• Sensibili guerriere su “via dogana”

    Con tutta la forza necessaria – VIA DOGANA, marzo 2012, n. 100

    da E IN RISPOSTA I DUE PUNTI di Vita C.
    Il numero propone un tema, quello della forza necessaria, che fin dall’inizio ha attraversato l’elaborazione del femminismo
     Continua

  • Sensibili guerriere su “Leggendaria”

    Sensibili guerriere. Racconti di una generazione  n. 91 del 2012

     

    All’interno uno scambio tra Nadia Tarantini e Giovanna Pezzuoli sul libro Sensibili guerriere

    Sono davvero “Sensibili guerriere” le giovani donne che si raccontano nel nostro Tema, curato da Giovanna Pezzuoli e Nadia Tarantini. Creature allo stesso tempo forti e fragili che paiono rispecchiarsi nelle molte diverse rappresentazioni che ne danno le immagini che abbiamo scelto per illustrare – quasi una seconda lettura – le pagine in cui sono loro a prendere la parola, con grande libertà. Dall’opera di Marilde Magni, che abbiamo messo in copertina, alle potenti figure in legno delle sculture di Mavi Ferrando che accompagnano l’intera sezione, e ancora nell’articolato lavoro figurativo di Nadia Magnabosco. Inizia con questo numero la sedicesima annata di Leggendaria, e ci è sembrato importante segnalarne l’avvio stando in ascolto, perché di “giovani” molto si parla nelle sedi istituzionali e nei media, ma poco sappiamo davvero di loro. Al di là delle disastrose statistiche sulla disoccupazione, chi sono, cosa pensano, cosa desiderano? Che sguardo hanno sul mondo, che rapporto con le generazioni venute prima, che aspettative per il loro futuro? In particolare le giovani, figlie di una generazione di madri assai ingombranti, acutamente consapevoli, ciascuna nella sua singolarità, della loro precarietà esistenziale – sociale, economica, sentimentale – che si traduce, spesso, anche in un nomadismo tra luoghi geografici e simbolici nel farsi di vite poco prevedibili. Un Tema, dunque, tutto da leggere, ma soprattutto da far circolare e da discutere seguendone le suggestioni, gli spunti e i molti fili di ragionamento, per arricchirne l’inevitabile parzialità. Per farlo, contiamo molto sulla sapienza delle nostre leggendarie lettrici. Rendiamo omaggio a Christa Wolf, la cui perdita molto ci peserà, con un breve saggio di Chiara Santoianni e vi raccontiamo il recente importante convegno nazionale della Società delle Letterate con le parole di una giovane studiosa polacca che ha partecipato all’incontro, Suzanna Krasnopolska, nell’attesa che siano disponibili i materiali. La scrittrice Chiara Mezzalama ha visto per noi il bellissimo film di Wim Wenders su Pina Bausch, mentre Jolanda Leccese ha visitato due mostre importanti: quella milanese dedicata ad Artemisia Gentileschi e quella romana su Georgia O’Keefe. Ancora in Primopiano, tre letture da non perdere: lo straordinario ultimo romanzo della nippo americana Julie Otzuka (Anna Maria Crispino), il libro autobiografico di Michela Marzano (Roberta Mazzanti) e l’opera più recente di Valeria Parrella (Monica Luogno). Ma trovate molte altre recensioni anche in Letture e Ultimi Arrivi oltre naturalmente alle segnalazioni della nostra TopFive. Non mancano, come in ogni numero, le pagine dedicate a Terremutate, né la segnalazione di una libreria che amiamo, questa volta è la Libra di Morlupo. Ma ad arricchire questo numero inaugurale del 2012, c’è un maxidono: un Supplemento di ben 36 pagine sui temi economici (lavoro, pensioni, welfare) curato dalla redazione di in.genere.it per festeggiare il secondo compleanno del sito: in pratica un fascicolo staccato della rivista, che si presta a essere utilizzato per presentazioni dedicate, dibattiti e riunioni in cui mettere a fuoco come guardare a questi temi da un’ottica di genere. Iniziamo di slancio un anno che si annuncia però irto di difficoltà: per andare avanti dobbiamo poter contare su tutte/i voi. Dunque abbonatevi e abbonate coloro che amate. Pur nella crisi, proprio perché c’è la crisi, a Leggendaria non vogliamo né possiamo rinunciare. E voi? E allora, Buon 2012 e buone letture!

  • Pasqua Teora – Primavera 2012: considerazioni dal mio osservatorio

    Il movimento che intuisco e percepisco con chi si metta in cerca della propria verità, è a spirale: si va avanti, seguendo un’ellisse immaginaria disegnata nello spazio, si torna indietro, si rivede ciò che è avvenuto, si fanno scoperte e poiché gli inconsci si parlano, al di qua e al di là delle parole, si sale, si pesca quanto serve nel paniere sospeso in cima al cielo poi si scende, si procede, si risale. Da lassù mi capita di domandarmi: in questi 30 anni, come sono cambiati loro che vengono da me? E io che accolgo, come è cambiata la mia percezione del mondo attraverso i miei personali processi di trasformazione e rinascite in vita? Come è diventato il mondo che da soli e insieme abbiamo attraversato negli ultimi decenni? Cosa ha significato per me frequentare la Libreria delle Donne di Milano?

    Prima considerazione: la domanda di comprensione e cambiamento di chi varca la soglia di questo luogo è sempre, direttamente o indirettamente, relazionata al tema dei rapporti con l’altro, specialmente l’altro sesso e i sentimenti connessi al disagio dell’alterità, compreso quello con i figli. Detto in altri termini: tutto ciò che concerne il bene e il male delle famiglie sempre in oscillazione tra eccesso di sofferenza nei cambiamenti e nelle perdite, o al contrario, tra eccesso di distacco ed estraneità nel tentativo fallimentare di evitare sofferenza.

    Seconda considerazione: progressivamente, negli anni, più donne che uomini ma, in tutte le età, è cresciuta la domanda del maschile: gli uni e gli altri vengono ad esprimere crescente volontà di liberarsi da vincoli basati sul dominio e il maltrattamento morale e/o fisico, sia che questo provenga dall’universo maschile (padri, mariti, amanti possessivi, violenti e svalorizzanti), sia da quello femminile (madri, compagne, mogli, amanti, quando, rigide e inconsapevoli se ne stanno a sentinella, guardiane irremovibili a difesa dell’antichissimo simulacro patriarcale). Osservo che, più frequentemente che nel passato, l’aiuto a capire, a cambiare, a reincarnarsi in vita, – certo, quando la situazione non è troppo grave, né troppo pericolosa – è orientato a mantenere la coppia, migliorandola, piuttosto che troncare, condannandola alla disfatta. Donne e uomini, ma soprattutto donne, arrivano disponibili ad esplorare le proprie zone d’ombra, a liberarsi, rimanendo unite ai loro partner nella consapevolezza che, se da certi stereotipi ci si libera insieme, si compie una rivoluzione ancora più grande rispetto al sistema di appartenenza. Sistema sociale a intelligenza virale che, con le sue astuzie, più ci divide e più ci rende fragili; più ci rende soli, più ci riduce all’impotenza, attanagliati da bisogni indotti ad arte per negarci quelli più profondi capaci di generare autentici rivoluzionamenti. A volte, le donne, conoscendo la propria zona ombra, passano attraverso intense esperienze di dolore ma, invece che esserne piegate, scatenano in loro, tra anima e psiche, tra anima e corpo, una forza straordinaria, capace di attivare importanti processi di resilienza a beneficio proprio e di tutti i sistemi di appartenenza.

    Terza considerazione: mi è sempre più chiaro che un cammino di trasformazione significativa, sia per gli uomini che per le donne è processo faticoso e non breve e che si realizza facendosi sostanza vitale, ben oltre il luogo in cui avvengono i nostri incontri. Infatti, le sorgenti e i canali che irrorano corpo, mente, immaginazione attiva e rete di relazioni più o meno affettive, sono innumerevoli: per esempio incontri, amicizie, letture, eventi e circostanze che colpiscono altre e altri che ci sono vicini e che possono farci pensare nuovi pensieri, aprirci a nuove possibilità. Dunque più di sempre, ora che le distanze e i silenzi tra le persone sembrano farsi più grandi e i legami più liquidi o evanescenti, contano moltissimo i rapporti di affetto, solidarietà, creatività, divertimento, scambio culturale con gli altri, per una donna, soprattutto con altre donne.

    E per gli uomini? Mi è sempre più chiaro che, affinché si attivino nelle loro vite, processi di profonda trasformazione, risulta essenziale che abbiano rapporti di vicinanza con almeno una donna liberata o in via di esserlo e che quindi questa donna sia in un cammino di crescente consapevolezza per se stessa, aperta con lui a un dialogo autentico. Questo, sembra essere per l’uomo, contatto alchemico potentissimo, capace di far riemergere Anima, risvegliandola dal torporeancestrale, cosicché attraverso il benefico contagio, passi la legittimazione ad appropriarsi di un sentire negato, fin dalla prima infanzia, da secoli, da millenni. Lo so per certo, essendo stata quella strada anche la mia, che il processo evolutivo e di rinnovamento non finisce mai, finché siamo in cerca di gioia ma anche aperte/i. in presenza di dubbi e insoddisfazioni, disposte/i al dolore più o meno acuto per la messa in discussione dei nostri stereotipi. Intendo forme pensiero, convinzioni a priori, ereditate da chi ci ha preceduto, copioni di vita a cui possiamo trovarci assoggettate/i più o meno inconsapevolmente. Questo è il potere dell’introietto colonizzante deciso a separarci, confonderci, ad infragilirci tutte e tutti senza differenza tra genere maschile o femminile, così da spostare su altro, inibendola, la nostra capacità di desiderare ed essere felici. Influenze potenti in grado di spingerci a nostra insaputa verso le più disparate forme di conformismo infelicitario annodato ben stretto al bisogno insaziabile di possedere oggetti.

    Quarta considerazione: forse un aspetto importante della sofferenza che vedo, riguarda la capacità di desiderare che in noi umani è intrinsecamente legata all’istinto di vita? Nucleo pulsante che negli ultimi decenni é stato in gran misura colonizzato, mantenendo nel tempo l’illusione di felicità attraverso l’accumulo illimitato di qualcosa che è sempre fuori di noi. Mai dentro! E allora, come riconoscere un desiderio in noi che non sia colonizzato dal sistema mass mediatico, dalla cultura familiare, dai sensi di colpa, dalla cultura clericale o anticlericale? Non ho risposte precise ma, su questo stimolo, mi vengono in mente le donne che per esempio arrivano portando la loro sofferenza legata al desiderio, sebbene contraddittorio, di avere figli: voglio un figlio ma non voglio dipendere dai miei genitori; desidero il secondo ma sarebbe un macello; vorrei dare alla mia bambina un fratellino, ma come faccio, con due piccoli insieme; vogliamo un altro figlio ma tra me e mio marito non guadagniamo a sufficienza per pagarci un aiuto; io ho deciso di abortire, è la terza volta, la confusione tra il desiderio di maternità e l’impossibilità dell’organizzazione del lavoro è insostenibile; la depressione del dopo-parto dicono che è fisiologia, ma senza mia madre vicina e lontana da un cerchio di donne che potrebbe darmi respiro e supporto, come faccio…; io ho deciso che di figli non ne voglio, sarebbero di intralcio al mio desiderio di carriera, sarei perdente in partenza, rispetto ad un uomo che non è tenuto a farne.

    E mi viene in mente anche altro: due mie care amiche ostetriche che lavorano da tanti anni nel territorio tra Bergamo e Milano, accompagnando le donne al parto in casa: loro osservano curiosamente, anzi, con preoccupazione, che nel parto non c’è più fisiologia. Cosa significa? Significa che le donne sono impaurite, medicalizzate, allontanate dalla loro forza, sono indebolite dalla distanza tra loro e le generazioni precedenti come se si fosse fermata la ruota che trasportava le conoscenze del femminile da una generazione all’altra. Forse noi delle generazioni precedenti abbiamo avuto la necessità di allontanarci e separarci dalle tradizioni portate dalle generazioni precedenti e lo sappiamo bene, volevamo conquistare e gestire spazi di libertà, che prima di noi, mai erano stati posseduti dalle donne; e il separatismo dagli uomini e dalle madri per molte di noi è stata cosa sola. Abbiamo bisogno di recuperare anche tra donne il piacere e la ricchezza di stare insieme e vicine, di creare nuove tessiture di libertà che riguardino lo stare insieme anche tra diverse generazioni e fortificare e interconnettere i saperi del femminile sia quelli più vicini nel tempo, sia lontani, anche lontanissimi.

    Quinta osservazione: gli uomini, negli ultimi anni arrivano, sempre più spesso con sofferenza e depressione provocate dal dominio e dalle minacce subiti nel posto di lavoro che, al proprio interno, è ovvio, ne impedisce gli opportuni processi di riparazione; ed io comprendo sempre più chiaramente che la sofferenza per i due generi è indifferentemente interconnessa con dinamiche di reificazione e riduzione dell’umano a oggetto, come pure di dinamiche di conflitto in cui, per motivi vari, non vengano previste parole e pratiche per l’ascolto reciproco e la gestione delle diverse visioni del mondo per crearne, insieme, altre. Allora, è abbastanza chiaro che, numeri alla mano, noi donne, oltre a subire tutti i vari abusi che anche l’uomo subisce dalla società, dobbiamo fare i conti con la tendenza, consapevole oppure no, di molti uomini (non tutti per fortuna) a stabilire con
    noi rapporti di dominio. Dunque, ovunque ci sia un più forte contrapposto a un più debole vince chi nel contesto ha maggior potere gerarchico oppure potere di fatto: il più alto in carica, il più abile nell’oggettivare, mortificando e denigrando l’altro. Il gioco del dominio e dell’annientamento avviene nella realtà lavorativa, come nelle relazioni affettive, nella politica, nei rapporti societari, nei rapporti familiari, nella visione dei futuri scenari e, ovunque si manifesti, serve molta forza per sostenere nuovi o antichi desideri. Eppure, ci sono altri modi per disarcionare i tiranni: non sono i tiranni a creare gli schiavi ma gli schiavi a creare i tiranni! L’ho sentito dire in modo provocatorio ma con l’obiettivo sacrosanto di attivare nuove visioni e pratiche tramandabili per una lotta creativa che continui nel tempo arricchendosi continuamente.

    Torno al mio luogo che, certo, non è trono, né sedia gestatoria, tantomeno confessionale, piuttosto luogo protetto d’incontro e relazione clinica che io considero cammino di svelamento e libertà, di relazione che apra ad un pensiero più vasto capace di generare gioia e curiosità oltre lo steccato del conformismo familistico, sociale o mas-mediatico.

    Quando ci sono le condizioni, è una sorta di nuova semina: dopo aver rivoltato le zolle, tolte le erbe infestanti e procurata nuova semenza mescolata al meglio di quella che già si possedeva, si procede per altri cammini e ciò significa riconoscere la propria parte di responsabilità e conseguentemente, appropriarsi della grande forza liberata: disponibile finalmente per essere investita, usata per fertilizzare e procedere in prospettiva dei nuovi raccolti. Serve tutta la forza che serve, per liberarsi dalle messe in scena copionali ereditate dalle madri e dai padri: sistemi ordinanti, fin da molto prima di noi che, in quanto superati, divengono limitanti e infelicitanti. Nel nostro profondo, personale e collettivo, ci sono voci sempre meglio intercettabili che chiamano profondi cambiamenti.

    Conclusione: sembra che diventeremo tutti meno abbienti di un tempo e a qualcuno andrà meno bene che ad altri e la capacità di resilienza, come pure di stare fuori dal pensiero unico e stereotipato, la condivisione dei differenti universi di appartenenza, la competenza nel lavoro di cura delle relazioni, così come la politica delle donne mi ha insegnato, saranno le pratiche quotidiane, i talenti indispensabili, i melograni dorati per ritrovarci, oltre il passaggio epocale, più consapevoli e più ricchi. Questo il processo in atto che io vedo chiaramente, processo che ci attraverserà un lungo presente. Ci ritroveremo altrove con nuove esperienze e riflessioni su cui continuare a meditare e sperimentare per evolverci insieme.

  • Alessandra Chiricosta – La Fiamma Essenziale. Potere e passione nell’esperienza di Aung San Suu Kyi

    Alessandra Chiricosta – La Fiamma Essenziale. Potere e passione nell’esperienza di Aung San Suu Kyi

    Che Potere e Passione siano avvinti in una stretta interrelazione è affermazione che rasenta il luogo comune. Assai più intricata e interessante è, invece, l’esplorazione e l’analisi su che genere, o generi, di relazione intercorrano tra i due. E se il genere, nell’altra accezione del termine, giochi un qualche ruolo nella relazione, o meglio, nella prospettiva con cui si osserva e si interagisce nella relazione stessa.
    Riflessioni, queste, che originano dai notevoli contributi proposti negli ultimi mesi da Aung San Suu Kyi, Leader della NLD (National League for Democracy), il maggior Partito di opposizione in Myanmar. Rilasciata un anno fa dalla sua ultima detenzione domiciliare, durata 7 anni , la Lady  ha avuto modo di offrire all’ascolto internazionale il risultato delle sue acute e profonde meditazioni politiche. In particolare nell’occasione delle due Reith Lectures trasmesse la scorsa estate sull’emittente radio inglese BBC 4 e di un articolo pubblicato il 2/10/2011 sul New York Times, ha affrontato con originalità di prospettiva e analisi questioni come la Libertà, il Dissenso e, appunto, la relazione tra Passione e Potere.
    Rifiutando una lettura meramente astratta e accademica, Suu Kyi vede la “passione” partendo dalla sua personale esperienza nella dissidenza, ovvero nella sua attualizzazione pratica e, soprattutto, politica. Partendo da sé, interrogandosi su cosa abbia non solo spinto, ma soprattutto permesso di continuare strenuamente a fare politica a lei e ai suoi compagni di lotta in condizione di deprivazione inimmaginabile, Suu Kyi chiama in causa Max Weber e le tre qualità che un politico dovrebbe possedere: passione, senso di responsabilità e senso di proporzione. Tra le tre, Suu Kyi decide di soffermarsi sulla prima, come principale motore, cuore pulsante del tipo di politica che lei ed i suoi compagni di lotta hanno scelto di praticare: la politica della dissidenza. Terreno impervio e pericoloso, questo, come la sua stessa vita ha chiaramente dimostrato. Territorio liminale, in cui, usando le sue stesse parole, si decide più o meno dichiaratamente di vivere in un mondo separato da quello degli altri concittadini, un mondo precario, dominato da leggi non scritte. E sulla carnalità, sulla concretezza delle esperienze che contraddistinguono la lotta politica dei suoi compagni la Lady non smette mai di insistere, ricordando come non si tratti di una mera astrazione, ma di carne e sangue, vita che si decide di “sacrificare” per conseguire un’autenticità e dignità umana. Persone, tante, senza un nome celebrato sui media, ma di cui Suu Kyi ricorda volti e sguardi, brillanti, appunto, di passione.
    “What is this passion? What is the cause to which we are so passionately dedicated as to forego the comforts of a conventional existence? Going back to Vaclav Havel’s definition of the basic job of dissidents, we are dedicated to the defence of the right of individuals to free and truthful life. In other words, our passion is liberty.”
    La passione di cui qui si parla, sottolinea altrove Suu Kyi, non è mera agitazione dello spirito, fiamma di breve durata che caratterizza molte sollevazioni e proteste. Non si tratta di uno sfogo di tensione, per quanto alta, cieca a modalità e fini. Questa passione è Politica, nell’accezione più complessa del termine. Passione che non si contrappone alla razionalità, ma che, al contrario, l’abbraccia, la determina, la rende forte e capace. Passione “intelligente” per dirla con Nussbaum, che si mostra come requisito indispensabile per un’azione, una vita politica. Passione che permette di analizzare le motivazioni di un disagio collettivo in maniera più ampia ed esaustiva perché non dimentica l’empatia, i sentimenti, le relazioni della vita con gli altri e le altre. Passione che si rivolge all’autenticità della vita di ciascun individuo. A tale passione, così declinata, Suu Kyi dà il nome di Libertà. In epoche, come la nostra o quelle da poco trascorse, in cui del termine Libertà – così come di molti altri – si è fatto scempio, mistificandolo, denaturandolo, traviandolo a tal punto da trasformarlo nel suo opposto, l’affermazione della Lady birmana risuona di un senso originale e insperato. Libertà come autenticità di vita.
    In tale aspirazione all’autenticità, ovvero nel perseguire la Libertà, la passione, dice Suu Kyi, spesso   si traduce in sofferenza: non per atteggiamento masochistico, non per sterile dedizione al sacrificio, ma per scelta oculata circa ciò che è necessario fare, o soffrire, in vista del raggiungimento dell’obbiettivo desiderato. Di nuovo la Lady chiama in causa la totalità dell’essere umano nell’articolazione della scelta morale, etica e politica. La sofferenza come scelta in vista di un fine coinvolge la dimensione fisica, corporea così come quella mentale ed emozionale. Razionalità, nell’analisi della situazione e delle strategie da mettere in atto nonché nella previsione degli esiti e nel giudizio sulla auspicabilità dei risultati; passionalità come energia vitale, dedizione che consente di affrontare anche l’eventuale – anzi certa – sofferenza anche di lunga durata, che segna i corpi con tracce indelebili. E’ a questa totalità sensibile-senziente che la Lady si riferisce ogni qual volta parla di passione politica come libertà che si traduce in sofferenza. Nelle parole di Suu Kyi, infatti, la scelta deliberata della sofferenza va posta sempre in relazione alla libertà, o al perseguimento di essa. In questo la Lady accomuna la dimensione politica a quella religiosa. Per non incorrere in facili fraintendimenti, dovuti a prospettive etnocentriche, occorre calare questa affermazione nel contesto buddhista, o meglio, in quello del cosiddetto Socially Engaged Buddhism.
    Nelle sue molte e variegate declinazioni, il cuore del pensiero buddhista si incentra proprio sulla sofferenza, sulla sua realtà, sulla possibilità della sua cessazione e sul modo per conseguirla. Queste  sono, infatti, le Quattro Nobili Verità espresse dal Buddha da cui prende le mosse tutta la complessa articolazione delle tradizioni buddhiste. Operando una semplificazione estrema, si può affermare che la sofferenza come dimensione esistenziale (dukkha), che si manifesta in diverso modo in ogni realtà della vita terrena, si superi grazie al “non-attaccamento”, ovvero alla presa di coscienza dell’insostanzialità di ogni “essere” (anatman) e dell’impermanenza di ogni realtà (anitya). Le diverse scuole buddhiste presentano differenti metodi per raggiungere tale consapevolezza, tutti comunque caratterizzati da un complesso di pratiche meditative e psico-fisiche e da una “retta” condotta di vita. Si ritornerà in seguito su questo punto.
    La teoria del non-attaccamento sembrerebbe entrare in contrasto stridente con l’interpretazione della politica offerta da Suu Kyi, che prevede un coinvolgimento passionale ardente. Nella realtà dei fatti, la questione della partecipazione politica in ambito buddhista è questione altamente complessa e dibattuta. Semplificando, nuovamente, per fini di brevità, una parte del mondo buddhista, tra cui molti alti esponenti del clero birmano, propendono per l’interpretazione escludente, che vede la partecipazione politica come manifestazione di attaccamento, quindi non conforme ad una pratica che punta alla liberazione ultima (moksha). Da qui, ad esempio, la scelta di non opposizione diretta alla giunta militare birmana. Un’altra parte, invece – tra cui, nella stessa Birmania, i monaci che hanno aderito alle varie proteste, represse talvolta nel sangue – sostiene la necessità di operare attivamente nell’ambito sociale e politico proprio per garantire a tutti gli esseri sensienti – non solo agli esseri umani, dunque – le precondizioni minime (tra cui la libertà in senso politico) per poter intraprendere il sentiero della liberazione ultima. A questa interpretazione si richiama, tra gli altri, il cosiddetto Socially Engaged Buddhism,  alle cui teorie e prassi la Lady birmana si ispira esplicitamente. Ad essere più precisi, Suu Kyi è ad oggi considerata una degli esponenti più rappresentativi e significativi di tale orientamento, sia nel contesto locale del Sudest Asiatico, sia al livello globale. Unica donna tra vari leader del Socially Engaged Buddhism asiatico, e per di più laica, la Lady si trova ad incarnare un valore simbolico decisamente dirompente, sia nell’ambito politico che in quello religioso. Basti pensare che i Leader della Giunta Militare birmana – che ha dominato il paese per circa 50 anni e che ancora oggi, all’indomani delle contestate elezioni, rivestono i ruoli politici apicali in Myanmar – omaggiano il clero birmano, composto in larga misura da monaci di genere maschile . Buona parte di esso, a sua volta, non prende posizione di critica attiva nei confronti della leadership birmana proprio in virtù della dottrina del “non-attaccamento”. Come si concilia, dunque, questa teoria con la “passione” come tratto fondamentale della vita politica e religiosa secondo quanto sostiene Suu Kyi?
    La risposta, non facile, va trovata nella maniera in cui la “passione” viene concepita.
    Chiamando in causa nuovamente una concettualizzazione buddhista – maggiormente utilizzata nell’ambito del Buddhismo Mahayana – si tratterebbe qui di “compassione”, nell’accezione latina di “cum-patior”, ovvero sento-insieme, vengo coinvolto dalla sofferenza e dall’aspirazione alla felicità altrui senza che questo determini “attaccamento”. La passione di cui qui si parla non è, dunque, un’affezione dell’animo passiva, che afferra l’individuo impedendogli di agire “razionalmente”. Bensì una “passione intelligente”, che non prevede opposizione tra moto dell’animo e razionalità, e tra queste e azione pratica. Una passione capace di fornire fuoco all’analisi senza che questa vada in fumo. Nella sua articolazione della “passione”, dedicata ad un pubblico internazionale, la Lady chiama in causa, come precedentemente affermato, non solamente le sopra descritte dottrine buddhiste – a cui allude ma su cui non si sofferma – quanto le teorizzazioni di Max Weber, in particolare quella offerta nella conferenza “La Politica come professione” del 1919, ponendo le due in dialogo implicito. Accanto alla “passione”, le altre due caratteristiche individuate da Weber come fondamentali per un politico sono, come già detto, “senso di responsabilità” e “lungimiranza”. Entrambe queste caratteristiche rimandano ad un pensiero “razionale”, nell’accezione del termine delle tradizioni nordatlantiche. Se il senso di responsabilità è ancora debitore di una qualche forma di sim-patia umana, la lungimiranza ragione in termini di cause ed effetti , di calcoli sull’efficacia e sugli obbiettivi. Le tre caratteristiche del politico secondo Weber coinvolgono le varie dimensioni in cui il pensiero del cosiddetto Occidente ha diviso l’essere umano, che il politico è chiamato ad armonizzare. Mutatis mutandis, la passione secondo Suu Kyi vive già di questa triplice declinazione, affermando implicitamente che la divisione in varie sezioni è surrettizia, che una passione politica incarnata correttamente è già in sé responsabile e razionale. Non solo: è anche fisica. La Lady lo evidenzia non solo, in negativo, ricordando le privazioni che lei e i suoi compagni di lotta hanno lungamente subito, o, in positivo, la capacità di resistenza che hanno dimostrato, ma alludendo anche alle pratiche fisiche quotidiane da lei esercitate durante i lunghi periodi di detenzione, domiciliare e non. “Keeping fit, as fit as possible was, in my opinion, one of the first duties of a political prisoner” afferma incidentalmente nella prima delle Reith Lectures. Mantenere il proprio corpo sano, forte – e sottolineo questo aggettivo – non è solo presentato qui come un modo per trascorrere il tempo della detenzione, ma come un “dovere” di un prigioniero politico, ovvero un atto politico in sé. Non solamente come mera opposizione alla limitazione fisica che viene imposta, come reazione a quei vincoli che, oltre ad impedire un libero movimento, intendono infiacchire, debilitare, rendere innocui. Ma, soprattutto, utilizzando una metafora marziale, come ribaltamento del terreno di lotta. Come insegnano alcune discipline di combattimento cinesi, una forza che sia soltanto oppositiva è destinata a soccombere per sua stessa natura. Per essere vincente, o quantomeno per avere delle concrete possibilità per esserlo, la forza deve trasformarsi in “agente”, ovvero in azione originale, che parte da sé stessi, dalle proprie possibilità e le sa ottimizzare. Per dirlo in altri termini, sceglie il terreno di lotta più congeniale a sé. La condizione di prigioniero non sembra favorire tale possibilità di scelta. Ma la Lady dimostra il contrario. Il tempo “perduto” della detenzione diventa tempo “guadagnato” dell’allenamento alla forza, della propriocezione, della riflessione, dell’ascolto di sé. Diviene occasione di trasformazione. Lo spazio limitato si dilata nell’acquisizione della consapevolezza delle innumerevoli possibilità del proprio corpo. Osservando quanta forza l’esile figura della Lady sia in grado di emanare ci si rende subito conto che la forza in questione è costituita da una complessità di elementi che, nuovamente chiamano in causa l’armonia, la totalità dell’essere umano. Corpo fisico, corpo razionale, corpo passionale, corpo politico. La narrazione di Suu Kyi prosegue ricordando, infatti, come proprio durante i suoi esercizi fisici quotidiani si sia un giorno sorpresa a realizzare una mutazione profonda occorsa in lei, nella consapevolezza di sé. Si rende conto d’un tratto di non essere più “come prima”, un prima in cui avrebbe trascorso il tempo della detenzione a rigirarsi nel letto, piegata dall’ansia, dalla paura per sé e per la sorte dei suoi compagni di lotta. Una nuova, lucida calma prende il posto dell’angoscia, trasforma la prigioniera-vittima in guerriera, le consente di percepire una nuova dimensione di libertà. La rende forte. E questa forza, come si diceva, è complessa e articolata, politica: non si riduce al mero “benessere corporeo” individuale, nell’accezione che l’allenamento fisico sovente riveste alle nostre latitudini. “I felt almost as a physical force the strong bond that linked those of us who had only our inner resources to fall back on when we were most in need of strength and endurance”. Forza di chi non ha più nulla, forza che parte da sé e si estende dal corpo fisico al corpo politico, alla totalità di tutti coloro che si uniscono in vista dell’aspirazione comune alla libertà. Forza passionale, forza della passione.
    Anche il concetto di libertà assume una connotazione nuova. La libertà diviene una condizione dello spirito e del corpo, realtà metafisica e politica al contempo.
    “Whenever I was asked at the end of each stretch of house arrest how it felt to be free, I would answer that I felt no different because my mind had always been free. I have spoken out often of the inner freedom that comes out from following a course in harmony with one’s conscience.”
    Immediatamente dopo, però, la Lady puntualizza, con le parole di Iasiah Berlin, l’importanza e i rischi di una lettura totalmente interiorizzata della libertà. La libertà “spirituale”, così come da lei intesa, non si pone in contrasto con la libertà politica, non diviene un “sostituto” di questa, soffuso di passività e rassegnazione, ma si pone al contempo prerequisito e finalità. Libertà spirituale e libertà politica si coappartengono, si rafforzano reciprocamente nei mezzi, nei fini e nelle pratiche.
    “The belief in spiritual freedom does not have to mean an indifference to the practical need for the basic rights and freedoms that are generally seen as necessary that human beings may live like human beings.” Tra questi diritti basilari, quello che la Lady vede come essenziale nella sua esperienza è quello alla libertà dalla paura.
    Nuovamente Suu Kyi chiama in causa il pensiero e le prassi buddhiste, ponendole in dialogo con la concezione dei Diritti Umani e dello Stato di Diritto, in consonanza con il Socially Engaged Buddhism. Alla luce di quanto sopra accennato, risulta chiaro come quella invocata da Suu Kyi, così come da molti altri esponenti del movimento, non sia solamente una giustapposizione di stampo neocolonialista di teorie e prassi considerate aprioristicamente “Universali” pur originandosi in seno ad un definito e limitato contesto storico, culturale e politico, bensì di una necessità di una universalizzazione a posteriori, possibile solo attraverso una lettura interculturale e plurivoca di teorie e di norme quali quella, appunto, dei Diritti Umani. Una rilettura su base dialogica che non sia mera “inculturazione” – altra faccia, se pur addolcita, del colonialismo – bensì reinterpretazione di significati, sensi, prassi.
    Ritornando all’inizio del discorso qui intrapreso, ci si può rendere conto che nell’interlocuzione con Suu Kyi è emerso un ulteriore – almeno – declinazione del senso politico della passione: Passione come libertà, libertà come liberazione dalla paura, individuale e collettiva. Non sembra pleonastico riflettere, per inciso, sul fatto che gli ultimi decenni della cosiddetta “politica” mondiale siano stati caratterizzati da un incessante utilizzo strumentale del senso di paura, costruita, alimentata, gestita per sdoganare e legittimare azioni che si muovevano ben al di fuori delle norme che sostenevano surrettiziamente di garantire. Estendendo il senso delle parole della Lady al di fuori del contesto birmano, si arriverebbe alla conclusione che il potere, o meglio, i poteri che hanno – e continuano – a governare la maggior parte delle scelte politiche globali siano da considerarsi antipolitici per loro stessa definizione.
    E’ la passione come dedizione, dunque, non una “sterile eccitazione” ad aver reso possibile la Primavera Araba, sostiene la Lady. Ma perché la passione possa trasformare le prime scintille in una conflagrazione totale, occorre che un altro “catalizzatore” entri in scena, che consegni efficacia ed effettività: il potere? si domanda. E se così fosse, quale dei tanti modi del potere, o dei tanti poteri: Il potere del popolo, o quello dell’IT, o quello della solidareità democratica internazionale? O l’insieme di tutti questi poteri, caratterizzati dalla capacità aggregativa, di diffusione e di coinvolgimento “passionale”. E se la passione ha bisogno del potere per consolidarsi, il potere, dal suo canto, necessita di una spinta propulsiva iniziale per uscire dallo stato di latenza. L’analisi di Suu Kyi si oppone alla prospettiva che pone passione e potere come naturalmente opposti, o mutualmente escludentisi nella promozione del cambiamento politico, sia esso concepito come processo costituzionale in democrazie consolidate, sia come rivoluzione. E’ in questa chiave che la Lady legge non solo la già citata primavera araba, ma anche le elezioni presidenziali di Barak Obama che, al di là delle eventuali riserve sul tipo di cambiamento che porteranno o meno nel contesto nazionale e globale, rappresentano di per sé una strabiliante conseguenza della causa antirazzista, destinate a modificare la percezione mondiale della questione.
    Passione e potere si coappartengono nell’azione politica dei “ribelli” così come di chi tenta di arginare la ribellione. Se anche il potere più autocratico e spietato, dietro la sua “maschera d’acciaio” ha comunque bisogno della carne e del sangue della volontà umana – strettamente affine alla passione nella lettura datane da Suu Kyi – ciò si rende ancor più evidente nelle esperienze di lotta non-violenta, come quella da lei condotta insieme ai suoi compagni. Nella seconda delle Reith Lectures, la Lady insiste nel sottolineare che la sua scelta della non violenza non abbia un “ambiguo” fondamento ideologico, o pragmatico, bensì si basi sulla convinzione politica che occorra arginare la spirale di cambiamento attraverso violenza che attanaglia il suo paese da decenni, e che ha condotto agli esiti catastrofici odierni. Non ideologia, dunque, ma passione intelligente, che guida la politica laddove il ricorso a mezzi pacifici rende assai più complessi e lunghi i tempi e i modi della lotta. Prosegue, infatti, nel contributo al New York Times:
    “As a member of a movement that has been engaged in a long struggle to effect change through nonviolent means, I have learned to value above all other attributes in colleagues and supporters disinterested, active commitment. Such commitment is seldom given to pyrotechnic display, but it is always there, and it provides constant assurance that the essential flame that keeps our cause vibrant will not die out. It is passion, not of the sterile breed, but passion that moves hearts and minds and makes history. It is passion that translates into power. When such passion is brought to bear on public issues, it is a potent instrument for political and social change”.
    E’ la passione che muove cuori e menti, non astratti sistemi, economici, politici o religiosi. E’ la passione che si fa corpo, anzi corpi, che quando si traduce in potere muove la Storia.
    Ma questo processo può muoversi anche nell’altra direzione? Il potere può tradursi in passione? Questa l’ulteriore domanda che si pone la Lady. Per verificare se ciò sia possibile, occorre per prima cosa comprendere che cosa si intenda con potere, o più precisamente in questo contesto, cosa sia il potere che determina il cambiamento politico. La prima riflessione in merito offerta nell’articolo suggerisce che questa declinazione del potere non possa essere definita in sé, come realtà isolata dalle altre forme di potere. Potere dei partiti, potere economico, potere dei media, potere dei gruppi di pressione e molti altri poteri influenzano profondamente le evoluzioni e le rivoluzioni politiche. Ma il Potere sostantivato, ovvero il potere nella forma dell’autorità dei governanti sostenuti dalla forza dello stato, tuttavia, sembra talvolta cristallizzarsi in un ente anti-passionale, che non promuove il cambiamento, ma si arrocca nella sua autocelebrazione. In questo senso, il potere si oppone alla passione, ne diviene l’antitesi. In questa prospettiva sembra riecheggiare la differenziazione tra potere come verbo servile, ovvero potere come possibilità di fare, di agire, come processualità e, all’opposto, potere come sostantivo autoreferenziale. L’impulso di chi tiene le redini del potere statale, dice Suu Kyi, è in genere verso la conservazione, ed è spinto alla trasformazione dalla pressione di poteri-passioni differenti, o dall’insorgere di problemi che ne minino la stabilità. Anche in questo caso, però, la percezione da parte di intelligenti governanti dell’inevitabilità del cambiamento non determina la possibilità che il cambiamento abbia concretamente luogo. Nelle società pluraliste i processi di cambiamento non possono essere determinati unicamente dai governanti: molte altre forme di potere devono partecipare e sostenere la loro realizzazione. Nuovamente la Lady chiama in causa la politica statunitense: ammettendo l’ipotesi che l’attuale potere presidenziale sia mosso da un impeto al cambiamento, tuttavia, per quanto grande, può essere facilmente contrastato e dissipato dagli altri poteri. Il valore aggiunto, l’arma vincente che sbilancia la situazione a favore del cambiamento è da cercarsi altrove, ovvero nella dedizione, nella perseveranza, nell’abilità di conquistare alla causa in questione cuori e menti. In altri termini nella passione. E’, di nuovo, la passione che colma le mancanze quando il solo potere non è sufficiente.
    Nel caso di governi autoritari, è più facile per il potere di governo agire indisturbato dagli altri poteri e passioni. Ma anche in questo caso, cosa determina un potere così forte? E’ il potere di chi governa da solo in grado di trasformare l’intera società? Suu Kyi prende il caso di Stalin, ma solo come esempio tra i molti che sarebbero potuti essere addotti. Il regime di terrore imposto dal dittatore ha modificato non solo la scena politica, ma la psiche dell’intera nazione. Per un periodo. Alla morte di Stalin, svegliatisi dall’incubo, i cittadini hanno iniziato a chiedersi cosa gli avesse permesso di esercitare il potere con una tale risoluta brutalità. Anche in questo caso, la Lady trova nella passione, sebbene della peggior risma, la risposta. L’elemento che ha foraggiato inizialmente la sua macchina spietata è la dedizione ad una causa, o forse l’ambizione personale, o entrambe. Passione che si è trasformata in ossessione per la propria inviolabilità, si è cristallizzata nel meccanismo di potere che ha determinato alcuni tra i peggiori crimini politici dell’umanità. Stalin, inoltre, non era solo: il suo regno di terrore si è realizzato grazie ad un’innumerevole schiera di collaboratori. Tra questi, chi ha collaborato consciamente e volontariamente lo ha fatto proprio infiammato dalla passione, dalla dedizione alla causa di cambiamento politico e sociale che Stalin avrebbe portato al paese o dalla consacrazione allo stesso Stalin.
    Ergo, sostiene Suu Kyi, il potere può generare passione, e, di converso, il potere necessita della passione come suo agente.
    Tra potere e passione esiste, però, una sostanziale asimmetria, che sbilancia l’equilibrio dalla parte della passione. Nonostante tutta la sua forza, dice la Lady, il potere è meno autosufficiente della passione. La passione è, infatti, in grado di generare il suo proprio potere. Di più: la passione è in sé  un tipo di potere che per sua stessa natura scatena forza cinetica. Il potere, invece, tende a cristallizzarsi, a sostantivarsi, a trincerarsi nella sua autoconservazione.
    La passione, dunque, è più efficace in termini di forza di cambiamento politico, ma ha bisogno di stabilizzarsi. Il potere ha bisogno di passione come origine e come spinta cinetica, per continuare a conservare la sua natura processuale. Per continuare ad essere un verbo servile.

     

  • Angela Balzano – Una genealogia arendtiana: Fare politica tra scienza e violenza

    Angela Balzano – Una genealogia arendtiana: Fare politica tra scienza e violenza

    Cominciamo con l’ammettere dal principio che in questa relazione mi occuperò solo marginalmente delle categorie di “inizio” e di “natalità” della Arendt. E questo non per eludere una parte della sua riflessione politica, bensì per due ragioni inerenti allo studio di questa stessa:
    1. durante la lettura di Vita Activa non ho potuto fare a meno di notare che pensare la creatività per la Arendt era un tutto uno con il pensare la distruttività. Di più, mi è parso che sin dal prologo le fosse impossibile scrivere di “inizio” se non a partire dalla “fine”. Da qui muove la mia prima “trasgressione” rispetto alla tradizione interpretativa femminista.
    2. E’ noto che la Arendt guardava con sospetto ogni -ismo, è altrettanto noto che non si dichiarò mai femminista. Eppure una certa tradizione femminista della differenza ha in ogni caso scelto di confrontarsi con il suo pensiero, privilegiando le categorie di natalità e di creatività, e la sua teorizzazione della soggettività come relazionale, la definizione di “condizione” umana piuttosto che di “natura”. La rilettura femminista della Arendt, però, si arresta di fronte ai suoi concetti di potere, di politica, di forza, di violenza, di distruttività in breve. Attenzione, si arresta nel senso che non condivide, non nel senso che “ignora”. Anzi, le femministe rivolgono alla Arendt molte accuse di “complicità” con il sistema eteronormativo, definiscono “maschilista” la sua visione del potere politico. Ed  è così che mi sono scoperta curiosa, mi interessava capire cos’è per la Arendt il potere, se in qualche misura ha a che fare con la distruttività; cos’è per lei la violenza, ancora se le sue riflessioni possono esserci oggi di aiuto.
    Vorrei dunque proporre a voi, come l’ho proposto a me, un piccolo esperimento. Accostare la lettura di Vita Activa (che è del 1958), uno dei suoi testi fondamentali, a quella di un piccolo saggio apparso nel 1969, dal semplice titolo “Sulla violenza”. In mezzo, tra questi due testi, nel 1963 esce la Banalità del Male, di cui non mi occuperò nello specifico, ma che mi serve qui per farvi notare la sconcertante attualità delle sue riflessioni politiche. Vi ricordate che la Banalità del Male nasce dal viaggio della Arendt  a Gerusalemme come inviata del New Yorker per il processo Eichmann? ebbene Eichmann si era macchiato di ben 15 crimini durante il nazismo e per quelli veniva processato. Eichmann era per tutti il male, la distruttività. Ecco la Arendt quando descrive il male che lui incarna usa un aggettivo che lascia tutti basiti: il male è banale, il potere è distruttivo perché  è banale, perché si fonda sulla banalità di tanti piccoli grigi burocrati, che non hanno nulla di speciale, di eroico, di mitico. Il male così come le appare nel XX sec è un fatto più “tecnico” che “mitico”. Si, a rendere efficace dal punto di vista politico il connubio male-potere è proprio l’esistenza di questi mille piccoli tecnici.
    Queste sue riflessioni ci sono oggi di grande aiuto, oggi che la democrazia è solo un simulacro, per giunta malfunzionate, di quella che in effetti si presenta sempre più come una tecnocrazia. E non penso qui solo agli esempi di paesi più scottanti perchè più recenti, come la Grecia e la stessa Italia, ma a tutto il nuovo sistema di governance finanziaria internazionale, a tutte le sue comunità epistemiche e ai suoi comitati scientifici, che ci governano – banalmente- in modo tecnico e ademocratico: chi sono questi signori?cosa decidono?voi ricordate di averli votati?
    Ecco la Arendt già denunciava la tecnocrazia ne “La banalità del male” ma anche in Vita Activa e nel saggio di cui vi parlerò nel dettaglio Sulla violenza.
    Sono così giunta a ritenere che in Vita Activa vi è un’ intuizione fondamentale: tra potere nichilista, distruttivo, e tecnocrazia, si istituisce, nell’analisi arendtiana, un circolo vizioso. Nel saggio Sulla violenza diventa consapevolezza del fatto che,   scienza tecnica e potere alimentandosi a vicenda, producono una serie di nefaste conseguenze, tra cui la scomparsa del dibattito pubblico, della politica come sfera  del “ comune”, in breve della stessa democrazia.
    Io trovo che sia assolutamente affascinante dal punto di vista storico il fatto che una donna non femminista negli anni 60 sia stata la prima a fare certe affermazioni oggi così attuali, come quelle a proposito dei rapporti tra pseudoscienza,  tecnica e potere, e che, per ironia della storia della filosofia, siano oggi proprio delle filosofe e delle scienziate femministe a continuare il percorso aperto dalla Arendt: trovo che Donna Haraway, Sarah Franklin, tutte le femministe che oggi studiano i rapporti tra nuove tecnologie e bio-capitalismo stiano cercando di indagare la stessa area di problematizzazioni. Ma di questo semmai altrove, ora procediamo con ordine e cominciamo a dare uno sguardo ai testi sopraccitati per capire in primo luogo che spazio occupa la problematizzazione del rapporto potere-pseudoscienza nella sua produzione intellettuale.
    In Vita Activa, opera nella quale la Arendt si propone di indagare “ciò che facciamo”, ovvero la condizione umana sotto 3 profili, attività lavorativa, operare e agire, questa problematizzazione ci si presenta sin dal prologo, dove si legge:
    “(…) Non c’è ragione di dubitare del nostro potere attuale di distruggere tutta la vita organica  sulla terra. La questione consiste solo nel vedere se vogliamo servirci delle nostre nuove conoscenze scientifiche e tecniche in questa direzione, ed è una questione che non può essere decisa coi mezzi della scienza; è una questione politica di prim’ordine, e perciò non può essere lasciata alla decisone degli scienziati di professione e neppure a quella dei politici di professione. (…) se la conoscenza si separasse irreparabilmente dal pensiero allora diventeremo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla mercè di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale.”
    Sono almeno tre gli aspetti che, a questo punto, occorre riprendere per un’adeguata genealogia arendtiana del fare politica tra scienza e violenza:
    1. Non è la scienza che incarna il male, a incarnare il male sono decisione politica e esiti che ne derivano. Se la politica decide di negare se stessa trasformandosi in tecnica, allora corriamo seri pericoli di vivere in epoche segnate dalla distruttività , piuttosto che dalla creatività.
    2. La Arendt nn ha paura del progresso, non è un antiprogressista. Quello che lei critica alla “pseudoscienza” non è l’abbandono di un mondo mitico, ancestrale, dalla natura incontaminata. Con la Arendt non c’è nessuna nostalgia di una primordiale armonia uomo-natura, per lei l’umanità è da sempre impegnata nella trasformazione del mondo. Quello che lei critica alla “pseudoscienza”, alla tecnica travestita da politica, è il processo da esse autorizzato che porta alla morte del pensiero: quando la conoscenza, nel senso di know-how, di competenza tecnica, si separa dalla capacità critica, allora perdiamo ogni speranza.
    3. Quando la Arendt parla dei nefasti effetti della pseudoscienza non ha in mente solo la bomba atomica. Certo quello del dopoguerra e della guerra fredda è un immaginario saturo di esplosioni, di ceneri, di radiazioni, di contaminazioni nucleari, di minacce aeree e missili puntati. Eppure è interessante notare che la Arendt ci fa altri esempi di pseudoscienza distruttiva, che sembrano evocare più l’immaginario attuale che quello dei suoi tempi. E anche qui, non posso non scrivere che l’ho trovata assolutamente geniale: per lei i ripetuti tentativi di creare la vita artificiale, di clonazione, gli esperimenti sugli animali, l’automazione a tutti i livelli dell’attività lavorativa, i primi lanci di satelliti in orbita, sono problematici quanto la moderna corsa agli armamenti resa possibile dalle nuove tecnologie militari.
    Nel saggio Sulla violenza la Arendt va proprio al cuore di queste questioni e, descrivendo il XX sec come un secolo di guerre e rivoluzioni, sottolinea sin dall’incipit che, per comprendere come la violenza si sia acuita così tanto in così breve tempo, non bisogna ricorrere alla natura umana, a certe sue peculiarità innate, bensì al veloce sviluppo dei nuovi mezzi tecnologici. Leggiamo: 
    “Dato che la violenza ha sempre bisogno di strumenti (come faceva notare Engels molto tempo fa), la rivoluzione tecnologica, una rivoluzione nella fabbricazione degli strumenti, è stata particolarmente marcata in campo militare”.
    Anche qui vorrei recuperare genealogicamente due elementi:
    1. La prima “immagine” di violenza che ci suggerisce la Arendt è la guerra.
    2. La guerra in quanto forma di violenza cerca i suoi strumenti nelle nuove tecnologie, all’epoca della Arendt trovandone una nella bomba atomica, poco più tardi nei batteri, oggi sappiamo che persino internet è nata come tecnologia militare. Per questo ci invita a diffidare dei comitati di esperti, dei circoli chiusi di scienziati e tecnici che si occupano solo di ciò che è  “computerizzabile” senza preoccuparsi neppure di pensare (sto usando la sua terminologia)…lei dice “il guaio è che nn pensano affatto”.
    Questa constatazione la porta ad un interrogativo che ci riguarda tutt@, considerando soprattutto che agiamo all’interno di università e che occorre sempre problematizzare i luoghi di produzione del sapere per capire in che modo alimentano i rapporti di potere. Pena non comprendere mai che il potere non è qualcosa che cala dall’alto ma qualcosa che autorizziamo nel momento in cui smettiamo di interrogarci e riproduciamo, banalmente, abitudini e comportamenti trasmessici. Questa del resto , è una delle lezioni  arendtiane più importanti. E qui mi fermo per fare parlare lei, tornando al rapporto tra violenza\guerra e scienza\accademia:
    “certamente niente è più importante per l’integrità delle università- le quali hanno tradito la fiducia del pubblico quando sono diventate dipendenti da progetti di ricerca  sponsorizzati dal governo- di un divorzio rigorosamente rispettato dalla ricerca orientata a fini militare e da tutte le iniziative collegate”
    Queste considerazioni la Arendt le inserisce in un quadro complessivo di critica alla modernità e ai suoi pilastri filosofico-politici-economici. Lei non crede semplicemente che per rompere il legame potere-guerra-violenza sia sufficiente reindirizzare la scienza, almeno fin tanto che lo stato nazione sia ritenuta la migliore forma di organizzazione politica, leggiamo ancora: 
    “né è probabile che appaia qualcosa che sostituisca la guerra finchè l’indipendenza nazionale, cioè la libertà da un dominio straniero, e la sovranità nazionale, cioè a pretesa a un potere incontrollato e illimitato negli affari esteri, continueranno ad essere ritenuti importanti”
    Ciò non deve però indurci a pensare che non si dia potere senza violenza, che non siano possibili forme di governo non violente. Nella storia, è vero, spesso coincidono, eppure violenza e potere non sono la stessa cosa, come pure non sono la stessa cosa violenza e potenza. La violenza può sempre distruggere il potere, ma non potrà mai produrlo. Per produrre potenza individuale o potere politico ci vuole sempre la capacità umana di agire, di iniziare qualcosa di nuovo, che in nessun caso si dà quando si dà violenza. La violenza non è sostanza, ha natura strumentale, si appoggia sempre a dei mezzi, a degli strumenti per accrescere la sua efficacia, ci sono dei casi in cui la si può giustificare, ma mai legittimare. In questi passi la Arendt mi è parsa davvero molto lucida e poco ideologica. Quando la violenza è forma istituzionalizzata di potere, è tecnocrazia, assenza di democrazia, e come tale non può ritenersi fondamento legittimo di alcun potere politico. Ma quando la violenza è autodifesa , ad esempio, è giustificata, è ammissibile, è comprensibile. E questo non vale  solo dal punto di vista individuale, ci sono casi e momenti storici in cui il ricorso alla violenza ha rappresentato l’unica strada per “autodifendersi” di molte soggettività marginali. La Arendt è puntuale a riguardo: la violenza dei movimenti degli studenti, o dei movimenti antirazzisti ha senso, è giustificata, solo quando persegue l’obiettivo immediato dell’autodifesa, per essere chiari quando si reagisce alle cariche immotivate della polizia; e quando vuole riconquistare dei diritti negati, ad es. quando si occupano le università contro le privatizzazioni: “ La violenza può rimanere razionale soltanto se persegue obiettivi a breve termine. la violenza non promuove cause, nè la storia nè la rivoluzione, nè il progresso nè la reazione; ma può servire a drammatizzare le ingiustizie e a sottoporle all’attenzione dell’opinione pubblica. (…) A volte la violenza è l’unico modo  per essere sicuri che la moderazione sia ascoltata. Chiedere l’impossibile in modo da ottenere il possibile non è sempre controproducente.”
    Quando, però, i movimenti ricorrono alla violenza per obiettivi molto lontani nel tempo, futuri, allora la Arendt smette di giustificarla. Usare la violenza in nome della costruzione del “sol dell’avvenire” è per lei ideologico e controproducente, si potrebbe anche aggiungere che sa di messianico e teleologico. Si corre il rischio di fare della violenza non solo il mezzo ma il fine, essendo l’iniziale obiettivo concretamente irraggiungibile, e poi si dimentica che la violenza non ha molto di “pubblico”, è più una forma di forza individuale moltiplicata grazie a degli strumenti, dunque non è in grado di costituire, senza la pluralità del mondo, per usare il linguaggio della Arendt, alcuna nuova forma di governo. La Arendt non è neppure una marxista, per cui non giustifica la violenza sul piano della sua creatività, eppure non si direbbe che sia una pacifista, una non violenta. Per lei la violenza esiste, e non servono a molto i giudizi morali del tipo “ la violenza è il male”, piuttosto le interessa negare alla violenza la possibilità di legittimare il potere politico tramite le nuove tecnologie, poiché come lei stessa scrive: 
    “La burocrazia è la forma di governo in cui ciascuno è privato della libertà politica, del potere di agire; perché il governo di nessuno è un non-governo, e dove tutti sono in egual misura senza potere abbiamo una tirannide senza tiranno.”
    Allo stesso tempo la Arendt vuole assicurarsi che la violenza non sia espulsa dalla storia come “cattiva qualità dell’uomo”, causa di tutti i mali. Ancora leggiamo le sue parole a proposito: 
     “Nella vita privata come in quella pubblica ci sono situazioni in cui la semplice rapidità di un atto violento può essere l’unico rimedio appropriato. (…) In certe circostanze la violenza è l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia. (…) In questo senso la rabbia e la violenza appartengono alle naturali emozioni umane, e curare l’uomo da esse vorrebbe dire disumanizzarlo.”
    Bibliografia
    ▪ 1970 On Violence, tr. Aldo Chiaruttini, Sulla violenza, Mondadori, Milano 1971; tr. Savino D’Amico, Guanda, Parma, 1996 ISBN 8877468874 ISBN 8882463885 ISBN 9788882463885
    ▪1972 Crises of the Republic [4 saggi] ▪
    Lying in Politics, tr. Savino D’Amico, Politica e menzogna, con un saggio di Paolo Flores d’Arcais, SugarCo, Milano, 1985,
    ▪ Civil Disobedience, tr. Teresa Serra, La disobbedienza civile e altri saggi, Giuffrè, Milano,
    ▪ 1978 The Life of the Mind, tr.Giorgio Zanetti, La vita della mente, a cura di Alessandro Dal Lago, Il Mulino, Bologna, 1987
    ▪ 1981 Il futuro alle spalle, tr. Valeria Bazzicalupo e Silvano Muscas, antologia di articoli a cura di Lea Ritter Santini, Il Mulino, Bologna 1981 (n.ed. 1995),
    ▪ 1951 The Origins of Totalitarianism (n.ed. 1958, 1966), tr. Amerigo Guadagnin, Le origini del totalitarismo, introduzione di Alberto Martinelli, Edizioni di Comunità, Milano, 1967 Bompiani, Milano, 1977; con un saggio di Simona Forti, Einaudi, Torino, 2004 I
    ▪ 1958 The Human Condition, tr. Sergio Finzi, Vita activa, introduzione di Alessandro Dal Lago, Bompiani, Milano, 1964
  • Audre Lorde – De l’usage de la colère. La réponse des femmes au racisme

    Le racisme. Croyance en la supériorité intrinsèque d’une race sur toutes les autres, et ainsi en son droit à dominer, manifeste et implicite.Les femmes répondent au racisme. Ma réponse au racisme est la colère. J’ai vécu avec cette colère, en l’ignorant, en m’en nourrissant, en apprenant à m’en servir avant qu’elle ne détruise mes idéaux, et ce, la plus grande partie de ma vie. Autrefois, je faisais tout cela en silence, effrayée par le poids d’un tel fardeau. Ma peur de la colère ne m’a rien appris. Votre peur de cette colère ne vous apprendra rien, à vous non plus.
    La réponse des femmes au racisme signifie qu’elles répondent à la colère; colère de l’exclusion, des privilèges immuables, des préjugés raciaux, du silence, des mauvais traitements, des stéréotypes, des réactions défensives, des injures, de la trahison, et de la récupération.