In stretta risonanza con la figurazione dei “refugia” (Tsing 2015, 2017, 2020; Haraway 2016), la sezione raccoglie i lavori finali dell* iscritt* alla Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani” del Master in Studi e Politiche di Genere dell’Università degli Studi di Roma Tre, a.a. 2019-2020.
Srotolando i filamenti vischiosi della gestualità processuale e incarnata della scrittura, questi esercizi sono recensioni “affettive” di luoghi naturculturali riscoperti durante il lockdown, con cui le autric* hanno allenato la propria e la collettiva percezione della transindividualità e della trancorporeità.
Decostruendo le dicotomie patriarcali, le narrazioni autobiografiche e soggettive si concatenano alle storie provenienti dalla materia organica e inorganica, umana e animale, culturale e naturale, prefigurando nuove modalità di relazione collettiva.

Lo spazio “Refugia” dell’Atelier Narrazioni è altresì il luogo in cui proseguire l’indagine sulle forme di vita collettive capaci di costruirsi anche per mezzo di relazioni postegemoniche e postidentitarie.

[Le immagini in evidenza sono di Lina Bo Bardi]

Isabella Pinto

  • Album

    Album

    di Rosa M. Arcuri

  • luogo

    luogo

    di Elena Bastogi

    Ci sono due figure nella stanza. Anzi tre, ma la terza non è una persona, è un rettile-dinosauro dagli occhi rosa e le orecchie di lepre. Non è dato conoscere i nomi e le identità dei nostri personaggi a priori perché cambiano a seconda delle necessità narrative, dunque, per una ragione di scorrevolezza, ci riferiremo a loro come F1, F2 e RDOROL ove non sarà possibile o conveniente specificare oltre.


    Per adesso ci basti sapere che la stanza ha una finestra, alla quale è affacciata F1, o io bambina. Fuori sfila instancabile il paesaggio. Una geometria richiama il suo sguardo, forse un ramo secco, un cartello stradale o un’insegna pubblicitaria, una pecora o la silhouette di un palazzo in contrasto col cielo… l’immagine le si imprime negli occhi, non la sceglie, si presenta; è questione di un attimo perché la finestra prosegue la sua corsa. Con gli occhi aperti e lo sguardo rivolto verso l’interno, io prende a disegnare nell’aria il contorno di quella figura con un indice, muovendo solo quello e senza guardarlo. È un gesto piccolo a cui gli altri personaggi non partecipano: F1 dà loro le spalle, il suo corpo copre le sue mani appoggiate al davanzale alla loro vista. La punta del dito è virtualmente collegata al perimetro che va seguendo nella mente, non può mai interrompere la linea che sta creando. Se passa due volte per uno stesso tratto quello s’ingrossa. Il circuito chiuso che ha proiettato dentro gli occhi deve avere lo stesso spessore in ogni suo punto.
    L’immagine individuata all’inizio comincia a sbiadire sempre più, finché sparisce completamente, per lasciare spazio alla sua linea che si inspessisce a ogni passaggio. È di un blu intenso che tende al cangiante sui bordi, come una luce al neon o del metallo liquido. Cerca di domare per un po’ quella linea ingrassata che simultaneamente la affascina come fosse qualcosa di estraneo, invece che una proiezione della sua mente, e la infastidisce perché dilegua l’ordine e l’equilibrio compositivo. Ora un’altra immagine le invade gli occhi e io ricomincia da zero. Ci gioca per un lasso di tempo indefinito – potrebbe essere un minuto come un’ora, F1 non saprebbe dirlo – finché RDOROL, che è alle prese con i fornelli, la interpella esclamando: «Questo scrutare il foglio bianco mi risulta familiare!».
    C’è una pausa, giusto un momento che F1 impiega per dimenticare quello che stava facendo e per girarsi verso il centro della stanza, poi con una voce che sembra arrivare da un paese lontano dice che non riesce a pensare alle cose senza pensare a sé che pensa alle cose.
    F2, seduta pesantemente su una sedia, pare si stia sciogliendo dalla noia diventando un tutt’uno con il tavolo circolare, eppure le fa eco, con leggera variazione e un tono tra il mesto e il romantico: «Non riesco a pensare senza pensare a me che penso».
    Sarà per dare spago al gioco di ripetizioni, sarà per il tentativo di instaurare una conversazione, giacché mentre cucina ha voglia di fare le chiacchiere, RDOROL riafferma, questa volta con un tono ilare: «Questo scrutare il foglio bianco mi risulta familiare».
    Forse F1 non è ancora tornata completamente presente alla sua compagnia, ma la sua voce adesso sembra un po’ più vicina: «Dipingevo mia madre davanti alla finestra ma i colori non si staccavano dal pennello. La tela restava bianca. Provavo a mettere il colore sulla tela ma la tela rimaneva bianca e pulita. La odiavo bianca e pulita. La colpivo con il pennello. Il colore schizzava sulle pareti e sul pavimento. Ma la tela restava bianca e pulita».
    A questo punto F2 si drizza sulla sedia come si fosse svegliata improvvisamente da un sonno profondo cadendo dal letto. Evidentemente l’argomento la interessa molto.
    Enuncia: «Il foglio bianco in attesa dei segni. Non c’è un disegno che si sovrappone alla superficie, ma un bisogno, un impulso a imprimere il segno».
    RDOROL sta mettendo il peperoncino nella padella sfrigolante, forse gliene è andato un po’ negli occhi e questo fastidio lo spinge inevitabilmente a dare una direzione piccante anche alla discussione: «ESPRESSIONE ESPRESSIONE! Maledetta necessità di questa libertà egoica figlia di un consumismo competitivo. Dammi una gomitata che per passare ti tiro un calcio sugli stinchi e tu inciampi sulla tua eiaculazione felice solo per quei pochi secondi prima di prendere d’aceto!». F2 mantiene la calma, sa bene quanto l’animo del rettile-dinosauro sia facilmente suscettibile e quanto spesso i suoi occhi dal rosa lattiginoso che hanno di solito prendano una sfumatura incandescente. Prende carta e due matite, usando entrambe le mani produce linee che rispecchiano le sue parole: «Segni o forme possibili, proiettate fuori sulla carta. Una diagonale che parte da qui e porta al margine laggiù. Una linea qui, oppure che scende fino a questo punto».
    RDOROL con voce nasale come a voler fare il verso a qualcuno borbotta: «Proprio questo. QUESTO punto e non un altro perché l’ho deciso io». Comunque ha già abbassato il fuoco ai suoi bollori, l’argomento lo coinvolge. F2 continua senza curarsi troppo di lui, tutta presa dal filo dei suoi pensieri: «La forma la troveremo solo quando inizieremo a disegnare…». «E a sognare», aggiunge RDOROL, la cui voce adesso porta qualcosa che si avvicina alla tenerezza.
    F2: «Un misto di fare e guardare… e io cercherò di fare in modo che il mio parlare resti aperto quanto un foglio bianco e liscio in attesa di deformarsi. Come se parlare potesse essere come disegnare…».
    RDOROL: «…e come sognare…»
    F2: «sì, e ci traghettasse da ciò che conosciamo verso un’immagine, un luogo, un’idea che non sapevamo di conoscere. Fare spazio all’incertezza. Aprire uno spazio sicuro per l’incertezza».
    F1 è ancora alla finestra, in parte vi si appoggia. Adesso è più adulta.
    «Per inaugurare uno spazio, bisogna inaugurare una cornice».
    Non è una conclusione la sua, ma qui c’è del silenzio. I tre, senza deciderlo, si fermano per pensare, ognuno con la propria solitudine ma insieme, perché adesso stanno entrando in un luogo concettuale condiviso dove potersi incontrare.

    La cena è pronta. RDOROL ha spento i fuochi e messo i coperchi a pentola e padella per poi sedersi al tavolo accanto a F2. F1 si muove verso gli altri, si ferma in piedi al lato della sedia dell’amico. Ora sei occhi puntano il rettangolo bianco abitato dai segni.
    F2 fa scorrere sulla tavola il foglio disegnato poco prima per avvicinarlo alla vista di RDOROL. Gli chiede: «Cosa vedi?».

  • Nel tempo nascosto

    Nel tempo nascosto

    di Rossella Caleca

    Sono tornata nella casa al mare, la casa della mia infanzia. Sola, e non in estate ma quando non è ancora primavera, per fuggire il contagio di un male imprevisto. Per un soggetto a rischio come me venire qui è sembrata la soluzione migliore, qui sarò al sicuro. Avrò molto tempo per leggere, per pensare. Quando invece la mia vita quotidiana solitamente scorre come un film muto dai movimenti accelerati, in giornate debordanti di impegni e contatti. Resisterò al fermo immagine? Eppure non mi dispiace del tutto, stare in un tempo sospeso. E se fosse il tempo il vero rifugio?

    Ho esplorato la casa e il giardino. Fatico a riconoscere gli oggetti legati alle vacanze, recano l’impronta di giorni affollati, sembra che mi tendano agguati. Ci sono tanti vecchi libri che non aprivo da tanto, li sfoglio, in quelli sì, mi riconosco. Il giardino è diventato una selva. Introvabile un giardiniere, ho cominciato a curarlo io, ma non strapperò nulla, guardo il trifoglio invadente tra palme nane e strelitzie e mi piace così; ritrovo l’odore di terra e di foglie, dove è più umido immergo le mani. La sera parlo coi miei via  computer, le relazioni diventano un verbo senza carne; dei corpi si avverte un’acuta necessità, ma sembra che tra i volti disincarnati passi un’essenzialità necessaria, una nuova più autentica comunicazione. E se è divenuta pericolosa la vicinanza di altri corpi umani, la distanza sta cambiando il modo in cui percepisco il mio corpo, lo spazio in cui si muove, i suoi  confini. Come se andasse oltre l’epidermide.

    Il bel tempo mi minaccia: cielo sereno, mare vicino. E’ proibitissimo uscire per ragioni non legate alla sopravvivenza, ma ho deciso di trasgredire; così aspetto l’ora, dopo pranzo, in cui anche i rari passanti scompaiono, per ritrovare la scorciatoia che dalle case vuote porta all’estremità della spiaggia, tagliata dall’ultimo tratto di un fiume smagrito che forma là un piccolo estuario. I miei piedi ritrovano una sabbia soffice, montata in piccole dune ai limiti del canneto che segue le sponde. Mi piaceva questo posto, dove le acque dolci si mischiano con le salate, quando gli scarichi selvaggi non l’avevano ancora inquinato, assieme al passaggio di campeggiatori e vari frequentatori crepuscolari. Ora però l’acqua tra le dune è tornata limpida. Possibile siano bastate poche settimane di assenza umana per cancellare il danno? Adesso sembra un luogo in trasformazione, pronto ad   accogliere un mondo diverso.

    Arriva  aprile, e non voglio perdere questa primavera. Scendo in spiaggia ogni pomeriggio, resto fino a sera, indisturbata. La sabbia pullula di vita vegetale e animale che  sembra volersi riprendere tutto lo spazio negato, intrecciandosi in nuove trame, e di questo tessuto anch’io sono parte. Con le gambe immerse nell’acqua verde pallido, la schiena appoggiata a una duna, sento il calore planare su di me e osservo: una mantide prega sotto un ciuffo d’erba, una gazza si alza in volo dalle canne, coleotteri metallici seguono dritti la loro via. La mantide mi guarda, mi affiora alle labbra il suo nome in dialetto: “signa”; che significa anche scimmia. Perché? L’altro nome della gazza invece ha un’origine chiara: “carcarazza”; basta sentirla ridere. Un esserino lucido metà lucertola e metà serpente mi fa saltare in aria sgusciando tra i sassi per scomparire rapido: un “tiraciatu”! Mi torna alla mente il nome antico del piccolo rettile, temuto dalle madri che credevano si avvicinasse alle culle dei neonati per bere il latte dalle loro labbra. E le “scuzzarìe”, tartarughe d’acqua: viste da ragazzina, poi mai più. Sono tornate, due, orgogliose coi piccoli puntini gialli sul guscio scuro, più vivi sulle zampe. Chissà se hanno deposto le uova. Intorno, spuntano dalla sabbia ciuffi di foglie eleganti con lunghi steli al centro, conclusi in boccioli grandi, quasi baccelli. Ma di questa pianta non ricordo il nome. Perchè ricordo ora questi nomi, queste storie? Una possibile risposta: è come se quest’espansione biologica trascinasse con sé dal fondo del tempo rapporti dimenticati tra le specie, e li rimettesse al mondo, in nuove articolazioni che mi coinvolgono.  

    Oggi una sorpresa: un ramarro si è fermato a guardarmi, a lungo, di tra i cespugli. Ha la gola di uno smagliante azzurro, in contrasto col verde smeraldo del corpo; incarna il suo nome dimenticato: “guardalòmo”. Poi, fulmineo, sguscia via: penso che sia il suo tempo dell’amore. Sono amore i corpi che si trasformano anziché separarsi e dissolversi, che divengono insieme in un farsi comune, in un abbraccio libero, un abbraccio che si sceglie.  E questo luogo di contatto, di nuove connessioni  è un arazzo che anch’io sto tessendo, di tanti colori quante le specie che si annodano.   

    Ho scoperto, cercando al computer e nei vecchi libri in casa, che le piante dai grandi boccioli si chiamano gigli di mare:  ho un ricordo vago delle  fioriture bianche, li credevo anch’essi sterminati. Invece ora sbucano dappertutto con la forza del loro nome antico, “pancrazio”. Un mito greco li vuole nati da alcune gocce del latte della dea  Hera, cadute sulla sabbia;  sembra che siano loro le bibliche rose di Sharon, citate nel  Cantico dei Cantici. Per tutti i popoli del Mediterraneo erano piante magiche, dalle molte proprietà curative; sono capaci di diffondersi affidando i semi alle onde del mare. Chi sa quando sbocceranno.

    Maggio. Dicono che tra poco si tornerà a circolare liberamente. Invece di esserne contenta, ho paura. Il mio mondo-rifugio tra le dune, comparso dal nulla, sarà facilmente distrutto, potrebbe sparire in un giorno. Insetti e  animali saranno messi in fuga o calpestati, i gigli macinati dalla macchina per pulire la spiaggia, nel vuoto di due linee parallele. Proprio ora che, in anticipo, alcuni fiori bianchi e delicati avevano cominciato ad aprirsi, distendendo sei lunghe dita intorno al calice interno. E ho anche scoperto una pianta più folta delle altre, sul margine del fiume, in un punto in cui sembra essersi concentrato il brulichìo animale, con baccelli grandi e traslucidi come uova.  Almeno questa, la vorrei salvare.

    Ho trovato un altro rifugio per il giglio più grande, in fondo al mio giardino-selva, tra un hibiscus in piena esplosione rossa e alti ciuffi di papiri: un angolo umido, nascosto. Lì preparo il terreno mischiandolo con sabbia.  Se potessi ristabilire qui un riparo  per tutto il groviglio di vite cresciute in questo tempo! All’imbrunire, munita di tutto l’occorrente, come una ladra  mi avvio verso le dune. Con grande cautela, scalzo il terreno sabbioso, scopro i bulbi, li sollevo con delicatezza badando a non fargli male. Lo porto via con me.

    Due giorni al “liberi tutti”. Il giglio si è acclimatato. I baccelli traslucidi splendono sotto la luna. Ho preso l’abitudine  di venire qui la sera e restare fino a notte fonda. Mi raggomitolo e immergo le dita nell’humus, ferma a godermi i profumi e cercare di discernere  i suoni che attraversano la terra, gli schiocchi, i fruscii, i passaggi leggeri dei viventi, il richiamo tenue delle lucciole femmine che ho scoperte in attesa. Stanotte anche dal giglio viene, appena percettibile, un ticchiettìo a intervalli.

    I baccelli sembrano pulsare in lievi movimenti regolari. 

    All’alba il primo si schiude: tra le dita bianche compare una membrana mobile, opalina; a poco a poco si apre su una pupilla stretta in un’iride verde.  

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisabetta Codutti

    Era una mattina primaverile. 
    Una di quelle mattine in cui la pelle del tuo corpo è accarezzata da una leggera brezza che ti solletica i capelli, riscaldato dal calore dei primi raggi solari. 
    Intorno a me il silenzio. 
    Un silenzio assordante, incomprensibile ai più abituati al frastuono della frenetica vita metropolitana.  
    Un silenzio pauroso come può esserlo la solitudine involontaria.  
    Un silenzio che era stato sottratto alla specie umana per secoli, da generazione a generazione. 
    L’infinito rumore meccanico dello sfruttamento capitalistico aveva incredibilmente cessato di muoversi. Ogni macchina produttiva e riproduttiva giaceva inerme. 
    E quel silenzio aveva finito per ingoiare perfino il vociferare umano, ora non più percepibile. 
    Così, contro ogni aspettativa, il nostro pianeta era stato immerso da un velo di calma e tranquillità. Quel silenzio era stato preceduto da un urlo. 
    Un urlo straziante e atroce. 
    Un urlo pieno di rabbia e dolore. 
    Un urlo potente. 
    Un urlo di resistenza. 
    All’inizio era stato percepito come un bisbiglio, appena distinguibile oltre il frastuono meccanico dell’attività umana. 
    Ma quel sussurro che sembrava potesse essere sottomesso e controllato dalla ratio dell’uomo finì per predominare. 
    Quell’urlo all’improvviso sopraffece l’artificioso sistema di produzione e di accumulazione. 
    La Terra per troppo tempo aveva sopportato l’incessante sfruttamento dell’essere umano che seguiva ciecamente un profitto che riteneva infinito. 
    Un urlo viscerale di Colei che troppo a lungo era stata sfruttata, usata senza scrupoli, calpestata, bruciata, trivellata, riscaldata, derisa, distrutta, privata delle sue ricchezze organiche e inorganiche, e che ora aveva deciso di opporsi.  
    Ora da quel dolore si sollevava, urlando la sua ribellione. 
    La Terra insieme alle specie vegetali e animali, agli esseri organici e inorganici, alla natura tutta, aveva urlato la sua rivoluzione. 
    La Natura si stava ribellando contro il suo oppressore, il suo sfruttatore, il suo colonizzatore, contro colui che aveva creduto di poterla controllare e dominare. 
    Un urlo espresso attraverso uno degli organismi più piccoli, all’apparenza innocuo, ma che in realtà era risultato mortale. 
    L’essere umano si trovava quindi costretto alla reclusione e all’isolamento per sopravvivere. 
    La natura aveva privato gli uomini occidentali, neoliberisti e colonizzatori del bene che ritenevano più prezioso: la loro libertà. 
    Ora, quella libertà veniva restituita ad altre specie, a specie non umane, che riconquistavano il ‘privilegio’ di essere libere, di muoversi liberamente, senza confini. 
    Il potere del capitale si trovava plasmato dalla potenza organica. 
    Il mio corpo, avvolto dal calore solare, poggiava sul terreno umido, bagnato dalla rugiada, giacendo spoglio e indifeso, abbandonato al suolo terrestre. 
    I nostri corpi non sono stati creati per essere soli. 
    Non so per quanto tempo rimase fermo, immobile, fino a quando percepii qualcosa che cambiava. 
    Il mio corpo iniziò lentamente a mutare, a trasformarsi sotto la spinta di forze a me estranee, che non potevo influenzare poiché sfuggivano al mio controllo. 
    Iniziai a percepire l’eco di quell’urlo che giungeva a me, circondandomi e sopraffacendomi. 
    Un urlo che mi chiedeva di unirmi a quella resistenza. 
    Una resistenza di opposizione per non lasciarmi invadere, occupare, assalire e distruggere da quel sistema. 
    In quell’urlo percepii il bisogno di un corpo diverso, mutante, un corpo che sarebbe stato il mio luogo di resistenza. 
    Un corpo che doveva essere guarito da sé stesso per poter recuperare la sua integrità e poter imparare a vedere con chiarezza altri luoghi di opposizione. 
    Iniziai a sentire i polmoni riempirsi di un’aria nuova, rigenerata, non più tossica e pesante, ma fresca e leggera. 
    Sotto il peso del corpo i miei piedi premevano contro il terreno sottostante. 
    Un dolore appuntito spingeva contro le dita, fino a quando da esse fuoriuscirono radici che iniziarono a intrecciarsi con il suolo, trovando spazio fertile per dare al corpo fondamento e nutrimento. 
    Dalle punte dei piedi il mio corpo cominciò a trasformarsi per tornare humus, rifarsi compost, linfa vitale per esseri vegetali. 
    Il corpo premeva per ricongiungersi alla natura, a quello che doveva essere il suo habitat originario. La pelle delle gambe si tramutò in corteccia da cui sbocciarono Lecanthemum vulgari, Primule, Matricaria chamomilla, Trifolium, Taraxacum, Campanule officinale, Muscari neglectum e ancora altre specie a me sconosciute. 
    Presto si aggiunsero anche specie animali attratte dal loro profumo che si irradiava nell’aria limitrofa, come un’essenza preziosa e stregata. 
    Dalla testa, la quale era ormai abituata a rispecchiarsi solo nello schermo di un computer, imprigionata in un monitor, corpo estraneo al mio, si irradiò un’altra forza, un’energia differente ma con uguale potenza trascinandomi in una trasformazione nella trasformazione
    Iniziai quindi a percepirmi cyborg. 
    Al molle muscolo del cervello si sostituirono complesse ramificazioni di ingranaggi meccanici. 
    Alla cornea e al cristallino si sostituirono lenti artificiali che mi permettevano di vedere ciò che prima mi era oscuro. 
    Le mie mani si stavano trasformando in lunghi artigli perfettamente disposti, capaci di creare coreografie attraverso una successione di movimenti armonici ed eleganti. 
    Incastri e ingranaggi tenevano uniti i miei artigli a braccia robotiche, capaci di coordinare gesta e movimenti per sedurre altre tecnologie per la produzione di resistenza. 
    Ciò che all’inizio percepivo come forze opposte, al loro incontro iniziarono a intrecciarsi fino a fondersi sul mio petto con un moto circolare. 
    Il mio corpo umano di donna veniva lentamente soppiantato da un corpo bio-cyborg (o cyborg-naturale). 
    Il mio corpo si era trasformato nel luogo sicuro che a lungo avevo cercato, il luogo che mi permette di guarire le mie ferite e di recuperare l’integrità, dove i confini dicotomici su cui si è strutturata la cultura dominate Occidentale che a lungo ha strutturato quel corpo di donna scompaiono, dove le sottili linee che reggevano i dualismi si offuscano, permettendo di fondersi creando nuovi spazi e realtà. 
    Il mio refugia è stato quel corpo. 
    Un corpo cyborg, un corpo trans, un corpo mostruoso, un corpo erotico, un corpo naturale, un corpo queer, un corpo fertile, un corpo mortifero, un copro tossico, un corpo vulnerabile, un corpo disomogeneo, un corpo mobile, un corpo freddo, un corpo ferito, un corpo virale, un corpo sieropositivo, un corpo post-umano, un corpo oltre-canone, un corpo poetico, un corpo ribelle, un corpo rivoluzionario. 
    Un corpo imperfetto, in disequilibrio, ma quel corpo era tutto ciò che possedevo e tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. 

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisa Camodeca

    [Ascolta il brano]

    “Questo brano è figlio del periodo paradossale che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ancora oggi.
    Ho scelto di usare la musica in questo progetto a tema Refugia, poiché non rappresenta solo un metodo narrativo, ma è un filo che ci unisce, un collegamento tra tuttu noi, capace di abbattere ogni muro e barriera. Nella composizione ho voluto evidenziare il Tempo, usando la ripetizione di note. Il mio intento era quello di rievocare il suono delle gocce d’acqua che cadono al suolo, in un connubio tra natura e senso di impotenza.”

  • Un refugium fatto di storie

    Un refugium fatto di storie

    di Martina Di Claudio


    *Tutte le citazioni presenti sono tratte dal libro di Donna Haraway, “Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto”, Nero, 2019

    “Anna Tsing suggerisce che il punto di flesso tra l’Olocene e l’Antropocene potrebbe essere la distruzione dei refugia a partire dai quali un giorno potranno riformarsi assemblaggi di specie diverse.” p.144 Qual è stato il mio refugium durante i mesi di lockdown? Verso quale spazio, luogo, dimensione ero tesa a protendere nella fase dell’attesa prima, diventando la frontiera da attraversare poi, quando è diventato sempre più evidente che la pandemia di Covid 19 avrà come improrogabile lascito quello di aver declinato a tutti i livelli la grande urgenza della contemporaneità, ovvero “la distruzione di luoghi e momenti per gli umani e tutte le creature” p.144,“in cui assistiamo non solo alla morte cruenta e superflua dell’esistere e del progredire, ma anche a una necessaria rinascita”. p.13?

    Mi sono interrogata a lungo; ho attraversato immagini, intuizioni, ispirazioni. Il mio refugium altro non può essere che questo master. Questa realtà fatta di soggettività, storie, ricerca, studio, scambio…pensiero. Una ragnatela di alleanze che ha saputo trasformarsi per continuare a trasformare. “Per vivere e morire bene da creature mortali nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature alfine di ricostruire luoghi di rifugio, solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici.” p.146

    Il mio percorso di decostruzione di paradigmi antropocentrici verso pratiche di mondeggiamenti sinctonici e simpoietici non so nemmeno se è cominciato; ma certamente si figura come una possibilità. La possibilità che questa ragnatela di alleanze – che ho scoperto attraverso il master e che è, a tutti gli effetti, la mia primissima esperienza di pratica femminista – costruisce e mi suggerisce. “Le femministe sono state le prime a sciogliere i presunti legami naturali e necessari tra sessualità e genere, razza e sesso, razza e nazione, classe e razza, genere e morfologia, sesso e riproduzione, persone che riproducono e persone che compongono. (…) è tempo che le femministe prendano le redini dell’immaginazione, della teoria e dell’azione per sciogliere ogni vincolo tra genealogia e parentela, e tra parentela e specie. (…) Dobbiamo generare parentele in sinctonia e simpoiesi.” p.147

    “L’obiettivo è generare parentele – fare kin – attraverso delle connessioni inventive (…) e ricostruire luoghi di quiete.” p.13 “(…) generare parentele di natura imprevista. Questo significa aprirsi a collaborazioni inaspettate, essere pronti a far parte di caldi cumuli di compost.” p.17 Come già mi è capitato di esprimere in uno dei nostri incontri a distanza che segnano le tappe di un viaggio fatto comunque insieme, l’orizzonte entro il quale sviluppo le mie riflessioni e connessioni è ancora strettamente legato alla dimensione interumana. Ma se è vero che “(…) è importante capire quali storie raccontiamo per raccontare altre storie; è importante capire quali nodi annodano nodi, quali pensieri pensano pensieri, quali descrizioni descrivono descrizioni, quali legami intrecciano legami. È importante sapere quali storie creano mondi, quali mondi creano storie” p.27, sono pronta a lasciarmi attraversare da tutte le trasformazioni che potrebbero scaturire da questa pratica femminista “di pensiero e di creazione” p.30. che in questo spazio mondeggiante del master si compone anche di narrazioni. 

    “Ci relazioniamo, conosciamo, pensiamo e mondeggiamo, raccontiamo storie attraverso altre storie e insieme ad altre storie, altri mondi, altre conoscenze, altri pensieri, altri desideri.” p.140 Raccontare storie, ricostruire le storie, sperimentare la conoscenza attraverso le storie, esplorare le storie attraverso il racconto sono pratiche che appartengono alla mia storia. La laurea magistrale in Storia, la passione verso la Storia orale scoperta attraverso i corsi universitari della professoressa Maria Rosaria Stabili e gli approfondimenti che ne sono scaturiti, costituiscono il retroterra che mi accompagna fin qui, nonché il nucleo costitutivo della mia personale “sporta del narratore”. 

    “Ben presto i compostisti di New Gauley scoprirono che raccontare storie era la pratica più efficace per confortare, ispirare, incoraggiare la memoria, consigliare, compatire, compiangere e con-divenire insieme all’altro in tutte le sue differenze, speranze e paure. (…) L’arte di raccontare storie era quindi il seme migliore per i compostisti, e Camille 1 fu svezzata con i racconti” p.172

  • La casa di Subiaco [conversazione con le specie che la abitano]

    La casa di Subiaco [conversazione con le specie che la abitano]

    di Francesca Romana di Santo

    [guarda il video]

    Come Jane Austen. Come le scrittrici dell’800 e di prima. Senza una stanza tutta per me.  Dentro una stanza per tutt*. 
    Dal Refugia che ho scelto di raccontare ci sto scrivendo. Dal centro del salone, che fa pure  da cucina, da soggiorno, da ingresso, da ritrovo.  

    La casa di una vita della mia bisnonna Angela e del mio bisnonno Felice e de* loro figli*, la  casa dove è nata nonna Rosina, la casa delle vacanze di molte sorelle zie zii cugine e  cugini. Una continuità di esistenze umane e non. Una ragnatela di affinità, di parentele, di  vita e di morte. Io la conosco dal 1979, la prima volta che ci sono entrata, avevo 8 mesi.

    La casa di Subiaco è costruita ai piedi della Rocca Abbaziale, antica dimora di Lucrezia  Borgia. Spirito potente, ingombrante. Quando ero piccola la consideravo la mia vicina di  casa famosa. 
    Pompusina era il soprannome della madre di mia nonna. La chiamavano così perché era  bellissima e si agghindava sempre per uscire. Era vanitosa. Era nata nel 1900, ha sempre  vissuto qui. E’ morta su una sedia a pochi passi da dove scrivo. Scendeva la scala di  legno affannosamente perché malata di asma. 1967, compie quel gesto teatrale per  l’ultima volta, si siede su quella sedia. Muore.  

    La casa è dei ragni che tessono meraviglie sui lampadari di ferro e metallo costruiti negli  anni ’70 da mio nonno Nazzareno. E’ lui che allestisce la grande tavola blu, con i  paraspigoli di gomma marrone, con la farina e le patate. Costruisce un cappello di carta da  muratore per sé e uno per uno per i/le nipoti. E ci insegna a fare gli gnocchi e gli  strozzapreti. Estate 1993, dorme qui accanto in un mobile letto. La malattia che lo ucciderà  tra qualche mese non gli permette di fare le scale di notte per andare in bagno. Gli scorpioni adulti e cuccioli vivono sulle pareti, tra gli interstizi, spaventano gli umani  nella notte. 

    Per entrare nella casa di Subiaco si deve restare inclinat*, cambiare postura, spostare il  corpo, ci si deve ri-dimensionare. Le porte sono basse, i letti stretti, il bagno piccolo, la  doccia corta. Le sedie poche e i corpi tanti, c’è sempre qualcun* che a tavola rimane su  uno sgabello, all’angolo. 

    Quando giri la chiave nella serratura devi dare una piccola spinta con il corpo alla porta di  legno chiaro per poter entrare. SOSPENSIONE. Buio, freddo, umido. Il vuoto è pieno. Gli  scorpioni agitano le tenaglie e restano appiattiti nei loro pezzetti di muro. I ragni  sospendono per un istante l’eterna tessitura. Le anime sono lì, ci guardano e riprendono  ad animare lo spazio. L’umano non è che un pezzetto, si aggiunge al resto. Di tanto in  tanto, lascia tracce volgari, rumorose, schiaccia la vita elegante delle anime passate, le  ignora, scaccia la bellezza perturbante de* non uman*. 

    Le camere da letto sono al di sopra e al di sotto della cucina. Naturalmente si dorme tutt*  insieme. Le femmine sopra i maschi sotto. Una piccola camera per mia nonna.  La porta è sempre aperta, senza chiavi, senza blindature, senza cancelli, senza lucchetti,  senza paure. Si sta sempre fuori. Qui fuori oggi mia figlia si è sbucciata per la prima volta il  ginocchio. 

    La casa di Subiaco è un corpo. Pulsante, gonfio, temporalmente esploso. Un archivio di  affetti. È una turba. I ricordi si urtano, perdono il margine, la linea che li colloca nel tempo  e li separa gli uni dagli altri. Così mentre la mia memoria si smargina, prendono vita nuovi dettagli, particolari smarriti. Le mie prime mestruazioni una mattina d’agosto del 1991.  Esco dal bagno, fuori almeno dieci persone. Lo dico in un orecchio a mia madre, dopo  cinque minuti mi abbraccia mia nonna e poi mia zia e un’altra zia e ancora una zia. Mi  sento una di loro. Una bambina.  

  • Compagne

    Compagne

    di Valentina Ferritti

    È una stanza lo spazio che mi circonda. 

    La stanza è il salone di un piccolo appartamento bolognese.  

    Una finestra permette al mondo FUORI di entrare. 

    Quel .FUORI – DA – ME. è assemblato nelle fattezze di un albero. E’ l’inizio della storia e ancora quel FUORI si finge fuori – da – me. 

    L’albero è il rifugio di una famiglia (?) di Gazze.  

    Perché scegliere la parola famiglia? Perché trasporre il mio umano su di loro? Perché prestare  loro voce e corpo secondo le mie categorie di pensiero? 

    Me lo sono chiesta più volte durante l’ossessivo esercizio di osservazione spalmato sul tempo  diffratto. Mi sono risposta, solo poi, che famiglia non familistica erano loro per me, scintilla di una  forza generatrice di parentele innovative. 

    Sono loro a confermarmi il perdurare della vita libera in un mondo malato. 

    Sono loro i miei partner non-umani capaci di guarire il luogo di reclusione fisico  e interiore. 

    Sono loro a rendere il mio rifugio, fin troppo umano, abitabile. A loro la mia reclusione è legata con fili collanti. 

    Fili di una parentela innovativa in cui non c’è umano e, in effetti, nemmeno non – umano, non c’è specie, né sangue né riproduzione. 

    «I rapporti di parentela si possono formare in ogni momento della vita, aggiungendo o  inventando genitori e altri tipi di parenti durante i momenti di transizione più significativi.  Queste relazioni creano impegni forti e diversi tipi di doveri che li accompagnano per tutta la vita […] Ma generare parentele e riequilibrare il numero degli esseri umani è un processo che deve  avvenire attraverso connessioni rischiose con luoghi, corridoi ecologici, posizioni storiche e lotte  decoloniali e postcoloniali continue, e non in astratto, né per decreto esterno».  

    Forse, mi chiedo, abito per la prima volta l’humusità,  forse per la prima volta la  sperimento e la esperisco non più come parola lontana, oscura e incomprensibile ma come possibilità concreta e cangiante.  

    FUORI dalla stanza e DENTRO la stanza, FUORI da me e DENTRO di me perdono  di significato. 

    Vivo ed esperisco IN quegli animali non – umani e CON quegli animali non umani. 

    Il principio di auto-sufficienza si scardina.

    Il mio umano sovra natura si decompone, lascia spazio. 

    Nuove forme di con-vivenza e con-divenire placano le mie paure. 

    «Il potere più prezioso riconosciuto alla persona umana di qualunque genere che porta avanti la  gravidanza è il diritto e l’obbligo di scegliere un simbionte animale per il nuovo bambino. Tutti i  nuovi nati all’interno della comunità che decide collettivamente vengono al mondo come  simbionti delle creature di alcune specie a rischio, e quindi entrano in simbiosi con tutto il  tessuto del vivere e del morire di queste creature e dei loro consociati, per i quali la possibilità  stessa di avere un futuro sembra particolarmente a rischio. I bambini umani nati da scelte  riproduttive individuali non diventano simbionti biologici, ma vivono e partecipano ad altre  forme di simpoiesi con le creature umane e non-umane».  

    Non umanizzo il non-umano, non dis-umanizzo me stessa. 

    «I bambini del compost hanno imparato a percepire la loro specie condivisa come humus, più che  come umana o non-umana. […] Nutrire il simbionte animale significa anche essere nutriti a  propria volta, oltre che inventare pratiche di cura per i sé simbiotici che si ramificano. I simbionti  animali e umani fanno sì che la trasmissione della vita mortale vada avanti, ereditando e  inventando pratiche di recupero, sopravvivenza e prosperità».  

  • (per un) paesaggio tiroideo

    (per un) paesaggio tiroideo

    di Giorgia Frisardi

    [guarda il video]

    (per un) paesaggio tiroideo 
    in sickness and study 

    si possono impiegare 
    molti anni terrestri 
    per fare una muta 

    radicare zampe perpetue 
    ventose sensazionali 
    che poggino a bacio su cose storte 
    e camminino solo a forza di leva amorosa.

    Mediando continuo assalto e normata prossemica. 

    in sickness and study 

    Io malata mi adoro e mi aberro. 
    Io mostro incarnato 
    dolente, maculato. 
    Ho teso uno specchio di verdi ferite
    mi riflettono aliena 
    ma a un salto dal mondo 

    in sickness and study 

    Il tempo in cui la catastrofe è già avvenuta in cui ho girato capriola malferma 
    su gambe fragole mature e muffa 

    fine del corpo del ballo 
    fine del corpo del senso 
    fine del corpo che avevo scelto. 

    in sickness and study

    Poi un groviglio, un inciampo a scompiglio di virale ascesa nella città impietrita fine dei corpi possibili 
    fine di respiri accessibili 
    un incanto di Stato 
    ha investito e adornato 
    di carogne deviate 
    l’intero apparato. 

    in sickness and study 

    scrivo vorace, spezzata al torace
    scrivo cagna fremente 
    scavata stracciando magre tane 
    rifugi pneumatici che solo per svista figurano cose 
    Scrivo di netto 
    e chirurga all’abietto 

    tengo un sospiro 
    sulla punta del pube 
    in equilibrio precario 
    divaricato oblivio. 

    È un tormento di specie 
    disorientarsi sempre 
    rimedio donna e pesce
     
    e sangue e plasma 
    e clorofilla e luce 
    e un solo, piccolissimo appiglio in legno, 
    per restare a galla. 
    Ho scovato un rifugio 
    che è fuga, 
    finalmente.

  • L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi

    L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi

    di Maria Lucia Guglielmi

    Situata, tra le mura di una casa che non conosco, in una città grande, lontana dalle vedute degli ultimi anni di folli domande dis-organizzate sul futuro.

    La paura dell’insicurezza, dell’incertezza, della fissità, della noia, della paranoia.

    Mi manca l’aria. 

    Non scrivo da troppo tempo e l’ultima volta che ho scritto ero in una biblioteca incredibilmente luminosa, con i soffitti dipinti nella città dei portici. Oggi sono in questa casa, tra queste mura che ho imparato a conoscere, dove ho appeso i quadri delle illustratrici che preferisco, in una città grande che attraverso da un capo all’altro su mezzi di trasporto con gli ammortizzatori consumati, che sfrecciano su strade sfondate. Sono tra i corpi, con i corpi metallici delle cuffie che porto nelle orecchie e i vagoni dei tram. 

    Mentre attraverso la città dopo mesi di isolamento domestico, sono circondata da alti e robusti alberi, le cui radici fanno breccia tra l’asfalto. Faccio un balzo, scivolo sul sedile, cambio canzone. Gli alberi sono tantissimi, diventano fitti e ci sono strade in cui mi sembra di stare sotto portici verdi, che cantano con il vento, mi fanno da corona. Mi hanno detto a lavoro che questa è la zona dei parchi, ma anche dell’immondizia, infatti mi domando quanto ci sia di vero in quelle colline che osservo dal finestrino. Ogni giorno nell’autobus c’è una vespa che ha perso la sua rotta e si scontra, sempre, ripetutamente, sul vetro. Oggi una signora, con fare lesto, l’ha presa e l’ha scaraventata per terra. La vedo muoversi, forse è morta. La signora sorride, io la guardo e mi chiedo, perché abbiamo paura degli insetti? Quando ero piccola anche io avevo paura, forse anche ora. Poi, una volta, a Diyarbakır un ragno grosso e peloso ha camminato sul mio petto senza che me ne accorgessi, ha anche ascoltato il pessimo inglese che parlavo. È corso via. La paura è arrivata dopo, ma il ragno già non c’era più. Però ho sentito le sue zampe correre sulla pelle.

    Ho cambiato di nuovo canzone. 

    Non so più se c’è il distanziamento sociale, però indosso la mascherina come se fosse facile con il caldo afoso e caotico di Roma. Sono passati mesi, Marzo sembra lontano, ma nella mia mente il trasferimento da Bologna a Roma è vicino.

    A Gennaio ho portato la mia roba in una casa, tra quattro mura, in cui vive mia sorella da anni. A Febbraio ho avuto una violenta febbre, sono stata sola per una settimana, ho pianto, sono dimagrita, ho sentito le ossa sui fianchi farsi spazio. A Marzo mi hanno detto che non potevo più andare a lavoro, “hanno chiuso le scuole, allora anche gli spazi educativi sono chiusi.” Sono rimasta a casa, senza lavoro, senza persone, tra quattro mura che non erano le mie, in un corpo che non sentivo più, che si trasformava e si ammalava seguendo le notizie che andavano veloci al telegiornale. 

    Scollegata, sconnessa, non situata, vagante. Ovunque e in nessun luogo, ma in una casa che è diventato il luogo della riluttanza, in questa casa che mi aveva accolto e che non riconoscevo. 

    Presto, molte voci che arrivavano dall’altra parte dello schermo, hanno cominciato, lentamente e sinuosamente, a farsi spazio in questo non-luogo, che è diventato il luogo di una personale battaglia contro mille mostri che hanno preso la forma di un unico virus chiamato Covid-19. bell hooks, in un’altra storia, lo definirebbe un sito di resistenza. 

    E io r-esisto? 

    R-esisto con il lavoro telematico, con le lezioni online, con la panificazione sfrenata e le serie tv. R-esisto, in un corpo che si fa tecnologico, ma r-esisto nel mondo là fuori? Tutto, fuori da queste quattro mura, è fermo, lento, tace. Le macchine, i treni, gli aerei non riempiono più le strade, i binari, il cielo. C’è silenzio, ed è terribilmente bello.

    Tutto è fermo e la primavera arriva, non aspetta mica la fine del confinamento. Sento il profumo della florescenza che pervade tutto intorno a questo blocco di cemento. Ogni tanto esco, duecento metri non di più, o forse sì. Qualche volta ne ho fatti più di duecento, perché il quartiere che abito è sito di resistenza storica e io voglio scoprirlo. Allora vado alla ricerca di storie passate, che corrono i passi del presente, dove i papaveri crescono forti tra le crepe del muro di casette rovinate e delicate. Tutto intorno pare fatto di cristallo. Scopro le strade del quartiere, belle e mai viste, con graffiti e murales incredibili e pareti di fiori rosa mai visti prima d’ora: sembrano piccole campane, il vento le muove. Sono bellissime, vogliono prendermene cura. Gli alberi stanno ramificando ovunque, si allungano sotto l’asfalto e creano onde sinuose che mi fanno inciampare quando non sono attenta. Il profumo è denso, lo vedo quasi, è fatto di spirali, le stesse che seguono le api: ma quante sono, quest’anno le api sono tantissime. Una ha persino scelto di venire a vivere a casa con me.

    Ci torno spesso, quasi tutti i giorni.

    Anna ed io ci sentiamo bene quando ci andiamo, ci siamo scattate anche delle foto e, come sempre, addosso abbiamo la stessa felpa consumata. Mi sento aggrovigliata: questa sensazione la riconosco, l’ho sempre sentita addosso, cucita con punti fermi sulla pelle. Essa si dipana e si attorciglia. É la stessa che sento appena penso al mare, ai pesci, alle onde e alla schiuma, al movimento vorticoso di un tuffo sott’acqua con la testa che va giù e poi a spirale tutto il corpo segue la cima dei capelli. Sento che l’unica cosa che può salvarmi è il mare o passeggiare tra quei fiori che, in un giorno solo, la pioggia ha fatto cadere e ha colorato l’asfalto grigio topo.

    L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi e il mare negli occhi.

    Sono tra i corpi tutti diversi, figurazioni di linee, contorni, sostanze non-umane che mi accompagnano sempre, anche quando mancano le persone.

    Maldestramente, mi sono lasciata guidare dalle parole di Donna J. Haraway, in un flusso di coscienza di un periodo poco semplice di questa esistenza. La filosofia mi è sempre stata di supporto, la sua sta già lasciando impronte importanti.