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Matriarcato ed economia del dono – Casa internazionale delle donne – Roma, 17 luglio 2010
Alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, sabato 17 luglio, per il Convegno “Matriarcato ed Economia del Dono”, nove studiose e attiviste internazionali hanno condiviso, con le numerose donne presenti, le loro ricerche ed il loro contagioso entusiasmo sui temi del femminismo odierno. E’ stata così messa in luce, da una parte, la difficoltà di riannodare il filo rosso con il passato, ma dall’altra la consapevolezza e la speranza che il lavoro di tutte tenga acceso quel piccolo lume che deve divenire faro di speranza per cambiare il buio profondo del patriarcato.Nonostante il clima torrido, la sala “Simonetta Tosi” era stipata all’inverosimile. Sono arrivate con un dono, naturalmente: un pane dalla forma di Dea-madre, cucinato secondo la antica tradizione del lievito naturale e del forno a legna. Lo avevano usato la mattina per un rituale propiziatorio in onore di Giunone, la dea che, prima della romanizzazione, conservava gli attributi della divinità femminile pagana che il culto assegnava agli avvenimenti della vita delle donne.. E il pane è stato condiviso tra le presenti come un rito di unificazione.L’economia del dono, come ci ha ricordato Genevieve Vaughan, che ha organizzato l’incontro odierno, è sempre esistita in tutte le tappe dell’evoluzione della specie.L’homo donans viene prima e dopo il sapiens-sapiens, perché è la madre che, insieme al linguaggio, trasmette al bambino la logica che sottende il dono, ovvero la soddisfazione dei bisogni come sua intrinseca modalità di relazione. Il dono, che tutti noi impariamo a praticare prima che le leggi del patriarcato lo ricaccino nel silenzio, è tuttavia il nostro imprinting e non riesce ad essere cancellato, ma ricompare spontaneamente nella società sebbene travestito da scambio. E’ il dono che, agito inconsapevolmente, continua ad alimentare e a far vivere la società come il nutrimento materno, per un figlio però mostruoso e divoratore della sua stessa madre, lo scambio contro denaro. La mercificazione di tutti i doni inconsapevoli e di quelli di madre-natura sono abilmente deviati dal potere capitalistico e patriarcale per far crescere a dismisura un sistema autofago. Gettare luce sul fatto che è il dono gratuito, che le donne soprattutto continuano a praticare, che oggi alimenta l’insaziabile bulimia del capitalismo e che, riconosciuto e individuato, potrà invece finalmente essere liberato e rappresentare un autentico paradigma alternativo..E i moderni studi matriarcali. utilizzando metodologie interdisciplinari che vanno dalla storia della cultura e delle religioni, alla antropologia, all’archeologia, al mito si propongono di ricostruire, partendo dagli studi di Bachofen e Morgan, la conoscenza storica sepolta di società che, dal paleolitico e in parte ancor oggi, ci presentano una visione sociale incentrata sull’egemonia culturale del femminile. Civiltà sacrali in cui il divino immanente conduce all’egualitarismo, al pacifismo ed al rispetto ed empatia con la Natura.. Civiltà passate che possono darci spunti però per una trasformazione della società che adotti regole di convivenza umana più accoglienti.Alcune hanno infatti parlato di un presente sconfortante per le donne. Anche la politica neo-liberista della Comunità Europea si è trasformato in una sorta di colonizzazione, dall’apparenza soffice, ma molto aggressiva, da parte del neoliberismo, che sta distruggendo il sistema di welfare che soprattutto le donne avevano costruito e che, seppur in un’ottica capitalistica, permetteva una migliore qualità di vita. E’ allo studio un progetto che, seguendo la logica aberrante di considerare la donna anziana come un peso per il sistema pensionistico pubblico, la vuol costringere a optare per la devoluzione dei suoi beni in favore delle compagnie di assicurazione in cambio dell’assistenza e della pensione privata. Tutto questo ci fa sentire ormai la presenza dei metodi dei totalitarismi di recente memoria, ma anche dei più antichi roghi, appiccati per coprire di un velo ideologico il ben più reale disegno di appropriazione dei beni delle donne.Senza parlare poi della famiglia. Più spesso luogo di sofferenza psicologica e di violenza fisica, viene promossa dalla onnipervasiva propaganda come obiettivo insostituibile nella vita delle giovani. La famiglia nucleare è il luogo dove avviene la separazione tra il privato e il pubblico, tra le cose “secondarie”, sessualità, emozionalità, e quelle “importanti” che riguardano la vita della società e la politica. La storia è piena di eroi, guerre, grandi avvenimenti, ma non parla mai dei luoghi della vita quotidiana, quelli che dovrebbero influenzare la politica. Eletta luogo della procreazione e della mediazione tra il bambino e la società, la famiglia è in crisi e se ne dà colpa alla donna, che ne è il collante. Ma è l’istituzione famiglia che è entrata in crisi, perché sacrifica le donne a non poter vivere liberamente e pienamente l’affettività e la sessualità, disgiuntamente dalla procreazione e dai problemi della sopravvivenza. Cose garantite invece dalla famiglia matrilineare, dove convivono più generazioni di donne, figlie e figli della matriarca, e dove la comunità dei beni assicura un retroterra economico e una protezione affettiva che permette di scegliere liberamente un compagno e potersene liberamente separare senza che i figli ne facciano le spese .Per fortuna la colombiana Angela Dolmetsch ci ha riaperto alla speranza di cambiamento descrivendo, con parole e immagini, di un ecovillaggio, Naschira, in cui 88 famiglie condividono i valori materni e l’ economia del dono. Un luogo in cui donne e uomini impostano la loro convivenza sulla pace, la mancanza di competitività e la condivisione del lavoro sociale. Un esperimento basato sulla coltivazione della terra e la distribuzione dei beni prodotti con forme di baratto e monete alternative. Un esperimento di cui Angela auspica la replica su larga scala, come contributo per un cambiamento globale.E soprattutto il modo di rapportarci agli altri dovremmo cambiare. La sudafricana Bernedette Muthier e la filippina Letecia Layson, ci hanno parlato dei principi su cui si basa la convivenza delle loro comunità, che hanno resistito in parte alla colonizzazione e dove circolano parole come Coesan, Ubuntu, Capua : parole magiche che esprimono l’interdipendenza, interconnessione e dipendenza reciproca e che non esistono nel vocabolario dei popoli occidentali civilizzati e civilizzatori. “L’esistenza di una persona avviene attraverso le altre persone”. “Non c’è diritto senza obbligo”. “Il diritto dell’uno non può voler dire rinuncia dell’altro”. Questi sono i principi che portano a ridere di chi tenta di costruire sé stesso al di fuori del suo ruolo nella comunità, di chi vuole avere spicco, così rinunciando all’eguaglianza, allo stare insieme, alla sua grande famiglia. Ne ridono, senza alcuna invidia, come di chi fa una scelta sciocca e autolesionistica. Sono i “portatori di cultura”, ci dicono, a tenerla viva e a difendere la sua unicità: artisti, musicisti. E in particolare le Babaylan, donne sagge, guaritrici, sciamane, sacerdotesse e insegnanti, custodi della tradizione. Sono i modi di vita e i principi su cui si basavano le antiche civiltà matriarcali..Marguerite Rigoglioso infine ci ha sorpreso con l’argomento, tra la storia e il mito, delle nascite verginali. Concepimenti eccezionali, partenogenetici, delle sacerdotesse divine. Sdoppiamenti di dee nella loro figlia divina. Nel mito sono rimaste innumerevoli tracce di dee nate per partenogenesi. Non sappiamo se sia solo un mito. Qualcuno afferma di no. Si tratta comunque di un argomento affascinante e misterioso che il patriarcato ha riletto in chiave di autentici stupri di sacerdotesse, ninfe, vergini e dee da parte di divinità maschili invisibili o trasformate.La lunga storia delle donne necessita di un paziente lavoro di ricostruzione. Possono aiutarci gli innumerevoli ritrovamenti di immagini rituali, le cosiddette “veneri”, in realtà rappresentazioni della divinità del femminile. Nella evoluzione della loro fattura e delle loro sembianze, ci consegnano tracce innumerevoli della storia delle donne e del ruolo che esse hanno ricoperto. Una storia che si sta riavvicinando e che ci fa pensare che “si può”.Questo convegno ha avuto, in ultima analisi, la funzione di catalizzare esperienze e realtà seppur diverse ma orientate intorno ad un progetto di società alternativo a quello presente. Ma anche e soprattutto questi incontri fanno emergere prepotentemente il bisogno delle donne di ritrovare la propria identità e il conforto di incontrarsi come migranti in un mondo che non ci appartiene. Il tentativo faticoso di ritrovare un passato dimenticato ma non rimosso . Questi momenti collettivi lasciano la consapevolezza gioiosa di aver ritrovato un tassello mancante di una gigantesca rappresentazione e di aver fatto un altro passo verso la riappropriazione della nostra immagine sbiadita, dei contorni che ci definiscono. Resta sullo sfondo il dolore e la rabbia per essere state espropriate, cancellate, estromesse. E la constatazione che, al crescere della nostra consapevolezza corrisponda un sempre più duro, perché più subdolo, tentativo di ricacciarci indietro.Report di Franca Clemente -
Cinque giornate lesbiche – Roma, 6-10 giugno 2010
INTRECCI TRA ETEROSESSUALITA’ OBBLIGATORIA E PATRIARCATO
di Ambra Pirri
31 maggio 2011pubblicato sul sito: www.zeroviolenzadonne.itQuesto è un tentativo di riflessione sul rapporto che ha legato e slegato, da ormai quasi quaranta anni, teoria lesbica e teoriafemminista a partire da due concetti chiave: uno, l’eteronormatività o, come si diceva un tempo, l’eterosessualità obbligatoria è (stato) uno strumento analitico fondamentale per l’elaborazione teorica lesbica; l’altro, il patriarcato, appartiene tanto alla teoria femminista quanto a quella lesbica. Tuttavia solo per il pensiero lesbico eterosessualità obbligatoria e patriarcato sono tra loro strettamente intrecciati.
Il femminismo afro-americano e quello post-coloniale, ambedue particolarmente attenti ai rapporti di potere, considerano eteronormatività e patriarcato fondanti nell’addomesticamento delledonne, e ne hanno analizzato snodi e intrecci fin dalla fine degli anni Settanta.
Semplificando, direi che in Italia le distinzioni all’interno del femminismo oggi sono generazionali; cosicché, a fronte di nuovi interessanti e anche numerosi femminismi più originali nella comprensione della modernità, abbiamo il paradosso del pensiero della differenza per il quale l’eterosessualità obbligatoria non è mai nata mentre il patriarcato, dato già per morto negli anni Ottanta, è definitivamente rimorto nella prima decade del nuovo millennio.
Ho legato questa riflessione alla grande forza positiva e propositiva delle donne a fronte dell’attacco a tutto tondo che è stato portato loro negli ultimi vent’anni, segnatamente e vergognosamnete dai governi Berlusconi ma fin troppo spesso, se non con la complicità, con l’acquiescenza della sinistra: sono tutti costoro e non le donne, con buona pace di Piero Ostellino, che sono inamovibilmente seduti sulla cosa più preziosa che hanno, la loro poltrona.L’occasione di queste osservazioni sono state “Le cinque giornate lesbiche” che si sono svolte a Roma l’anno scorso tra il 2 e il 7 giugno; nei seguitissimi dibattiti della sezione “Teoria” abbiamo ripreso a discutere tutti quei concetti che sono (stati) fondamentali nell’elaborazione teorica lesbica: dal separatismo al lesbofemminismo, dal pensare attraverso il gender all’omofobia, dall’eterosessualità obbligatoria al patriarcato al queer, dalla teoria degli affetti alle nuove forme di controllo biopolitico dei corpi – e di questo ringrazio il bravo gruppo di donne che le hanno organizzate. Questo è il breve riepilogo, un po’ semplificatorio, di un intervento decisamente più ampio e complesso – “L’eterosessualità obbligatoria, il patriarcato (e Berlusconi)” – che è parte del volume Le Cinque giornate lesbiche in teoria (a cura di Liana Borghi, Francesca Manieri, Ambra Pirri) appena pubblicato dalle edizioni Ediesse; gli Atti delle cinque giornate lesbiche sono anch’essi appena usciti insieme a un dvd.
Quali sono le cause della subordinazione sociale delle donne, si chiedeva nel 1975 Gayle Rubin in un saggio fondamentale sulla scambio delle donne, oggi – in particolare modo in Italia – ancora di grande attualità. Semplificando la sua complessa risposta si può dire che questo scambio è alla base dei rapporti tra gli uomini che creano così alleanze e legami tra loro; le donne continuano a essere viste dagli uomini come possedimenti materiali e la specificità dell’oppressione femminile coincide con la loro appropriazione da parte degli uomini: siccome sei femmina vieni ridotta a sesso e a proprietà per potere essere variamente utilizzata; il desiderio non c’entra, è di controllo-potere che si tratta (Colette Guillaumin, 1978), proprio come accade nello stupro che ne è la forma estrema. In questo scambio, le donne girano in un senso mentre il falllo gira in senso opposto: “è dove non siamo noi”; le donne dunque non avrebbero la possibilità di “possedere il potere che deve circolare attraverso di loro” (Rubin).
La questione è: le donne sono ‘incapaci’ di possedere il potere o sono state incapacitate, impossibilitate? La mia risposta è che le donne sono, ancora oggi e soprattutto in Italia, ‘incapacitate’: lo sono e lo saranno fintanto che vengono e verranno sessualizzate, oggettificate. Per questo Berlusconi e la sua corte di servi sono così impegnati in questo lavoro; non a caso, e come ha scritto il Washington Post, “tutta la sua carriera è stata costruita sul sessismo”.
L’altro caposaldo dell’oppressione femminile è la divisione sociale del lavoro tra maschio e femmina, che non risponde a nessuna necessità naturale ma ha la funzione di assicurare l’unione di uomini e donne: è un espediente che crea “uno stato di reciproca dipendenza tra i sessi” perché divide uomini e donne in categorie chiuse, binarie; è “un tabù contro l’eguaglianza fra uomini e donne, […] un tabù che esaspera le differenze biologiche e crea così il gender” (Rubin). L’asimmetria è dunque la condizione delle relazioni maschio-femmina e Karl Marx e Friedrich Engels ([1932] 1958) sono stati i primi a capire che la più grande guerra della storia è, fin dall’inizio, quella tra i sessi; il punto è che gli uomini l’hanno sempre occultata dietro l’esercizio costante del sessismo che è, insieme al razzismo, anche questo ampiamente praticato a partire dalla cosiddetta scoperta dell’America, uno specifico dispositivo di dominio e di governance biopolitica.
Il tabù contro l’eguaglianza implica anche il tabù contro altri tipi di rapporti sessuali che, se previsti o consentiti, non renderebbero obbligatorio il matrimonio eterosessuale ed eliminerebbero quel binarismo coatto che è alla base del potere maschile. L’organizzazione sociale dei sessi si basa dunque sul gender, l’eterosessualità obbligatoria e la repressione della sessualità femminile. Appartenere a un gender vuol dire identificarsi con un sesso e “indirizzare il desiderio verso il sesso opposto”. Perché finisca il sistema sociale che produce il sessismo (cioé il potere maschile, il patriarcato) bisogna porre fine – questa la proposta politica di Rubin – ai ruoli sociali imposti; noi non siamo oppresse solo come donne ma per dover essere donne o uomini. Il cambiamento delle donne dunque non basta, devono cambiare anche gli uomini.
Questa indifferenza al cambiamento dell’altro è uno degli errori più gravi di una gran parte del femminismo bianco. Nel 1980, Audre Lorde – poeta, lesbica, nera, come lei stessa si definiva – scriveva: “È responsabilità di chi è oppresso insegnare all’oppressore i propri errori […] Le donne devono educare gli uomini. Le lesbiche e i gay devono educare il mondo eterosessuale. Chi opprime rimane sulle proprie posizioni ed elude le responsabilità delle proprie azioni.“ (Lorde 1980, 1984).
La stessa Rubin, già trentasei anni fa, era convinta che senza una trasformazione dei rapporti tra donne e uomini niente sarebbe davero cambiato; il suo sogno era che non fosse l’anatomia a decidere con chi si deve fare l’amore; sosteneva che il femminismo, e questo era il suo progetto politico, “deve lottare per una rivoluzione del sistema di parentela” (Rubin [1975] 1976); cambiare il sistema di parentela significherebbe infatti trasformare la famiglia patriarcale. Questo è anche uno degli obiettivi di lotta di Judith Butler.Se padri e madri si prendessero ugualmente cura dei figli, e non ci fosse dunque una divisione sessuale del lavoro, entrambi i genitori potrebbero essere il primo oggetto d’amore (bisessuale); e se l’eterosessualità non fosse obbligatoria non si creerebbe quella gerarchia genitale che porta alla sopravvalutazione del pene; se l’eterosessualità non fosse obbligatoria, gli uomini imparerebbero a pensare che un essere umano non è e non può essere una cosa di proprietà; Sandro Bellassai ci ricorda che “non può essere libero un genere che ne opprime un altro”.
Invece l’eterosessualità obbligatoria è in Italia, ancora oggi, una categoria di analisi completamente ignorata dalla sinistra ma anche da buona parte del femminismo. Non è certo un caso che, mentre il femminismo bianco ha continuato a utilizzare la donna/le donne come categoria fondativa del proprio pensiero, il femminismo lesbico e quello afro-americano l’hanno messa in discussione. Da qui le numerose riflessioni impegnate nel tentativo di capire questo nuovo e controverso soggetto: che sia eccentrico o sleale nei confronti della civiltà, che si parli di nueva mestiza o di womanist, di altra inappropriata o di infedeltà alla realtà fallocratica, di sorelle ousider o di nomadi, tutte queste figure affrontano il “paradosso” (De Lauretis 1990 [1999]) della donna con l’obiettivo di sfuggire alle rappresentazioni del pensiero maschile ma anche di andare oltre al nome di donna teorizzato dal pensiero della differenza sessuale, e cioè la donna definita in rapporto all’uomo, e all’interno di un sistema sessuale binario. Il femminismo bianco, nell’universalizzare la propria esperienza ha finito per essere complice del mostruoso soggetto sovrano maschile e dell’Occidente che ne è la sua estensione; ha finito per situarsi dalla parte dell’eurocentrismo e del razzismo e per colludere, come ha scritto Teresa De Lauretis in sintonia con Audre Lorde, “con l’ideologia del medesimo”.
Ben lungi dall’essersi lasciato il patriarcato alle spalle, l’Italia ne è un esempio perfetto perché non ha neanche quei correttivi che funzionano nelle altre democrazie occidentali. Nel nostro paese la democrazia è stata totalmente sequestrata dagli uomini e infatti è bloccata, e niente è più incivile e corrotto della nostra convivenza a partire dall’amministrazione della cosa pubblica per arrivare alla nostra vita quotidiana. Proprio come la democrazia anche il corpo delle donne è stato sequestrato dal patriarcato. L’attacco che è stato portato all’accessso femminile alle istituzioni e alla loro possibilità di lavorare è senza precedenti. E l’uso che viene fatto dei corpi delle donne, dal mercimonio alla loro oggettificazione spettacolare, ha a che fare con la performatività di cui ci parla Judith Butler: le veline, le meteorine, le escort, le letteronze – la banalità è il necessario supporto del sessismo come sistema di potere – performano un certo modo di interpretare l’essere donna; con le loro performances, ripetono e citano eterosessualità e binarismo sessuale, rafforzando dunque l’una e l’altro.
La materialità del corpo, dice Butler, non viene solo investita dalla norma, in un certo qual modo viene proprio animata, sagomata dalla norma. Certo che esistono le differenze biologiche ma “in quali condizioni discorsive e istituzionali – dato lo stato anomalo dei corpi nel mondo – determinate differenze biologiche diventano la caratteristica rilevante di un sesso?” (Butler 1993, 1994). Quando si prendono il maschile e il femminile e si costruisce una coppia binaria, il campo che viene prodotto prevede solo queste due possibilità che si escludono e si definiscono a vicenda, eliminando ogni altra possibilità. “Demolire il presupposto binario è uno dei modi per privare l’egemonia maschile e l’eterosessualità obbligatoria del loro gioiello più prezioso, della loro premessa primaria” (Butler 1987).
Per gli uomini, infatti, l’eteronormatività riproduttiva è l’inico orizzonte possibile e, piuttosto che pensare di cedere anche piccole porzioni di potere, preferiscono la morte (in genere quella delle proprie compagne); senza l’asimmetria tra i gender che consente loro di pensarsi e spesso anche di fare i padroni nel privato (da qui la sua esistenza separata) e nel pubblico (ci sarebbe da chiedersi, con Geneviève Fraisse [1996], “se c’è un legame necessario tra l’istituzione della democrazia e l’esclusione delle donne”) perdono la testa. L’acuirsi del sessismo, del razzismo e dell’omofobia ci parlano della crisi degli uomini e del patriarcato, così come i nazionalismi risorgenti in tutto il mondo ci parlano della crisi dello Stato-nazione (Sandro Mezzadra 2008).
Ma la crisi è una cosa e la fine è un’altra: è la crisi che dobbiamo capire e analizzare senza fare facili trionfalismi. La reazione all’11 settembre è stata una riaffermazione tanto dello Stato-nazione quanto del patriarcato che hanno mostrato i muscoli; risposta patriarcale, sovrana, del soggetto e dello Stato sovrano che usano tutti gli strumenti del maschile eterosessuale: sessismo e razzismo, patria e guerra, donne da liberare o da proteggere e in nome delle quali andare eroicamente in guerra; certo fare finta di essere virili guerrieri è più facile che fare i conti con l’alterità; del resto anche la nazione e la patria sono grandi narrazioni assai pericolose per le donne a causa dello stretto intreccio che esiste tra nazionalismo, militarismo e sessismo con tutta la retorica nazionalista fondata sulla legittimità della riproduzione etero.
Anche all’inizio del secolo scorso vi fu una grande crisi di identità e di legittimità maschili perché le donne – la seconda generazione di femministe molte delle quali lesbiche – avevano messo in discussione ‘quei’ rapporti di potere.
Dopo la prima guerra mondiale la crisi si acuì perché la guerra aveva consentito alle donne di entrare nella sfera pubblica e di ‘usurpare’ lavori maschili. Pur di non fare i conti con le donne, con altri tipi di sessualità o con qualunque forma di diversità rispetto al maschio bianco eterosessuale e occidentale, gli uomini risolsero la loro crisi con i totalitarismi, con i campi di concentramento e con un’altra guerra; il nazismo e – seppure in misura minore – il fascismo sterminarono fisicamente tutto ciò che era Altra/o: cominciarono con i “diversamente abili” ammazzati direttamente negli ospedali e continuarono con gli ebrei, i rom, le ragazze-madri, le prostitute, le lesbiche e i gay, i dissidenti politici.Oggi, tutte e tutti costoro non vengono più uccise/i, l’eliminazione riguarda solo l’Altro esterno, il migrante, compito che viene non a caso affidato a dittatori di nostra fiducia; oggi – e sto parlando dell’Italia – l’altra e l’altro interno vengono più semplicemente comprati; e se non sono acquistabili, vengono delegittimati acquistando le parole che li distruggeranno. La cosa che gli uomini continuano a evitare con cura è di fare i conti con l’alterità; la logica del medesimo deve continuare a trionfare. La violenza degli uomini contro le donne, con i fatti e con le parole, è il sintomo di questa incapacità maschile di guardare in faccia l’Altra senza sottometterla, di avere rapporti simmetrici o in cui l’asimmetria possa essere continuamente in gioco lasciando aperto il libero movimento delle differenze.
Per concludere, l’Italia a me sembra quasi un laboratorio occidentale di eterosessualità obbligatoria e dunque di egemonia – o forse addirittura di dominio – maschile, perché non ha neanche quei correttivi liberal-democratici che funzionano nel resto dell’Occidente: Berlusconi e il Vaticano – e dovrei aggiungere le mafie – sono, insieme, un esempio moderno di due (tre) patriarcati che si sostengono a vicenda e che hanno completamente sequestrato e bloccato la democrazia. Ha ragione Chiara Saraceno (2011), il problema non sono le quote rosa ma quelle azzurre, perché hanno il monopolio di tutto. Siamo davvero sicure (e sicuri) che i maschi sono capaci di gestire la fortuna sulla quale siedono?
BIBLIOGRAFIA
Bellassai Sandro, “Femminile e Maschile tra ‘800 e ‘900. Soggettività e rappresentazione sociale”, in Gambi Laura, Patuelli Maria Paola, Simoni Serena e Spaolonzi Cinzia (a cura di), Partire dal corpo. Laboratorio politico di donne e uomini, Ediesse, Roma, 2011.
Butler Judith, “Variations on Sex and Gender. Beauvoir, Wittig and Foucault” in Benhabib Seyla e Cornell Drucilla (a cura di), Feminism as Critique, Polity Press, Cambridge MA, 1987, pp. 128-142.
Butler Judith, “Gender as performance: an interview with Judith Butler” (1993), di Peter Osborne e Lynne Segal, Radical philosophy, n.67, estate1994.
De Lauretis Teresa, “Eccentric Subjects”, Feminist Studies, n.16, 1990; trad. it. “Soggetti eccentrici”, in De Lauretis Teresa, Soggetti eccentrici, Feltrinelli, Milano, 1999, pp. 11-57.
Fraisse Geneviève, La difference des sexes, Presses Universitaires de France, Paris 1996; trad. it. La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri, Torino 1996.
Lorde Audre, “Age, Race, Class, and Sex: Women Redefining Difference” 1980, in Lorde Audre, Sister Outsider, The Crossing Press, Trumansburg New York, 1984, pp. 114-23.
Marx Karl e Engels Friedrich, Die Deutsche Ideologie. Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Repräsentanten Feuerbeach, B. Bauer und Stirner, und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten, Mosca, 1932; trad. it. L’ideologia tedesca. Critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, Editori Riuniti, Roma, 1958.
Mezzadra Sandro, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Ombre Corte, Verona, 2008.
Ostellino Piero, “L’immagine e la dignità del Paese”, Il corriere della sera, 19 gennnaio 2011.
Saraceno Chiara, “La quota protetta”, La Repubblica, 8 marzo 2011.
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[audio] Corpo a Corpo – Seminario Marea (Caranzano – AL)
Corpo a corpo
3-5 settembre 2010
LIBERTÀ, DIVIETI, RESPONSABILITÀ, MERCATO.
DIALOGHI E CONFLITTI TRA GENERAZIONI DI DONNE.Ascolta l’audio degli interventi tenuti durante il seminario Marea cliccando su www.radiodelledonne.org
Corpo a corpo – Lidia Menapace
Introduzione di Monica Lanfranco
Intervento di Laura Cima
Intervento di Tiziana Dal Prà
Intervento di Dounia Ettaib
Intervento di Erminia Emprin Gilardini
Intervento di Valentina Genta
Intervento di Rosangela Pesenti
Intervento di Barbara Romagnoli
Intervento di Laura Varlese
Intervento di Ferdinanda Vigliani
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Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi – Torino, 14 giugno 2010
Il 14 giugno alle 18 presso il Circolo dei lettori, uno dei salotti pubblici torinesi divenuto un po’ il simbolo del rilancio culturale della città negli ultimi anni, si è tenuto un incontro dedicato a Carla Lonzi in occasione della ripubblicazione, a circa quarant’anni dall’edizione originale e a trenta dall’ultima edizione, di un documento fondamentale del pensiero femminista italiano e internazionale: Sputiamo su Hegel.
Come nel testo originario, il volume, edito dalla casa editrice milanese et al., contiene oltre agli scritti di Lonzi, Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, il Manifesto di Rivolta femminile, uno dei primi gruppi di autocoscienza italiani formatosi per iniziativa della stessa Lonzi. L’attuale volume contiene poi una postfazione della filosofa Maria Luisa Boccia, autrice tra l’altro della biografia di Lonzi l’Io in rivolta, che insieme alla storica Anna Bravo e a Laura Lepetit, già fondatrice della casa editrice La Tartaruga di Milano, sono state le protagoniste dell’incontro torinese. Il volume contiene infine un’appendice con la tavola delle corrispondenze tra le pagine dell’attuale edizione con quelle dell’originale.
Gli onori di casa spettano alla torinese Anna Bravo che apre l’incontro con il primo intervento. Dopo aver presentato brevemente il volume, la Bravo dichiara di aver conosciuto abbastanza tardi il testo di Lonzi . Mettendo poi in gioco uno sguardo insieme personale e da storica, si chiede perché Lonzi, nonostante l’importanza del suo pensiero per il femminismo italiano, sia rimasta relativamente poco conosciuta in Italia. In tale messa in ombra hanno giocato, secondo la storica, due fattori: l’identificazione di Lonzi con la visione stereotipata delle “cattive” femministe degli anni Settanta che è andata sempre più affermandosi in Italia negli ultimi decenni e, fattore meno evidente ma forse più potente, la peculiare libertà di spirito di Carla Lonzi.
A tal proposito, Bravo sottolinea il fatto che nel testo di Lonzi e di Rivolta femminile uno dei nodi centrali sia la necessità di sottoporre a critica non solo la visione patriarcale dei filosofi più rappresentativi della tradizione dominante e “borghese”, ma anche il conservatorismo essenziale, per quel che riguarda la questione del rapporto tra i sessi e della condizione femminile, di due prospettive che si presentano per altri versi rivoluzionarie: quelle del marxismo e della psicanalisi di Freud. E’ proprio per fedeltà alle più profonde istanze di liberazione che si esprimono nel ’68, che alcune correnti del marxismo-leninismo divenute egemoniche negli anni successivi rischiano di oscurare, che nel Manifesto o in Sputiamo su Hegel si pone in luce il carattere profondamente rivoluzionario del femminismo, definito in uno degli aforismi del Manifesto come “il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società”. In un altro aforisma, poi, Bravo dichiara di aver riconosciuto l’intuizione fondamentale da cui ha preso le mosse la storia delle donne: “Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili”, ricordando come uno dei modi per rendere invisibile l’agire e l’esperire delle donne sia stato l’ averne in qualche modo cancellato le tracce. Altra buona ragione per favorire lo scambio orale tra donne, lasciandone anche traccia scritta come nel Manifesto, che diveniva premessa per ritrovare le tracce di quell’agire e di quell’esperienza.
L’intervento successivo è quello di Maria Luisa Boccia che sposta il discorso sull’attualità ricordando come nel marzo del 2010 a Roma si sia tenuto un convegno dedicato al pensiero di Carla Lonzi. La questione da cui muove Boccia è quindi cosa di quel pensiero possa attrarre le giovani donne oggi. Più che nelle battaglie femministe degli anni Settanta, cui le giovani donne guardano con gratitudine ma come qualcosa di passato, Boccia ipotizza che ciò che può attrarre le donne più giovani sia il fatto che Lonzi affronta il cambiamento facendo spazio alla libertà delle soggettività. “Vivere da donne libere” cita uno dei passi del Diario di Lonzi Taci, anzi parla, che sarà la prossima pubblicazione degli scritti di Lonzi da parte di et al. Edizioni.
E’ questa affermazione della libertà femminile, di un pensare e vivere da donne prendendosi cura della propria vita come se fosse un’opera che può prospettare anche oggi un’alternativa alla condivisione e all’integrazione in una società pensata dagli uomini. Un’alternativa alla semplice richiesta della parità e/o della rivendicazione di diritti che non soddisfa fino in fondo il desiderio femminile di pensarsi da sé e di liberare il proprio desiderio dagli schemi approntati dalla divisione tradizionale dei ruoli sessuali e dal nesso di sessualità e procreazione. Lonzi indica come il congedo dalla cultura patriarcale, o dall’imposizione del desiderio maschile, che in questi tempi sembrano rinnovarsi anche se con agenti e sotto vesti un po’ diverse da quelle tradizionali, si rende possibile attraverso “un esprimersi, un parlare e un nominare” che “è l’atto fondamentale della liberazione”. In tal senso, la pratica dell’autocoscienza, in forme e in contesti diversi da quelli degli anni ’70, può conoscere, e alcuni gruppi recentemente formatisi lo attestano, una rinnovata attualità tra le giovani donne.
L’ultimo intervento, di Laura Lepetit, è dedicato al racconto delle riunioni di Rivolta femminile, un gruppo di una decina di donne, cui Lepetit prese parte, nella casa di Carla Lonzi a Milano, prima in Via Verdi poi in Via Pontaccio. L’atmosfera degli incontri era intensa ma in qualche modo leggera, il desiderio di presa di parola si esprimeva in modo libero. Di Lonzi che rappresentava in qualche modo il perno dello scambio, Lepeit ricorda l’umorismo e il suo rifiuto di raffigurare in qualche modo nel gruppo un archetipo materno.
Su questo accenno torna uno dei pochi interventi dal pubblico, dovuti alla mancanza di tempo, che pone la questione centrale per il femminismo della relazione e della gerarchia tra donne. Risponde Maria Luisa Boccia a sostegno della testimonianza di Lepetit. La centralità del riconoscimento tra donne, condizione fondamentale secondo Lonzi per l’uscita dal patriarcato e l’inaugurazione di una società nuova, include la possibilità del misconoscimento e del conflitto. Lonzi ad esempio lascia ad un certo punto il gruppo di Rivolta senza interrompere la relazione personale con le donne del gruppo.
Sicuramente tale questione, ripresa da un altro intervento dal pubblico in riferimento alla relazione tra donne e femministe di diverse generazioni, avrebbe necessitato di un tempo di riflessione più lungo. Credo personalmente che i testi di Lonzi offrano effettivamente contributi essenziali per riflettere su questo tema e su quello, diverso ma in qualche modo connesso, di come pensare quella “messa in questione del potere” che sarebbe stato l’esito, secondo la passione utopica di Lonzi, del “porsi della donna”.
In ogni caso, sono convinta – e so che questa convinzione è condivisa da donne quarantenni come me, e da donne trentenni e ventenni con cui ho avuto modo di confrontarmi in questi anni all’università e non solo – che la nuova messa a disposizione dei testi di Carla Lonzi sia da salutare come un’iniziativa felice e di buon auspicio per una nuova presa di parola di cui mi pare ci sia ancora e diversamente bisogno.Report di Eleonora Missana
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Presentazione di Diversamente occupate alle Casa delle donne di Pisa – 12 giugno 2010
Nella piacevole cornice della Casa delle donne di Pisa si è svolta la seconda tappa del percorso di presentazione e discussione del numero di DWF Diversamente occupate, cui hanno partecipato alcune delle autrici del numero (Claudia Bruno, Federica Castelli, Teresa di Martino, Angela Lamboglia e Sandra Burchi) insieme a Paola Bora, Riccardo Guidi e Ilaria Possenti dell’Università di Pisa.Riccardo Guidi ha posto come prima questione la necessità di riconoscere che se l’accesso al lavoro retribuito è stato un terreno importante per l’emancipazione femminile, esso si rivela anche una trappola che cattura la differenza ai fini della produzione, mantenendo il ricorso alle donne per quanto riguarda le mansioni della cura e pretendendo di trasferire quelle stesse attitudini sui contenuti dell’attività lavorativa. D’altra parte secondo Guidi la peculiarità dell’oppressione che sperimentiamo in epoca post-opportunità ha una forte componente generazionale e quindi trasversale rispetto al genere, tanto che secondo lui la divisione uomo-donna è oggi meno forte di altre asimmetrie.
Su questo punto abbiamo discusso il fatto che se da una parte si assiste in effetti, con la femminilizzazione dei modi di produzione, ad una generalizzazione della condizione femminile anche agli uomini, in particolare per quanto riguarda i più giovani, dall’altra l’asimmetria uomo-donna viene confermata in questo nuovo contesto in cui le donne rimangono in alcuni casi al margine (pensiamo all’occupazione nel Meridione) o non valorizzate (differenze di salari) o combattute tra l’impegno lavorativo, sempre più pervasivo, e quello domestico, che di fatto almeno nel nostro Paese continua ad essere assolto prevalentemente dalle donne.
Guidi ha poi evidenziato la prospettiva espressa nel numero della rivista dal testo di Carmen Leccardi secondo cui le donne possono rappresentare altri, ma resta da chiarire in che senso ciò possa avvenire; noi riteniamo che questa opportunità non debba darsi come un parlare per altri, ma piuttosto come un intreccio di relazioni potenziate dal sapere e dalla pratica politica femminili, che grazie alla loro trasversalità, generazionale, di classe, etnica, incrociano già altre differenze, sono già nelle condizioni di creare nuovi discorsi, azioni, alleanze.
Ilaria Possenti ha rilanciato le questioni sollevate da Riccardo Guidi, riprendendo il numero dedicato al tema del lavoro dalla rivista Genesis, in cui si legge appunto che la frattura generazionale sembra oggi più ampia di quella di genere, e suggerendo che possa trattarsi di una questione di generazione che si capisce meglio mediante una questione genere.
Rispetto a questa interpretazione credo che invece si potrebbe dire che si tratta di una questione di genere che diventa evidente a tutti nel momento in cui si fa generazionale e trasversale, mentre cioè il “biocapitalismo”, per dirlo con l’espressione di Cristina Morini, impone anche agli uomini una condizione storicamente ben nota alle donne.
Ma soprattutto anche Ilaria Possenti sottolinea che la dimensione generazionale del conflitto segnala la necessità di guardare a come viene agito da altre differenze rispetto alla differenza di genere.
Intanto il lavoro delle donne, nella ricerca di autorealizzazione da una parte e di autonomia materiale dall’altra, sta prendendo sempre più la forma di un buco nero in cui buttare le proprie attitudini fino alla trappola della disponibilità permanente.
Un altro aspetto discusso da Ilaria Possenti è il fatto che nel numero sembra ci sia un certo imbarazzo rispetto al termine progetto e che al progetto si preferisca l’immaginazione che sarebbe però meno concreta, meno capace di incidere sulla realtà. L’insofferenza verso questa parola deriva dal fatto che il progetto costituisce la forma prevalente in cui si dà l’esperienza del nostro fare, a partire da quella lavorativa per finire alle implicazioni su altre sfere dell’esistenza, di un fare che però sembra scollegato dai nostri desideri, costituito da una serie di attività e possibili tutti plausibili ma non del tutto scelti, su cui è difficile far presa per costruire vero cambiamento.
Anche il termine precarietà è assente del numero, volutamente inutilizzato perché ci sembra che la precarietà non esaurisca la questione, ma sia piuttosto una forma che potenzia il modello lavorativo che si va imponendo e ne aumenta il potenziale ricattatorio, riducendo al contempo gli spazi di relazione e di azione collettiva (poiché siamo tutte e tutti impegnati nella lotta per farci “confermare”), un meccanismo che enfatizza la nostra vulnerabilità e la contraddizione di barcamenarsi tra la necessità di reinventarsi continuamente per non essere improvvisamente espulse/i, l’impegno assoluto che dedichiamo al lavoro e la sensazione che ne segue di essere indispensabili e allo stesso tempo lo scoprirsi inessenziali quando l’impegno di mesi viene vanificato alla scadenza di un contratto che non sarà rinnovato.
A questo proposito si può dire che il lavoro precario è contesto ideale ma non esclusivo dell’espropriazione dei talenti, delle intelligenze e in generale delle soggettività, se si pensa agli schemi di pressione per l’autosfruttamento sperimentati anche nel contesto di lavori strutturati, continuativi e tutelati da contratti regolari.
Ancora una volta la retorica dell’assunzione di responsabilità e del portare se stessi al mercato si salda con la spinta a competere, per salvarsi, per ottenere riconoscimento o per uno status superiore, che ci tiene ancorati alle regole del sistema.
Ripristinare la solidarietà al posto della competitività diventa allora precondizione per affrontare la questione del lavoro in un discorso che tenga conto nuovamente del bene comune.
http://www.diversamenteoccupate.blogspot.com/
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Modelli femminili nella politica e nei media – Roma, 21 maggio 2010
“Voci e sguardi di donne” così è intitolata la giornata di riflessione sulle rappresentazioni e i modelli femminili nella politica e nei media italiani che il Laboratorio di studi femministi Sguardi sulle differenze ha organizzato venerdì 21 maggio 2010; L’incontro era patrocinato dall’Ateneo delle Scienze Umane delle Arti e dell’Ambiente dell’Università La Sapienza di Roma.
Il dibattito si è articolato in due tavole rotonde alle quali sono state invitate donne di età, professioni ed esperienze di vita diverse.
La prima – “Libertà e silenzi” – coordinata da Fabrizia Giuliani, approfondiva i temi politici legati ai modelli di libertà femminili proposti sulla scena pubblica ed è stata arricchita dalla partecipazione di Maria Grazia Calandrone, poetessa e performer; Mariella Gramaglia, giornalista e politica; Francesca Izzo, docente di filosofia politica; Eleonora Palma, giurista e politica; Paola Piva, sindacalista e studiosa del lavoro, e Sara Seghizzi, mediatrice culturale.
La seconda tavola rotonda – “Fotografie e caricature” – coordinata da Maria Serena Sapegno, si centrava sull’immagine femminile proposta dai media e dall’industria dell’intrattenimento e ha visto la partecipazione di Antonella Bonauro, dottoranda in Scienze cinematografiche e animatrice del blog “Diversamente Occupate”; Loredana Cornero, Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona e Presidente Gruppo Donne COPEAM; Simona Filippini, fotografa; Silvia Giacomini, associazione per i diritti e le libertà “Ora d’aria”; Isabella Mezza, conduttrice del settimanale di informazione del TG3 “Punto Donna”; Patrizia Rappazzo, direttrice del festival cinematografico “Sguardi Altrove”; Flavia Rossi, studentessa, e Annamaria Tagliavini, direttrice della Biblioteca Nazionale delle donne di Bologna e parte del centro Orlando.
La discussione era stata preparata dalle riflessioni collettive sullo scambio tra sesso, potere e politica che hanno animato le riunioni degli ultimi mesi del Laboratorio Sguardi sulle differenze, sulla spinta dei recenti fatti di cronaca (dalla lettera di Veronica Lario fino alle dichiarazioni di Patrizia d’Addario); dalle riflessioni sono emerse delle domande proposte alle relatrici come punto di partenza per la discussione. Le relazioni hanno proposto elaborazioni originali, andando oltre alle denunce di rito, sulla discrepanza tra i modelli del femminile nello spettacolo televisivo e le voci e i corpi delle donne reali.
Le domande che hanno aperto la prima tavola rotonda ponevano la questione di quanto i recenti fatti di cronaca, con l’insistenza sul nodo sesso/ potere/ politica, coinvolgano le donne.
Francesca Izzo ha sottolineato come in questione non sia un semplice affare privato né il frutto di un generico degrado morale, come si dice troppo spesso: siamo piuttosto di fronte a fatti che riguardano il tema della libertà femminile, declinata secondo la formula “del mio corpo posso fare tutto quello che voglio”. Una libertà femminile che non si conquista mai individualmente, da sole, hanno spiegato, da punti di vista diversi, Mariella Gramaglia e Maria Grazia Calandone; Mariella Gramaglia ha attribuito la perdita di alcune conquiste fondamentali del femminismo italiano alla debolezza strutturale della nostra democrazia. La libertà femminile è un’ideale lontano da raggiungere, soprattutto se ci fermiamo ad analizzare la situazione delle donne migranti e delle clandestine che abitano e lavorano nel nostro paese, ha ricordato Sara Seghizzi. Eleonora Palma ha lamentato la cronica assenza maschile dalle occasioni di dibattito sull’argomento, come se non si parlasse anche del maschile e del suo rapporto con il potere e la sessualità. L’intervento di Paola Piva era centrato sul nesso potere-autorevolezza: il secondo termine è parte del primo ma non lo esaurisce; ragionando sui limiti del movimento femminista italiano, Piva ha affermato che «ci siamo sbagliate a volere solo l’autorevolezza e non il potere».
Nessuna delle presenti concordava con l’affermazione di Luisa Muraro che il nostro paese è «uno straordinario laboratorio della libertà femminile». Secondo il parere di tutte è invece di fondamentale importanza acquisire visibilità e autorevolezza creando reti di collaborazione tra singole e gruppi, facendo in modo che le singole esperienze diventino modello, si connettano, facciano sistema.
Nella seconda tavola rotonda ci si chiedeva se le donne dei reality, le escort e le veline, per quanto figure caricaturali ed eccessive, abitassero in qualche angolo della dimensione più profonda delle donne italiane, se fossero un sogno inconfessabile e nascosto anche di quelle che non vogliono fare le modelle.
Il ragionamento di Loredana Cornero è iniziato con una provocazione: «quello che è cambiato con la TV è che prima la prostituzione era una scelta di cui vergognarsi, ora è diventata un valore e motivo di vanto». Simona Filippini concordava aggiungendo che, nella sua esperienza, le donne desiderano rappresentare liberamente il proprio corpo.
Antonella Bonauro ha rilevato tra l’altro come le spettatrici di reality e programmi della tv spazzatura che si identifichino con lo sguardo maschile. Isabella Mezza ha raccontato cosa significa provare a realizzare in RAI una trasmissione che parli di donne “diverse”, quelle che solitamente non trovano né voce né ascolto. Patrizia Rappazzo pur confermando tale difficoltà, ha però sottolineato come le donne abbiano una marcia in più: «sanno raccontare le storie in modo diverso, dando particolare attenzione a ciò che normalmente viene tralasciato». Annamaria Tagliavini ha
rimarcato il paradosso della coesistenza nella scena pubblica italiana «delle veline e delle velate».
Flavia Rossi ha acceso il dibattito esprimendo le ragioni di chi fa la velina per guadagnare i soldi per studiare: «non c’è niente di male, il problema è quando fare la velina è l’unico obiettivo che si ha nella vita». Silvia Giacomini ha raccontato della contraddittorietà delle immagini del corpo femminile a partire dalla propria esperienza professionale nelle carceri e in particolare nel rapporto con i transgender.A svolgere il ruolo di raccordo tra le due tavole rotonde è stato il documentario “Di questa donna e delle altre”; preparato per l’occasione da Sara de Simone, è dedicato all’analisi e alla discussione dei modelli femminili proposti dalla televisione e dai media.
Info: http://www.sguardisulledifferenze.org