• Julia Kristeva

    Julia Kristeva

    Introduzione all’opera di Julia Kristeva 

    Il pensiero 

    Gli interessi scientifici di Julia Kristeva, saggista poliedrica di origine bulgara, vanno dalla linguistica alla semiologia, alla psicoanalisi, alla letteratura del XIX secolo. Esponente di spicco della corrente strutturalista francese e in particolare del gruppo di Tel Quel, Julia Kristeva ritiene che la semiotica sia la scienza pilota nel campo delle cosiddette “scienze umane”. Il suo pensiero si determina come una delle riflessioni più ricche di questo secolo a livello interdisciplinare.

    Sono qui proposte alcune delle opere più significative in cui possiamo rintracciare le linee fondamentali del suo pensiero.

    Le opere 

     

    La rivoluzione del linguaggio poetico (1974), Venezia: Marsilio, 1979.

    Kristeva ci parla della letteratura come di una pratica del linguaggio che si costituisce come il campo in cui il soggetto non cessa di essere messo in processo. E non è quel che risulta dal lavoro di un autore, ma il lavoro in cui il soggetto si produce come effetto di una pratica significante. Kristeva parte dall’analisi della svolta verificatasi nella letteratura alla fine del XIX secolo, e in particolare dall’esperienza di Mallarmé e Lautréamont che sconvolge la fonetica, il lessico, la sintassi, le relazioni logiche, l’ego trascendentale. Attraverso questa analisi Kristeva giunge a mettere in relazione il campo marxiano (in cui è in questione la produzione) e il campo freudiano ( in cui è in questione il soggetto) in modo per niente complementare: le esperienze di Marx e di Freud non sono convergenti ma costituiscono articolazioni diverse di quanto la letteratura pratica come linguaggio poetico. La linguistica  cessa di essere una scienza costitutiva, universitaria, mentre in essa si profilano due tendenze inseparabili ma distinte: il simbolico, ordine dell’individuazione, dell’enunciazione, della significazione, e il semiotico, momento d’irruzione della pulsione del linguaggio, ritmo, senso. E nella dialettica di questi due momenti il linguaggio poetico compie la sua rivoluzione. Una rivoluzione non teologica, non risolutiva, in cui le grandi istituzioni occidentali, lo stato, il diritto, la religione, vengono erose da questo lavoro nella lingua.

     

    Materia e senso. Pratiche significanti e teoria del linguaggio (traduzione parziale di Polylogue, 1980), Torino: Einaudi, 1980.

    Kristeva definisce la “semanalisi” quella semiologia che stringe alleanze con la psicanalisi freudiana e con la sociologia. La semiotica si deve rivolgere alla psicoanalisi per rimettere in questione il soggetto senza di cui la lingua come sistema formale non si realizza nell’atto di parola. Essa deve inoltre indagare la diversità dei modi della significazione e le loro trasformazioni storiche per costituirsi infine come teoria generale della significazione, intesa non come semplice estensione del modello linguistico allo studio di ogni oggetto fornito di senso, ma come una critica del concetto stesso di semiosi.

     

    Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione (1980), Milano: Spirali, 1981.

    Questo libro, al di là dell’esperienza psicanalitica che comporta, costituisce una riflessione sul nichilismo moderno e sul suo superamento effettuato dalla scrittura. Kristeva riformula in questo testo la tanto discussa questione della “crisi dei valori” a partire dal  microuniverso della soggettività da cui scaturisce la potenza che sfida il diritto e la ragione. Il recinto al di là della religione e della morale è rappresentato dagli artisti e in particolare dalla scrittura alle prese con l’inoggettivabile e con la pulsione: in altri termini, chi potrebbe parlare dell’abietto meglio di colui che strappa i segni al loro valore denotativo perché dicano l’intermedio, l’incerto, l’in- nominabile? Kristeva individua l’ origine di tali dinamiche attorno al luogo materno. Lo si costituisce separandoci da esso come un oggetto di desiderio e di rigetto: come un abietto. “Il disagio della civiltà non proverrebbe anche e soprattutto dal fatto che nessun codice solido (religioso o etico) ci separa ormai dall’abiezione?”

     

    In principio era l’amore. Psicoanalisi e fede (1985), Bologna: Il mulino, 1987, n.ed. Milano: SE, 2001.

     

    Analizzando le coincidenze cruciali tra psicoanalisi e fede da un punto di vista laico, Kristeva auspica una condizione esistenziale rinnovata dall’ interesse per l’altro motivato dall’amore e dal dialogo libero da pregiudizi.  Attraverso le possibilità aperte dal lavoro analitico – sperimentando l’insensatezza di tutte le divisioni, di tutte le false fedi che ci allontanano da quell’apertura originaria che noi siamo – possiamo conquistare una natura finalmente sottratta alla chiusura che è tipica di ogni forma di psicosi, di idealizzazione dell’esistente sottratta per quanto è possibile alle inevitabili ferite narcisistiche. Non bisogna dimenticare, infatti, che nella “forma mentis” che appartiene all’uomo arcaico è ancora presente quel “sentimento oceanico” dell’esistenza, quel bisogno insopprimibile di fusionalità che non ha ancora saputo elaborare ma che, secondo Kristeva, è rintracciabile tanto nell’ universo religioso quanto nella pratica analitica.

     

    Stranieri a sé stessi (1988), Milano: Feltrinelli, 1990.

    Il volume costituisce un classico della letteratura sull’interculturalità. Kristeva, analizza la figura dello straniero nella storia passando in rassegna le principali posizioni assunte dall’uomo occidentale nei confronti dello straniero. Il saggio si conclude con l’analisi dedicata da Sigmund Freud al perturbante (unheimlich). Discutendo di Freud la Kristeva sottolinea come ognuno di noi sia, in fin dei conti, “straniero a se stesso” e che da ciò derivi la necessità di assumere come propria l’etica dell’improprio e la leggerezza costituzionalmente cosmopolita che essa suggerisce, così da facilitare una maggiore permeabilità delle istituzioni allo straniero.

     

    La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente (1989), Roma: Donzelli, 2009.

    Con una prosa a metà tra il letterario e il filosofico, e un ricchissimo apparato iconografico, il libro ripercorre una storia per immagini del visibile in Occidente, e diventa l’occasione per un ripensamento di alcune sue specificità, come l’importanza delle icone, che per i bizantini equivalevano non solo a una forma d’arte visuale ma anche a una forma di scrittura. Quel che infatti vediamo in un’icona è l’economia di ciò che non vediamo; essa è uno stimolo tanto a vedere quanto a pensare ciò che non è visibile. L’icona possiede dunque in sé una dimensione realmente minimalista: la sua essenza è assente da ciò che mostra. Da qui il rimando alla crisi dell’arte contemporanea che, dice Julia Kristeva, «è visivamente povera». Ecco perché stabilire una correlazione tra la testa narrata e il corpo assente, tra il visibile e l’invisibile, apre un nuovo spazio per la teoria, a sua volta rimasta celata dietro il visibile. La grande intellettuale francese sostiene con forza «la necessità dello sguardo, la necessità di guardare alla raffigurazione in sé, ma anche la necessità di vedere ciò che non viene raffigurato, per esempio la violenza della morte, la depressione, la castrazione e i tanti altri aspetti correlati alla mutilazione».

     

    Le nuove malattie dell’anima (1993), Roma: Borla, 1998.

    La pratica psicoanalitica recente scopre dei “nuovi pazienti”. Al di là delle apparenze classiche, isteria o nevrosi ossessive, le ferite narcisistiche, i rischi di psicosi, i sintomi psicosomatici mostrano tutti una particolare difficoltà a rappresentare. Lo spazio psichico, questa camera oscura della nostra identità dove si riflettono nello stesso tempo il male di vivere, la gioia e la libertà dell’uomo occidentale, sta sul punto di scomparire? L’insieme di questi studi pone una domanda allarmante che rivela non soltanto un’urgenza terapeutica, ma anche un problema di civilizzazione.

     

    Il rischio del pensare (intervista a Marie-Christine Navarro, 1998), Genova: Il melangolo, 2006.

    Kristeva ritorna con insistenza sul tema della rivolta nelle due interviste concesse a Marie-Christine Navarro, che compongono Au risque de la pensée. “La rivolta costituisce la nostra intimità psichica, la vita psichica, lo psichismo come vita”: si tratta di una ribellione in nome della libertà che non vuole ridurre l’individuo a un dis-adattato della produzione, quando il consumo spacciato per vita non è altro che il pallido simulacro di un’ingannevole sublimazione. Di fronte al rischio di non saper pensare la propria condizione disadattata di individuo omologato dal mercato, Julia Kristeva denuncia l’automatizzazione delle menti: “Nessuno sa più cosa siano il bene e il male, non ‘ci’ si interroga più, ‘ci’ si adatta semplicemente alla logica di causa ed effetto”. Ed è appunto la povertà di pensiero a spingere il soggetto verso le derive (pericolose e pretenziose) del nichilismo, oppure a rinchiuderlo nelle gabbie dei dogmi dove fondamentalismi religiosi, ideologie politiche, mentalità individualiste, culture narcisiste convivono nella grande krasis del moderno. Al pensiero, allora, il più grande rischio: quello di pensare! E con ciò di ri-darsi forma, di formarsi, di trasformarsi di porsi in discussione affrontando la “notte del senso” ora con l’analisi, ora con la scrittura, ora con le complessità simboliche delle culture che sanno spezzare il cerchio autoriflessivo di una comoda e insincera identità. Kristeva si pone nel solco della tradizione umanistica e antinichilista con la convinzione che soltanto il pensiero liberatosi dalle cecità del mondo possa scoprire nell’invisibile quello che è pensabile, radicando l’essere umano nell’unica possibilità per essere o diventare davvero se stesso.

     

    Trilogia – Il genio femminile

    1-Hannah Arendt. La vita le parole (1999), Roma: Donzelli, 2005.

    2-Melanie Klein. La madre la follia (2000), Roma: Donzelli, 2006.

    3-Colette. Vita d’una donna (2002), Roma: Donzelli, 2004.

     

    L’ iperbole provocatoria di “genio” è stata il filo conduttore che ha aiutato Julia Kristeva a riconoscere il contributo di alcune donne straordinarie che hanno segnato la storia dell’ultimo secolo. È per affinità personale che Kristeva ha letto, amato e scelto Hannah Arendt (1906-1975), Melanie Klein (1882-1960) e Colette (1873-1954) valorizzando il superamento operato nei rispettivi campi di riferimento: la politica, la psicoanalisi e la letteratura. Chiedendosi se questi geni atipici sono dovuti alla femminilità, del resto assai diversa di queste tre persone, Kristeva sviluppa l’ idea che il loro genio affondi le radici in un vissuto psicoanalitico ben preciso che le differenzia dall’ uomo.  La difesa del legame, della vita del pensiero e di una temporalità che sempre ritorna, si fanno tratti indelebili dell’ opera del femminile che ha saputo rimettersi in contatto con l’ ordine arcaico – materno o meglio definito da Kristeva “semeiotico”.

     

    Teresa, mon amour. Santa Teresa d’Ávila: l’estasi come un romanzo (2008), Roma: Donzelli, 2009.

    Il romanzo costituisce una dettagliata ricostruzione dell’universo mentale e del malessere psicofisico della santa che diviene lo spunto per una profonda riflessione sul nostro attuale bisogno di credere. Teresa aveva riversato nella scrittura la propria esperienza per sublimare il possesso dell’Altro, dell’Amato, incorporandolo dentro di sé, fino a goderne in ogni parte del corpo. In altre parole, Teresa vive una fede soprannaturale che, secondo Kristeva, esalta il legame amoroso nascosto nella fede.

     

    Il bisogno di credere. Un punto di vista laico, Roma: Donzelli, 2006.

    In questo libro, che raccoglie assieme al testo della Conferenza di Notre-Dame un ampio saggio inedito scritto appositamente, Kristeva anticipa i termini delle sue nuove sfide intellettuali. Parlarne da laica non le preclude un’attenzione particolarmente sensibile a quel «bisogno di credere» e a quell’elaborazione del dolore che rappresentano uno degli apporti più originali del cristianesimo alla nostra civiltà. La disamina di Kristeva fa perno sulla convinzione che esista un bisogno pre-religioso di credere che nell’esperienza psicanalitica può essere ricercato attorno alla cosiddetta identificazione primaria del figlio col padre. Non si tratta del padre edipico, quello dei divieti. Ma del padre dell’amore, dato che l’autorità paterna è un connubio fra il padre della legge e questo padre che ama. L’acquisizione del linguaggio richiede già questa fiducia di sé che ci viene data dal padre che ama.

     Scheda a cura di Chiara Giacani 

  • Fatema Mernissi. L’orientalismo rispedito al mittente

    Fatema Mernissi. L’orientalismo rispedito al mittente

    Fatema Mernissi è un’autrice araba d’origine marocchina nata a Fez nel 1940.
    Considerata in tutto il mondo una fra le più autorevoli e originali intellettuali dei paesi arabi grazie al suo innovativo lavoro di sociologa e studiosa dell’Islam e del Corano, è riuscita ad imporsi sulla scena internazionale grazie alla sua attività di scrittrice, sia in qualità di saggista che di romanziera.
    Il forte attaccamento al suo paese d’origine, il Marocco, punta estrema del Nord Africa, e la sua formazione accademica in parte occidentale, le hanno permesso di coltivare un pensiero proteso all’incontro con la differenza.
    Il titolo originale del suo testo più famoso, La terrazza proibita, recita Dreams of trespass, sogni di evasioni, di oltrepassamento.
    Il superamento degli hudùd, i confini, diverrà un tema ricorrente nelle sue opere e insieme uno scopo verso il quale orientare la sua stessa esistenza: nata e cresciuta in un harem, dove i limiti definiscono lo spazio di una reclusione femminile forzata, l’autrice svilupperà un approccio nomadico, teso a varcare le barriere di carattere politico e geografico che separano Oriente e Occidente, quelle di tipo sociale e umano che marcano le differenze fra i sessi e infine quelle temporali che si ergono tra passato, presente e futuro, in una continua ricerca di dialogo tra le epoche e le culture.

     

    L’harem e l’Occidente. (2000)
    Giunti, Firenze, 2000

     

    Che cos’è un harem per l’osservatore occidentale? E che cos’è, invece, per chi vi ha realmente vissuto?
    I nudi femminili passivi e silenziosi dei dipinti di Ingres e le odalische danzanti di Flaubert non potrebbero essere più lontani dalle donne orientali volitive e battagliere ritratte nelle antiche miniature persiane.
    E’ a partire da questa distanza che prende le mosse l’indagine di Fatema Mernissi.
    Le effimere creature che per secoli hanno popolato le fantasie del maschio occidentale prendono finalmente la parola e raccontano l’harem come l’istituzionalizzazione stessa di una reclusione forzata.
    Con intelligenza e ironia l’autrice decostruisce immaginari e stereotipi, regala al lettore figure indimenticabili ma soprattutto scioglie quei nodi complessi che legano il piacere e il sesso alla paura che gli uomini, in Oriente come in Occidente, nutrono nei confronti dell’alterità femminile.

     

    La terrazza proibita. Vita nell’harem. (1994)
    Giunti, Firenze, 1996

     

    Il pubblico e il privato si intrecciano in una appassionata memoria d’infanzia che ci conduce nella vita di un harem di Fez negli anni ’40 attraverso gli occhi di una Mernissi narratrice-bambina: sogni, desideri, speranze di libertà ma anche limiti, regole e confini per le donne costrette a vivere entro uno spazio che delimita la loro impotenza.
    Modernità e tradizione viaggiano parallele sullo sfondo di un Marocco in trasformazione, agitato da fermenti nazionalistici e dalle rivendicazioni delle femministe arabe: un paese controverso in cui suoni, colori e profumi si mescolano alle aspirazioni mai sopite che le madri, fedeli alla propria cultura d’origine eppure ribelli, riversano sulle loro giovani figlie.
    Ne emerge il ritratto di un Oriente diverso, speciale.
    La narrazione di una storia che inizia con un segreto: le donne hanno le ali.

     

    Islam e democrazia. La paura della modernità. (1992)
    Giunti, Firenze, 2002

     

    Occuparsi di Oriente nel mondo contemporaneo vuol dire necessariamente fare i conti con la differenza: e quando il terreno della differenza è quello politico, vuol dire chiedersi se l’Islam sia compatibile o meno con la democrazia.
    Dall’Oriente fondamentalista e violento che vediamo riflesso sui media occidentali la sociologa marocchina ci conduce nell’ignoto islam cibernetico, alla ricerca di una strada verso la libertà di espressione che passi necessariamente attraverso la riscoperta di un passato irrisolto, l’epoca preislamica della jahiliyya.
    La perenne contrapposizione Est-Ovest viene scalfita da una tesi originale e provocatoria: quando l’Oriente incontra l’Occidente è come guardarsi allo specchio, e scoprire quella parte di sé che nel corso dei secoli, seppure esistita, è stata orribilmente soppressa, la responsabilità individuale, seme della democrazia.
    Il mondo arabo ne serba il ricordo come un’ossessione dalla quale non riesce a liberarsi.
    Il fantasma della democrazia genera paura.

     

    Chahrazad non è marocchina. (1991)
    Sonda, Torino, 1993

     

    La femminilità orientale viene portata alla luce attraverso la potente figura letteraria di Shahrazad: capace di salvare se stessa ed il suo popolo dalla violenza omicida del re Shahryar attraverso l’intelligenza e l’uso strategico della parola, diviene in Islam eroina politica ed emblema di libertà.
    Per lei il diritto alla parola è diritto alla vita, il racconto uno strumento di sopravvivenza.
    Ma non è l’unica.
    L’accesso delle donne al sapere è per l’autrice il primo passo da compiersi in vista di un loro ingresso nello spazio pubblico, finora negato attraverso una condanna all’invisibilità che ieri avveniva con l’istituzione dell’harem, oggi si perpetra con l’imposizione dell’hijab (il velo).
    La battaglia si combatte sul terreno della scrittura: nonostante la censura, la produzione letteraria del mondo arabo femminile è variegata e diviene strumento di lotta politica.
    Il grido delle donne giunge da ogni parte, i loro corpi svelati si fanno accecanti come una luce nell’oscurità.
    E’ l’esercito delle nuove Shahrazad.

     

    Karawan. Dal deserto al web. (2004)
    Giunti, Firenze, 2004

     

    Sulle orme del misticismo Sufi, che suggeriva di superare la paura della differenza attraverso il contatto con lo straniero, Fatema Mernissi decide di partire.
    In valigia un imperativo: liberarsi di (almeno) sette stereotipi.
    La accompagnano personaggi reali e immaginari, figure del passato e personaggi mitici, professori, artisti, ecologisti, Penelope e il suo Ulisse, Sindbad il marinaio e i venditori di sardine, ex detenuti politici e poeti. Il viaggio diventa un evento itinerante, la Carovana Civica, per promuovere l’incontro tra persone (i cosiddetti “cosmocivici”) che condividono interessi civili, sociali, ambientali e culturali e si uniscono al fine di creare una rete di comunicazione libera, convinti che la democratizzazione dei paesi arabo-islamici passi attraverso la rivoluzione digitale per un accesso facilitato al sapere e una più equa distribuzione delle risorse materiali e intellettuali.
    La comunicazione è il filo conduttore della ricerca di Fatema Mernissi, lo snodo cruciale tra passato e futuro, tradizione e modernità; ma è anche trasversale, nel tempo e nello spazio: in Karawan si viaggia tra arcaismo e virtualità.

     

    Le 51 parole dell’amore. L’amore nell’Islam dal Medioevo al digitale. (2007)
    Giunti, Firenze, 2008

     

    In un’epoca di paure e contrapposizioni l’Islam sempre più di frequente evoca nella mente degli occidentali immagini crude di violenza e distruzione.
    Fatema Mernissi sceglie di andare, ancora una volta, controcorrente, raccontando un mondo arabo che parla d’amore. E lo fa usando decine di parole.
    La lingua araba sembra infatti possedere numerosi termini per declinare uno stesso sentimento: dal basilare hubb  “amore”, al prolungato mahabba “affetto costante”, e ancora ‘alàqa  “relazione“ se vi interessa la stabilità; sabàba “amore delicato e ardente” se non sapete scegliere, tatayyum “estasi che rende schiavi” e là‘ij  “amore straziante” se siete un po’ masochisti. E altri ancora.
    Per districarsi in questo complesso universo di significati l’autrice si affida ad un guru d’eccezione: Ibn Hazm, poeta e teologo dell’XI secolo riscoperto in tempi recenti grazie ad internet, e presentato, insieme ad altri poeti dell’Andalusia araba, come il vero fondatore del movimento che in Europa diede avvio alla tradizione dell’amor cortese.
    Oriente e Occidente, accomunati dal culto della donna sublime e inarrivabile, dalla tensione erotica che non si risolve mai nella felicità ma è motivo di angoscia e sofferenza, si riavvicinano nell’unico linguaggio veramente universale, quello del cuore.

     

    Donne del profeta. La condizione femminile nell’Islam. (1987)
    Ecig, Genova, 1992

     

    Le sultane dimenticate. Donne capi di stato nell’Islam. (1990)
    Marietti, Genova, 1992

     

    L’insediamento di Benazir Bhutto alla guida del Pakistan nel 1988 provocò una frattura irreversibile nella storia politica dell’Islam: il femminile, per secoli condannato all’oblìo, aveva finalmente fatto il suo ingresso nel “pubblico”.
    Ma era davvero la prima volta?
    La Mernissi ripercorre quindici secoli di storia musulmana scoprendo il ruolo nascosto delle sultane e ricercando le ragioni che hanno portato alla cancellazione delle tracce di una presenza femminile profondamente incisiva nelle sfere del potere.
    Contro i pregiudizi occidentali e i luoghi comuni di molta propaganda islamica integralista l’autrice tesse una narrazione dell’Islam che, se per certi versi si incrocia con quella dominante, per altri risulterà esserle alternativa.

     

    Scheda curata da
    Giulia Pileggi

  • Islam e libertà femminile

    Islam e libertà femminile

    Vedi anche questa bibliografia

     

    E’ il 1899 quando l’egiziano Qasim Amin pubblica “La liberazione della donna”, destinato a diventare un testo di riferimento per le studiose e le attiviste che negli anni della Nahdah, la rinascita culturale e sociale del Medio Oriente , davano inizio ad un cammino verso la libertà.

    Il discorso sull’emancipazione femminile si inserisce in quel periodo in una più generale ondata di rivendicazioni universaliste di diritti civili, politici, economici e sociali, in molti casi legate alle lotte per l’indipendenza contro il colonialismo.
    Sin dall’inizio del Novecento donne come Hoda Shaarawi, Dorya Shafiq e più tardi Latifa al Zayyat e Nawal al Saadawi hanno scritto  la storia del femminismo arabo contribuendo alla nascita di movimenti che se da una parte si inscrivevano nella grande tradizione del femminismo secolare, dall’altra avviavano battaglie autonome rispetto al femminismo occidentale, dal quale erano tuttavia influenzate.
    Negli ultimi venti anni il discorso femminista sull’islam ha assunto un nuovo slancio: la lotta contro ogni forma di discriminazione all’interno della società civile si è intrecciata con una rinnovata esigenza di agire la soggettività femminile all’interno della cornice religiosa.
    Assistiamo alla nascita di un fenomeno che trascende le categorie di Oriente e Occidente per collocarsi nell’ambito del glocale: è il femminismo islamico.
    Circola nel cyberspazio, parla inglese, oltre a numerose lingue locali, promuove una visione egualitaria dei generi e professa una fiducia assoluta nella compatibilità tra islam e pensiero critico femminile.
    E alla domanda che anima il dibattito contemporaneo, “Si può essere musulmane e femministe?” risponde, con profonda convinzione, affermativamente.

    Ruba Salih
    Musulmane rivelate. Donne, islam, modernità
    Carocci, 2008

     

    In Musulmane rivelate la ricerca storica, dal periodo preislamico al confinamento delle donne sotto la dinastia Abbaside passando per la “Golden Age”, ovvero l’epoca d’oro del profeta Maometto, introduce il dibattito moderno sulla condizione femminile in Medio Oriente incentrato in larga parte sulla reinterpretazione dei testi sacri, il Corano e gli Hadith, ad opera di numerose studiose musulmane.
    I movimenti delle donne nel mondo arabo, profondamente eterogenei nelle pratiche e nei discorsi, operando una rilettura dell’Islam che affermi la compatibilità tra fede religiosa e uguaglianza tra i generi come presupposto alla realizzazione di uno stato moderno, contemporaneamente prendono le distanze dal femminismo laico e occidentale, storicamente inserito all’interno dell’approccio etnocentrico con il quale alcune correnti del pensiero europeo hanno per lungo tempo guardato ad altre esperienze di emancipazione e libertà.
    Lo sguardo universalista che si è posato ad Est è stato quello di un soggetto occidentale ma anche di un soggetto maschile, che ha fatto dell’Oriente una costruzione antitetica sul piano sessuale oltre che culturale.
    La questione femminile è per questa ragione divenuta il fulcro dell’incontro-scontro tra due mondi.
    Le donne e la famiglia, unità-base nelle società mediorientali, hanno incarnato, in modo molto problematico, un’area di resistenza culturale e insieme l’ultimo inviolabile simbolo depositario dell’identità musulmana.
    Le politiche istituite in paesi quali Iran, Turchia, Marocco e Palestina dimostrano come è sul corpo femminile che si è cercato di inscrivere progetti di contromodernità o modernità alternative: le donne musulmane tuttavia, nel proprio paese così come in diaspora, non hanno subito passivamente i ruoli imposti loro ma hanno costantemente rinegoziato la loro posizione nel tentativo di mettere in discussione l’universalità delle categorie emancipazione/oppressione, visibilità/invisibilità, laicità/religiosità, pubblico/privato.

     

    Renata Pepicelli
    Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme
    Carocci, 2010

     

    In contrapposizione alla narrazione occidentale di un Oriente monolitico Renata Pepicelli racconta il femminismo islamico, la cui storia è pressoché sconosciuta in Occidente, come un movimento eterogeneo e plurale, che mira alla liberazione delle donne non dalla ma nella religione islamica, ricusando gli stereotipi che vedono nell’Islam la principale causa della subordinazione femminile.
    E’ il rifiuto di un’interpretazione misogina della shari’a e la convinzione che il messaggio di giustizia di genere sia alla base del pensiero islamico fin dalle sue origini a muovere i lavori di studiose come Riffat HassanAmina WadudLaleh BakhtiarAsma BarlasFatema Mernissi e Asma Lamrabet, le quali, servendosi dell’ ijtihad, la ricerca indipendente sulle fonti religiose e del tafsir, l’esegesi del Corano, condannano l’occultamento del ruolo svolto dalle donne nella storia e mirano ad una ridefinizione del soggetto femminile all’interno della cornice islamica.
    L’attenzione dell’autrice si rivolge infine al crescente attivismo femminile all’interno dei movimenti di militanza islamica, forze che si oppongono ai regimi autoritari attraverso la lotta armata o al contrario dichiarandosi non violenti.
    Le islamiste, prendendo le distanze dalle femministe islamiche, delle quali criticano la rilettura progressista del Corano, pur restando fedeli ad una interpretazione tradizionale dell’Islam innescano una dinamica di cambiamento sociale promuovendo l’ingresso delle donne nello spazio pubblico e la crescita della presenza femminile in posizioni di leadership, presupposti all’edificazione di una società giusta.

    Jolanda GuardiRenata Bedendo

    Teologhe, musulmane, femministe

    Effata’ Editrice, 2009

     

    Jolanda Guardi e Renata Bedendo nell’intento di creare uno spazio di visibilità alla teologia femminista musulmana, ci mostrano come allontanarsi da un’interpretazione rigidamente univoca e cristallizzata del Corano per considerare l’lslam da un’altra prospettiva è possibile.
    Per farlo bisogna guardare l’Oriente con occhi di donna.
    La persistenza di una interpretazione dell’Islam androcentrica ha messo a tacere per secoli le voci di quante rivendicavano una giustizia di genere senza necessariamente dover prendere le distanze dai precetti della religione islamica.
    Tra i conservatori che appoggiano una lettura di tipo patriarcale e i progressisti che ritengono ci si debba allontanare dai testi sacri per avviare una riforma della società in senso laico, si situano oggi le teologhe del titolo, donne credenti che hanno “riaperto la porta al ragionamento indipendente” e attraverso l’analisi testuale e lo studio filologico delle fonti rompono il monopolio maschile in ambito teologico.
    La loro opera mira alla realizzazione di un sistema di genere più equo dal quale possano scaturire nuove proposte giuridiche legate all’applicazione della shari’a, in particolare per quanto concerne il diritto di famiglia.
    Una puntuale rilettura di alcune figure femminili del Corano operata in senso comparativo e un’appendice con le interviste alle più autorevoli teologhe musulmane completano il volume e danno conto del work in progress sull’argomento.

    Anna Vanzan
    Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici
    Bruno Mondadori, 2010

      A cura di Giulia Pileggi
  • Femminismo Postcoloniale

    Femminismo Postcoloniale

    I testi qui segnalati rappresentano dei momenti cardine nello sviluppo del cosiddetto post colonial feminism. Tale declinazione del pensiero femminile sorge tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta “ai margini” delle teorizzazioni dei cosiddetti femminismi mainstreaming statunitense ed europeo, ad opera di pensatrici provenienti da paesi altri. La critica di fondo è che le femministe “occidentali” pretendano di dar voce alle istanze delle diverse realtà femminili mondiali, contribuendo, invece, ad una reificazione e stereotipizzazione della “donna del terzomondo” che rafforza dinamiche neocoloniali. Le prime autrici ad affrontare tale questione lo fanno nelle lingue dell’accademia e dell’impero, in primis in inglese. Tuttavia, le più recenti e interessanti trattazioni andrebbero ritrovate nelle diverse lingue del mondo, recedendo da un atteggiamento di etnocentrismo linguistico che purtroppo ancora caratterizza la maggior parte dei dibattiti contemporanei.

     

    Gayatri Spivak (1988), “Can the Subaltern Speak?” in C.Nelson, L. Grossberg (eds.), Marxism and the Interpretation of Culture, Basingstoke, MacMillan, pp. 271-313

    Il saggio rappresenta una pietra miliare nella questione post coloniale negli studi di genere. Basandosi sulle critiche mosse al femminismo statunitense ed europeo dalle women of color, ribadisce l’etnocentrismo degli women studies nelle accademie e nei dibattiti, evidenziando il ruolo attivo che anche queste teorie rivestono nel mantenimento di prospettive neocoloniali riguardo alle donne nei paesi cosiddetti “altri”.

    Trinh Thi Minh Ha (1989), Woman, Native, Other: Writing on Postcoloniality and Feminism Bloomington, Indiana University Press

    E’ un testo che si situa al confine tra diverse discipline ed ambiti, come i women’s studies, l’antropologia, gli studi di cultura critica, la filosofia e le teorie sul femminismo. Analizza il processo del displacement, come ibridazione culturale, manifestazione della pluralità delle identità, voci marginali e linguaggi di rottura. La questione del linguaggio e della scrittura è letta in realzione alle nozioni di etnicità e femmininità.

    Chandra Talpade Mohanty (2003), Feminism Without Borders. Decolonizing Theory, Practicing Solidarity. Durham-London, Duke University Press

    Il testo si apre con una delle più forti critiche al femminismo mainstreaming – (1984), Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses – e si chiude con una rivisitazione del medesimo testo alla luce delle sue ultime riflessioni su come il gender influenzi le questioni di etnicità, di classe e degli sviluppi nazionali della globalizzazione. Affronta in maniera critica alcune delle questioni più complesse e pressanti del femminismo contemporaneo: le politiche della differenza e della solidarietà, la questione della decolonizzazione e della democratizzazione delle pratiche femministe, troppo spesso dettate dall’occidente e comprese solo negli schemi concettuali da esso creati, lo sconfinamento e la relazione del sapere femminista con l’organizzazione di movimenti sociali. La critica della globalizzazione contemporanea procede di pari passo con la necessità di riorientare le pratiche di femminismo transnazionale come lotta anticapitalista.

    R. Lewis, S. Mills (eds.) (2003), Feminist Postcolonial Theory: a Reader, Edinburgh, Edinburgh University Press

    Un’ottima antologia sugli aspetti storici, metodologici e filosofici delle teorie postcoloniali sul femminismo.

    Uma Narayan, (1997) Dislocating Cultures: Identities, Traditions and Third World Feminism. New York – London, Routledge

    In quest’opera Narayan contesta la nozione secondo la quale il femminismo sia esclusivamente un prodotto della cultura occidentale. Nel suo saggio analizza le peculiarità dell’essere femminista nel suo paese di origine, l’India Inoltre, Narayan sostiene che la nozione stessa di “occidentalizzazione” ha bisogno di essere riesaminata.

    Kwok Pui-lan (eds) (2001), Postcolonialism, Feminism and Religious Discourse , London- New York, Routledge

    In questo testo viene difesa la teoria in base alla quale genere, religione e conquista coloniale costituiscono tre aspetti inseparabili nell’analisi della situazione femminile. L’appropriazione indebita da parte della teologia bianca femminista delle donne Native nord americane viene severamente criticata, così come la fasciatura dei piedi cinese e il velo islamico. Viene ribadita l’importanza della riscrittura della “storia canonica” da parte delle voci delle donne protagoniste di tali dinamiche.

    Ann Laura Stoler (2002), Carnal Knowledge and Imperial Power. Race and the Intimate in Colonial Rule, University of California Press, Berkeley

    La classificazione sociale non è un atto culturale neutrale, bensì, secondo una prospettiva foucaultiana, politico. In questo testo Stoler mostra come il controllo della sfera intima è stato assolutamente centrale per la politica imperiale e coloniale. La supremazia europea è stata stabilita e descritta in termini di virilità razziale e nazionalistica. Attraverso un’acuta analisi della società coloniale Indonesiana nel XIX e XX secolo, Stoler evidenzia il ruolo del “razzismo culturale” e il suo effetto in particolare sulle donne in una prospettiva comparativa.

    Anzaldua, Gloria E. e Moraga, Cherrie (eds) (2008) This Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, Third Woman Press

    Antologia tra le più citate nelle teorizzazioni dei women studies, getta le basi per la cosiddetta Terza Ondata Femminista. Incentrato sulle esperienze delle donne di colore, offre una serie di sfide alle femministe bianche che invocano una solidarietà basata sulla sorellanza. Le autrici invocano una maggiore preminenza all’interno del femminismo, per l’espressione di soggettività connesse alle diverse etnicità e contestualizzazioni storico-culturali.

    Anzaldua, Gloria E. (eds) (1990) Making Face, Making Soul. Haciendo Caras, San Francisco, Aunt Lute Books

    Un’antologia di brani creativi e scritti teorici ad opera di donne di colore. Le autrici esplorano un ampio ed esaustivo spettro di questioni e preoccupazioni da parte delle donne “marginali”, presentando posizioni di autrici affermate – quali Audre Lorde, Joy Harjo, Norma Alarcón and Trinh Thi Minh-ha – e nuovi talenti.

    Kumari Jayaardena (1986). Feminism and Nationalism in the Third World. Zed Books, London and New Jersey

    Attraverso la ricostruzione delle a noi quasi sconosciute lotte politiche stimolate dalle donne in Asia dalla fine del XIX secolo alla contemporaneità, l’autrice sfida la visione del femminismo come ideologia importata dal cosiddetto occidente. La partecipazione femminile ai movimenti di liberazione coloniale e rivoluzionari in Egitto, Turchia, Iran e poi India, Sri Lanka, Cina, Indonesia, Vietnam, Giappone, Corea e Filippine è vista come prova della non riducibilità delle donne di questi paesi allo stereotipo di passività a cui il mondo occidentale spesso le associa.

  • Donne e lavoro

    Donne e lavoro

    I testi di seguito segnalati sono classici, studi, saggi, articoli e riviste che affrontano il rapporto tra donne e lavoro, in particolare a seguito di ciò che negli anni Novanta è stata definita “femminilizzazione del lavoro”. Alla luce dei cambiamenti che negli ultimi trenta anni hanno segnato il rapporto tra donne e lavoro, i testi selezionati sono quelli che più danno il senso degli studi e delle esperienze del lavoro per parte di donne, con un taglio, non casuale, di vicinanza cronologica al presente.

    Arendt, Hannah (1958) Vita activa (The human condition), U.S.A.: The University of Chicago

    Un classico della filosofia del pensiero politico, in cui la Arendt, più di cinquant’anni fa, attua una spregiudicata analisi della società di massa denunciando la condizione dell’uomo contemporaneo condannato alla solitudine. Il pericolo è l “espropriazione del mondo” da parte dell’uomo moderno, che prima corrode lo spazio politico e poi minaccia il cosmo naturale.

    Pateman, Carole (1989) “The Patriarchal Welfare State”, in Carol Pateman, The Disorder of Women, Cambridge: Polity Press, pp. 179-209

    Un classico della lettura per parte di donna dello stato sociale patriarcale, che teoricamente e storicamente ha individuato il criterio della cittadinanza nell’indipendenza, i cui elementi sono basati su qualità e abilità maschili. Infatti gli uomini sono stati visti come possessori delle capacità richieste di “individui”, “lavoratori” e “cittadini”, mentre alle donne, al femminile, è stato associato il significato di “dipendenza”. Da qui i paradossi e le contraddizioni della cittadinanza delle donne.

    Vantaggiato, Iaia (1996) “La femminilizzazione del lavoro”, in AA.VV., Stato e diritti del postfordismo, Roma: Manifestolibri

    Vantaggiato traccia il quadro della femminilizzazione del lavoro all’interno del più grande quadro del postfordismo. Le coordinate del testo sono due: la “crisi della società fordista” con cui entra in crisi anche “il soggetto maschile che di quella società era il principale referente empirico”, e la rottura del patto sociale che affidava alle donne gran parte del lavoro di riproduzione.

    AA.VV. (1997) La rivoluzione inattesa, Milano: Pratiche

    In questa raccolta di saggi le autrici – G. Longobardi, I. Vantaggiato, L. Muraro, A. Buttarelli e W. Tommasi – affrontano il rapporto tra donne e lavoro alla luce di ciò che in quegli anni è stata definita “femminilizzazione del lavoro”, ognuna mettendo a tema un elemento specifico, dal denaro al tempo, dalla dicotomia necessità/libertà al “simbolico vivo”.

    Borderías Cristina (2000) Strategie della libertà. Storie e teorie del lavoro femminile, Roma: Manifestolibri

    Testo pioniere di lettura per parte di donna di ciò che negli anni Novanta è stata definita la femminilizzazione del lavoro. Una raccolta di articoli pubblicati in Spagna, frutto di interviste a donne operaie e di classi popolari, che raccontano delle strategie delle donne per guadagnare spazi di autonomia all’interno di situazioni di costrizione sociale.

    Nannicini, Adriana (a cura di) (2002) Le parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordismo, Roma: DeriveApprodi

    Il testo presenta un laboratorio, il Laboratorio Donnelavorincorso di Milano, che è un esempio, uno dei diversi, che negli ultimi anni hanno messo a tema la questione del lavoro attraverso la narrazione, il racconto e il confronto; ma fa anche il punto sulla questione lessicale del lavoro al femminile con l’affermazione del bisogno di inventare un lessico.

    Ehrenreich, Barbara e Russell Hochschild, Arlie (a cura di) (2002) Donne globali. Tate, colf, badanti, Milano: Feltrinelli

    Una raccolta di quattordici studi condotti da studiose di diversa provenienza geografica, che affronta il rapporto tra il lavoro e le donne che da diverse parti del pianeta arrivano nei paesi del “primo mondo” per lavorare, nell’ottica di ciò che è stata definita “esternalizzazione del lavoro di cura”. Queste donne vanno a colmare il “deficit di cura” che l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro occidentale ha creato, con un passaggio di consegne del lavoro di cura da donna (occidentale) a donna (del terzo mondo), che esclude ancora una volta gli uomini.

    Libreria delle donne di Milano (marzo 2006) Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia, Quaderni di Via Dogana

    Pubblicazione di alcune relazioni presentate alla tavola rotonda “Femminilizzazione del lavoro e postfordismo” nella giornata di dibattito “la f@brica i la societat” al Museo di Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) il 29 aprile 2005. Interventi di Cristina Borderias, Christian Marazzi, Sergio Bologna, Lia Cigarini e Adriana Nannicini.

    Libreria delle donne di Milano (giugno 2008) Il doppio sì. Esperienze e innovazioni, Quaderni di Via Dogana

    Il Quaderno, a cura del Gruppo lavoro della Libreria, nasce dall’ascolto delle esperienze di donne che lavorano part-time, mettendo quindi in pratica il doppio sì – sì al lavoro, sì alla maternità. Ne viene fuori innanzitutto un protagonismo delle donne nel lavoro, sia di produzione che di riproduzione, in secondo luogo la necessità di portare la maternità sulla scena pubblica, riappropriandosene come senso e espressione di libertà femminile, infine uno spostamento del conflitto sulla divisione del lavoro produttivo e riproduttivo dal terreno familiare a quello dell’organizzazione complessiva del lavoro (con il coinvolgimento di molti uomini).

    AA.VV. (2008) “La differenza al lavoro”, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano: Baldini Castoldi Dalai, pp. 165-206

    “La differenza al lavoro” è la sezione che riporta gli interventi del XII Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe (Roma, 2006) sulla questione donne-lavoro. Lia Cigarini Un’altra narrazione, Tiziana Vettor Lavoratrici dadaiste, Luigina Mortari L’esperienza della cura e Birge Krondorfer Un’arringa a favore del volontariato.

    Libreria delle donne di Milano (ottobre 2009) Immagina che il lavoro, Sottosopra

    “Un manifesto del lavoro delle donne e degli uomini scritto da donne e rivolto a tutte e tutti perché il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più”. Un manifesto in 10 punti: 1. Primum vivere. Anche in tempo di crisi 2. Adesso che il lavoro l’abbiamo conosciuto 3. Il lavoro è molto di più 4. L’arte della “manutenzione” dell’esistenza: matrix del futuro, non archeologia domestica 5. Il doppio sì 6. Il lavoro visto da dentro: un’altra organizzazione è possibile 7. Stanche di parità 8. Dire ascoltare contrattare 9. Immaginare il futuro 10. Guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà.

  • Natura e politica

    Natura e politica

    Il pensiero delle donne sulla natura è un pensiero recente che parte da una prospettiva dichiaratamente incarnata nei corpi e per questo parziale. Proprio intorno al concetto di parzialità ruota il contributo di tutte le scienziate, filosofe e attiviste che a partire dalla prima metà degli anni ’70 hanno messo in pratica una rilettura “situata” della storia della scienza e quindi della cultura della natura. A queste donne va riconosciuto il merito di aver trattato la natura e la scienza come fatti sociali, quindi come costrutti particolarmente vulnerabili all’influenza di ideologie e stereotipi. In questo sovvertimento, in questa rottura dell’ordine precostituito, sta la valenza politica del pensiero femminista sulla natura, un pensiero che, pur nelle sue molteplici istanze, ha posto al centro la critica di quella “neutralità” per secoli chiamata in causa a legittimare strategie di dominio sul “naturale”. Il lavoro delle pensatrici della natura è coinciso quindi, da una parte, con un lungo processo di ricerca sul simbolico che ha smantellato le metafore sessuali e sessiste di cui il paradigma scientifico dominante faceva ampio uso, e ha esplorato nuovi concetti di alterità muovendosi oltre il dualismo maschile-femminile; dall’altra, con l’elaborazione di pratiche e strategie politiche. Si tratta di un processo ancora in corso, che negli ultimi anni ha manifestato soprattutto l’esigenza di dare spazio a nuove figurazioni per rappresentare la natura e il rapporto tra corpi, ambienti e tecnologie. Purtroppo, il pensiero politico delle donne sulla natura non ha ancora trovato il giusto spazio in Italia, e più in generale nel vecchio continente. Possiamo dire invece che il dibattito è fervido in America, Asia e Australia, terre di conquista nelle stagioni del colonialismo, ma anche paesi che in modi differenti hanno ancora esperienza diretta della natura intesa come wildness. In questo senso, la testimonianza delle pensatrici asiatiche, americane, australiane, incarna sicuramente un pensiero radicato nell’esperienza. Qui di seguito proponiamo alcune letture scelte per un’introduzione all’argomento.

    D’Eaubonne Francois (1974), Le feminisme ou la mort, Pierre Horay, Paris

    In questo testo compare per la prima volta il termine ecofemminismo, spiegato come l’incontro tra pensiero femminista ed ecologia. Si tratta di un pensiero “nuovo” che stabilisce una relazione politica tra la figura femminile e la Terra: le donne e l’ambiente si trovano ad essere categorie oppresse e destinate allo sfruttamento, all’interno del medesimo paradigma patriarcale dominante. Si tratta di una versione ingenua di ecofemminismo che tende soprattutto a sottolineare il nesso tra la violenza maschile esercitata sull’ambiente, e quella esercitata sui corpi delle donne.

    Merchant Carolyn, (1980) The death of nature: women, ecology and the scientific revolution, ed.it. La morte della natura, Milano, Garzanti, 1988

    E’ considerato uno dei testi chiave dell’ecofemminismo. Qui l’autrice teorizza la transizione dalle società pre-moderne a quelle moderne come il passaggio da una concezione del mondo come organismo vivo a una concezione del mondo come macchina inerte. Un passaggio avvenuto in corrispondenza della Rivoluzione scientifica, e segnato dal graduale abbandono dell’ordine simbolico del materno, largamente diffuso nelle società arcaiche per rappresentare la natura e, più in generale, la Terra. La natura come nutrice, la terra come madre, il mondo come organismo di parti tra loro interconnesse e cooperanti, sono tutti tasselli appartenenti a quell’immaginario olistico che precede le società basate sullo Stato nazione, l’illuminismo scientifico, il capitalismo economico. L’edizione italiana contiene anche una presentazione di Elisabetta Donini, docente universitaria in Fisica fino al 2004, da anni attiva all’interno del dibattito su donne e scienza.

    Fox Keller Evelyn, (1985) Reflections on gender and science, ed.it Sul genere e la scienza, Milano, Garzanti, 1987

    In questo volume la fisica e femminista statunitense pone apertamente la questione del genere all’interno del discorso scientifico, partendo dalla individuazione degli stereotipi sessisti presenti nella cultura della scienza patriarcale. Una voce interna al contesto scientifico dichiara esplicitamente che teorie, modelli e descrizioni della natura non sono qualcosa di universale e imparziale, bensì costrutti socioculturali altamente influenzati dal modo di pensare di una determinata comunità storica, quella dei maschi, bianchi, occidentali. Nonostante il lavoro di Keller abbia fatto discutere le femministe – soprattutto per la sua reticenza nel riconoscere l’esistenza di uno specifico punto di vista femminile sulla natura – il contributo principale del testo è stato proprio quello di riportare la testimonianza di un’addetta ai lavori. L’edizione italiana include una presentazione di Paola Manacorda, matematica ed esperta di grandi sistemi informatici.

    Harding Sandra, (1986) The Science Question in Feminism, Cornell University Press

    Testo cardine per il dibattito femminista sulla scienza, pone al centro la questione dell’obiettività. L’autrice, filosofa della scienza americana, mette a confronto le diverse critiche che l’epistemologia femminista ha fatto all’obiettività così come intesa dalla scienza moderna patriarcale, ponendo in relazione empiricismo femminista e teoria del punto di vista femmnista (standpoint theory). Una riflessione che la porterà più tardi ad elaborare la sua nozione di “obiettività forte”.

    Irigaray Luce, (1986) Sessi e Genealogie, Milano, Baldini Castoldi Dalai, in particolare i saggi L’universale come mediazione, pp. 145-171, e Una possibilità di vivere. Limiti al concetto di neutro e universale nelle scienze e nei saperi, pp.205-231

    Iin questi interventi tenuti entrambi nel 1986, il primo a Zurigo e il secondo a Tirrenia, Irigaray esplora le connessioni tra matriarcato e natura, e articola una critica al concetto di neutralità scientifica partendo dalla catastrofe di Cernobyl.

    Shiva Vandana, (1988) Staying alive: women, ecology and survival in India, ed.it Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo, Torino, UTET, 2002

    E’ il manifesto politico della fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, famosa per le sue battaglie al fianco delle donne del Sud. Una critica all’Occidente e alla cultura patriarcale che rende visibile il ruolo delle donne del Sud per il pianeta, descrivendo dettagliatamente la rete di saperi femminili elaborata nei millenni all’interno del sistema natura: dalla catena alimentare agli ecosistemi forestali, dalle lotte per i beni comuni alla gestione dell’acqua. Della stessa autrice consigliamo anche Il bene comune della terra, Milano, Feltrinelli, 2006

    Duden Barbara, (1991) Der Frauenleib als öffentlicher Ort, ed.it. Il corpo della donna come luogo pubblico, Torino, Bollati Boringhieri, 1994

    Uno sguardo storico sui corpi, una ricostruzione puntuale del processo di pubblicizzazione/espropriazione del corpo della donna e delle sue funzioni, parallelamente all’avanzare della tecnica e della medicalizzazione maschili. Della stessa autrice segnaliamo anche Il gene in testa e il feto nel grembo, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

    Haraway Donna J., (1991) Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, ed.it Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli, 1995

    Il volume include il famoso “Manifesto” di Haraway, che teorizza un nuovo soggetto politico: il cyborg, organismo composto di carne e silicio, natura e tecnologia. Una figurazione material-simbolica del tutto originale che ha ispirato tutta la riflessione cyberfemminista successiva, e da cui prende le mosse il progetto di una tecnoscienza femmnista. L’edizione italiana è curata da Liana Borghi e include un’introduzione di Rosi Braidotti. Della stessa autrice segnaliamo anche Testimone modesta@FemaleMan©_incontra_OncoTopo™, Milano, Feltrinelli, 2000.

    Plumwood Val, (1993) Feminism and the mastery of nature, New York, Routledge

    Una delle maggiori teoriche dell’ecofemminismo spiega la relazione donne-natura come il nesso culturale che ha storicamente legittimato una serie di colonizzazioni a più livelli, quello che Plumwood chiama il “modello dominante”. In questo testo la teorica australiana smaschera i dualismi sottesi alla rete di dominio in cui spesso donne e natura si sono trovate a svolgere lo stesso ruolo, quello di subalterne.

    Braidotti Rosi, (2005) Madri, mostri, macchine, Roma, Manifestolibri

    Un volume che raccoglie tre saggi sulla riflessione post-moderna intorno ai corpi femminili e alle loro connessioni con il mostruoso ed il macchinico. Una voce, quella di Braidotti, attenta a contribuire in modo originale al discorso sulle metamorfosi e sulle ibridazioni in corso nell’era delle nuove tecnologie informatiche e biologiche, dove i confini tra natura e tecnica sono sempre più permeabili. Della stessa autrice segnaliamo anche In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire, Milano, Feltrinelli, 2002, in particolare i capitoli 3, 4 e 5.