• Opere generali in altre lingue

    Opere generali in altre lingue

    ITALIAN FEMINIST THEORY AND PRACTICE

    Graziella Parati, Rebecca J. West

    Fairleigh Dickinson University Press 2002

    In the first section of this volume, the core issues involved in talking about concepts of sexual difference, especially within Italian feminism, are presented. These issues are tied to theories and practices that can be found in French Feminism, but they are shaped by the specific Italian and sociohistorical context. The essays in the second section explore many elements of the theoretical debate on difference, and its role in contemporary feminist thought and elsewhere.

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    LES FEMMES DE PLATON À DERRIDA 

    Anthologie critique

    Copertina

    Françoise Collin, Evelyne Pisier, Eleni Varikas

    Plon, Parigi 2000

    Indice

    Questo testo in lingua francese è un’antologia critica che propone una selezione di grandi testi che affrontano il problema dello statuto della donna. Il progetto vuole dare lo spazio adeguato alla differenza dei sessi in modo da sottolinearne l’imprescindibilità per il pensiero, allo stesso modo dell’importanza resa alla storia delle idee in generale. Lo scopo è esprimere l’urgenza di una riflessione sulla differenza sessuale che sia in grado di illuminare la filosofia a venire per donne e, di conseguenza, anche per gli uomini. Inoltre, si evidenzia l’omissione di alcuni temi in seno alla storia della filosofia ufficiale, così come l’oblio di alcune pensatrici essenziali. La domanda che il testo vuole sollecitare nella lettrice è: “se avessi saputo, fin dalla scuola e dall’università, quel che i filosofi pensavano delle donne, li avrei letti e compresi allo stesso modo?”.

     

     

     

    A COMPANION TO FEMINIST PHILOSOPHY

    Alison M. Jaggar, Iris Marion Young
    Blackwell Publishers LTD, Oxford (UK) 1998, 2000

    Indice

    Un’antologia in lingua inglese che colloca la forza e le potenzialità della teoria femminista in un contesto che non sia solo quello della tradizione occidentale ma anche delle riflessioni di altri paesi. I saggi contenuti in questa raccolta, molti dei quali sottolineano la funzione performativa e normativa del linguaggio, ci invitano a osservare ciò che è accaduto nel passato nella speranza di poter guardare avanti, all’interno di una nuova epoca del pensiero femminista. Chiara ed essenziale nell’obiettivo e ricca di informazioni, quest’opera è la migliore guida per disporre della gamma e la profondità della teoria femminista.

    RE-READING THE CANON SERIES

    Pennsylvania State University Press, Philadelphia

    Collana curata da Nancy Tuana, docente di Filosofia all’Università dell’Oregon

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    Questo progetto, edito dall’Università Statale della Pennsylvania, si articola in circa trenta volumi, composti da vari saggi scritti da donne, alcuni inediti e altri già precedentemente pubblicati. Ciascun libro è dedicato all’analisi di un’importante figura del panorama filosofico antico e contemporaneo. I saggi presenti in ogni volume propongono un’originale re-interpretazione da un punto di vista squisitamente femminista della tradizione di pensiero occidentale, con l’intento di ri-significare le opere e i personaggi della filosofia che hanno determinato il Canone culturale europeo e nord-americano. L’analisi critica condotta da queste studiose impreziosisce il sapere filosofico, fornendo una lettura coinvolgente e stimolante dei protagonisti del nostro pensiero; non stupirà quindi trovare tra questi anche nomi di donne che, con il loro contributo, hanno non solo accresciuto, ma in parte determinato il nostro modo di agire e pensare.

    Copertina

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF BENEDICT SPINOZA

    a cura di Moira Gatens, Pennsylvania State University Press, Philadelphia, 2009.

    Indice

    L’ultimo lavoro pubblicato in questa collana è votato allo studio del pensiero di Spinoza, noto protagonista della filosofia moderna. Scritto da studiose internazionali, questo è il primo libro interamente dedicato alla rilettura del lavoro etico, teologico e politico spinoziano condotto da una prospettiva totalmente femminista.
    Gli argomenti trattati spaziano dal rapporto mente-corpo in relazione alla distinzione sex-gender alla natura dell’amore e dell’amicizia, dal controverso rapporto tra il determinismo e il libero arbitrio all’analisi della politica e della sovranità, passando per le questioni cruciali del corpo, del potere e del confronto/riconoscimento tra i sessi.
    Tra le autrici dei saggi compaiono Luce Irigaray e Paola Grassi.

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF AUGUSTINE

    a cura di Judith Chelius Stark, Pennsylvania State University Press,Copertina Philadelphia, 2007.

    Indice ed estratti del testo

    Agostino, Padre della Chiesa e teologo di importanza basilare nella tradizione ecclesiastica, è forse l’intellettuale cristiano più avversato dalle intellettuali femministe, o comunque quello più problematico, con il quale è sempre stato difficile instaurare un dialogo intellettuale.
    Ma se il Cristianesimo si rivela già da subito una religione “sessista”, per via del rapporto privilegiato tra Padre e Figlio da cui Maria è decentrata se non esclusa, Agostino, che pure, sulla scia di tale pensiero, considera le donne esseri inferiori, intrattiene con esse un rapporto ambivalente: l’amata madre Monica, che lo converte al Cristianesimo, sarà nella sua vita un costante punto di riferimento, al punto da influenzare le sue scelte e da fargli abbandonare la donna dalla quale ebbe un figlio; essa infatti, essendo una serva, non poteva più essere al fianco di un uomo che, di lì a poco, sarebbe diventato vescovo.
    I saggi di questo volume raccontano il rapporto intrattenuto dal santo africano con il sesso femminile, esplorando aspetti del suo pensiero – la sessualità, la questione delle donne, il corpo – troppo spesso tralasciati nei dibattiti che lo vedono protagonista.
    Tra le saggiste compare Rosemary Radford Ruether, teologa femminista.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF ARISTOTLE

    a cura di Cynthia A. Freeland, Pennsylvania State University Press, CopertinaPhiladelphia, 1998.

    Indice ed estratti del testo

    Il volume è diviso in due parti, volte ad analizzare rispettivamente la scienza teoretica e quella pratica del filosofo greco. Rispetto ad un femminismo radicale, per il quale la filosofia aristotelica è quasi totalmente da rigettare, le autrici di questi saggi si propongono di rivalutarne e riabilitarne alcune parti, poiché, nonostante gli stereotipi e il sessismo da cui è caratterizzata, essa segna, insieme al pensiero di Platone, l’inizio di ogni filosofare occidentale.
    Questo però non significa consegnarsi ciecamente ad un modo di fare filosofia, ma, partendo invece da determinati assunti condivisi, creare un sapere critico in grado di risolvere i nodi lasciati irrisolti da quel sapere antico. È questo l’intento primario delle autrici impegnate in quest’opera: rileggere il canone aristotelico cercando di cogliere ciò che è sfuggito ai suoi interpreti, non ciò che è palese e noto. Così facendo, possiamo imparare una nuova metodologia d’indagine femminista, che guidandoci nella lettura di quelle pagine ci porti a scoprire sorprendentemente qualcosa in più su temi attuali come la presenza delle donne nell’esercito o l’utero in affitto.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF G. W. F. HEGEL

    a cura di Patricia Jagentowicz Mills, Pennsylvania State UniversityCopertina Press, Philadelphia, 1996

    Indice ed estratti del testo

    Anche in questo caso, come per Spinoza, si tratta del primo testo critico di matrice prettamente femminista, scritto collettivamente, dedicato al filosofo tedesco. Hegel articola una delle questioni centrali per le teoriche femministe di ogni tempo: la concettualizzazione dell’identità e della differenza. Le autrici qui si “scontrano” sull’efficacia o meno del sistema speculativo hegeliano nel ristabilire la “riconciliazione”, l’ Aufhebung, tra i due termini.
    Superando e mantenendo l’originale appropriazione di Hegel operata da Simone De Beauvoir ne Il secondo sesso, i saggi analizzano le questioni di genere sollevate dalla teoria dialettica, concentrandosi sulla concezione del femmineo, e offrendo un’interessante prospettiva critica e “sessuata” del più famoso esponente dell’idealismo tedesco.
    Non si possono non menzionare tra le autrici, Carla Lonzi, Luce Irigaray e Seyla Benhabib.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF SIMONE DE BEAUVOIR

    Copertinaa cura di Margaret A. Simons, Pennsylvania State University Press, Philadelphia, 1995

    Indice ed estratti del testo

    Appartenente al “secondo sesso”, quello femminile, compagna di Jean-Paul Sartre senza matrimonio né convivenza, filosofa, femminista, figura odiata e insieme amata dal panorama internazionale, guida per molte donne in vari decenni di storia del Novecento. Cosa potrebbero dire delle femministe su una femminista come loro? Innanzitutto si propongono di riabilitarla tra i canoni del pensiero, poiché Simone, in quanto donna, non vi era stata inserita; ma si propongono anche di analizzarne il rapporto con Sartre e l’esistenzialismo, che tanto hanno influenzato la sua opera. Come porsi da parte di donna nei riguardi di un sapere – la fenomenologia esistenzialista – che non può essere certo considerato appartenente alla tradizione femminista? E che dire dell’amore, della corporeità e dei rapporti con gli altri che Sartre descrive ne L’essere e il nulla? A questi interrogativi tentano di rispondere le saggiste qui impegnate, cercando di presentare la filosofa francese sotto una nuova luce, soprattutto grazie alle preziose pubblicazioni postume degli anni Novanta, curate dalla figlia Sylvie Le Bon de Beauvoir.

     

     

    HANDBOOK OF GENDER AND WOMEN’S STUDIES

    a cura di Kathy Davis, Mary Evans, Judith Lorber, Sage, London 2006

    Un aggiornamento critico sui temi affrontati dalle studiose nei loro corsi universitari di lingua inglese.

    indice

     

     

     

    A cura di Valeria Mercandino e Valeria Evangelistella

  • Il femminismo è un campo di battaglia

     8 NOVEMBRE 2014 EUROPASTAMPA

    Il femminismo è un campo di battaglia

    La lunga marcia del pensiero femminista in Italia. Una conversazione con Luisa Muraro che compare sull’ultimo numero in uscita della Rivista dell’Arel diretta da Mariantonietta Colimberti e interamente dedicato alle donne

    Il femminismo  è un campo di battaglia

    Luisa Muraro, filosofa e scrittrice, è una delle massime esponenti del femminismo (non solo italiano), che ha contribuito a fondare e nel quale incarna quello che comunemente viene definito «il pensiero della differenza». Un filone di elaborazione che, che nella battaglia per le donne – al netto dei diritti – mette al centro la libertà, l’autonomia, la differenza femminile del vivere nel mondo e dell’agire in ogni campo: dalla politica passando per la cultura e le professioni fino ad arrivare al quotidiano più spicciolo. Una differenza femminile da tradurre in mainstream o per lo meno da far giocare con quello maschile, il cui pensiero e la cui visione del mondo sono ancora egemonici nella società.

    Il suo è il percorso di una vita. Veneta, classe 1940, Muraro incappa nel movimento – e diviene una delle protagoniste di quello delle donne – alla fine degli anni ’60, all’Università Cattolica di Milano dove ha studiato laureandosi in filosofia della scienza e dove si era avviata alla carriera universitaria.

    Da lì in poi vissuto e pensiero, “teoria e azione”, sono un tutt’uno. La nascita e l’evolversi del femminismo la vede in prima fila: combattente, come lei stessa ha avuto modo di definirsi nel suo modo di vivere – non solo agli albori – il movimento delle donne.

    Promuove e anima i neogruppi di autocoscienza, sostiene e teorizza il dire e il dirsi delle donne, nel 1975 fonda insieme a Lia Cigarini quella che poi diventerà uno dei luoghi di riferimento del femminismo italiano, la Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it). Con un gruppo di filosofe dà vita alla comunità filosofica femminile Diotima.

    Nel tempo scrive diversi testi ritenuti fondamentali per il pensiero femminile, a partire da quello, collettivo, firmato proprio dalla Libreria delle donne di Milano nel 1987, Non credere di avere diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Rosenberg e Sellier. Una delle sue fatiche, anche se non l’ultima, è Non è da tutti, l’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, 2011: insieme un bilancio e un manifesto di decenni di militanza, studi filosofici, incontri con pensatrici di diverso orientamento nella Libreria delle donne e in Diotima.

    Lei ha sostenuto che, quando lo incontrò, contribuendo a fondarlo, il suo era un femminismo «molto combattivo». Come avvenne questo incontro sul piano vissuto personale, com’è che incendiò in lei la fiamma del combattimento?

    La parola “femminismo” ha origine in quella famiglia di parole in –ismo che tanto piacevano alla cultura francese dell’Ottocento per etichettare le idee e le posizioni, trattate come farfalle da infilzare e fissare. D’altra parte, io non sono femminista secondo il significato corrente. E allora? Ho accettato la parola e il nome per stare in un campo di battaglia dove si lotta anche intorno al significato delle parole.

    Nella mia storia e di altre, non tutte, fu decisiva la partecipazione al movimento del Sessantotto, in positivo («ci possiamo ribellare») ma anche in negativo: c’era qualcosa di essenziale che restava muta, il mio stesso essere una donna. Questo qualcosa entrava ogni tanto in gioco, ma era in forme non libere, per esempio, nella cosiddetta liberazione sessuale praticata al maschile. Il maschile come valore dominante è il titolo di uno dei primissimi documenti del femminismo in Italia, pubblicato nel 1969 sulla rivista Il manifesto.

    Per me fu decisivo anche un altro fatto, scoprire che il pensiero femminista della “seconda ondata”, che comincia allora, fine degli anni Sessanta, era una miniera di idee nuove, e io questo cercavo fin da giovanissima per realizzarmi, avere qualcosa da pensare e da trasformare in parola pubblica.

    Quando tutto ebbe inizio che cosa innescò la riflessione? Che cosa la spinse-vi spinse (con Lia Cigarini e altre compagne di strada, magari mai conosciute ma decisive, come Carla Lonzi) a produrre ragionamento pubblico – “politica” – e dunque a produrre potentemente massa critica?

    Gli inizi dei grandi movimenti storici, spesso sono piccoli e oscuri. Il movimento di cui parliamo, si racconta che ebbe inizio negli Usa, anno 1966, quando un gruppo di studentesse lasciò un’assemblea sulla “questione femminile”, alla quale assistevano mute (erano l’oggetto del discorso!) per riunirsi altrove tra loro. Sarebbe così nato il primo gruppo separato di presa di coscienza e di parola da parte di donne. Sicuramente fu questo il modello più seguito, anche in Italia: donne, più o meno giovani, che si separavano da gruppi e associazioni miste per costituire piccoli gruppi di autocoscienza.

    Lo facevano non per rivendicare lavoro, diritti e parità, che erano gli obiettivi di battaglie in corso, sostenute da alcuni partiti e dalle associazioni femminili. La nostra rivolta era contro il modello dell’emancipazione e contro la cultura politica, anche di sinistra, che faceva delle donne una questione di giustizia sociale, rovesciando l’ordine delle cose, perché il vero problema, ieri come oggi, è la prevaricazione maschile mediata dalla civiltà stessa, ivi compresi gli istituti di una società democratica.

    Che così fosse (e così sia, ma da allora a oggi con più consapevolezza) lo rese evidente Processo per stupro di Loredana Rotondo, un docufilm trasmesso da Raidue il 26 aprile 1979.

    Vi accusarono di essere privilegiate e minoritarie…

    Sì, ci imputavano di appartenere a una minoranza privilegiata, ma la semplicità dei modi (uscire dall’isolamento reciproco per incontrarci in luoghi familiari dove parlare della nostra esperienza) e la radicalità dell’idea (il problema non siamo noi, sono gli uomini) aprì una strada anche a quelle donne non emancipate che avevano tutte le ragioni per reclamare dei cambiamenti nelle loro vite, specialmente nella vita familiare, limitate com’erano dagli imperativi della cultura patriarcale. E che, invece di aspettare e intanto sopportare, hanno cominciato a volere più libertà. Che è già un atto di libertà, a monte di un eventuale processo di liberazione, come insegna Hannah Arendt.

    Per il femminismo si è parlato giustamente di liberazione; bisognerebbe precisare che si tratta della liberazione di corpi vivi e della loro capacità di desiderare, rispetto a condizioni e condizionamenti che ammettevano quest’ultima ma dentro margini troppo ristretti.
    La politica del desiderio è il titolo di un dvd prodotto nel 2010 da L’Altravista e Libreria delle donne,regia di Vigorita e Cardini, con l’ambizione di raccontare gli inizi e alcuni sviluppi della rivoluzione femminista. Altri film sono stati fatti con un intento simile, il più conosciuto è Il pane e le rose di Alina Marazzi.

    Tutto troppo bello? No, furono anni con un insolitamente alto tasso di felicità femminile. Dirlo e farlo sapere, serve a tenere alte le aspettative per il futuro.

    Ma c’è stato anche un prima. Il vostro fu un femminismo della “seconda ondata”. In precedenza molto fecero altre donne protagoniste di una diversa idea della condizione femminile nella società. Prima della Resistenza e dopo la Resistenza, che fu centrale perché le donne italiane vi hanno giocato un ruolo determinante. Un ruolo tale da non poter essere che riconosciuto quando, in sede politica, si dovette discutere giustappunto di diritti, a partire da quello al voto. Cosa ha significato tutto questo, fin dove portò?

    Il richiamo al prima è molto importante. Si parla di un “femminismo della seconda ondata” rispetto all’ondata del sec. XIX, che fu per i diritti delle donne. L’Italia non ha conosciuto un movimento comparabile a quello anglosassone delle suffragette, ma ci sono state grandi figure, come la mazziniana Anna Maria Mozzoni, come Ersilia Maino, Laura Solera Mantegazza e altre che danno vita all’Unione femminile, tutt’ora attiva. L’epicentro di quel femminismo è tradizionalmente Milano, senza però ignorare altre città e regioni, da Torino a Palermo.

    Ma, nella storia d’Italia, c’è anche un prima più vicino ed è a questo a cui lei fa riferimento. L’Italia uscita dalla Resistenza e orientata da una nuova Costituzione, ha conosciuto cambiamenti positivi anche per quel che riguarda la condizione femminile, grazie all’impegno di alcuni partiti, delle associazioni femminili e di alcune notevoli personalità. Oltre che a Nilde Iotti, pensiamo a Lina Merlin, Teresa Noce, Tina Anselmi, Giglia Tedesco, Franca Falcucci. Da qui è venuta una legislazione progressista negli ambiti che più interessano le donne, culminante nella riforma del diritto di famiglia del 1975.

    Un processo che trasformò profondamente la società italiana ed ebbe come motore le donne.

    Guai a sottovalutare i decenni che hanno portato agli anni Sessanta. Ma attenzione a non istituire una continuità, non capiremmo il frangente da cui si alzò l’ondata femminista. Non ci fu uno scontro, ma un urtarsi d’impostazioni non accordabili, che è quello che capita nei frangenti veri e propri, un urtarsi di grandi forze che si traducono in un’ondata verso l’alto. Ne darò una descrizione con parole giuste, spero, ma anche ingiuste, temo, nei confronti di donne che hanno meritato molto.

    Dunque Tina Anselmi, Lina Merlin, Franca Falcucci fecero bene. Ma…?

    Le donne impegnate a cambiare la società italiana in un senso favorevole all’umanità femminile, agivano con gli strumenti della democrazia rappresentativa previsti dalla Costituzione, senza dimenticare l’opera di educazione delle masse. Non ignoravano certi limiti della democrazia rappresentativa, ma non arrivarono alla radice della diffusa estraneità femminile verso la politica. Sapevano che ci sono disuguaglianze da combattere, ma, dietro l’apparente neutralità degli istituti democratici, non riconobbero la prevalenza del maschile. Eppure ne avevano esperienza, basta pensare a quello che sopportò Lina Merlin nella sua lotta per mettere fine alla prostituzione di Stato, o alle partigiane rimaste fuori dalla porta delle nuove formazioni politiche.

    Insomma: determinate contro le diseguaglianze, ma senza mettere in discussione un sistema di regole e un’impostazione culturale stabilite dagli uomini…

    A tutte quelle che volevano esserci nella sfera pubblica, la cultura dell’emancipazione insegnava a resistere alla prevaricazione maschile, ma non a riconoscere la sua natura politica, ossia l’esercizio di un dominio vero e proprio. Si ponevano obiettivi importanti, erano combattive e preparate, ma dalla propria intima esperienza non sapevano ricavare un sapere politico. Si subordinavano alla realizzazione dei programmi, alle esigenze delle organizzazioni, agli ordinamenti vigenti, e non davano sostegno alle poche ribelli. In questo modo, inconsapevolmente, non facevano che riprodurre il principio stesso della condizione che volevano cambiare, cioè il disvalore dell’esperienza femminile per se stessa. Ed è proprio questo che, a un certo punto, risultò evidente.

    Quale fu la discontinuità che produsse il frangente?

    In contrasto con quel tipo di politica, scartando però anche i movimenti del Sessantotto, non meno maschilisti dei partiti e del parlamento, il movimento delle donne sviluppò la politica del piccolo gruppo di parola e di ascolto fra donne, che dilagò per puro contagio, senza organizzazione. In tutto cercavamo mediazioni femminili. «Tra me e il mondo un’altra donna», dicevamo. Cominciò a farsi una rete di rapporti, con amori e amicizie. Si viaggiava per incontrare altre. Si leggeva moltissimo e si scriveva. Ci si parlava in un linguaggio apparentemente impolitico, senza obiettivi, dotato di una logica (mi pare di poterla chiamare così) il cui principio resta in vigore: è il partire da sé. Non dagli ideali, non dalle norme, non dagli interessi generali, non dagli obiettivi, ma dal vissuto e sentito, per non subordinarsi a interessi e vedute altrui.

    Si formò così una “lingua delle donne” che consentiva di parlarsi a grandi distanze, da un continente all’altro. Queste pratiche ed esperienze ci trasformarono sensibilmente e rivoluzionarono il nostro rapporto con il mondo. Scoprimmo così in noi una competenza sulla realtà (il corpo, la salute, la religione, la morale, l’arte…) fino allora misconosciuta e non coltivata. Si sono aperte librerie, centri di documentazione, teatri e centri d’arte, si sono fatti convegni, memorabile quello di Paestum nel dicembre 1976, sono nate associazioni di storiche, di teologhe, filosofe, letterate. E tutto questo quasi senza soldi, sempre passando per relazioni dirette e lavoro volontario.

    Partire da sé: nasceva un nuovo linguaggio. Ma in molti puntavano il dito: parlate solo di voi, parlate solo fra voi…

    Credo che dall’esterno la nostra mobilitazione potesse sembrare il trionfo del soggettivismo. Ricordo un’accusa: siete autoreferenziali. Era un mondo che nasceva e non era quello degli uomini. Eravamo ormai altrove rispetto a quel tipo di società e di politica.
    Tutto bene? No. Senza discolparmi su altro, personalmente mi rimprovero di non essermi dedicata subito alla traduzione della nostra “lingua” nei linguaggi più comuni o riconosciuti. Non dimentichiamo tuttavia che le difficoltà della comunicazione erano accresciuta dal disinteresse della politica ufficiale per i movimenti e dalla dose non piccola di (inconsapevole?) maschilismo dei media. Ci sono stati però uomini che hanno capito e appoggiato, e donne che ci hanno dato ottimi esempi: penso con riconoscenza al lavoro giornalistico di Natalia Aspesi e alla mostra di Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia (1980).

    Il movimento femminista. Quale fu il percorso, e fin dove ha portato: qual’è la soglia su cui ci si è attestate?

    La continuità fra l’ondata femminista e il suo prima è apparente e proviene dal “femminismo di Stato”, ossia dalla risposta che le forze politiche progressiste cercarono di dare alla rivolta delle donne. La risposta è consistita nel riaprire il dossier del femminismo ottocentesco degli uguali diritti delle donne, con lo scopo di dargli quella piena realizzazione che, in effetti, non aveva ancora avuto. Questa è, sostanzialmente, la linea di condotta che promuovono ancor oggi l’Onu e l’Unione Europea e che ha scelto per sé anche una parte del movimento femminista, specialmente nell’Europa del nord.

    Si è fatta così confusione. Per fare solo un esempio, si crede da molti che l’uso del genere grammaticale maschile anche per cariche e titoli di donne, sia stato sostenuto dalle femministe. É vero il contrario: “donna è bello”, è un tipico slogan femminista, ed è bello anche il genere grammaticale femminile.

    “Femminismo di stato”, femminismo autonomo. C’è un’interazione possibile?

    In parecchi casi, si è creata anche una sinergia tra le due forme di femminismo, quello promosso da agenzie politiche ufficiali e quello del movimento vero e proprio. Quest’ultimo, per distinguersi, da allora ha cominciato a chiamarsi femminismo radicale, oppure femminismo autonomo, oppure femminismo della differenza… La Libreria delle donne di Milano, per fare un esempio, è un luogo tra i più noti del femminismo autonomo, mentre la Casa internazionale delle donne di Roma incarna una sinergia (tra femminismo autonomo e il Comune di Roma). Questo vale anche per la Biblioteca e Centro di documentazione delle donne di Bologna. La comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, nata negli anni Ottanta, nasce dal femminismo autonomo ma agisce nel contesto di un’istituzione accademica che l’ha semplicemente accettata.

    Per contro, i cosiddetti Women’s Studies (ideati negli Usa), sono femminismo autonomo che ha accettato d’integrarsi nelle università, alle loro condizioni. Il movimento femminista nell’Europa del nord sembra essere stato conquistato dal “femminismo di Stato”. Mi è capitato di ascoltare una femminista norvegese secondo cui lo Stato dovrebbe legiferare per imporre alla Chiesa cattolica di ammettere le donne al sacerdozio.

    Quali sono i limiti che imputa al “femminismo di stato”?

    Pur ammettendo la possibilità della sinergia, una come me diffida dal “femminismo di Stato”, che promuove la parità delle donne con gli uomini come se questi fossero il metro di misura, giudica più dai numeri che dall’esperienza soggettivi e agisce con mezzi esteriori. E che, per giunta, occupa spazio sui media a spese del movimento autonomo, obliterando le sue caratteristiche originali. “Obliterare” significa, letteralmente, deformare la lettera di un testo rendendolo illeggibile.

    Nel pensiero delle donne, nella battaglia per le donne oggi gli orientamenti sono molti. Che idea si è fatta in proposito, secondo lei si può parlare di “femminismi”?

    Per leggere quello che oggi accade di riconducibile al femminismo, io suggerisco di mettere da parte la figura di una lunga marcia. Questa figura può andare bene per la storia delle donne in Occidente dalla fine del Settecento.
    Quanto al femminismo, suggerisco di vederlo piuttosto come un campo di battaglia. Propongo cioè la visione di una pluralità non pacifica né concorde di fatti e idee, senza margini definiti. Il campo di battaglia del femminismo si sposta, si complica, arriva a comprendere cose fra loro distanti, come la composizione del governo, le parole e le decisioni del papa, la costituzione dell’Europa, i cambiamenti nel mondo arabo-islamico…Nel mio studio, davanti a me, tengo un quadro della serie delle Battaglie di Anghiari dell’artista Vittoria Chierici. Con i disegni lasciati da Leonardo, l’artista ha composto molte versioni di una scena di battaglia al cui centro c’è un episodio storico preciso, lo scontro per lo stendardo. Che cosa c’è scritto sullo stendardo? La risposta non è unica.

    Nel campo del femminismo ci sono più letture di ciò che accade e alcune suggeriscono di parlare di femminismi, al plurale. A me questo plurale sembra smorzare la forza di un nome che è in se stesso una sfida. Lo abbiamo visto con il recente discorso all’Onu di Emma Watson, donna giovane e famosa la quale, dovendo perorare i diritti della donne, cosa scontata, a un certo punto ha parlato del suo femminismo, suscitando un’enorme sorpresa. Fra i giornalisti qualcuno ha tentato di sostenere che questo sarebbe un “nuovo” femminismo, ben diverso dal “vecchio”. Ridicolo.

    Da sempre il corpo delle donne è un tema centrale per il femminismo. Ben prima e ben dopo Berlusconi, contro la cui – diciamo così – estetica femminile si è efficacemente mobilitata la piazza di Se non ora quando (non ancora divisa in due) il 13 febbraio 2011. Nel movimento femminista non si smette di discutere del corpo delle donne. Oggi, soprattutto, e piuttosto vivacemente, sulla legittimità (e addirittura sulla rivendicazione) del per così dire “uso consapevole”, anche in politica. Qual’è il suo punto di vista?

    Il corpo delle donne c’entra sempre nella storia umana, siamo tutti nati da donna. Ed è naturalmente al centro del femminismo. Noi e il nostro corpo s’intitola un libro collettivo del 1971, opera del Boston Collective, che ebbe un successo mondiale, pubblicato in Italia da Feltrinelli. Vi si parla del corpo femminile con competenza, franchezza e dignità. Oggi le studentesse abitano con agio i luoghi della cultura superiore rendendoli più vivi. Più lentamente e con meno slancio, anche la scena pubblica si sta popolando di corpi femminili e perde il suo grigiore monosessuato.

    Ma c’è l’altro risvolto del cambiamento in corso. Il corpo delle donne è preso dentro a tutto quello che le civiltà patriarcali in via di disfacimento non riescono più a regolamentare o a controllare, dalla maternità alla violenza maschile. La famosa Legge del padre, per quanto imputabile di grave ingiustizia verso le donne, è stata pur sempre un principio di ordine simbolico. Oggi, in bene e in male, i modi tradizionali di tenere in rapporto i corpi femminili con gli interessi e i desideri maschili, non funzionano più. Il film, poi libro, di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, illustra questo stato di disordine fattosi spettacolo televisivo.

    Il nostro è un tempo di cambio di civiltà in cui agiscono anche fattori positivi, in primis il desiderio di libertà delle donne e una certa volontà maschile di voltare pagina, che tra gli uomini giovani a volte sembra cosa fatta.

    Lei mi chiede di esprimere un giudizio sull’uso che una donna può fare consapevolmente del suo corpo per scopi di seduzione o altri scopi, decisi da lei stessa. Perché no? La bellezza del corpo è come l’intelligenza e altre doti, che, amministrate bene, aiutano a vivere meglio.
    E la moralità di simili comportamenti? Il mio impegno politico obbedisce a un criterio: che ci sia libertà femminile. Criterio semplice, che però non deve tradursi nel semplicismo. Quando ci sono di mezzo i soldi, per esempio, c’è una minaccia alla libertà e i fatti lo confermano pesantemente per quello che riguarda la prostituzione.

    Per evitare indebite semplificazioni, teniamo presente che le regole in vigore non sono adeguate al gioco della libertà. Sono quelle di un mercato che mercifica praticamente tutto; quelle della cultura dello spettacolo che usa e getta; quelle della competizione generalizzata che ostacola amore e amicizia… Ignorarle sarebbe sconsiderato ma se una donna vi si conforma, diventa strumento di progetti altrui e, per se stessa, insignificante. Se una cerca di autorealizzarsi, occorre che abbia un qualche progetto personale di vita e sappia trovare delle strategie, secondo le circostanze, le proprie aspirazioni e i propri mezzi. Non c’è più un destino femminile. Il che non toglie che ci sia, ancora e sempre, la possibilità di catastrofiche traiettorie esistenziali.

    Il criterio dunque è la libertà femminile. Purché ci sia davvero.
    Una che ha ragionato con finezza sulle regole adeguate al gioco della libertà femminile, in tempi in cui questa era scarsa, è la romanziera inglese Jane Austen. Ha scritto Sei romanzi perfetti, per usare il titolo di un saggio pubblicato proprio quest’anno dal Saggiatore, autrice Liliana Rampello la quale dimostra come, a distanza di due secoli, la scrittrice inglese, oltre che un vertice nell’arte del romanzo, sia una maestra di vita. La vecchia cultura ha fatto passare Jane Austen per una scrittrice edificante per signorine, il cinema per contro le ha reso ripetuti omaggi e la migliore cultura femminista la propone ai livelli alti del pensare, una da cui farsi istruire nel gioco della libertà.

    La libertà, dilemma fondamentale. Per essere liberi serve una bussola, scrive Zigmunt Bauman. Lei ha detto: «La libertà femminile è una sfida per il tradizionale rapporto fra i sessi e trova gli uomini impreparati, ma in certa misura anche le donne». Le chiedo: la libertà delle donne è così tanto culturalmente disorientante da spingere a volte gli uomini fino a forme di violenza estrema? E ancora: quale può essere la bussola?

    C’è una mirabile bussola della libertà, che è l’amore. Simone Weil ha scritto, nei primi anni Quaranta, parlando di ciò che stava accadendo all’Europa: «L’umanità è diventata folle a forza di mancanza d’amore». In polemica con altre, io sostengo che non bisogna pensare che si tratti di una bussola inservibile. Bisogna aggiornarla (uso questa parola con il significato forte che le dava papa Roncalli). Però capisco le ragioni di quelle che obiettano alla mia posizione.

    In breve, molto in breve: nella condizione ingiusta fatta alle donne e nella ferita fatta all’intera umanità con questa ingiustizia, anch’io vedo la sconfitta di una civiltà sensibile all’orientamento dell’amore, e temo che sia irrimediabile. Non so se una simile civiltà sia mai esistita o se si possa dire che esiste come qualcosa di sotteso alle culture umane, qualcosa che le sostiene. Le tracce ci sono e sono molte, nonostante tutto. A scuola abbiamo letto Dante e non abbiamo dimenticato gli ultimi versi del suo capolavoro. Io suggerisco la seconda impostazione e mi chiedo: la domanda di giustizia e la ricerca di libertà che in questi decenni, in tanti modi, insistono a venire da parte delle donne, insieme alla buona volontà di quegli uomini che vogliono voltare pagina, sono abbastanza forti da non cedere alla macchina del potere che tende a prendere il posto della politica? Nel campo di battaglia di cui parlavo prima, si combatte intorno a questo.

    La citazione di Weil viene da un breve scritto che s’intitola Stiamo lottando per la giustizia? che fa una luce incomparabile sui rapporti tra amore, libertà e giustizia. Simone Weil, oggi fra le autrici più care al pensiero femminista specialmente in Italia, sembra avere scarsa attenzione alla condizione femminile, eppure l’ha presente e ne fa sapeva, tant’è che, ragionando sul consenso dell’altro come condizione della giustizia, scrive: «Lo stupro è l’atroce caricatura di un amore in cui il consenso è assente». Dopo lo stupro, aggiunge, l’oppressione è la seconda situazione orribile dell’esistenza umana. La condizione fatta alle donne dava ai suoi occhi la misura della generale distanza da quello che è buono e giusto.

  • Joan W. Scott, Il “genere”: un’utile categoria di analisi storica

    Versione aggiornata dell’articolo pubblicato originariamente su “Rivista di storia contemporanea”, n. 4, 1987

    Leggi l’articolo

  • Epistemologie femministe

    Epistemologie femministe

    a cura di Laura Felline

     

    L’epistemologia femminista si occupa di temi in cui la teoria della conoscenza interseca la filosofia femminista. La maggior parte dell’epistemologia femminista – nonostante alcune eccezioni che rifiutano alcuni degli elementi tipici dell’epistemologia sociale – può essere concepita come una forma di epistemologia sociale che studia come nozioni di genere socialmente costruite influenzino la produzione di conoscenza (Anderson, 1995).

    I primi studi di epistemologia femminista nacquero da critiche femministe della scienza e si limitavano soprattutto allo studio della maniera in cui l’impresa scientifica sia influenzata da pregiudizi di genere. In particolare, tale influenza veniva collegata da un lato al fatto che donne e altri gruppi subordinati sono drammaticamente sottorappresentati nella comunità scientifica, dall’altro al fatto che pregiudizi di genere sono stati e vengono usati come base evidenziale per la scelta di teorie scientifiche che rimangono anche al giorno d’oggi ampiamente accettate.

    Più recentemente l’epistemologia femminista è cresciuta sino a coprire tematiche tipicamente proprie dell’epistemologia tradizionale – come giustificazione, evidenza, scelta delle teorie, obiettività, razionalità e conoscenza. Punto essenziale che accomuna le differenti teorie femministe nella loro trattazione di queste tematiche è l’importanza data alla collocazione degli agenti cognitivi in una rete di relazioni sociali, tramite i quali essi vengono individuati come parte di un preciso contesto storico e culturale. Chiaramente, le epistemologie femministe fanno particolare uso del genere come categoria di analisi e ricostruzione epistemica.

    Sono tre le principali correnti che articolano il dibattito su epistemologia e filosofia della scienza femministe: l’empirismo femminista, la teoria del punto di vista (standpoint theory) e il postmodernismo. Rispetto alla prima sistematica definizione (proposta in (Harding 1986)) di questi tre approcci fondamentali e delle loro differenze, col tempo essi hanno affinato le loro istanze, e spesso si sono trovati a convergere più di quanto ammesso dalla rigidità della catalogazione della Harding. Ciononostante, la distinzione tra empirismo, teoria del punto di vista e postmodernismo è ancora oggi usata come cornice concettuale dentro la quale impostare le discussioni interne a tale letteratura.

    In questa bibliografia ragionata suggeriamo delle letture che introducono al tema dell’epistemologia femminista. Proporremo innanzitutto dei testi generali utili per introdurre i neofiti al tema, in secondo luogo dei volumi collettanei in cui si affrontano da diversi punti di vista temi centrali dell’epistemologia femminista e infine testi più specializzati su empirismo femminista, teoria del punto di vista e postmodernismo.

     

    Manuali e monografie introduttive

    I neofiti in epistemologia o in epistemologia femminista possono trovare una prima introduzione alle epistemologie femministe in manuali o panoramiche generali sul tema.

     

    Elizabeth Potter, (2006), Feminism and Philosophy of Science: An Introduction, Routledge, London e New York.

    Un’organica e approfondita illustrazione di alcuni dibattiti fondamentali e di alcune tra le maggiori esponenti della filosofia della scienza e epistemologia femminista, scritta come introduzione per i neofiti sull’argomento, per cui la sua lettura non richiede una preparazione di base particolare. Ciascun capitolo è dedicato ad una teoria specifica: l’empirismo femminista naturalizzato, la teoria femminista dei valori, l’empirismo contestuale femminista, le epistemologie del punto di vista e la concezione della scienza come libera dai valori.

    Il centro dell’interesse di Potter sta nel ruolo che i valori giocano nella scelta delle teorie scientifiche. Altro tema approfondito in maniera interessante e’ quello della possibilità di riunire l’empirismo femminista con l’approccio delle epistemologie del punto di vista. Temi come il ruolo della retorica e del linguaggio nella scrittura scientifica sono qui invece trascurati.

     

    Alessandra Tanesini, (1999), An Introduction to Feminist Epistemologies, Oxford: Blackwell.

    Un’introduzione sofisticata e accessibile, e  tra le più complete, all’epistemologia femminista – adatta sia agli studenti di specialistica con qualche conoscenza di epistemologia che a filosofi esperti interessati alle prospettive femministe sull’epistemologia. I primi capitoli introducono concetti e problemi tipici dell’epistemologia e della filosofia della scienza, la relazione tra femminismo e epistemologia convenzionale e la relazione tra scienza e femminismo. I capitoli centrali sono dedicati all’empirismo femminista, all’epistemologia naturalizzata femminista e all’importanza del punto di vista nel femminismo. Infine, si discute approfonditamente di temi come obiettività e femminismo, conoscenza e potere, razionalità e irrazionalità nel femminismo e femminismo e postmodernismo.

     

    Per un primissimo approccio a questi temi, sono estremamente utili anche alcune voci online della Stanford Encyclopedia of Philosophy, e le bibliografie in esse proposte.

     

    Alison Wylie, Elizabeth Potter, and Wenda K. Bauchspies. “Feminist Perspectives on Science”, 2010.

    Questa voce della Stanford Encyclopedia fornisce un approfondimento ed una ampia bibliografia sul rapporto tra femminismo e scienza e su temi che si trovano nell’intersezione tra filosofia della scienza e epistemologia femministe.

     

    Elizabeth Anderson, 2011, “Feminist Epistemology and Philosophy of Science”.

    Un’eccellente voce sulle epistemologie femministe e sulla filosofia della scienza femminista – fornisce una illustrazione onnicomprensiva e aggiornata delle tre principali correnti di epistemologia femminista, del loro sviluppo e del dibattito tra di esse. Oltre a ciò, questo saggio propone anche una approfondita trattazione di temi come obiettività, il rapporto tra valori e scienza, autorità e ingiustizia epistemiche.

     

    Heidi Grasswick, (2013), “Feminist Social Epistemology“.

    L’epistemologia femminista nei suoi stretti legami con l’epistemologia sociale.

     

    Infine, un’eccellente risorsa online in italiano è la voce del sito Aphex:

    Alessandra Tanesini, (2015), Epistemologie e Filosofie della Scienza Femministe.

     

    Volumi collettanei

    Molti degli articoli storici e più significativi di epistemologia femminista sono raccolti in volumi collettanei.

     

    Louise Antony e Charlotte Witt, (a cura di), (2002), A Mind of One’s Own: Feminist Essays on Reason and Objectivity. 2d ed. Boulder, CO: Westview.

    I saggi di questo volume (la cui prima edizione risale al 1993) affrontano due domande fondamentali: le caratterizzazioni di concetti come razionalità e obiettività tipici della tradizione filosofica occidentale (soprattutto di quella analitica) sono formati su o influenzati da stereotipi maschili? E c’è bisogno di una epistemologia femminista, distinta da tali epistemologie tradizionali?

    Quello di Anthony e Witt è uno dei primi volumi collettanei in cui questioni tradizionalmente proprie della tradizione postmodernista (e poi del femminismo postmodernista) vengono tradotte e elaborate in termini familiari alla tradizione analitica. I primi articoli di questa collezione hanno uno stampo prettamente storico, mentre quelli centrali sono più concentrati sul tema dell’epistemologia e della razionalità come concetti maschili. Infine, gli ultimi quattro saggi trattano di metafisica, filosofia del diritto, filosofia politica e filosofia della scienza. Molti dei lavori qui contenuti sono successivamente divenuti dei classici della letteratura. Tra questi, ad esempio, “Quine as a Feminist” di Louise Antony, dove l’autrice propone l’epistemologia naturale di Quine come background concettuale della base dell’epistemologia femminista.

    La collezione è stata ripubblicata nel 2003 con nuovi contributi.

     

    Sandra G. Harding e Merrill B. Hintikka, (a cura di), (2003). Discovering Reality: Feminist Perspectives on Epistemology, Metaphysics, Methodology, and Philosophy of Science. 2d ed. Dordrecht, the Netherlands, e London: Kluwer Academic.

    Pubblicato originariamente nel 1983 questa collezione rappresenta uno dei primi lavori in cui l’epistemologia femminista incorpora la teoria morale e quella politica in discussioni su epistemologia e scienza. Il volume presenta sia una parte ‘decostruttiva’, che una dedicata alla di ricostruzione di una epistemologia femminista. Da una parte alcuni contributi si propongono di mostrare come un punto di vista maschile abbia formato pezzi chiave della nostra cultura scientifica e umanistica: dalla teoria evoluzionista alla metodologia delle scienze politiche, dall’economia politica marxista alle concezioni di obiettività proprie delle scienze sociali e naturali, sino all’idea stessa di ‘problema filosofico’ in Platone, Descartes, Hobbes e Rousseau.

    Oltre a tali contributi ‘decostruttivi’, molti dei contributi qui inclusi hanno invece come scopo quello di individuare quegli aspetti distintivi dell’esperienza femminile che possono contribuire positivamente all’impresa scientifica, e più in generale conoscitiva, umana. Tra questi contributi, si possono anche qui trovare saggi diventati poi dei classici dell’epistemologia femminista. Ad esempio, in “The Feminist Standpoint: Developing the Ground for a Specifically Feminist Historical Materialism” Nancy Hartsock mostra come le femministe possano usare a loro favore gli strumenti epistemologici forniti dalla spiegazione di Marx dell’accesso del proletariato ad una visione più ampia, come conseguenza della sua posizione nella divisione strutturale del lavoro in classi. Come conseguenza, Hartsock difende la necessità di un punto di vista femminista che faccia da sottostrato per l’elaborazione di una teoria sociale femminista.

     

    Numeri speciali di Hypatia:

    Lynn Hankinson Nelson e Alison Wylie, (a cura di) (2004), Special Issue on Feminist Science Studies. Hypatia, 19(1).

    Anita Superson e Samantha Brennan, (a cura di) (2005). Special Issue on Analytic Feminism. Hypatia, 20(4).

    Nancy Tuana e Shannon Sullivan, (a cura di) (2006). Feminist epistemologies of ignorance. Hypatia, 21(3).

     

    Empirismo Femminista

    Secondo la definizione di Sandra Harding, l’empirismo femminista sostiene che le pratiche scientifiche influenzate da pregiudizi maschili sono casi di ‘cattiva scienza’, eliminabili tramite una aderenza più rigorosa ai metodi e alle norme empiriste. Ciononostante, e contrariamente all’originaria caratterizzazione della Harding, le empiriste femministe generalmente rifiutano una concezione della scienza come ‘libera dai valori’ e ammettono invece che valori non epistemici possano giocare un ruolo positivo non solo nella scoperta, ma anche nella giustificazione delle teorie scientifiche (vedi (Anderson 1995)). L’empirismo femminista è dunque ora più precisamente caratterizzato come includente una varietà di teorie accomunate dalla tesi centrale che l’adeguatezza empirica sia una condizione necessaria per l’accettazione delle teorie scientifiche.

     

    Helen E. Longino, (1990), Science as Social Knowledge: Values and Objectivity in Scientific Inquiry. Princeton, NJ: Princeton University Press.

    Una delle poche versioni dell’epistemologia empirista al di fuori dell’epistemologia naturalizzata di Quine. Helen Longino propone la sua influente epistemologia empirista contestuale e mostra come valori non cognitivi (ad esempio l’eterogeneità ontologica) contribuiscano alla giustificazione delle teorie scientifiche. Secondo Longino una teoria è obiettiva se è stata sottoposta e ha passato un determinato processo sociale di scrutinio critico. Nonostante la contestualità che caratterizza questa teoria, essa ammette una certa obiettività della scienza basata su una concezione della scienza come processo sociale piuttosto che individuale.

     

    Louise M. Antony, (1993), “Quine as Feminist: The Radical Import of Naturalized Epistemology.” In A Mind of One’s Own: Feminist Essays on Reason and Objectivity. Edited by Louise M. Antony and Charlotte Witt, 185–225. Boulder, CO: Westview.

    In questo classico dell’empirismo femminista Louise Antony difende l’impresa scientifica e l’epistemologia moderna da alcune critiche femministe che, secondo l’autrice, ne fraintendono le caratteristiche essenziali. In questo articolo viene formulata in maniera sistematica l’idea di sfruttare l’epistemologia naturalizzata di Quine come base concettuale per l’epistemologia femminista.

     

    Elizabeth Anderson, (1995), “Feminist Epistemology: An Interpretation and a Defense.” Hypatia 10.3: 50–84.

    In questo articolo Elisabeth Anderson sviluppa l’idea dell’empirismo femminista come una ramificazione dell’epistemologia naturalizzata. L’idea fondamentale proposta dalla Anderson è che alcuni valori sociali e politici giochino un ruolo positivo nella giustificazione delle teorie scientifiche in quanto essenziali per discriminare tra verità rilevanti e irrilevanti.

     

    Teorie femministe del punto di vista

    Secondo la teoria femminista del punto di vista, alcuni agenti cognitivi godono di una forma di privilegio epistemico rispetto a specifiche aree di ricerca, in virtù della loro posizione nella società. L’epistemologia del punto di vista ha origine nella visione di Hegel della relazione tra il padrone e lo schiavo, e nell’elaborazione di questa analisi negli scritti di Marx, Engels e Lukacs. L’esempio classico di teoria del punto di vista viene dal marxismo, che rivendica per il punto di vista del proletariato un privilegio epistemico rispetto a temi di economia, sociologia e storia. In maniera simile, la teoria femminista del punto di vista sostiene che, data la sua posizione dominante, l’uomo possiede una comprensione parziale e perversa del mondo e della società, mentre la posizione soggiogata della donna (e delle minoranze sessuali) permette una comprensione più completa di quei fenomeni sociali e psicologici influenzati dal genere.

     

    Sandra Harding, (1986), The Science Question in Feminism, Cornell University Press, Ithaca e London.

    Una tra le più influenti monografie nella letteratura sull’epistemologia femminista. Sandra Harding individua qui il problema principale della filosofia della scienza femminista come quello di conciliare l’appello ai valori partigiani del femminismo nella pratica scientifica con la necessità di preservare l’obiettività dell’impresa scientifica. Da un lato, il femminismo è un movimento politico per il cambiamento sociale, e dunque un movimento partigiano, e le epistemologie femministe promuovono l’influenza dei valori non cognitivi tipici del movimento femminista come non solo non pregiudizievoli, ma persino proficui per la ricerca scientifica. Dall’altro, la maggior parte delle filosofe della scienza e epistemologhe femministe ritengono necessario salvare un senso di obiettività all’interno della scienza. Come può dunque una influenza ‘politicizzata’ aumentare l’obiettività dell’indagine?

    Nello sviluppare la maniera in cui l’epistemologia femminista può rispondere a questa sfida, Harding individua qui per la prima volta quelle che lei riconosce come le tre risposte fondamentali al problema: l’empirismo femminista, il punto di vista femminista, e il post-modernismo femminista.

    Questa categorizzazione ancora oggi forma il quadro concettuale che sta alla base della discussione nella epistemologia e filosofia della scienza femminista.

     

    Donna J. Haraway, “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective.” In Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, Donna J. Haraway, 183–201. London: Free Association Books, 1991.

    Articolo scritto in risposta a Harding (1986) (originariamente pubblicato nel 1988), in cui Donna Haraway propone la sua versione di teoria del punto di vista. Per la prima volta appare qui il termine ‘saperi situati’ (situated knowledge) nella letteratura sull’epistemologia femminista.  Haraway sostiene che tutta la conoscenza è situata e limitata, e nega la possibilità di un punto di vista neutro, imparziale, spesso associato con la prospettiva di una conoscenza obiettiva. Haraway, invece, suggerisce una obiettività ‘incorporata’, che consiste in connessioni parziali tra prospettive e posizionamenti.

     

    Sandra G. Harding, (1991), Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women’s Lives. Ithaca, NY: Cornell University Press.

    Una visione più elaborata della teoria del punto di vista che comprende anche risposte a varie critiche a cui le tesi di (Harding 1986) furono sottoposte (ad esempio in Haraway (1991)). Tra i contenuti più importanti del volume, vi è un articolazione più approfondita sia del privilegio epistemico del punto di vista dell’oppresso e della spiegazione della sua origine, la difesa dell’obiettività forte della scienza, e la delineazione di un approccio femminista all’epistemologia che include anche i punti di vista di altri gruppi discriminati per razza, classe o sessualità.

     

    Kristen Intemann, (2010), “25 Years of Feminist Empiricism and Standpoint Theory: Where Are We Now?” Hypatia 25.4: 778–796.

    In questo articolo Kristen Intemann mostra innanzitutto come dal momento della formulazione della distinzione delineata in (Harding 1986), le istanze proposte da empirismo femminista e teoria dei punti di vista siano andate via via avvicinandosi. Da un lato le filosofe empiriste empiriste hanno accettato e portato avanti la tesi che la conoscenza scientifica sia contestuale e situata socialmente, dall’altro le filosofe del punto di vista hanno incluso tra le virtù rilevanti nella scelta delle teorie scientifiche, fattori che fanno parte della tradizione empirista. In secondo luogo, l’autrice individua quali punti chiave ancora segnino il contrasto tra empirismo femminista e teoria del punto di vista – primi fra tutti le loro differenti posizioni su quale tipo specifico di varietà giochi un ruolo epistemologicamente positivo all’interno della scienza e su che ruolo abbiano i valori etici e politici nell’impresa scientifica.

     

    Postmodernismo

    Il postmodernismo nega l’esistenza di un singolo punto di vista per un determinato gruppo o individuo e afferma che ne esistono invece tanti, ciascuno corrispondente a diverse prospettive del gruppo. L’idea di una epistemologia postmodernista fu proposta nella già vista classificazione di Harding (1986) nonostante il fatto che, in realtà, poche postmoderniste consideravano al tempo il proprio lavoro epistemologia. In effetti, spesso le filosofe femministe postmoderniste tendono ad una certo scetticismo nei confronti dell’epistemologia stessa, concepita come teoria essenzialmente fondazionale. Detto questo, e al contrario di quanto a volte assunto, tale scetticismo non va visto come essenziale nelle istanze di una filosofia postmodernista.

     

    Susan Bordo, The Flight to Objectivity: Essays on Cartesianism and Culture. Albany: State University of New York Press, 1987.

    In una lettura psicanalitica delle meditazioni di Cartesio sullo sfondo del loro contesto storico e di genere, Bordo offre in questo libro un resoconto dello scetticismo Cartesiano e del bisogno di certezze come una fuga dalla limitazione e dalla soggettività – elementi caratteristici delle conoscenze situate.

     

    Susan J. Hekman, (1990) Gender and Knowledge: Elements of a Postmodern Feminism. Oxford: Polity.

    Ancora oggi, una delle più articolate teorie femministe postmoderniste. Heckman esplora in questo libro le relazioni tra femminismo e postmodernismo, sostenendo che tali movimenti siano accomunati dalla critica della conoscenza Illuminista. Dopo un’illustrazione dei concetti propri di e del rapporto tra modernismo, postmodernismo e femminismo, i seguenti capitoli sono dedicati alle dicotomie: razionale/irrazionale, soggetto/oggetto, natura/cultura. Nell’ultimo capitolo, l’autrice propone maniere in cui il postmodernismo può influenzare positivamente il femminismo.

  • Opere di autrici – Carla Lonzi

    Opere di autrici – Carla Lonzi

    Approfondimenti:
    video degli interventi registrati durante il convegno ‘Taci anzi parla’ (Roma, 5-6-7 marzo 2010) Provvisoriamente, qui

    Et al prosegue il programma di pubblicazione delle opere di Carla Lonzi cominciato con Sputiamo su Hegel nel mese di marzo di questo anno, contemporaneamente al convegno di Roma. Ora, con l’uscita di Taci, anzi parla, è previsto nell’ambito di Festivaletteratura 2010 di Mantova un incontro dal titolo ‘Dedicato a Carla Lonzi’, con interventi di Maria Luisa Boccia, Annarosa Buttarelli, Federica Giardini, Laura Lepetit e Giorgio Zanchetti. In ottobre sarà la volta di AutoritrattoNovità: Sputiamo su Hegel è ora disponibile in e book 
    Vedi anche, M. Boccia, L’io in rivolta. Sessualità e pensiero politico di Carla Lonzi  recensioni di Valeria Mercandino e di Gaia Leiss

    Cerca nel sito altri materiali relativi a Carla Lonzi…

     

    AUTORITRATTO

    De Donato, Bari 1969

    Nel 1969 esce Autoritratto, un testo composto dal libero montaggio di brani tratti da colloqui con quattordici artisti, registrati real time tra il 1962 e il 1969. L’intervista registrata e’ lo strumento che Carla Lonzi ha scelto nel tentativo di ridisegnare il delicato rapporto tra critico e artista. A differenza della critica a lei contemporanea, che con una parola sola si definisce”certa”, Carla Lonzi sottolineò altre modalità per cercare di scrivere una nuova grammatica e un altro tipo di esperienza, che evidenziasse la relazione.

    Copertina

    SPUTIAMO SU HEGEL

    La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti

    Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974

    Indice

    – Premessa

    – Manifesto di Rivolta Femminile

    – Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

    – Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile

    – Sessualità femminile e aborto

    – La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi

    – Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi

    In apertura dell’opera troviamo il Manifesto di Rivolta Femminile 1970. Lo stile è costituito da frasi brevi e riflessioni, il tutto conferisce all’intero testo un’efficacia istantanea mai vista. Ecco di seguito riportate alcune frasi:
    La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.
    L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna.
    La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli
    Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione.
    Quindi liberarsi per la Lonzi, come per le altre donne appartenenti a Rivolta Femminile, non vuole dire accettare la stessa vita dell’uomo ma significa esprimere il proprio senso dell’esistenza, pertanto la differenza tra donna e uomo viene presentata come qualcosa da cui non si può prescindere.
    Sputiamo su Hegel è stato scritto da Carla Lonzi nell’estate del 1970. Questo è un testo che crea una crepa nelle teorie basilari del patriarcato, prendendo congedo dall’ideologia marxista rivoluzionaria e dalla dialettica servo-padrone di Hegel.
    La donna clitoridea e la donna vaginale è un testo del 1971 in cui la Lonzi afferma a spron battuto che è la società patriarcale che ha imposto il modello di donna vaginale e ha impedito alla donna stessa la manifestazione della propria sessualità. È solo dal punto di vista patriarcale che la donna vaginale è vista come la detentrice di una giusta sessualità mentre la clitoridea, secondo Freud, è l’immatura e frigida. La Lonzi afferma che è importante affermare il proprio sesso e non solo soddisfarlo.

    È GIÀ POLITICA

    testi di Marta Lonzi, Anna Jaquinta, Carla Lonzi

    Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977

    Indice

    – Il mio femminismo di M. G. Chinese

    – Itinerario di riflessioni di C. Lonzi

    – Solidarietà ideologica e coscienza distinta di M. Lonzi

    – Primati dell’intuizione

    – Espressione di sé e cultura di A. Jaquinta

    – Casa Editrice Fantasma

    – Perché si sappia

    Nei seguenti testi viene affrontato dalle autrici il tema del rapporto tra donne, vengono indicate personalità femminili del presente e del passato che hanno posto quegli interrogativi su cui le donne devono pronunciarsi per partire da certezze proprie. Questa è l’unica via per costruire una cultura diversa. In questo testo è contenuta un’intervista di Michèle Causse a Carla Lonzi la quale alla richiesta di precisare il proprio pensiero, risponde: “ Il mio primo bisogno come femminista è stato quello di fare tabula rasa delle idee ricevute, una tabula rasa dentro di me per privarmi di ogni garanzia offerta dalla cultura, convinta che le certezze acquisite nascondono un veleno paralizzante. Questo mi è parso l’unico gesto che permettesse degli sviluppi, e in fondo è stato vero, anche se nella realtà tutto si è svolto in un modo molto più complesso e drammatico poiché anche il mio gesto poteva diventare per altre un’idea ricevuta, e così via”

    LA PRESENZA DELL’UOMO NEL FEMMINISMO

    testi di Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jaquinta

    Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978.

    Indice

    – Secondo Manifesto di Rivolta Femminile: << io dico io >>

    – Diritti della mia soggettività di Marta Lonzi

    – Tentativi di autocoscienza in un gruppo del ‘500 di Anna Jaquinta

    – Da << Il merito delle donne>> di Moderata Fonte

    – Casa Editrice Fantasma

    – Mito della proposta culturale di Carla Lonzi

    – Perché si sappia

    Come in Sputiamo su Hegel il testo si apre con il secondo Manifesto di Rivolta Femminile questa volta si tratta di una presa di posizione nei confronti di tutti gli atteggiamenti femminili caratterizzati da una sorta di ambiguità di fondo nonostante facciano parte del movimento delle donne. È inoltre presente il concetto di dare valore a ciò che il femminismo ha già espresso per non cadere nella spirale di un eterno ritorno che non riesce a portare un cambiamento reale. In questa raccolta si pone l’attenzione a Moderata Fonte, una veneziana della seconda metà del ‘500, di cui vengono ripubblicati brani da Il merito delle donne.

    CopertinaTACI,ANZI PARLA

    Diario di una femminista

    Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978

    Indice

    – Capitolo primo: 1972

    – secondo: 1973

    – terzo: 1974

    – quarto: 1975

    – quinto: 1976

    – sesto: 1977

    È un testo semplicemente vibrante e sconvolgente, ti legge dentro e ti entra nella pelle senza lasciarti mai più. Inutile provare a riassumerlo in due parole, facciamo parlare le parole di Lonzi contenute nella Premessa: “ Al diario sono stata spinta dalla necessità di presentarmi a me stessa motivata nel fare quello che faccio. E la motivazione che io stessa scopro via via con sempre maggiore convinzione, risale a un bisogno di conoscenza di me e degli altri di cui mi prendo tutta la responsabilità… Nel diario io parlo di rapporti, non di persone… senza che lo avessi deciso in precedenza stavo immersa in un’impresa al limite delle mie forze.”

    Leggi l’articolo Me stessa, non io. Carla Lonzi scrive il suo Diario di Annarosa Buttarelli

    VAI PURE

    dialogo con Pietro Consagra

    Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980

    Si tratta di un lungo colloquio tra Carla Lonzi, esponente di Rivolta Femminile, gruppo storico del femminismo italiano, e il suo compagno Pietro Consagra, registrati, trascritti e infine pubblicati. Lo si può descrivere come un lungo dialogo tra due coscienze al fine del quale la Lonzi dice a Consagra: “Vai pure”. Questo testo è anche l’ultimo che Carla darà direttamente alle stampe. Saranno pubblicati postumi, nel 1985, Scacco ragionato. Poesie dal ‘58 al ’63 e nel 1992 Armande sono io.

    SCACCO RAGIONATO

    Poesie dal ’58 al ’63

    Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1985

    È una raccolta di poesie composte negli anni 1958-1963. Sono gli anni in cui si distacca dalla famiglia e da Firenze. È proprio a queste poesie che Carla Lonzi riconduce l’inizio della presa di coscienza di sé. In Taci, anzi parla scrive: “ Prima del femminismo avevo provato la mia esistenza a me stessa con le poesie che mi confermavano di essere riuscita a liberare un pensiero dal caos dei conflitti psichici e ho sperimentato per la prima volta la calma mentale, una specie di imperturbabilità che scaturiva nel distacco da me stessa provocato dalla conoscenza”.

    CopertinaARMANDE SONO IO!

    Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1992.

    Indice

    – Nota delle curatrici

    – Nella primavera dell’anno scorso.

    – È a questo punto che nasce il bisogno di fare storia

    – Armande sono io!

    – Sulla pista delle Preziose

    – Appunti presi da Carla Lonzi nelle biblioteche di Milano, Parigi, Roma

    – Le donne osano mostrare i risultati del loro pensiero ma non il dramma della propria vita

    Lonzi, al momento della morte – 1982 –  sta lavorando sul teatro dell’epoca di Molière ed in particolare sulle “preziose”. Ne nascerà poi il libro “Armande sono io”.
    In questo testo la Lonzi va alla ricerca di situazioni, di rapporti tra donne e uomini che possano costituire dei precedenti storici.
    È uno scritto incompiuto ma nonostante ciò lo si può considerare come l’opera conclusiva del pensiero di Carla Lonzi.

  • Opere di autrici – Angela Putino

    Opere di autrici – Angela Putino

    CopertinaTROMPE-L’ŒIL
    Il mito di Narciso in Hermann Hesse

    Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1977

    La prima monografia di Angela Putino propone una lettura del mito di Narciso in Hermann Hesse. Vi appare la struttura di una società che desidera cogliere l’alterità, ma risulta incapace di viverla se non attraverso un identico travestito. Il soggetto e il suo riflesso formano una totalità monolitica, il gioco delle differenze è differito, esse vengono ricoperte dalla verosimiglianza. Pure, nell’oscillazione perpetua intorno ad un asse simmetrico si crea una nuova scena in cui sembra circolare un «possibile impossibile e non-visibile altro».

     

    SIMONE WEIL. LA PASSIONE DI DIO.Copertina

    Il ritmo divino nell’uomo

    Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1997

    È il frutto dei primi studi weiliani di Angela Putino, nati all’interno dell’esperienza femminista, precisata in una lunga attività di seminari al Centro Virginia Woolf di Roma. La storia della creazione interessa a Simone Weil in quanto storia del mondo che risponde alla domanda della sventura: storia del contatto di Dio col mondo. S’intrecciano in queste pagine riflessioni dense e precise sulla «funzione guerriera», sull’azione non agente, sull’amore impersonale, irrimediabilmente esteriore rispetto alla forza: l’amore si presenta nel vuoto, come ciò che è presente senza presentarsi, senza colmare, l’amore è de-creazione.

    CopertinaAMICHE MIE ISTERICHE

    Cronopio, Napoli 1998

    Il testo è ispirato da una forte ed appassionata critica (mossa dall’interno: di qui il titolo “amiche mie…”) nei confronti del pensiero della differenza sessuale italiano degli anni Novanta che, ricondotto alla modalità isterica della relazione tra madre e figlia, finisce col produrre rigidità e immunizzazione dall’alterità. La differenza sessuale è invece, per Angela, «libertà possibile di un divenire molteplice che non scaturisce da un’interiorità – germe – ma da una diversificazione attivata». La lacerazione con sé e con l’altra va letta come un dono, il divenire e la differenza sono legate alla separazione e alla partizione, a quel movimento impossibile verso l’altro che gli permette di assumere il «volto estremo dell’estraneità». L’ordine materno rischia invece di condurre il femminismo nelle maglie di una biopolitica che ha già saputo negli ultimi due secoli impiegarne le istanze di cura in una logica di governo del vivente.

    CopertinaSIMONE WEIL. UN’INTIMA ESTRANIETÀ

    Città aperta edizioni, Troina 2006

    Si trovano condensate in queste pagine le appassionate ricerche di Angela Putino sul pensiero di Simone Weil. Ma questo libro non è una semplice monografia sulla pensatrice francese: si tratta di una lettura filosofica originale che attraversa il mondo frammentato dei Cahiers weiliani seguendo il filo rosso della teoria matematica dei transfiniti cantoriani, della psicanalisi lacaniana e del pensiero della differenza sessuale per andare con Weil, oltre Weil. L’abietto, la sventura di una donna è il posto che occupa nel registro del simbolico, quello di un resto, di un fuori, da cui passa, però, un infinito, a partire da cui il simbolico si fora e lascia vedere il reale. Le donne, come gli infiniti molteplici, saltano il conto per uno: «per tale motivo ogni volta che, senza perdersi nell’empiria, un qualcosa di singolare insiste e si presenta come estaticità della storia umana, ogni volta che un universale – un infinito – passa fuor di definizione e pure sta al mondo, materiale e “incarnato”, si fa strada nelle donne un particolare attaccamento a tali comparizioni». E’ la potenza del “fuori” che resiste ad ogni interiorizzazione, la separazione che rivela il reale intimo estraneo.

    DWF – Per Angela, 2007, n. 1 (73)

    pdfindice e abstracts 

    La notizia della morte di Angela Putino ci è arrivata addosso d’improvviso a metà gennaio, mentre già stavamo lavorando al primo numero del 2007; lasciando da parte e rimandando al numero successivo i ragionamenti già avviati, abbiamo subito deciso di dedicarlo a lei, per onorare e rilanciare il suo pensiero fino all’ultimo “guerriero”. Angela era una donna a tutte noi molto vicina, singolarmente e nel suo rapporto con DWF, che pur prendendo negli anni forme diverse non si era mai interrotto, e si stava anzi rinsaldando in vista di una nuova e più stretta collaborazione. Sappiamo che ci mancheranno la sua intensità, le provocazioni mai gratuite del suo lucido sguardo sul mondo, l’instancabile tessitura di idee e progetti che metteva in atto. L’ultimo progetto, da poco avviato, era il sito “adateoriafemminista”, aperto insieme a Lucia Mastrodomenico, anche lei scomparsa all’inizio di quest’anno, e a Nadia Nappo, Stefania Tarantino, Marilù Parisi, Marina Bruzzese, Maria Vittoria Montemurro, Amalia Mele, Stefano Perna e Tristana Dini. A quest’ultima abbiamo chiesto dunque di presentare brevemente il sito, dopo le poche dense parole di Rosetta Stella, che in un rapido schizzo fa rivivere agli occhi del cuore e della mente la piccola grande figura di Angela – “uno scricciolo di donna, tutta mente, parole e passioni. Tutta vento” – e i luoghi e le relazioni della sua vita.
    Ripubblichiamo poi, come peraltro Angela ci aveva chiesto – per il permanere nel tempo che la materialità di una rivista stampata offre rispetto alla volatile comunicazione della rete – il suo ultimo scritto, “Cultura del Sistema”, atto di amore e di rabbia verso la sua città, già apparso appunto nel sito. Segue la riflessione di Paola Masi e Patrizia Cacioli sul momento di passaggio di DWF che vide Angela, che già aveva scritto per noi, iniziare un periodo di regolare collaborazione con la rubrica “Themis”, di cui si ricordano impostazione e tematiche. Infine, sempre a partire da “Themis” ma più in profondità, Federica Giardini ripercorre il contributo originale di Angela al pensiero femminista italiano. Non per “atto di giustizia, né ricordo” ma perché sia – come vorremmo fosse tutto questo numero, “spazio e occasione per scoprire e pensare lo stato delle cose al presente”.

    CopertinaEsercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica

    a cura di Stefania Tarantino e Giovanna Borrello
    Liguori, 2010

    pdf indice pag. 1 / pag. 2

    Con questo libro si propone una prima e originale monografia sul pensiero di Angela Putino. Il suo modo di fare filosofia è sempre andato di pari passo con l’affettività e il senso dello stare in relazione. L’idea è stata subito quella di costruirlo come una composizione musicale, composizione di relazioni a tutt’oggi vive, che trovano in alcune note, preludi, variazioni e intermezzi il modo di restituire tutta la libertà e la vastità del suo sapere. Angela Putino è stata anche e soprattutto una fine filosofa della differenza sessuale e del femminismo italiano. I testi proposti in appendice testimoniano questa sua passione politica, una passione che richiede amore delle relazioni ma anche una necessaria corrispondenza nei gesti, nelle parole, nelle azioni.

  • Hannah Arendt

    Hannah Arendt

    a cura di Valentina Riolo

     

    Hannah Arendt è una delle autrici più influenti del ‘900. Le sue opere hanno fatto discutere, hanno creato sgomento, sono state oggetto di feroce critica e sono costate all’autrice la rottura di diverse amicizie. Ma nulla le ha impedito di esprimere le urgenze del suo tempo attraverso parole appassionate ed appassionanti, che bruciano e fanno riflettere ancora oggi, che ci spingono ad andare oltre la conoscenza superficiale per raggiungere la piena comprensione degli eventi e delle circostanze in cui viviamo perché, in fin dei conti, “siamo contemporanei solo fin dove arriva la nostra comprensione”.

     

    LA BANALITÀ DEL MALE – Eichmann a Gerusalemme (EICHMANN  IN JERUSALEM. A REPORT OF THE BANALITY OF EVIL)

    Feltrinelli, Milano 1964

    A questo testo si deve molto della fortuna (o, forse, sfortuna) dell’autrice. È il risultato degli appunti, delle riflessioni e degli atti del processo contro Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961 a cui Arendt partecipa come inviata del “New Yorker”. I capi di imputazione contro Eichmann sono così terribili che ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte ad un mostro. Proprio per questo Arendt resta spiazzata: crimini spaventosi erano stati compiuti da un uomo spaventosamente normale, comune, banale. Chiunque avrebbe potuto essere al suo posto: nessuna mente geniale dietro tanto orrore, solo un burocrate che a suo dire stava solo eseguendo gli ordini che gli erano stati impartiti. E come potrebbe essere reato rispettare gli ordini dello Stato? Viene poi messa in evidenza la collaborazione che alcuni capi ebraici avrebbero prestato ad Eichmann: sapevano e non hanno fatto nulla per evitare ciò che è accaduto.  Questo testo che è costato tante critiche e tante amicizie ad Arendt, rivela la sua profonda capacità di comprensione e critica di avvenimenti che a stento si riusciva a pensare che fossero avvenuti davvero. Ma, come ella stessa ha sostenuto, comprendere non significa perdonare.

     

    VITA ACTIVA – La condizione umana (THE HUMAN CONDITION)

    Bompiani, Milano 1964

    Scritto nel 1958 e tradotto in italiano nel 1964, il testo non ha inizialmente successo perché il nome di Arendt resta sostanzialmente legato al libro su Eichmann uscito in traduzione italiana nello stesso anno. Queste si sono rivelate, invece, tra le pagine più importanti scritte dall’autrice, uno studio della condizione umana che non coincide con la natura umana. Temi principali sono la differenza tra lavoro, opera e azione; l’importanza non solo dell’essere-nel-mondo, ma dell’essere-nel-mondo con gli altri; la pluralità di esseri unici come conditio per quam della vita politica; la manipolazione estrema dell’ambiente naturale; l’agire che rivela il chi, che rende il soggetto responsabile in prima persona e che apre all’imprevedibilità delle conseguenze; il perdono e la promessa come componenti essenziali per garantire la remissione della colpa e la progettualità nell’incertezza degli avvenimenti. In opposizione all’alienazione dell’uomo dal mondo e dagli altri, Arendt propone di recuperare l’amor mundi e di “pensare a ciò che facciamo”.

     

    RAHEL VARNHAGEN – Storia di un’ebrea (RAHEL VARNHAGEN. LEBENSGESCHICHTE EINER DEUTSCHEN JÜDIN AUS DER ROMANTIK)

    Il Saggiatore, Milano 1988

    In questa biografia Arendt racconta la storia di una donna ebrea vissuta tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’ ‘800. Attraverso la narrazione degli amori e gli umori di Rahel, emerge “la grande figura di una donna che trema e sanguina, senza casa e senza patria, senza mondo e senza fondamento” che non vuole perdere se stessa  (così  viene descritta in una delle lettere del carteggio tra l’autrice e Jaspers – presente nell’appendice del libro). Rahel e Hannah: entrambe ebree, entrambe colte, entrambe in contatto con gli intellettuali delle rispettive epoche, entrambe in balìa di relazioni sentimentali tormentate. Entrambe donne. Ecco che le loro vite e le loro esperienze si intrecciano e si sovrappongono fino a confondersi: ecco il testo più autobiografico e intimo di Arendt. Da leggere conoscendo già la vita di Hannah, da leggere per comprendere davvero la vita di Hannah.

     

    SULLA RIVOLUZIONE (ON REVOLUTION)

    Comunità, Milano 1983

    Attraverso il paragone tra la rivoluzione americana, rivoluzione francese e rivoluzione russa, ma senza tralasciare rimandi al mondo antico, in questo testo si sviluppano le riflessioni dell’autrice sui concetti di povertà e ricchezza, felicità, necessità e violenza, forme di governo e costituzioni. Viene posto l’accento, inoltre, sulla differenza tra interesse, valido in quanto appartenente ad un gruppo, e opinione, che proviene sempre da un singolo; autorità delle istituzioni e potere, inteso come “potere su”e quindi esistente solo se esistono gli altri, da cui deriva l’identità tra obbedienza e sostegno quando ci si muove nell’ambito politico. Di grande importanza è l’idea di libertà, quella politica, intesa come “il diritto di essere partecipe del governo”, pena la perdita di ogni significato. Il bilancio delle rivoluzioni sarà, per Arendt, sostanzialmente favorevole agli esiti della prima, a discapito delle altre due.

     

    LA VITA DELLA MENTE (THE LIFE OF THE MIND)

    Il Mulino, Bologna 1987

    Questa è l’ultima opera scritta da Arendt. Riprende e prosegue “Vita activa”, che si era conclusa con un invito alla valorizzazione e alla presa di coscienza dell’importanza della vita contemplativa. Doveva essere strutturata in tre parti, così come “Vita activa”, ma restano solo le prime due parti (Pensiero e Volere), della terza parte (Giudicare) restano solo degli appunti. La prima parte indaga l’importanza e le condizioni di esistenza dell’io pensante, e lo colloca tra il “non più” e il “non ancora”, tra il ricordo del passato e la proiezione verso il futuro: l’attimo presente rappresenta la libertà. La seconda parte tratta proprio del problema della libertà: prima in chiave cristiana durante il periodo medievale, in cui era intesa come libero arbitrio, poi negli autori moderni come volontà di potenza e libertà politica. La terza parte non era ancora stata conclusa al momento della morte dell’autrice. Tuttavia molti dei temi trattati sono presenti in altre opere di Arendt. Nello specifico, ci si può rifare alle lezioni tenute a New York e a Chicago e pubblicate nel testo “Alcune questioni di filosofia morale”.

     

    LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO ( THE ORIGINS OF TOTALITARISM)

    Comunità, Milano 1967

    È uno dei testi più conosciuti di Arendt. Terminato nel 1949 e pubblicato nel 1951, è l’occasione per  uscire dal “senso di muta indignazione e orrore impotente” e riflettere sugli eventi da poco trascorsi. Una critica lucida che ricostruisce le origini del totalitarismo e analizza l’ideologia che c’è alla base: una “logica dell’idea” che pretende di costituire la realtà non in base all’esperienza di ciò che effettivamente è, ma secondo un assunto che essa stessa teorizza. Non solo l’aspetto pubblico, ma anche quello privato viene investito dal totalitarismo che pretende di controllare ogni aspetto della vita dei suoi componenti che costituiscono il partito unico di massa assoggettato al volere del capo. Da qui la differenza tra isolamento (che ha a che fare con la sfera pubblica) e l’estraneazione (che mira a rendere superfluo l’individuo nella sua umanità stessa). Descrive, inoltre, l’importanza della polizia e delle strategie di politica estera. Interessante è vedere come Arendt limiti la nozione di regimi totalitari al nazismo e allo stalinismo, ed escluda, ad esempio, il fascismo italiano in quanto ritenuto un totalitarismo imperfetto.

     

    ANTOLOGIA – Pensiero, azione e critica nell’epoca dei totalitarismi (saggi da ESSAYS IN UNDERSTANDING 1930-1954)

    Feltrinelli, Milano 2006

    Il testo è composto da quindici saggi: quattordici che componevano i due volumi dell’ Archivio Arendt, a cui si aggiunge “L’umanità in tempi bui”, un saggio dedicato dall’autrice a Lessing. L’opera si presenta eterogenea negli argomenti di cui tratta, tanto da toccare molti dei temi sviluppati in maniera più approfondita da Arendt negli altri scritti. La complessità del comprendere, difficile ma allo stesso tempo necessario per riconciliarci con la realtà; la differenza con il perdono “che non ne rappresenta né la condizione né la conseguenza”; complicità, colpa e responsabilità di persone che rivendicavano il fatto di aver solo eseguito gli ordini. Vi sono, inoltre, la conversazione del 1964 con Günter Gaus (il quale sottolinea che la Arendt è la prima donna a partecipare alle interviste da lui condotte) interessante per avere un quadro più completo della vita dell’autrice, e saggi in ricordo di altri scrittori (come  la già citata riflessione su Lessing e il tributo in occasione dei ventesimo anniversario della morte di Franz Kafka).

     

    ALCUNE QUESTIONI DI FILOSOFIA MORALE (SOME QUESTIONS OF MORAL PHILOSOPHY)

    Einaudi, Torino 2006

    Il testo riporta il ciclo di lezioni che Arendt tenne tra il 1965 e il 1966 alla New School for Social Research di New York (dal titolo “Some Questions of Moral Philosophy”) ed alla Chicago University (dal titolo “Basic Moral Propositions”). Sono gli anni successivi alla pubblicazione dell’opera “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” che tanto fece scandalo: non si poteva accettare un uomo ritenuto responsabile di milioni di morti venisse definito “banale”. Questo è uno dei temi che l’autrice tenta di chiarire: Eichmann incarna il collasso etico della società, come tutti quelli che sono stati sordi alla voce della propria coscienza. Costoro non si sono confrontati con il “due-in-uno” socratico e hanno preferito obbedire e barattare i propri valori con i nuovi che si venivano formando. Non erano criminali, ma uomini comuni, normali, appunto banali. E da questi bisogna guardarsi forse ancor di più che da quelli che hanno agito secondo la propria volontà e le proprie intenzioni. Ponte tra vita activa e vita contemplativa, in quest’opera si ritrovano anche riflessioni sui concetti di volontà e giudizio, in riferimento soprattutto alle filosofie di Nietzsche e Kant.

     

    HANNAH ARENDT – un film di Margarethe von Trotta con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen.  durata 113 min. – Germania, Lussemburgo, Francia 2012

    Segnaliamo, inoltre, il film su Hannah Arendt diretto da Margarethe Von Trotta. Il processo ad Eichmann, il matrimonio con Heinrich Blücher, il rapporto con Martin Heidegger, l’amicizia con Mary McCarthy e Kurt Blumenfeld, le critiche dopo la pubblicazione degli articoli per il “New Yorker” e il riscatto attraverso il discorso finale tenuto all’Università dopo essere stata invitata a dimettersi dall’’insegnamento.

    Qui il trailer.

  • María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    a cura di Sara del Bello 

    Voce fondamentale del Novecento, espressione di un pensiero che non si lascia incardinare in nessun sistema filosofico, dà forma ad una riflessione che, nella varietà di tematiche affrontate, lascia emergere il suo tratto principale nella volontà di riscoprire l’umana attitudine ad entrare in relazione con l’altro. È, dunque, un percorso filosofico, che si caratterizza fondamentalmente per un’attenzione costante alla persona, vista da Zambrano quale creatura animata da una costitutiva tensione alla trascendenza e all’apertura all’altro da sé.

    Inoltre, la filosofa spagnola, pur dichiarando di non essere femminista, bensì femminile, anticipa il pensiero della differenza sessuale, laddove rivendica la necessità di elaborare forme di espressione sociale e politica coniugate anche al femminile. Infatti, la contrarietà verso l’omologazione al modello maschile, dominante nell’ambito storico-politico ed il conseguente bisogno di garantire il rispetto della specificità femminile nella sfera pubblica, oltre che l’attenzione a figure femminili emblematiche, tra cui spicca quella di Antigone, sono elementi che affiorano nelle parole di Zambrano a proposito della condizione delle donne.

    Le opere qui presentate toccano alcuni aspetti essenziali dell’universo zambraniano: la prospettiva antropologica, che si sostanzia nei temi della persona, della storia, della relazione tra umano e divino e l’idea di ragione poetica, cui si lega necessariamente il rapporto tra la filosofia e la poesia.

     

    Filosofia e poesia (1939)

    Edizioni Pendragon, Bologna, 2002

    In queste pagine prende corpo la riflessione, centrale nel pensiero zambraniano, relativa al rapporto tra filosofia e poesia. Sviluppando un’analisi che molto risente dell’eco heideggeriana, Zambrano sottolinea la necessità di ricondurre questi due percorsi, filosofico e poetico, verso un punto di contatto da tempo perduto. Il discorso muove da un atteggiamento di critica nei confronti del razionalismo, termine con il quale la pensatrice identifica quel panorama culturale che si sviluppa già con l’eleatismo e che ha rappresentato, secondo la sua prospettiva, la tendenza dell’uomo a voler realizzare un controllo assoluto sulla propria esistenza, mediante la ragione, considerata quale unico metro d’indagine e valutazione della realtà, arrivando così, per riprendere un’espressione orteghiana, a sostituire ciò che è spontaneo con il razionale.Zambrano rileva, in particolare, il differente atteggiamento che il poeta, da un lato, ed il filosofo, dall’altro, assumono nei confronti del mondo. Il secondo, infatti, vi si accosta mosso dalla volontà di comprenderlo ad ogni costo, riducendo le molteplici sfaccettature che lo caratterizzano ad un’unità assoluta. Il primo, invece, aderisce in modo concreto alla realtà, lasciandosi penetrare completamente da essa. Si tratta, secondo Zambrano, di riscoprire l’intimo e profondo legame che unisce poesia e filosofia, dando forma ad un pensiero che sia razionale e poetico al tempo stesso, dove la capacità chiarificatrice della filosofia sia sostenuta dall’attitudine poetica al saper accogliere e accettare ciò che si ha la possibilità di vedere ed ascoltare.

     

    L’agonia dell’Europa (1945)

    Marsilio Editori, Venezia, 2009

    Con questa opera, Zambrano si propone di ricercare le cause, tanto storiche, quanto religiose, che hanno contribuito a rendere l’Europa un corpo malato e decadente. La riflessione nasce e si sviluppa alla luce della tragica esperienza storica rappresentata dalla Seconda Guerra Mondiale e dal fenomeno totalitario.

    La pensatrice analizza il rapporto tra l’uomo europeo e le sue radici cristiane, muovendo dalla figura di Agostino, da lei stessa definito il padre dell’Europa. Lungo queste pagine, Zambrano mette in luce il tramonto di quei valori fondanti l’umanesimo europeo e rileva come l’uomo sia stato mosso fino all’estremo da una volontà creatrice, tale da dominare e possedere la realtà, smarrendo la sua capacità di saper trattare adeguatamente l’altro. È come se l’Europa avesse dimenticato di prendersi cura del proprio cuore e l’uomo europeo si fosse reso un disanimato. Ma di fronte ad un’immagine di violenza che appare priva di confini, spetta all’uomo europeo ritrovare quella speranza che, riprendendo le parole di Zambrano, rappresenta il fondo ultimo della vita umana, riscoprendo il proprio vero volto, quello che ha contribuito a renderlo persona e non un mero personaggio della storia.

     

    L’uomo e il divino (1953)

    Edizioni Lavoro, Roma, 2009

    Nelle pagine de L’uomo e il divino, María Zambrano, con un linguaggio più lineare rispetto ad altre sue opere, sceglie di raccontare l’umano, muovendo dalla relazione di quest’ultimo con quel divino, che si incarna negli dèi dell’Olimpo, nel dio della visione intellettuale della filosofia ed, infine, nel Dio del cristianesimo. In particolare, la pensatrice traccia un percorso in cui vengono a delinearsi tre differenti modalità di esplicazione di tale rapporto. La prima è quella dell’uomo mendico, che si percepisce come essere manchevole, indigente, edipico. La seconda coincide con quella del sapere filosofico in cui l’uomo esige di conoscere la verità, definita diversamente a seconda dei momenti della filosofia. Qui Zambrano sviluppa, inoltre, la sua critica nei confronti del razionalismo e dell’idealismo, incapaci a suo giudizio, di comprendere appieno la vita. L’ultima fase, infine, è quella del superuomo, in cui la cancellazione di ogni vincolo con il divino, ha spinto l’individuo ad auto-divinizzarsi, perdendo di vista, nell’interpretazione della filosofa, quel legame che ci rende tutti egualmente creature dinanzi a Dio. Si tratta, quindi, di un’analisi che, prendendo in considerazione anche altri aspetti, cerca di comprendere la condizione umana, tentando di trovarvi un fondamento che dia ragione del nostro essere parti di questo mondo.

     

    Persona e democrazia. La storia sacrificale (1958)

    Bruno Mondadori, Milano, 2000

    Con questa opera, Zambrano riprende le file di una riflessione nata negli anni dell’impegno politico-sociale, coincidenti con la sua gioventù e poi lasciata sullo sfondo, più o meno a partire dall’inizio dell’esilio. Questo testo, rispetto ai precedenti scritti di carattere più propriamente politico, quali Orizzonte del liberalismo (1930) o Gli intellettuali nel dramma di Spagna (1937), rivela una maggiore maturità. Manca, tuttavia, anche all’interno di questo saggio un’analisi dettagliata che arrivi a sondare gli elementi relativi ai principi ed ai meccanismi alla base delle istituzioni e delle forme di governo.

    Tre sono gli aspetti su cui si concentra l’attenzione della filosofa: la storia, la dimensione sociale ed infine, la persona. L’idea della storicità dell’uomo così come la critica alla massificazione della società lasciano affiorare l’influsso orteghiano, da cui però l’allieva Zambrano si distanzia, elaborando un percorso assolutamente personale ed unico. In modo particolare, uno degli aspetti di maggiore distacco rispetto a Ortega è il tema della persona, legato in maniera indissolubile all’idea di pietà e di trascendenza che, all’interno della riflessione zambraniana, diviene il fulcro attorno a cui ruota il concetto di democrazia.

     

    La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea (1967)

    La Tartaruga Edizioni, Milano, 2001

    In questo testo, la filosofa ripropone la tragedia di Antigone, dandone però una versione alternativa rispetto a quella di Sofocle. Il racconto si concentra sul tema del soggetto femminile aperto all’accoglimento del diverso, dell’altro. Qui, infatti, la giovane protagonista non muore poiché deve prima avere il tempo di rendersi conto di se stessa, di prendere consapevolezza della propria vita. È così chiamata a scendere nelle profondità della terra e quindi della propria anima per dar luce alla propria coscienza. Antigone, muovendo dall’incontro con gli altri, con tutti coloro i quali, negli inferi, le si accostano rivolgendole la parola, arriva a poco a poco a scoprire se stessa, dando completezza e senso alla propria nascita, nascendo una seconda volta.

     

    Chiari del bosco (1977)

    Bruno Mondadori, Milano, 2004

    Chiari del bosco è una delle opere in cui prende corpo in modo più compiuto il concetto di razón poética che rappresenta l’elemento centrale del pensiero zambraniano, il quale inizia ad emergere nelle sue riflessioni già dalla metà degli anni trenta. Anche qui, sempre sottolineandone le dovute differenze, è possibile rintracciare un rimando ad Heidegger, in particolare alla riflessione che il filosofo inizia a sviluppare successivamente ad Essere e tempo. Il riferimento è presente già a partire dal titolo stesso dell’opera zambraniana che richiama, infatti, l’idea heideggeriana della radura come luogo, al tempo stesso, di nascondimento e svelamento dell’Essere.

    La ragione poetica e materna, che la filosofa tratteggia, è espressione di quelsapere dell’anima che ha il compito di indirizzare gli uomini nel mondo, al pari di una guida, affinché essi possano sentirsi pienamente parti integranti di quest’ultimo. È una ragione capace di comprendere i chiaroscuri della vita umana, scandagliandoli anche là dove, secondo Zambrano, la ragione modernarazionalista non si è dimostrata tale da accedere e non si è rivelata in grado di penetrare né gli aspetti razionali, né quelli irrazionali del mondo umano.

  • Luce Irigaray e la differenza sessuale

    Luce Irigaray e la differenza sessuale

    Luce Irigaray ha dedicato tutta la sua ricerca all’elaborazione e creazione di un pensiero della differenza sessuale. Ciò che la distingue dalle altre femministe è che la differenza sessuale è per lei la forza della nostra società, che è costituita da una molteplicità di differenze: linguistiche, religione, culturali. Tutte si basano sulla differenza sessuale, la differenza basilare da considerare cioè, per poi poter considerare tutte le altre, è la differenza tra uomo e donna. Solo rispettando questa base tutte le altre differenze, soprattutto in una cultura come quella di oggi in cui le differenze sono l’identità degli individui, potranno essere rispettate a loro volta. Per Luce Irigaray la differenza sessuale è il conoscersi, l’appropriarsi delle proprie caratteristiche e nel rispetto di esse, delle nostre e di quelle degli altri. Rispettare la propria differenza e le differenze altrui è la chiave per una convivenza pacifica e rispettosa.

    Speculum. L’altro in quanto donna
    Feltrinelli, Milano 1975
    È il suo primo testo in cui critica la teoria freudiana e quella lacaniana sul tema della donna, in particolare sulla sessualità femminile. In questo testo inizia a rivisitare la filosofia classica (in particolare è famosa la rivisitazione del mito della caverna di Platone) leggendola da un punto di vista propriamente femminile. È il testo più famoso dell’autrice belga, che le valse l’espulsione dalla scuola freudienne a causa delle sue idee in contrasto con quelle psicoanalitiche dominanti di Lacan che era il direttore.

    Questo sesso che non è un sesso
    Feltrinelli, Milano 1977
    Questo testo è ancora legato al primo periodo, quello di critica alle tematiche psicoanalitiche della donna. Potrebbe essere considerato la continuazione di Speculum, e dell’analisi di Freud e di Lacan. Secondo l’autrice la psicoanalisi e la filosofia occidentali hanno portato a una cultura apparentemente valida per tutti, ma in realtà portatrice di valori maschili. Questo testo, insieme a Speculum, propone una rifondazione della teoria della differenza sessuale attraverso una rivisitazione della psicoanalisi e della filosofia occidentali.

    Amante marina di Friedrich Nietzsche
    Luca Sossella editore, Roma 1980
    I grandi temi del pensiero di Nietzsche vengono rivisitati attraverso un labirinto di un altro linguaggio, in un modo a metà tra la poesia e la filosofia, e riascoltati senza la maschera dell’abitudine, a partire da un altro punto di vista, quello femminile.

    Passioni elementari
    Feltrinelli, Milano 1983
    È un testo scritto in aforismi usando un linguaggio poetico. Numerose saranno le sue opere in poesia in quanto è la parola che può maggiormente accedere all’essere profondo, in particolare quello della donna. Luce Irigaray cerca di spiegare il dolore e le difficoltà delle donne nel loro rapporto con gli uomini, in un mondo maschile, le cui leggi sono maschili, inscritte in un mondo maschile.

    L’oblio dell’aria in Martin Heidegger
    Bollati Boringhieri, Torino 1983
    Questo libro è un dialogo con la filosofia di Martin Heidegger. È un omaggio che fa al maestro. Inizia a scrivere qualche giorno dopo la morte del filosofo, e ne affronta le tematiche che l’hanno più influenzata. È un modo per ringraziarlo di averle insegnato a pensare, per averle aperto un percorso. Trattando dell’essere, Irigaray ha scoperto che l’essere non è uno, ma è due, è uomo e donna. Se Heidegger è il filosofo dell’uomo, Irigaray sarà la filosofa della donna?

    Etica della differenza sessuale
    Feltrinelli, Milano 1984
    È il manifesto del suo pensiero. Un’etica e una politica nuove che prendono principio dalla differenza sessuale. Qui inizia maggiormente la sua riflessione sul soggetto donna, i cui singoli argomenti affronterà uno alla volta nei suoi testi successivi. La risposta alla differenza sessuale di Luce Irigaray è affermativa: i sessi sono per natura diversi, e lo sono ontologicamente. Secondo la Irigaray nella filosofia occidentale il pensiero maschile si è imposto come soggetto universale e neutro, che costruisce il mondo a partire da sé e ha sottratto all’essere sessuato femminile l’accesso al simbolico, la capacità di autosignificarsi. È necessario per le donne colmare la mancanza di un pensiero proprio su sé stesse e sul mondo, dotandosi di uno strumento conoscitivo che riconsegni loro questa capacità fondativa. Il punto di partenza, questo strumento conoscitivo, non può che essere il corpo, sede di origine fisica e simbolica: “per le donne -scrive la Irigaray- l’essere sessuate nella differenza è qualche cosa di imprescindibile, è, per ciascuna donna che si trova a nascere donna, un dato inalterabile che si radica nel suo essere non come un che di superfluo o un di più ma come ciò che essa necessariamente è: appunto donna”.

    Sessi e genealogie
    La Tartaruga, Milano 1987
    Luce Irigaray analizza due concetti che non possono essere omessi nel concepire un nuovo modo di pensare: la differenza sessuale e la genealogia. Questi concetti sono correlati tra loro. Il primo è la base della società, delle relazione e di ogni rapporto sociale. Il secondo è il punto di riferimento di ogni persona che deriva da due famiglie e da due storie, una è quella dei propri genitori e progenitori, l’altra è quella del proprio sesso.

    Il tempo della differenza. Diritti e doveri civili per i due sessi. Per una rivoluzione pacifica
    Editori Riuniti, Roma 1989
    È un testo politico. In cui per la prima volta affronta l’argomento della differenza sessuale, e dell’importanza del suo riconoscimento a livello europeo. Infatti proprio in questo testo vi è l’abbozzo del tentativo di una costituzione europea fatta dalla filosofa a quattro mani con il deputato europeo Renzo Imbeni. In essa viene trattata la necessità e l’urgenza di riconoscere attraverso leggi le caratteristiche proprie di ogni sesso, e di identificare il prima possibile un concetto di cittadinanza adottabile in Europa.

    Parlare non è mai neutro
    Editori Riuniti, Roma 1991
    È uno studio che Luce Irigaray ha fatto nel linguaggio. La diversità linguistica, sia nella costruzione delle frasi e nella scelta delle parole, che nei contenuti, secondo due punti di vista: maschile e femminile e psicoanalitico. Sostiene che, se il dialogo è alla base del confronto, è allora importante cambiare il nostro modo di parlare: la parola è necessaria per arrivare all’altro, ed entrare in dialogo. La differenza sessuale ha bisogno di un linguaggio che la determini, attraverso il quale se ne possa parlare, discutere e anche distruggere se è il caso. Le donne hanno bisogno di parole, di un simbolico conforme all’esperienza femminile. Una donna deve poter parlare di sé senza passare necessariamente attraverso l’immaginario maschile.

    Io tu noi. Per una cultura della differenza
    Bollati Boringhieri, Torino1992
    È una raccolta di saggi e articoli che aiutano a comprendere meglio il significato e il ruolo della differenza sessuale.

    Amo a te. Verso una felicità nella storia
    Bollati Boringhieri, Torino, 1993
    Amo a te è un libro incentrato su questo “a”. Esso è un luogo di pensiero, di pensare a te, a me, a noi a ciò che ci unisce e a ciò che ci allontana, alla distanza che allo stesso tempo ci permette di essere singoli e uniti. Rappresenta un tempo e un luogo nuovi, da scoprire. Questo “a te” si deve scoprire attraverso una pratica nuova del respiro che cerca di tradursi in parole.

    Essere due
    Bollati Boringhieri, Torino 1994
    In questo testo si analizza l’”altro”. L’altro è l’altro della differenza sessuale. La nostra cultura ha nascosto e sottratto questo altro, diverso, ma esso è fatto di linguaggio e carne. Pensare questo altro, pensare cioè la differenza e l’alterità sono le possibilità per il pensare stesso, per il vivere e l’amare. Luce Irigaray dialoga in questo testo con Sartre, Merleau-Ponty, Lévinas, Hegel e Heidegger, con l’obiettivo di far emergere nella storia della filosofia occidentale una dialettica dell’intersoggettività fondata sulla differenza sessuale. Da alcuni studi che la Irigaray compie sul linguaggio di ragazzi e ragazze emerge che la nostra società parla sempre di un soggetto unico (che di fatto è maschile) che costruisce una filosofia verticale e supera la natura; se si entra invece nell’ottica dei due soggetti (differenti ma in continua relazione fra loro) questo rapporto cambia e ciascun soggetto è in relazione con la natura, con tutti gli individui e con la cultura. “L’umanità è a due e bisogna divinizzare questa condizione, coltivare il nostro essere in relazione con il prossimo”.

    La democrazia comincia a due
    Bollati Boringhieri, Torino 1994
    È una raccolta di saggi e articoli dal tema decisamente più politico e in particolare sulla democrazia intesa come espressione della cittadinanza, che è a due voci: maschile e femminile.

    Tra Oriente e Occidente. Dalla singolarità alla comunità
    Manifestolibri, Roma1997
    Per costruire una comunità che sia però basata su principi diversi, occorre prendere ispirazione al mondo e al pensiero orientale. È proprio dall’Estremo Oriente che possono giungere a noi insegnamenti per ripensare un’identità singolare più in armonia con il cosmo, meno scissa fra corpo e spirito. In questo testo Luce Irigaray mette in evidenza l’importanza che hanno avuto per lei l’esperienza dello yoga e una pratica conscia del respiro, che possono portarci a ripensare in modo diverso la sessualità e la relazione amorosa, ma anche la relazione con se stessi e con gli altri.

    Il respiro delle donne. Credo al femminile
    Il Saggiatore, Milano 1997
    È un tentativo di formulare un nuovo modo di pensare delle donne, e un nuovo modo di vivere. Esso deve partire dal respiro che non è altro che l’essenza della vita. Questo testo affronta la tematica delicata del simbolico femminile, la sua carenza e la sua dimenticanza e insieme la necessità di fondare un pensiero a partire dalle figure mitologiche e dalle caratteristiche femminili in cui ogni donna può riconoscersi.

    La via dell’amore
    Bollati Boringhieri, Torino 2002
    È l’opera forse più concreta di Luce Irigaray, in cui l’autrice si incammina su una “via dell’amore”, un modo nuovo cioè di pensare e di vivere, che coinvolge il rapporto tra arte, religione e filosofia. Alla base di questo nuovo modo di pensare stanno uomini e donne considerati nella loro globalità e nelle loro differenze. L’attenzione è concentrata sull’intersoggettività e sull’elaborazione di un discorso volto al saper vivere e al condividere la vita, sul dialogo.

    Preghiere quotidiane
    Heimat edizioni, Salerno 2006
    È una raccolta di poesie. Esse dimostrano il differente linguaggio tra la poesia maschile e la poesia femminile. Se la prima tende a  esaltare un sentimento di morte e di staticità, la seconda è un elogio alla vita e alla natura. Il linguaggio poetico è di fondamentale importanza per poter riscoprire un rapporto con la natura e con se stessi che oltrepassi le convenzioni sociali e culturali.

    In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale
    Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006
    La questione dell’essere in due si pone in tutte le culture: corrisponde alla struttura del dialogo. Come rendere possibile relazioni tra un io e un tu rispettati in modo equivalente nella loro dignità e diritto alla parola? Questo, più che una semplice uguaglianza economica, aprirebbe la via per tessere una comunità democratica a livello mondiale. La differenza sessuale qui ha un’importanza decisiva perché è il paradigma universale e basilare della relazione nella differenza. Deve dunque diventare il modello mondiale di dialogo democratico. In tutto il mondo, ci sono soltanto uomini e donne di diverse età, razze, culture, appartenenze socio-economiche ecc. Riuscire a trasformare la relazione uomo-donna in un dialogo fra soggetti che rispettano le mutue differenze conduce alla convivenza con altre differenze che, invece, ostacolano la costituzione di una comunità universale se la relazione uomo-donna non è vissuta in modo colto e democratico. La differenza fra culture comincia con la differenza di identità fra uomo e donna.

    Oltre i propri confini
    Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007
    È un libro sul dialogo. Dialogare in ogni momento e in ogni luogo con ogni persona che incontriamo. Così impariamo a uscire dal nostro proprio orizzonte per costruire, a poco a poco, un mondo nuovo che tenga conto delle differenze fra tutte e tutti. La nostra appartenenza sessuata delinea i primi confini che dobbiamo allo stesso tempo rispettare e aprire per incontrare l’altro. Essa corrisponde al più basilare passaporto per andare oltre tutti gli altri confini. Luce Irigaray ha incontrato sia donne sia uomini la cui formazione e il cui impegno erano diversi  e si è confrontata con loro.

    Condividere il mondo
    Bollati Boringhieri, Torino 2008
    Lo sforzo di affrontare le sfide emergenti con il linguaggio del logos, ci chiama a un impegno sempre più operoso sia sul versante della mediazione culturale, sia sul versante della partecipazione pubblica alla vita del territorio e del mondo. Abitare da cristiani questo nostro mondo, infatti, significa impegnarsi per una realtà in cui si inverano i diritti inalienabili della persona e in cui il Bene di tutti è la buona vita dei popoli.

    Il mistero di Maria
    Paoline editoriale, Milano 2010
    È un testo che analizza la figura di Maria, madre di Gesù. Non è un opera rivolta esclusivamente ai credenti, anzi, è un’opera che serve a credenti e non credenti a riscoprire la figura madre di tutte le figure femminili. A essa derivano le concezioni delle donne date nella cultura occidentale. Ma non è solo un insieme di analisi, ma è anche un insieme di riflessioni e di interrogazioni sulla donna, su Maria, e sul simbolico femminile.

    Scheda curata da Anna Munaretto

  • Nicole Loraux. Il femminile e il politico greco

    Nicole Loraux. Il femminile e il politico greco

    Qui di seguito segnaliamo alcune delle opere più interessanti di Nicole Loraux, una delle menti più feconde e vivaci del panorama francese contemporaneo. Da poco scomparsa, Loraux ha saputo coniugare in ottica di genere la sua particolare indagine sull’antichità classica, in una ricerca che fa saltare tutte le barriere disciplinari e concettuali ed in cui la storia incontra l’antropologia, la filologia e la psicanalisi. Tra le opere fondamentali dell’autrice ricordiamo, oltre a quelle segnalate, il testo “L’invèntion d’Athenes” e “La voce addolorata”, del 1981 e 1999, così come “La Città Divisa” del 1997 e il postumo“La Tragédie d’Athènes”, opere fondamentali per comprendere il discorso di Loraux sul politico ateniese e la sua ideologia dell’Uno – ed in cui si affrontano i temi della negazione del due e il rifiuto della stasis e del conflitto che divide il corpo civico – ma non strettamente connesse ai temi di genere.

    Les enfants d’Athena
    (testo non disponibile in lingua italiana)
    Editions La Découverte, Parigi, 1984
    Indagando il tema dell’autoctonia e del mito della nascita di Erittonio e della stirpe ateniese dal suolo della città, Loraux illustra il lavoro sull’immaginario che il mito porta avanti nei confronti della tassonomia sociale, fornendo precise narrazioni in cui inquadrare la donna e il ruolo che questa acquisisce nello spazio civico. Delineando la città come interamente presa all’interno dell’opposizione maschile/femminile, Nicole Loraux ricostruisce le trame di un ordine sociale che sembra essere interamente scandito dal ritmo delle figure del mito: da Gaia a Pandora, fino ad Atena, la dea vergine devota alla legge del Padre.

    Come uccidere tragicamente una donna
    Hachette, 1985 (Laterza 1988)
    Indagando la messa in scena della morte della donna nella tragedia del V secolo ateniese, Loraux rintraccia le trame segrete del discorso civico sul femminile. Attraverso la rappresentazione scenica della morte della donna, precisamente caratterizzata rispetto alla morte cruenta dell’eroe virile, la tragedia mette in atto le categorie dell’immaginario ufficiale, riproponendo così, in altre vesti, le suddivisioni e le opposizioni su cui viene a costruirsi il politico greco.

    Il femminile e l’uomo greco
    Gallimard (Laterza 1991)
    Testo fondamentale per comprendere il discorso dell’autrice sul rapporto di inclusione del femminile nel politico e nel maschile greco. Il testo mostra infatti chiaramente come, aldilà delle rigide opposizioni tra identità maschile e femminile, tra polis e oikos, dichiarate dal discorso civico della  città, vi sia, tra epopea, mito, discorso ufficiale e filosofia, un movimento di inclusione e assimilazione che porta il femminile ad arricchire e ad informare l’esperienza del maschile e del politico greco.

    Le madri in lutto
    Editions de Seuil, 1990 (Laterza 1991)
    Attraverso l’analisi delle misure civiche atte a codificare e a controllare il lutto e l’espressione di dolore all’interno della città classica, Loraux pone in analisi il politico greco e la pericolosa eccedenza che rispetto ai propri spazi questo rintraccia nel femminile. Controllare il lutto e la memoria diviene così, per l’ideologia civica, momento fondamentale di asservimento dell’eccesso femminile rispetto al politico.

    Nati dalla Terra
    Editions de Seuil, 1996 (Meltemi 1998)
    Partendo dal mito fondante dell’identità ateniese, quello che radica la cittadinanza nell’autoctonia degli abitanti del suolo civico, Loraux indaga le opposizioni dicotomiche su cui si costruisce il politico greco, prima tra tutte l’opposizione tra maschile e femminile; a partire dal racconto della nascita dal suolo civico dei primi cittadini, Loraux illustra come si inneschino meccanismi di de-reazzazione del femminile che ratificano nell’immaginario l’ordine e la tassonomia sociale imposta dall’ideologia democratica.