolando un’agency della materia inorganica che apre all’intreccio tra il pensiero post-secolare daoista e il modello di solidarietà femminista proposto da Talpade Mohanty. L’autrice individua così una zona di con-tatto tra diversi femminismi e ne propone un’inedita figurazione: la Guerriera-Insetto, corpo-realtà capace di agire una forza all’altezza dell’epoca dell’Antropocene. Come le guerriere tessitrici, incrocio tra l’Arakne ovidiana e la serie di movimenti del taijiquan nello stile Chen e Yang denominati «ragazza di giada che lancia la spola», da cui emerge una «tessitrice di giada che, combattendo, racconta storie con il proprio corpo. Addensa l’energia nel proprio ventre, la trasforma in seta più resistente dell’acciaio. […] Non si limita a denunciare le violenze […] che vive sulla sua – e altrui – inferiorizzazione, ma tesse modi per uscire dal dominio di quella forza e dare forma ad altro» (p. 336). Il volume di Chiricosta è dunque un libro che nasce dalle pratiche, attraversa le teorie per tornare nuovamente alle pratiche, inaugurando uno stile di pensiero che la colloca a pieno titolo nella nuova e selvaggia generazione di pensatrici femministe. Anche per questo motivo Un altro genere di forza si rivela essere una lettura indispensabile per quante e quanti vogliano esplorare e trovare strumenti utili per acquisire tutta la forza necessaria, soggettiva e collettiva, personale e politica, per agire e trasformare se stesse e il nostro inquieto presente.
Alessandra Chircosta, Un altro genere di forza. Costruzione sociale e filosofica della debolezza del corpo femminile e del mito della forza virile, Iacobelli, Guidonia-Roma 2019, pp. 351 pagine, 18 euro. e-Pub 8,99 euro.
Le promesse dei mostri. per una politica
rigeneratrice per l’alterità inappropriata, è un saggio scritto da Donna
Haraway nel 1992, e proposto ora, per la prima volta, in italiano grazie alla
casa editrice DeriveApprodi e alla traduzione di Angela Balzano. Gli altri
testi di Haraway a cui faremo riferimento in questo articolo sono l’edizione
italiana di Manifesto cyborg, scritto
e pubblicato in inglese nel 1985, ma arrivato in Italia nel 1995, per le
edizioni Feltrinelli, grazie alla traduzione di Liana Borghi; e l’edizione
italiana di Staying with the trouble.
Making Kin in the Chtulucene, scritto e pubblicato in inglese nel 2016, e
parzialmente pubblicato quest’anno in italiano (sono stati elisi i capitoli 5,
6 e 7 dell’edizione originale) dalla casa editrice Nero, con il titolo di Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta
infetto, e la traduzione di Claudia Durastanti e Clara Cicconi.
Come recita
la prima frase del saggio: “Le promesse
dei mostri è un diario di viaggio, un tentativo di mappare i paesaggi
mentali e terreni di ciò che può valere come natura in alcune lotte locali e
globali” (Haraway 2019: 37), laddove lo scopo del viaggio è “scrivere la teoria,
cioè di produrre una visione informata per capire come muoversi e cosa temere
nella topografia di un presente impossibile ma fin troppo reale, alla ricerca
di un ancora assente, ma forse possibile, presente alternativo” (ibidem), metodologia per certi versi
simile alle “cartografie” di Rosi Braidotti, e da cui la filosofa italiana deve
aver preso più di qualche ispirazione. Al centro del discorso troviamo la “natura”,
che nel pensiero harawayano si delinea sia come topos, la terra intesa come luogo comune (40), sia come tropos, ovvero figurazione, costrutto,
artefatto, movimento e dislocamento (41). Per far emergere questa doppia
articolazione, la proposta di Haraway è quella di mappare la natura indossando
le lenti di un artefattualismo dinamico.
Cosa
significa artefattualismo? Significa principalmente che la natura è fatta, nel
senso che è al contempo finzione e fatto. Questo vuol dire che, ad esempio, gli
organismi sono oggetti naturali, ma non nascono, piuttosto vengono costruiti da
determinati attori collettivi, in determinati luoghi e tempi, attraverso
determinate pratiche tecno-scientifiche. Questo elemento costruttivo avvicina
pericolosamente il pensiero di Haraway al paradigma postmodernista, in cui la
realtà soccombe alla forza dei segni. Tuttavia Haraway, cosciente di questa
vicinanza, interpreta il postmoderno non tanto come una decontesualizzazione
tecnologica, a cui ne conseguirebbe la derealizzazione dell’esperienza, quanto
piuttosto come un particolare tipo di produzione della natura: il mondo intero
è rifatto a immagine della produzione di merci (41-44).
Per questo
motivo Haraway si chiede se sia possibile collocarsi in posizione differenziale
rispetto al prodigio postmodernista, pur tuttavia rimanendo fedele alla sua
tesi iniziale: la natura è un artefatto. Rispondere a questo interrogativo
richiede due rovesciamenti correlati: il primo è la liberazione dalle
narrazioni celebrative della storia della scienza e della tecnologia come
paradigmatiche del razionalismo; il secondo è la riconfigurazione delle
attrici/ori nella costruzione delle categorie etno-specifiche di natura e
cultura, laddove le attrici e gli attori non iniziano né finiscono in “noi”. Il
fatto che il mondo, per “noi”, esista come “natura” indica piuttosto un
particolare tipo di relazione con molti attori/trici umani, non solo organici,
non solo tecnologici. Conseguente a questo doppio rovesciamento è la critica
all’altra caratteristica nefasta dell’iperproduzionismo postmodernista, laddove
quest’ultimo, in stretta correlazione con il naturalismo trascendentale,
rifiuta la capacità di agire di ogni altro elemento che non sia l’Uno, e
desidera produrre e riprodurre solo l’immagine speculare di sé stesso, motivo
per cui questo paradigma può solo fingere
di fare la differenza. Di contro, secondo Haraway, la natura è sì fatta, ma non
interamente dagli esseri umani, piuttosto è una co-costruzione tra umane/i e
non-umane/i (46).
Solo riconoscendo
una capacità di azione che travalica i confini dell’Uno possiamo seguire
Haraway nel viaggio che ci porta nell’articolazione di un artefattualismo
dinamico, differenziale e oppositivo. In questo quadro la narrazione della
natura assume nuova centralità, utile per mostrare la molteplicità di elementi
umani e non-umani che concorrono alla generazione della realtà. Ricollegandosi
alla lettura che Terence Hawkes fa degli attanti teorizzati da Algirdas J.
Greimas (funzioni e non personaggi), Haraway propone una visione “pubblica”
della natura, in cui diversi elementi, umani e non-umani, concorrono alla
narrazione della vita collettiva (47). Da questo punto di vista è necessario
anche mettere a critica la trama del fallologocentrismo propria dell’uomo
costruttore-di-utensili e utensile, figura posta alla base del produzionismo e
dell’umanesimo, come? Traslando il motto di Simone de Beauvoir, “donne non si
nasce, si diventa”, per cui, di conseguenza, gli organismi non nascono ma sono
fatti (47).
Nello
specifico, l’artefattualismo harawayano mostra come gli organismi siano
costruiti in quanto oggetti di sapere, per mezzo di pratiche di discorso
scientifico, ad opera di attrici/ori particolari e sempre collettivi, in
momenti e luoghi specifici. Per dare corpo a questa affermazione Haraway trasla
il concetto di “apparato di produzione letteraria” di Katie King, in “apparato
di produzione corporea” (48). Con “apparato di riproduzione letteraria” King
intende l’emersione della letteratura all’intersezione tra arte, affari e
tecnologia, in modo tale da mettere a fuoco l’oggetto poetico (poem) in quanto oggetto di valore, ma
anche (s)oggetto dotato di agency. In
questo orizzonte, Haraway rileva anche i limiti dell’identificazione
(immedesimazione), che si basano su logiche di appropriazione, incorporazione e
tassonomie, in favore di meccanismi che inducono l’affinità, come i rituali
della poesia, della musica e certe forme di pratica accademica, ovvero in favore
di un’unità politico/poetica, di cui aveva già parlato in Manifesto Cyborg(Haraway [1985]1995: 49).
Haraway
parla dunque di natura sia come luogo comune sia come potente costruzione
discorsiva, che si concretizza nelle interazioni tra attori semiotici e
materiali, umane/i e non. Ne sono concreto esempio i cosiddetti “corpi
biologici”, i quali emergono all’intersezione tra ricerca biologica, scrittura,
pubblicazioni, pratiche mediche ed economiche, produzioni culturali di ogni
sorta, incluse metafore, narrazioni e tecnologie di visualizzazione. Secondo
Haraway, entrare in questo nodo di intersezioni vuol dire avere a che fare con
i linguaggi dinamici che si intrecciano attivamente nella produzione del valore
letterario, divenendo trickster in un
mondo che è attore e attante spiritoso.
Se gli
organismi sono incarnazioni biologiche, è anche vero che emergono da un processo
discorsivo, laddove la biologia è un discorso e non il mondo vivente in sé.
Inoltre, come ha mostrato recentemente Karen Barad, riprendendo alcune
intuizioni di Haraway, gli esseri umani non sono gli unici a decidere di tali
discorsi, poiché anche gli strumenti tecnologici usati per “osservare” concorrono
alla costruzione degli oggetti scientifici “osservati”. E ancora, va
specificato che questo tipo di costruzione discorsiva non coincide con una
variante della costruzione ideologica, poiché i corpi sono storicamente
determinati, dinamici, possiedono diverse specificità e gradi di efficacia,
provocando diversi tipi di impegno, intervento, e quindi discorsi (48).
Fin qui il
percorso delineato da Haraway è composto dall’artefattualità della natura, dall’apparato
di produzione corporea, e, aggiungiamo ora, da una certa corporalità della
teoria: questo vuol dire identificare l’esperienza con un processo di semiosi
(De Lauretis 1984), e dunque dislocare la scienza dei segni lontano dalla
psicanalisi, e vicina alla tecnologia (intesa foucaultianamente come confusione
tra sociale e tecnico).
Un altro
tassello da aggiungere al discorso politico degli anni ‘90 di Haraway, è quello
che risignifica ciò che si intende per riproduzione. Riprendendo Zoe Sofia, la
quale sostiene che ogni tecnologia è una tecnologia riproduttiva, Haraway
propone di sostituire la terminologia della riproduzione con quella della
generazione: infatti, visto che gli “oggetti” della cultura della scienza sono
le forme di vita, raramente, con riproduzione, si intende il “clonare” ciò che
già esiste. A differenza dell’autopiesi dell’Uno e del medesimo, l’artefattualismo
differenziale di Haraway diffrange, componendo fantasie a interferenza. Queste
modalità sono strettamente imparentate con le inappropriabili altri/e di cui
parla Trinh Minh-ha. In questo contesto essere inappropriati/bili significa
trovarsi in una razionalità diffrattiva e non riflettente (55). Il pensiero di
Zoe Sofia viene ripreso da Haraway altresì per diffrangere le narrative della
nascita dell’Uno maschile e patriarcale, contrapponendovi piuttosto l’allegoria
femminista differenziale e diffrattiva dell’identità inappropriata/bile, che nasce
in un mondo fantastico chiamato “altrove”. Per comprendere meglio questo
passaggio è necessario sostare ulteriormente sulla processualità della
diffrazione.
La
diffrazione non produce “il medesimo” semplicemente perché lo disloca, come
fanno la riflessione e la rifrazione. La diffrazione è alternativo alle
pratiche di riproduzione del “medesimo” perché è una mappatura di interferenze,
ovvero disegna una mappa di luoghi in cui gli effetti della differenza si
manifestano. (56) È
allora dal punto di vista della metodologia proposta da Haraway, e al riparo
dal tecnoutopismo proprio dell’ultimo decennio del Novecento statunitense, che
vale la pena prendere in considerazione le varie alterità inappropriate/abili
che vengono interpellate de Haraway nel tardo capitalismo, in quella specifica
collocazione che prende il nome di “posizionamento della soggettività cyborg”.
Inoltre, con
la mole di discorsi nati attorno all’Antropocene, sta oggi riemergendo
l’urgenza di mettere in crisi il dualismo Natura e Società, o natura e scienza,
proprio del sistema neoliberista patriarcale, e di cui troviamo già traccia in Le promesse dei mostri. Proponendo di
situare le tecnoscienze all’interno degli studi culturali, già negli anni ’90 Haraway
apre al continuum naturcultarale grazie a una diversa analisi delle narrazioni,
capace di animare una narrativa diffrattiva, ovvero una storia basata sulle
differenze, che resistere alle modalità scientifico-oggettive-patriarcali (in
cui si agisce come ventriloqui per l’alterità). Da questa prospettiva,
l’obiettivo è narrare una possibile politica di articolazione piuttosto che di
rappresentazione (87).
Nel
perseguire questo scopo, Haraway propone una meteodologia che prende spunto dal
quadrato semiotico di Grimas, eletto a dispositivo artificiale che genera
significati e, al contempo, rumore di fondo. Il quadrato di Haraway è suddiviso
in quattro parti, e la filosofa si muove al suo interno in modo orario, dal
quadrante A al quadrante non-A (71). I primi tre quadranti, A, B e non-B,
raccontano una storia a partire da figurazioni popolari di natura e scienza,
che a prima vista possono apparire convincenti e amichevoli, e tuttavia, per
mezzo della loro diffrazione, si rivelano essere segnate da profonde strutture
di dominazione e oppressione. Ma Haraway non si accontenta di decostruire, e in
modo creativo, propone immagini differenziali/opposte, dando vita a narrazioni/pratiche
che potrebbero promettere qualcosa di diverso.
Proponiamo
di seguito una descrizione approfondita del primo quadrante (A), mentre andremo
veloci sul secondo (B) e il terzo (non-B), per sostare infine sul quarto e
conclusivo quadrante (non-A).
Nel
quadrante A siamo nello “Spazio Reale” chiamato “Terra”. Qui Haraway diffrange
una pubblicità colonialista e tropicale della Gulf Oil Corporation, che recita
“Understanding is Everything”, e raffigura un tocco tra due mani: quella di una
donna bianca e quella di uno scimpanzé, immagine commerciale che fa riferimento
agli speciali televisivi della National Geographic Society — finanziati dalla
stessa multinazionale petrolifera –, e in particolar modo ai famosi reportage
di Jane Goodal. “Eccoci al cospetto di una scienza naturale, codificata come
inconfondibilmente femminile, che contrasta gli eccessi strumentali di un
complesso militare-industriale-tecnoscientifico, in cui il codice della scienza
è pregiudizialmente antropocentrico e maschile” (72), sostiene Haraway, per
mostrare come il messaggio salvifico della natura per mano di una donna
occidentale e bianca funziona come Pink-Green-Washing di una delle industrie
petrolifere più potenti e distruttive al mondo. Con un’analisi articolata e
approfondita delle narrative tossiche sottese a questo spot, Haraway mostra
successivamente come, nel mondo mercificato moderno e postmoderno, le narrative
siano di due tipi: la scienza che parla per la natura, e la natura come
portatrice di un messaggio salvifico.
Rimanendo
nel quadrante A, si può abbandonare questa doppia narrazione, dice Haraway, guardando
ad un’altra pubblicità colonialista e tropicale: una storia contenuta nella
rivista “Discovery” dal titolo Tech in
the Jungle (Agosto 1990). Siamo in Amazzonia, e l’articolo è accompagnato
da una grande foto a colori che ritrae un indiano Kayapo con in mano una
telecamera, durante una protesta per proteggere la foresta in cui vive. “Discovery”
invita a leggere questa immagine come il dramma dell’incontro tra “tradizione”
e “modernità”, narrazione che lungi dall’essere un resoconto fedele della
realtà, conferma l’esistenza di queste stesse categorie epistemologiche.
Diversamente
Haraway propone nuove forme di relazioni e solidarietà con la pratica dell’uomo
Kayapo, esplorando altre possibili narrazioni, che articolano diverse pratiche
di relazione umano e non-umano (indigeno e telecamera). Sulla scia di Susanna Hecht
e Alexander Cockburn, Haraway inizia col diffrangere la foresta amazzonica, criticando
la narrazione di “paradiso sotto campana” (81) e, passando a visualizzarlo come
esito dinamico della storia umana e biologica, sostituisce il paradigma di
“salvezza della natura” con le politiche per la “natura sociale”. Il che vuol
dire, ad esempio, non chiedere parchi nazionali o riserve recintate, ma tentare
una diversa organizzazione tra terra e persone, “che sappia ristrutturare il
concetto di natura attraverso la pratica della giustizia” (ibdem).
Ecco allora
che si fa più chiaro come la natura contro cui si scaglia Haraway è il
costrutto prodotto dall’Uomo Bianco Occidentale, che crea altri costrutti a sua
immagine e somiglianza. Di conseguenza, da questo denso saggio emerge la
necessità di narrare un’Amazzonia che non è mai stata vuota di cultura in
quanto natura, ad esempio riconoscendo le popolazioni indigene che vi abitano
da tempo, e i loro stili di vita. A questa storia si aggiunge quella
dell’attivista Chico Mendes, che da questi popoli proveniva e che fu ucciso per
la sua visione poetica/politica capace di mettere in relazione diversi attori e
attanti che vivevano la foresta, rivendicando potere decisionale su di essa, perché
persone e foresta sono elementi costitutivi di una relazionalità sociale, e non
perché possedevano il potere di rappresentarla. Attraverso una serie di
pratiche politiche e di lotte, come la costruzione della Forest People’s
Alliance — che Hetch e Cockburn hanno chiamato “ecologia della giustizia” –,
Haraway mostra come il “punto fondamentale è che la Biosfera amazzonica è
un’entità collettiva irriducibilmente umana/non-umana” (86), in cui Natura e
Giustizia non sono una dicotomia oppositiva, piuttosto un groviglio
interrelato, elemento material-semiotico.
Qui la
questione non è, come propone Joe Kane, quella di rispondere alla domanda chi parla per il giaguaro?— molto
simile ai pro-vita quando asseriscono chi
parla per il feto?, ovvero domande che si fondano sulla politica semiotica
della rappresentazione, e quindi su tecniche di distanziamento che rifondano
l’autorevole dominio del rappresentante (88-89), in cui l’autorialità spetta
solo a quest’ultimo — piuttosto si
tratta di guardare ad attrici/tori e attanti con un approccio alternativo, per
fondare un altro modo di lavorare nelle scienze, una altro modo di lavorare con
i saperi, e situandosi nel quadro di alcune specifiche lotte.
Visto che
gli attanti sono entità collettive che fanno cose in un campo d’azione
strutturato e strutturante, la questione è porsi l’obiettivo di costruire
pratiche di articolazione, piuttosto che di rappresentazione. La politica di
articolazione di Haraway — pratica culturale che prende la produzione dei
saperi come terreno di conflitto — è immediatamente operativa. Il primo
esempio si riferisce alla foto dell’indigeno Kayapo che lotta per mantenere il
suo stile di vita non moderno con una telecamera in mano: “potremmo benissimo
dire che l’uomo stia forgiando un nuovo collettivo di umane/i non-umani, in
particolare formato dalle/ai Kayapo, da videocamere, terra, piante, animali, pubblico
vicino e lontano; potremmo affermare che non vi è alcuna violazione di confine.
Lo stile di vita non è non-moderno (più vicino alla natura); la fotocamera non
è moderna o postmoderna (nella società). […] Dove non esistono natura e società
non esiste piacere, non vi è più posto per il divertimento che deriva dal
rappresentare la violazione del confine tra di esse” (95). In questo modo
Haraway diffrange l’idea di confine patriarcale, aprendo contemporaneamente a
zone liminali, naturculturali, in cui si producono nuovi tipi di azioni e
responsabilità.
Il quadrante
B, ovvero “l’altro spazio” o l’extraterrestre, mostra come esso sia codificato
in modo del tutto generale, in opposizione al costrutto della “natura”
terrestre. Lo “spazio” non riguarda le origini dell’umanità sulla terra, ma il
suo futuro, allocronico tempo-chiave nella storia della salvezza. Lo spazio, così
come i tropici, sono figure utopiche e topiche negli immaginari occidentali, le
loro caratteristiche dialetticamente opposte stanno a indicare origine e fine
della creatura, la cui vita materiale si suppone sia al di fuori di entrambe:
l’uomo moderno o postmoderno (98). In modo simile alla metodologia usata nel
quadrante A, Haraway diffrange e articola una nuova narrativa, passando per il
primo essere mandato nello spazio (lo scimponauta HAM) e per le
rappresentazioni dello spazio durante la Guerra Fredda, luogo principale della guerra
finale simulata raccontata dal punto di vista maschilista e patriarcale (103),
con la conseguente codificazione sovra-determinante del genere della cultura
patriarcale nucleare, che ha assegnato alle donne della responsabilità della
pace, “mentre lascia che gli uomini si trastullino con i loro pericolosi
giocattoli di guerra senza dissonanza semiotica” (105). Di contro Haraway
racconta di alcune pratiche di Environmental Action, dalle Mother’s and Others’
Day Action alle Surrogate Others del Nevada, quale connubio di eco-femminismo e
pratiche di lotta non-violente, che hanno dato vita a una politica di articolazione,
con l’obiettivo di contrastare i test nucleari e la minaccia della guerra
atomica, ma anche la necessità che gli uomini si prendessero cura della terra,
così come questioni legate ai diritti umani e all’antirazzismo (107-109).
Nel
quadrante non-B, caratterizzato dai discorsi su uno spazio interno del corpo
umano — il sistema immunitario –, Harway diffrange le narrative del corpo
biomedico. Come già era avvenuto in Manifesto
Cyborg, ciò che interessa Haraway è capire come funzionano le narrative del
normale e del patologico quando il corpo biologico e medico viene simbolizzato
e operato in quanto testo codificato, organizzato e costruito alla stregua di
un sistema di comunicazione, ordinato da un network fluido e diffuso che funge
da comando-controllo-intelligenza (Haraway [1985]1995: 145-146). Nella
narrativa del sistema immunitario governata da semantiche della difesa e
dell’invasione (Haraway [1992] 2019: 113), i conflitti sono sorti per
determinare cosa può considerarsi soggetto e cosa attore (110). Di nuovo,
applicando la visione diffrattiva alla soggettività (116), Haraway propone come
esempio di politica semiotica di articolazione la lotta contro l’AIDS, per come
agìta da ACT UP, ovvero praticata come simpoiesi e teoria delle reti, piuttosto
che come logica della guerra (119-122).
Il quadrante
finale, il non-A, ovvero lo spazio virtuale alla fine del viaggio, la SF, è
caratterizzato da una figura-guida, Lisa Foo, personaggio di un racconto di
fantascienza di John Valery. Nella riscrittura proposta da Haraway, la
questione dell’articolazione assume le sembianze del potere di produrre
connessioni proprio dello spazio virtuale, nonostante esista il rischio che
queste producano un’incapacità di agire nel mondo reale. Haraway ci mostra
allora come il narrare nuovamente la figura di Lisa Foo, ovvero rilevare come
il personaggio poteva muoversi altrimenti nella storia, serva a “smantellare le
logiche di chiusura della nefasta misoginia razzista” (130). Il saggio si
chiude con l’immagine di un dipinto di Lynn Randolph del 1989, Cyborg, usato anche dalle edizioni Feltrinelli
per la prima pubblicazione italiana di Manifesto
Cyborg, come possibile narrazione di un’alterità inappropriata/bile: “Una
tale cyborg non ha struttura aristotelica. Non è la dialettica servo-pardone a
risolvere i conflitti tra risorsa e prodotto, passione e azione. L(u)ei non è utopica
né immaginaria; l(u)ei è virtuale. Generata, insieme ad altre/i cyborg, dal
collasso reciproco di tecnico/organico/mitico/testuale/politico, viene
costituita dentro e fuori ogni figura da articolazioni di differenze critiche” (135).
Di conseguenza la teoria “modesta” di Haraway ha lo scopo di mostrare i
mutamenti di metafore e confini posti alla base di una sapere e una politica
della speranza per questi tempi mostruosi.
Riprendendo
il pensiero di Gloria Anzaldua, il solo piacere promesso è quello connesso alla
rigenerazione possibile in zone di confine meno mortali e cancerogene.
Dopo questa
carrellata di strumentazione analitica mi ritrovo a domandarmi: per chi è stato
tradotto questo testo denso e difficile di Donna Haraway? A giudicare dallo
stato in cui versa il sistema universitario italiano, fortemente de-finanziato,
con il turn-over bloccato, le porte della ricerca sbattute in faccia a quasi il
90% degli assegnisti di ricerca, un sistema che si regge per il 59% su lavoratori
precari (VIII indagine ADI, 2018), il pensiero femminista di provenienza
statunitense non è esattamente lo strumento per fare carriera in questo ambito.
A fungere da ironica e paradossale conferma della marginalità del pensiero di
Haraway nei dibattiti italiani, è la presenza della filosofa statunitense nella
genealogia della scrittrice italiana più influente nella contemporaneità, Elena
Ferrante, e al contempo meno studiata nel Belpaese.
Piuttosto,
anche conoscendo committenti della traduzione e traduttrice, mi sembra che
questa pubblicazione si rivolga a quanti vivono liminalmente il mondo
accademico, magari in connessione con i molteplici focolai di lotta, o con gli
ambiti artistici più innovativi, oltre alle tante che si interessano, per
diversi motivi, al pensiero femminista. Forse anche per questo motivo mi sento
tuttavia libera di proporre un piccolo esperimento, sia per mettere a verifica gli
strumenti proposti da Haraway con una lotta di cui ho potuto fare esperienza
diretta, sia per interrogarmi su come, sempre grazie agli strumenti che
rintracciamo in questo testo, sia possibile vedere con altri occhi le pratiche
di coinvolgimento e responsabilità che esulano dai vari centri nevralgici delle
lotte che di volta in volta emergono, utile a delineare un’ipotesi di nostrana
politica di articolazione piuttosto che quella di rappresentazione, e facendo
tuttavia leva sul potere della narrazione.
Prendo
quindi spunto dalla lotta del Teatro Valle Occupato di Roma, nata nel 2011
grazie a un gruppo di lavoratori dello spettacolo e alcune attiviste del
movimento studentesco, per protestare contro i tagli alla cultura e al
depauperamento, materiale e simbolico, di chi opera all’interno di questo
settore. La lotta del Teatro Valle Occupato ha visto una partecipazione
eterogenea, impossibile da rappresentare nella sua totalità, quindi secondo la
grammatica dell’Uno, ma da cui possono emergere molti esempi di pratiche di
articolazione. Anzitutto la spinta propulsiva accumulata grazie alla vittoria
del referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare di Stato ha reso
visibile la relazione vitale e postumana prodotta da un teatro; come l’acqua e
come l’aria, dicevamo.
Ma la
relazione con lo spazio del teatro, il più antico di Roma, è stata una
relazione soggettivante anche per via della relazione di “cura” e “affetto”
stabilitasi tra luogo fisico e persone durante i tre anni di occupazione,
generando una relazione tra umano e non-umano che esula dalle politiche
culturali estrattive proprie del neoliberismo all’italiana, e di cui grida
vendetta ora il Teatro Valle, spazio vuoto nonostante sia stato da anni
istituzionalmente “riaperto”.
Se
l’occupazione è diventata famosa a livello mediatico per via dei grandi
personaggi del mondo della cultura che lo hanno attraversato, da Peter Brook a
Judith Malina, passando per Amitav Ghosh (solo per citarne alcuni), non meno
importanti sono stati, su un altro piano, i tentativi pratici di decolonizzare
quello spazio, e al contempo le nostre modalità di costruire la lotta politica,
come quando il Teatro Valle diventò il luogo in cui si poterono incontrare alcune
associazioni eritree, il Coordinamento Eritrea Democratica, e i parenti di
molte delle vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre del 2013.
O ancora, quando il Teatro Valle Occupato ha ospitato, in sinergia con altri luoghi culturali della città di Roma e d’Italia, uno dei primi eventi di sensibilizzazione sulla terribile questione dei femminicidi (Notte rossa contro il femminicidio, 2013), in cui alcune attrici dell’occupazione hanno incarnato e reso tangibile la violenza maschile agita sul corpo delle donne. Un evento che era stato già preceduto dal Festival “Da Mieli a Queer” dedicato alla sperimentazione artistico/politica di uno dei fondatori del movimento omesessuale italiano, Mario Mieli. Dunque, senza avere l’obiettivo di rappresentare quante/i/u lottano contro la violenza sulle donne e di genere, articoliamo una narrazione che includa entrambe le modalità e posizioni politiche.
Questo è forse allora un primo tentativo di diffrangere la narrazione tossica sul Teatro Valle Occupato, che oscilla tra la versione mainstream, in cui si racconta come azione scellerata di un gruppo di giovani okkupanti annoiati dalla vita borghese, e la versione svalutativa di quanti non hanno avuto modo di sperimentare una forma organizzativa che si è arrischiata ad agire una politica di affinità piuttosto che di identità, un compostare, come suggerisce nella postfazione di La promessa dei mostri Antonia Anna Ferrante, ricollegandosi altresì all’ultimo libro di Haraway (Haraway [2016] 2019).
Grazie a questa applicazione dell’artefattualismo differenziale di Haraway abbiamo mosso un primo passo per vedere come, nello spazio material-semiotico del Teatro Valle Occupato, sono saltate molte dicotomie tradizionali: dalla dicotomia casa/teatro, a quella di artista/fruitore, passando per quella di cittadino/immigrato e quella di umano/non-umano. Nel momento in cui riusciamo ad abbandonare le narrative catastrofiste e svalutative, ecco dischiudersi i lati generativi e rigenerativi delle politiche di articolazione, laddove lo strumento della narrazione diventa centrale per non cancellare le differenze (elemento proprio del paradigma delle politiche di rappresentazione), e dunque dargli finalmente voce. Una danza simpoietica di molteplici modi di fare aggrovigliati con molteplici modi dire.