• Maria Grazia Stella – Dall’altra metà del cielo all’altra metà dello spazio

    Sto seguendo con grandissimo interesse e moltissima partecipazione e coinvolgimento emotivi gli incontri del seminario organizzato dalla professoressa Federica Giardini con la collaborazione delle preparatissime dottoresse Federica Castelli, Enrica, Gea, le Femministe nove e quante ad ogni meeting offrono il loro significativo contributo.

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    L’altra metà del cielo. Era così che Mao Tse-Tung, il ‘Quattro volte grande’ – Grande maestro, Grande capo, Grande comandante supremo, Grande timoniere – il filosofo, politico e rivoluzionario cinese, simbolo e artefice di un profondo rinnovamento nel suo immenso Paese nella prima metà del Novecento, definiva la donna. Una definizione che è entrata nell’uso corrente per riferirsi all’universo femminile, e quindi alle donne di tutte le età, di tutti i paesi, di tutte le culture del mondo.

    L’ITALIA – Un utilizzo, in particolare, che in Italia ha conosciuto forse la sua massima diffusione negli anni Settanta, all’epoca dei ‘girotondi’, della sorellanza, dei collettivi femministi e delle tante manifestazioni in piazza per il riconoscimento di uguali diritti alle donne, rivendicando l’orgoglio di essere donne, non solo ‘pari’ agli uomini. Essere donne è, appare, dopo secoli di umiliazioni, di negazioni e di imposizioni, un atout, un valore aggiunto del quale essere fiere. Le donne escono dalle quattro mura domestiche dove sono state relegate da una cultura patriarcale, smettono di essere ‘angeli del focolare’ dedite soltanto alla casa, alla famiglia, si uniscono, prendono coscienza… E scelgono. Non accade tutto all’improvviso, ma attraverso un processo di crescita, spesso lacerante, spesso sofferto, che le donne compiono attraversando le epoche.

     

    LA DONNA IN CINA – Nel momento in cui Mao Tse-Tung intraprende il processo che porterà la Cina ad un cambiamento radicale trova un Paese fermo a logiche antiche, radicate da millenni dove la donna non ha un ruolo autonomo: non può vantare alcun diritto, deve occuparsi della casa e della prole e in una società rurale il suo compito è quello di lavorare i campi dal mattino alla sera, spezzandosi la schiena nelle tante risaie di quel vastissimo territorio, facendo i conti con la povertà e con le malattie. Per rispondere, inoltre, ad un canone millenario di bellezza alle donne venivano fasciati i piedi sin da quando erano bambine, avvolti in bende strettissime perché rimanessero piccini, ‘adorabili’, oggetto di piacere e di ammirazione per gli uomini. Di fatto, oltre ad essere una pratica dolorosissima, questa impediva loro di muoversi liberamente, di correre, di spostarsi agevolmente conferendo loro un’andatura saltellante, come di uccello. Un abuso, una limitazione nel nome di una tradizione che, in questo caso in Cina, ha contribuito a sottrarre ulteriore libertà alle donne.

     

    L’UCCISIONE DELLE NEONATE – E, per rimanere ancora in Cina, una pratica che anche in altri Paesi asiatici come l’India sopravvive ancora, benché i governi la puniscano e siano corsi ai ripari, è quella dell’uccisione delle neonate: partorire una bambina è stato a lungo considerato un peso per le famiglie. E’ una realtà terribile, che fa inorridire ma che fa riflettere su quanto ancora essere donna sia un peccato, un reato tale da punire con la morte. Oggi in India, nonostante la crescita economica e la diminuzione delle morti per parto, il numero delle neonate continua a diminuire. Nel 1971 erano 964 ogni mille maschi, dato sceso a 918 nel 2011, secondo i dati forniti dall’Onu. Tra il 2001 e il 2011, la situazione è ulteriormente peggiorata in due terzi dei distretti indiani. Secondo il giornale britannico The Lancet sono fino a 12 milioni le bambine indiane mai nate tra il 1980 e il 2010.

     

    LA STRAGE SILENZIOSA – Per contrastare questa strage silenziosa, che ha gravi impatti sociali in una società patriarcale dove le figlie rappresentano soltanto un onere per le finanze familiari, si sono mobilitate le organizzazioni internazionali ed i governi dei paesi interessati.
    Lo scorso autunno, pochi giorni prima della visita in India del presidente Usa Barack Obama, il premier indiano Narendra Modi ha lanciato una campagna contro la diminuizione del numero delle bambine a causa degli aborti selettivi, una emergenza nazionale per l’Onu. Narendra Modi ha presentato la campagna ‘Salva tua figlia, educa tua figlia’ spiegando che “le bambine vengono uccise mentre sono nel ventre delle loro madri e noi non sentiamo dolore” e ribadendo: “Non abbiamo il diritto di uccidere le nostre figlie”, riferendosi al ricorso all’aborto selettivo, vietato ma molto diffuso.
    LA SELEZIONE DEL SESSO – Sì al figlio maschio no alle femmine. A novembre 2015, lo stesso giorno in cui il premier indiano Modi dava il via alla campagna, in Cina, dove nascono 116 bambini ogni 100 bambine, le autorità governative hanno deciso un ‘giro di vite’ contro le agenzie che inviano campioni di sangue delle future mamme all’estero per determinare il sesso del nascituro. Secondo l’agenzia Xinhua le maggiori restrizioni saranno sul web.  In Cina le analisi per determinare il sesso del nascituro sono vietate, ma le famiglie aggirano il divieto attraverso agenzie, pubblicizzate soprattutto sul web, che offrono il servizio all’estero. Fra le misure decise dalla Commissione cinese c’è il divieto per i motori di ricerca di dare nei risultati link ai siti che contengono la pubblicità delle agenzie, oltre che pene più severe per quelle illegali, e il divieto per i medici di trasportare o spedire campioni di sangue all’estero.

     

     

    L’IMPERATRICE WU – Tornando alla condizione delle donne in Cina, non erano libere nemmeno le ricche aristocratiche, sottomesse agli uomini ed ai loro voleri e costrette a convivere con le loro ‘rivali’, tra odi e ripicche e ben poca solidarietà, nei ginecei di palazzo, né le imperatrici, ufficialmente ligie a rigidi protocolli di corte. Un’eccezione fu rappresentata dall’imperatrice Wu, conosciuta anche come Wu Zetian (Guangyan, 17 febbraio 624 – Luoyang, 16 dicembre 705), l’unica sovrana cinese a fondare la propria dinastia, chiamata Zhou, regnando col nome di ‘imperatore Shengshen’ dal 690 al 705. La sua ascesa ed il suo regno furono fortemente criticati dagli storici confuciani, benché certi aspetti siano stati rivalutati a partire dagli anni Cinquanta. Entrata a palazzo da bambina come concubina dell’imperatore, portò a compimento la sua ascesa al potere, diventando prima imperatrice reggente e poi imperatrice, anche con mezzi non propriamente leciti, sbarazzandosi di rivali e di quanti cercavano di ostacolarla. Alla sua morte, all’età di 80 anni, salì sul trono il figlio, Zhong Zong. Fu  sepolta accanto al marito Gaozong nel Quianling Mausoleum, sul monte Liang, vicino alla capitale Chang’an.

     

     

    L’ALTRA META’ DEL CIELO –  Definire la donna ‘L’altra metà del cielo’ suona dunque come un omaggio da parte di Mao, il Grande traghettatore. Una sintesi perfetta nella quale l’essere femminile si pone come un universo a sé stante, un riconoscimento alla sua unicità in una società ed in una cultura patriarcali dove è l’uomo che dispone, e dove era noto, e probabilmente praticato, il proverbio ‘Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai il perché, lei lo sa benissimo’. Mao Tse-Tung, promotore della cosiddetta Rivoluzione culturale, autore del famoso volume, un’antologia più propriamente che raccoglie alcune delle sue massime tratte da altre opere, conosciuta come il Libretto rosso o Libro delle guardie, che i cittadini dovevano obbligatoriamente portare con sé, meglio se imparandole a memoria, compie pertanto un importante passo verso il riconoscimento di pari diritti alle donne nella società cinese fin dalla prima metà del Novecento.

     

    LA PARITA’ – La Repubblica Popolare Cinese aveva garantito fin dalla sua costituzione, nel 1949, la parità tra uomini e donne, ossia pari diritti al lavoro, alla proprietà e all’istruzione. Più libero il matrimonio, con la possibilità di divorziare e di contrarre nuove nozze, anche se questo si verificava molto raramente.

     

    LA FORZA DELLE DONNE – ‘L’altra metà del cielo’ è un tributo alle donne intese come una parte della volta celeste che ci sovrasta, che sta sopra e tutta intorno alla terra, avvolgendola, eppure, nonostante questo, lontana, misteriosa ed irraggiungibile. Un mistero. L’eterno femminino. L’universo femminile così antico, ancestrale, arcaico. La potenza e la fertilità delle donne che danno la vita, che procreano. Il loro magnetismo, la loro ‘magia’, il loro essere streghe o fate, o entrambe contemporaneamente, senza cadere in stereotipi di dubbio gusto, troppo spesso abusati e strumentalizzati. La loro fragilità, debolezza ed emotività, che è anche la loro grande forza perché è capacità ‘antica’ di attingere a risorse ‘sotterranee’, di far fronte alle avversità in silenzio, ma con tenacia, proteggendo e difendendo la vita. Le donne usano la loro forza, creativa e creatrice, contrapponendola alla violenza, tipicamente maschile, che distrugge. Un tratto comune a tutte le donne, nate da quella prima Eva africana, riconosciuta come la progenitrice del genere umano.

     

    ‘SPERIAMO CHE IL FUTURO SIA DONNA’ – Nel 2005 il premio Nobel Rita Levi-Montalcini raccontò degli ultimi sviluppi compiuti dalla scienza, che hanno permesso di scoprire quando e dove ha avuto origine la specie umana, nel suo primo libro per ragazzi ‘Eva era africana’. Con il piglio e la determinazione con i quali ha vissuto la sua lunga esistenza, Rita Levi-Montalcini, prima vittima delle leggi razziali durante il fascismo perché di religione ebraica in seguito ricercatrice nei laboratori americani, riconosciuti ‘territori maschili’, consapevole della “condizione insostenibile delle donne fa ritenere (la teoria della Eva africana, ndr) che, dopo secoli di rassegnata accettazione e ingiustizie, le nuove leve possano apportare un cambiamento radicale alla società. E che reagendo alle attuali condizioni di degradazione dell’intero continente africano riescano infine a interrompere il ciclo di povertà e di instabilità demografica del continente. Speriamo che il futuro sia donna”, è poi l’augurio che la scienziata fece, e che ebbe modo di ripetere in numerose occasioni, con la sobrietà e la semplicità che la caratterizzavano.

    Quanto alla teoria della Eva africana gli scienziati sono ormai concordi nell’affermare che la storia dell’uomo ebbe inizio circa due milioni di anni fa in Africa. Proprio qui, infatti, nel continente più antico, furono rinvenuti gli esemplari fossili attribuiti ai progenitori degli uomini e delle scimmie, tra i quali questa nostra antenata.

     

    L’ETERNO FEMMININO – Dall’altra metà del cielo di Mao Tse-Tung al termine suggestivo di ‘eterno femminino’, dove femminino deriva da femminile, ossia ciò che è caratteristico della donna. E’ una parola usata raramente che deve la sua fortuna per essere stata utilizzata nella traduzione del Faust di Goethe, il capolavoro di uno dei più grandi interpreti della cultura e della letteratura tedesca, pubblicato nel 1832 in Germania. Nel V atto, nel momento conclusivo della redenzione di Faust il cui spirito viene assunto in cielo, l’autore sottolinea come causa della sua salvezza sia la figura di Margherita e il suo amore: sono state proprio le sue qualità femminili a consentirla. Le qualità di Margherita non sono contingenti, ma connaturate nel concetto stesso di femminilità. Nel verso finale, infatti, Goethe scrive: ‘Das Ewig-Weibliche zieht uns hinan’, cioè ‘L’eterno femminino ci trae in alto’. L’espressione di ‘eterno femminino’ fu introdotta nell’uso italiano da Giosuè Carducci, che l’aveva mutuata a sua volta da una traduzione della critica francese, ‘l’éternel féminin’.

     

    IL FEMMINILE E FEMMININO – Che cos’è il femminile? Ed il femminino? Possono essere considerati sinonimi o il femminino è una ‘qualità’ così come soltanto Goethe la intese, lavorando per sessant’anni alla sua opera scrivendo bozze, revisionando e aggiungendo le sue conoscenze e le sue dottrine culturali? Riferendosi a ‘qualità femminili’ queste comprendono un’ampia gamma di aspetti, interpretazioni e connotazioni, dipendenti anche dal momento storico e sociale contingente, dunque lontane da come le intende Goethe. Secondo una possibile interpretazione del termine goethiano ‘femminino’ ci si può riferire ad un concetto dal significato ampio, ma dall’utilizzo raro, che indica un particolare tipo di ‘femminile’.  Un femminile fisso, saldo, profondo che richiama quelle caratteristiche sacre e bestiali ad un tempo di amore totale e di spinta all’elevazione che sono inscritti nella figura della donna, così come è stata rappresentata nella letteratura degli ultimi dieci secoli, di cui Dante e Petrarca con le loro donne angelicate, le madonne Beatrice e Laura sono un esempio, e nelle vicende della nostra storia più recente, che vuole da una parte le donne pure e purificate dalla maternità, le madonne, dall’altra le streghe, le immorali, le tentatrici. Stereotipi duri a morire, purtroppo, che hanno condannato e imprigionate le donne, la maggioranza, in ruoli scelti da altri.

     

    LE DONNE NEL 2016 – Quanto alle donne cinesi, ‘L’altra metà del cielo’, oggi, nella loro società possono e devono fare quello che possono e devono fare gli uomini.  In Cina l’epoca della chiusura è finita con la morte di Mao nel 1976 e, ancora di più, con l’epurazione della ‘Banda dei Quattro’, nel 1977, 1978, della quale faceva parte la sua vedova. A segnare la svolta, l’inizio del governo di Deng  Xiaoping che per la Repubblica Popolare Cinese sigla una nuova epoca.

     

    LA CONDIZIONE –  Se confrontata con molti altri Paesi in via di sviluppo, la condizione della donna cinese è tra le migliori. Il governo ha emanato delle leggi che la tutelano, garantendone emancipazione e autonomia. Anche se a livelli ancora molto bassi, le donne stanno facendo la loro comparsa anche in politica.
    Tuttavia, nonostante gli sforzi del governo, in particolare nelle aree rurali, le conseguenze dei maggiori problemi sociali ricadono principalmente su di loro, che sono il 50% della popolazione, e sui bambini. Costituiscono un enorme potenziale e lo stanno dimostrando. Con l’enorme, aggressivo sbarco nel mercato economico mondiale del Paese tra i tycoon, i milionari, si contano abilissime imprenditrici e ‘capitani d’industria’ con patrimoni enormi. Nel nostro Paese vi sono donne cinesi che negli ultimi dieci, quindici anni hanno costruito aziende solidissime dedicandosi al commercio e alla ristorazione.

     

    LA CONQUISTA DELLO SPAZIO – Dall’altra metà del cielo all’altra metà dello spazio. Le donne – e non siano considerate, per carità, dei fenomeni da baraccone, come accade purtroppo ancora di sentir commentare da alcuni individui retrivi, contrari ad ogni progresso culturale e sociale – ricoprono sempre più ruoli e incarichi prestigiosi, grazie alle loro competenze, che un tempo erano loro preclusi. Per ‘cultura’, o forse sarebbe più corretto definirla ‘sottocultura’, le donne erano indirizzate verso studi umanistici piuttosto che scientifici, che aprivano a professioni tipicamente ‘femminili’ quali l’insegnamento, senza naturalmente nulla togliere all’insegnamento. Questo accadeva fino a pochi decenni fa in Occidente, Italia compresa.

     

    VALENTINA TEREŠKOVA –  Nell’Unione sovietica, tuttavia, paese comunista come la Cina di Mao e che come questa garantiva accesso all’istruzione e a professioni considerate altrove maschili, Valentina Vladimirovna Tereškova, 26 anni,  il 19 giugno del 1963 tornò sulla Terra a bordo della capsula Vostok 6 dopo aver compiuto 48 orbite intorno al nostro pianeta.  Rimase nello spazio per tre giorni. Era partita il 16 di giugno. Quel giorno, alle 14  ora di Mosca, la televisione sovietica annunciò che una nuova capsula si aggiungeva alla Vostok 5 di Bykovskij lanciata due giorni prima. A pilotarla era una cosmonauta di nome Valentina, la prima donna ad andare nello spazio. Il primo ministro Chruščёv riportò così la sua ennesima vittoria propagandistica sugli Stati Uniti: il viso di brava ragazza e l’impresa spaziale della giovane astronauta diventarono i simboli dell’emancipazione e del coraggio delle donne sovietiche.

    LA MOSTRA – A parte la propaganda del primo ministro sovietico, in piena apertissima competizione con gli Stati Uniti in epoca di ‘guerra fredda’, all’impresa di questa giovane astronauta, alla quale il Science Museum di Londra ha dedicato una sezione dell’interessantissima mostra ‘Cosmonauts: Birth of the Space Age’, visitabile fino al prossimo 13 marzo, permette di osservare, per la prima volta, una serie di reperti che costituiscono la più importante collezione di veicoli spaziali e manufatti russi mai esposti precedentemente in Occidente. Tra questi vi è la Vostok 6, la piccola capsula pilotata da Valentina Tereškova.

     

    IL DINIEGO DELLA NASA – Negli Stati Uniti, invece, lo spazio fu inizialmente precluso alle donne. Era il 26 febbraio 1962 quando una donna americana, una certa ‘Miss Kelly’, ricevette una lettera direttamente dalla Nasa. Il testo non lasciava spazio a speranze: “La sua offerta di partecipare a una missione spaziale è encomiabile, e le siamo molto grati. Questa lettera è per informarla che attualmente non abbiamo programmi riguardanti astronaute donne, né contempliamo piani simili in futuro”. Il documento, pubblicato qualche anno fa da un utente del sito di social news ‘Reddit’, ha fatto ben presto il giro del web, tanto che anche Hilary Clinton, impegnata nella sua campagna per le presidenziali del 2009 , di aver ricevuto anche lei una lettera di rifiuto simile, dopo una sua richiesta di ‘diventare astronauta’.

     

    SAMANTHA CRISTOFORETTI – Da quel giugno del 1963 la storia dell’esplorazione spaziale annovera molte astronaute. Arriviamo così a Samantha Cristoforetti, la cosmonauta 38enne di origine trentina, laureata in ingegneria, ufficialmente entrata nei libri di storia dell’esplorazione spaziale dopo aver stabilito il record di permanenza consecutiva nello spazio per una donna: 200 giorni. L’astronauta italiana ha soffiato il primato alla statunitense Sunita Williams, che tra il 2006 e il 2007 era rimasta in orbita per 195 giorni. Il sorpasso è stato effettuato alle 16.21 del 6 giugno 2015 quando Samantha Cristoforetti ha superato la collega della Nasa. Con il rientro previsto per  l’11 giugno l’asticella del record è salita a 199 giorni e alcune ore. Quasi 200 giorni nello spazio orbitando e, come ha sempre sostenuto la nostra astronauta, vivendo un’esperienza unica, meravigliosa, il sogno di una vita.

     

     

    IL PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA – Nel suo recente discorso di fine anno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare quattro persone,  tre delle quali sono donne, ringraziandole per il loro impegno. “L’Italia è ricca di persone e di esperienze positive.  A tutte loro deve andare il nostro grazie”, ha detto il capo dello Stato.
    “Sono ben rappresentate da alcune figure emblematiche. Ne cito soltanto tre: Fabiola Gianotti, che domani (1 gennaio 2016, ndr) assumerà la direzione del Cern di Ginevra, Samantha Cristoforetti, che abbiamo seguito con affetto nello spazio, Nicole Orlando, l’atleta paralimpica che ha vinto quattro medaglie d’oro.
    Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane”, ha proseguito il presidente Mattarella: “Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Ricordando le donne Sergio Mattarella ha voluto anche rivolgere “un pensiero particolare alle persone con disabilità, agli anziani che sono o si sentono soli, ai malati”.

    Donne, sì, ma prima di tutto persone. Questo tempo sia finalmente vissuto nel rispetto per le persone che siano donne, uomini, terzo o quanto sesso, anziani, bambini, disabili, malati, a qualunque paese, credo religioso o politico appartengano.

  • Melania Baroncini – Le donne e la filosofia: la prospettiva del femminismo nelle teorie filosofiche

    Melania Baroncini – Le donne e la filosofia: la prospettiva del femminismo nelle teorie filosofiche

    Il femminismo è uno dei movimenti più eterogenei e di più vasta influenza del Novecento che si è sviluppato con caratteristiche peculiari in ogni paese ed epoca. Si può dire che al centro del femminismo ci sia l’idea che le donne siano trattate in modo ingiusto nella società, organizzata su una bipartizione di generi che avvantaggia gli uomini e che pone le donne in una condizione di subordinazione ad essi. L’accesso delle donne all’uguaglianza in una cultura a dominanza maschile non è comunque mai stato un obiettivo universale del femminismo, anche perché è controverso cosa significhi l’uguaglianza per le donne, come e riguardo a cosa essa vada acquisita, e quali siano gli effettivi ostacoli da superare. Si è periodicizzato il movimento femminista grosso modo in due ondate: la prima, a partire dal XIX secolo fino al 1920 (dopo la Prima Guerra Mondiale) incentrata sulla lotta per l’uguaglianza tra uomo e donna, e la seconda nel XX secolo (dagli anni ’60 in poi) incentrata sulla liberazione sessuale, fino ad arrivare al post femminismo che va oltre la dualità maschio/femmina e mette in discussione il concetto stesso di genere, qui utilizzato per indicare le modalità culturali, sociali, simboliche attraverso cui è stata costruita l’identità.

    Nel XIX secolo, quindi ci riferiamo alla prima ondata del femminismo, le maggiori pensatrici si dedicano tutte al raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, diritti non solo politici ma anche economici. Ad esempio, il voto fino al XIX secolo era considerato a suffragio universale quando tutti i maschi ne avevano diritto. A tal proposito, nel 1800, nasce un importante movimento quello delle suffragette per la richiesta del voto estendibile anche alle donne. Le suffragette rappresentarono una figura fondante il femminismo dei primi anni in quanto ricordarono al mondo l’esistenza della donna e dei suoi diritti sia in ambito politico e sociale ma anche in ambito economico.

    Come già accennato prima, le donne si trovano in questa epoca in una situazione di inferiorità e subordinazione agli uomini, prima ai padri e poi ai mariti. La stessa maternità confina le donne alla sola sfera domestica e sviluppando un sapere privato, dell’oikos, non hanno la disponibilità di tempi e spazi sufficienti per dedicarsi alla sfera pubblica. Infine, alle donne non è necessaria una grande educazione, se non quella per l’accudimento e cura dei figli.

    Per filosofie del femminismo si intende, invece, la pluralità di teorizzazioni e pratiche che vanno dalle prime formulazioni del prefemminismo, agli studi sulla costruzione del genere, al pensiero della differenza sessuale, sino alle elaborazioni più recenti, quali l’Anglo-American Feminist criticism, le teorie femministe francese e italiana, e da ultimo la Feminist Film Theory.

    In particolare, mi soffermerò sulla trattazione e il pensiero di importanti figure fondanti il femminismo filosofico fino ad arrivare alla posizione di tre autori uomini, portatori dei valori della società patriarcale occidentale.

     

    1. Il femminismo progressista: Mary Astell.

    Mary Astell è una figura peculiare nella filosofia soprattutto per il periodo storico da lei vissuto, il Seicento, in quella fase di transizione che dalle guerre civili ha portato a delineare lo “Stato di diritto”. Si impegnò in vari dibattiti filosofici e politici, non solo su questioni femminili ma, partendo dalla sua posizione e dal rispetto per il proprio sesso, dispiega un’analisi completa sull’ordine della convivenza.

    Ed è proprio partendo dal concetto di convivenza che Astell diverrà la prima commentatrice di Locke: secondo il filosofo, l’ordine della convivenza stabilisce una continuità tra il modo in cui gli esseri umani vivono e la forma politica che accettano tramite la stipula di un patto. Ci troviamo di fronte alla questione del contratto sociale.

    Ora in breve, possiamo definire il contratto sociale come quel passaggio fondamentale per la nascita di uno stato sociale e politico, in cui si passa dallo stato di natura, in cui tutti gli uomini, donne comprese, sono liberi, ma vivono nell’insicurezza e instabilità, alla formazione di uno stato giusto basato su un impegno reciproco, che riguarda allo stesso modo governati e governanti, e su delle regole precise.

    Secondo Locke, il Contratto che lega gli esseri umani sarebbe dunque legittimato dal fatto stesso di essere umani, non più dal ricorso a Dio. L’essere umano di Locke è fondato sulla ragionevolezza, che qui diventa un’attività che genera un equilibrio momentaneo. È un essere umano pensato secondo moderazione e una temperanza umana che contrariamente all’uomo di Hobbes, caratterizzato invece dalla ragionevolezza come calcolo di costi-benefici, evita di pestare i piedi agli altri.

    L’uomo di Locke è libero, sicuro e una peculiarità qui fondamentale è la proprietà; infatti, secondo il liberalismo lockaniano la relazione di proprietà esclusiva appartiene all’essere umano in quanto tale: essere ragionevole, proprietario e libero in maniera innata. Gli esseri umani vengono dunque definiti come “individui proprietari” industriosi che, proprio perché ragionevoli, non possono che affidarsi alla cooperazione e quindi al contratto sociale. Ma è vero che la donna non rientra nel profilo dell’individuo proprietario. La domanda di Astell però non è mirata a sollecitare un’inclusione della donna nell’ordine liberale nascente.

    A questo proposito, tanto l’individualismo tanto la famiglia risultano importanti nelle riflessioni di Astell: la famiglia è, da una parte, necessaria a creare un primo ambito associativo senza il quale si possa passare dallo stato individuale a uno stato sociale e associato, dall’altra è la sfera in cui la vita del singolo può riprodursi e adempiere alle attività produttive. È qui che le riflessioni di Astell arrivano a toccare i suoi punti più alti connettendo le due tesi di Locke: il fatto che gli uomini siano liberi e che le leggi positive sono una persecuzione delle leggi e dei diritti naturali, secondo Astell: nella famiglia, se il potere costituito è legittimato dal consenso dei contraenti e se tutti gli esseri umani sono dotati di diritti naturali, allora anche le donne dovrebbero essere libere contraenti nei confronti del marito.

    Mary Astell contesterà proprio a Locke la contraddizione insita nella mancata partecipazione della donna alla vita associata: “se tutti gli uomini nascono liberi, come accade che le donne nascano schiave?”. Ma la scrittrice inglese non si rivolge agli uomini, piuttosto alle donne e chiede loro di togliersi dalle circostanze che costituiscono appigli per i falsi ragionamenti dei costituenti. In questo caso Astell si riferisce alla Dichiarazione dei diritti che, approvata nel Settecento, aveva escluso sia donne che schiavi; la donna viene riconosciuta come un essere non totalmente umano, così come la teorizzava Aristotele perché dotata solo parzialmente del logos quanto capacità deliberativa. La donna dunque non aveva né voce né diritti in quella società e per questo che Astell riconosce nell’educazione il mezzo per eccellenza da usare per superare tali ostacoli e tale esclusione.

    “Il grande scopo di questa istruzione sarà perciò di disperdere la nube d’ignoranza che ci avvolge a causa dei costumi, di rifornire le nostre menti di una scorta di conoscenze utili e solide in modo che l’anima delle donne non sia più la sola cosa disadorna e trascurata.”

    La Astell è una delle prime donne che inaugura l’idea che per una donna possano esserci promesse maggiori al di fuori del matrimonio. Le figure qui riprese dalla pensatrice sono le orfane e soprattutto le vedove: si potenzia la figura della “vedova allegra” , donna indipendente da legami coniugali creando uno spazio del tutto nuovo per la donna composto da vuoti legislativi anziché di nuove leggi.

     

     

    1. Il femminismo francese: l’uguaglianza o la differenza? Simone de Beauvoir.

    Il movimento delle donne della prima ondata del XIX secolo otterrà il massimo delle sue conquiste dopo la fine della Grande Guerra. Ma il movimento stesso entrerà in crisi e le pensatrici della seconda ondata, come Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, ripenseranno l’intera ideologia femminista basata non più sull’uguaglianza ma sulla differenza tra uomo e donna all’interno di una società che comunque garantisca l’uguaglianza di diritti e di condizioni materiali per tutti nonostante il proprio sesso. Sia V. Woolf che S. de Beauvoir hanno aperto la strada per una “rifondazione teorica” del femminismo stesso.

    Una delle maggiori pensatrici del femminismo francese che ha posto le basi per il pensiero femminista moderno è stata Simone de Beauvoir. Nel 1949 è pubblicato Il secondo sesso, un’opera fondamentale per la storia del pensiero sulle donne e che rappresenta la prima opera che cerca di analizzare e di narrare il femminile da tutti i punti di vista, in cui S. de Beauvoir utilizza il linguaggio della vita intima per narrare la donna.

    È da sottolineare il fatto che S. de Beauvoir vive in una situazione “privilegiata” in quanto indipendente sia sul piano economico sia sul piano dei riconoscimenti culturali al suo lavoro di scrittrice. Anche il paese in cui vive e scrive, la Francia dei governi del Fronte Popolare degli anni Trenta, ha cambiato la condizione materiale delle donne soprattutto lavoratrici, con importanti conquiste relative alle ferie pagate o all’aiuto in maternità.

    Il Secondo sesso parla della problematica della donna, che vive in una condizione di subordinazione e di oppressione, in una prospettiva esistenzialistica: S. de Beauvoir crede che ogni essere umano è essenzialmente libero, “costretto” a essere libero, e la sua vita è nelle sue mani; ogni essere umano può scegliere la via della “trascendenza” ossia della progettualità e trasformazione del mondo che lo circonda e dunque del vivere nel “per sé”, o la via della “immanenza” ossia dell’accettazione delle cose e del mondo così come sono e del vivere nell’”in sé”.

    L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima parte che riguarda i fatti e i miti cerca di dare una risposta al problema delle cause della subordinazione della donna, studiandone il destino, la storia e i miti; la seconda parte invece analizza l’esperienza vissuta attraverso le fasi e i momenti che ciascuna donna attraversa o può attraversare nella sua vita personale (infanzia, fanciullezza, iniziazione sessuale, matrimonio, maternità); indica inoltre le vie di liberazione e di affermazione facendo un sorta di autoritratto della “donna indipendente”, come fase intermedia tra subordinazione e liberazione.

    Per ciò che riguarda la prima parte dell’opera, S. de Beauvoir spiegando le cause del destino della donna chiama in causa le storture: della spiegazione biologica che vedrebbe la donna in uno stato di inferiorità dovuto alla divisione dei compiti nella procreazione, da spiegare dunque non in termini di animalità ma di società umana; della spiegazione di Sigmund Freud che spiega la situazione di inferiorità della donna costruendo la teoria dell’invidia del pene e della sua mancanza come di un vuoto per essa; della spiegazione marxista che infine afferma che la condizione della donna sia comune a quella della classe sfruttata dei proletari.

    Ciò rivela l’asimmetria di base tra i termini “maschile” e “femminile”.

    La donna è inevitabilmente confinata in una relazione di doppio con l’uomo: lui rappresenta l’Uno e la donna è l’Altro nella totalità. Ma cosa significa per la donna esser Altro? Secondo S. de Beauvoir la donna nella storia pur essendo libera (ogni essere umano secondo la prospettiva esistenzialistica della pensatrice è libero) si è trovata in condizioni diverse rispetto a quelle dell’uomo e ha scelto di essere Altro, ossia il secondo sesso rispetto al primo rappresentato dall’uomo. L’Altro dunque rappresenterebbe l’accettazione della donna della sua condizione di inferiorità in cui l’uomo l’ha collocata.

    Ovviamente si tratta di una accettazione condizionata e non costretta dalle situazioni in cui la donna si è trovata a scegliere.

    Quindi concludendo, la donna ha scelto l’immanenza impostale dall’uomo mentre l’uomo ha scelto la trascendenza nei termini della prospettiva esistenzialistica.

    La donna come scriveva ripetutamente S. de Beauvoir non è nata donna ma lo è diventata, e può anche cessare di esserlo. Da qui, la pensatrice si muove verso una nuova trattazione ossia: così come la donna ha scelto di essere Altro, con la lettera maiuscola e quindi un essere subordinato ad un altro di sesso maschile così può trasformarsi in altro con la lettera minuscola, ossia in un essere umano di uguale dignità e condizione rispetto all’uomo, definito anche esso come altro. Da una “differenza” conflittuale fondata sulla subordinazione, si può passare a una “differenza” basata esclusivamente su una divisione di ruoli che però riconoscono parità di diritti e dignità.

    Questa trasformazione della donna in altro eliminando la conflittualità con l’uomo dovrà realizzarsi in una società senza sfruttamento, e proprio a tal proposito S. de Beauvoir riprende le tesi marxiste e soprattutto quella relativa al raggiungimento della liberazione della donna attraverso la sua indipendenza economica.

    Nella storia della specie umana, diceva S. de Beauvoir, la preminenza era stata concessa non al sesso in grado di generare e concepire ma al sesso in grado di uccidere, e su tali valori si è costituita ogni civiltà e società. Di fronte a questa situazione la donna non aveva mai opposto dei suoi valori, limitandosi a modificare la propria posizione rispetto alla coppia e alla famiglia. La donna invece doveva finalmente cercare la strada per la sua libertà, spettava a lei decidere che cos’è veramente la donna.

    Infine, possiamo soffermarci su due argomenti centrali le trattazioni di S. de Beauvoir ne Il Secondo sesso, che sono i miti e la sessualità.

    I miti sono quindi definiti come orizzonti narrativi collettivi che individuano i soggetti e le loro caratteristiche e dunque non solo figure letterarie antiche. In questa parte dell’opera S. de Beauvoir compie un’operazione interessante riprendendo i termini e il discorso della morale esistenzialistica sul rapporto tra soggetto e alterità e applicando ad essi uno sguardo sessuato. Ogni mito implica un soggetto che proietta speranze e timori, le donne non essendosi mai poste come soggetto, non hanno creato un proprio mito: sognano attraverso i sogni degli uomini.

    Per ciò che riguarda la sessualità, la premessa che S. de Beauvoir pone nell’affrontare questo questione è che la vita sessuale della donna non è un destino tracciato dalla biologia, ma dipende dall’insieme della situazione sociale ed economica in cui la donna si trova.

    Ciò che de Beauvior come le altre femministe vuole raggiungere è la libertà della donna, quando una donna si libera, crea liberamente il proprio destino, in questo modo si fa simile all’uomo nel suo atteggiamento verso la libertà. Questa affermazione non va però intesa come un inclusione che omologa la donna all’uomo ma più come un preciso posizionamento filosofico esistenzialista: liberandosi, la donna diventa soggetto e si sottrae alla funzione di puro Altro. Inoltre liberandosi, la donna libera anche l’uomo dalla posizione stereotipata di lavoratore e padre di famiglia. È proprio da questa modificazione del destino maschile che ho preso spunto per la conclusione del mio lavoro, dunque cambiando prospettiva anche al genere maschile e come quest’ultimo reagisca alla sua nuova posizione.

     

    1. La prospettiva psicanalitica di Luce Irigaray.

    Per Luce Irigaray, come per altre pensatrici francesi degli anni Settanta, il legame con il movimento delle donne è stato un punto di svolta nel suo percorso. Il suo pensiero infatti si è sviluppato in un rapporto di scambio con la politica delle donne, la Irigaray stessa era in contatto con Antoinette Fouque, la donna che ha guidato uno dei gruppi più importanti del movimento delle donne francesi. Il gruppo si chiamava “Politique et psychanalyse” cioè Politica e psicoanalisi. Il nome del gruppo già dice dell’intenzione di fare della psicoanalisi uno scandaglio dell’agire politico.

    Inoltre Luce Irigaray mostra da sempre molto interesse per le problematiche relative al linguaggio: rivede le categorie fondamentali della psicanalisi e della filosofia a partire dai temi dell’inconscio femminile, del corpo femminile, del legame della donna con la madre; riflette sul tema della differenza, sul mistero dell’altro, sulla necessita di un pensiero femminile maturo e saggio; infine lavora sul tema della democrazia e dei diritti sessuali. Un interesse particolare è quello che la lega al pensiero di Julia Kristeva, secondo cui nel linguaggio si giochi il potere sociale, il piacere, la sofferenza, il desiderio, la materialità degli affetti, il primo legame affettivo con la madre, da cui deriva la differenza tra i sessi a seconda di come viene vissuto.

    La prima opera di riferimento per ciò che riguarda il pensiero della Irigaray è Speculum. L’altra donna del 1974. Il testo, che era la tesi di dottorato dell’autrice, segna la rottura con Jacques Lacan e le costa anche l’espulsione dall’Università di Vincennes.

    Con Speculum dunque si matura la rottura tra Irigaray e Lacan riguardo alla loro collaborazione all’interno della scuola ma comporta anche una differenziazione sul piano del pensiero.

    Facendo un passo indietro, sarebbe giusto soffermarci sul pensiero della Irigaray quando era ancora all’interno della scuola lacaniana; le sue riflessioni del momento segnalano il suo avvicinamento ad un pensiero sessuato della psicanalisi. Ma cosa vuol dire pensiero sessuato? Si intende come pensiero sessuato il fatto che l’essere donna non è indifferente a quello che sta dicendo sulla donna e sull’uomo, sul linguaggio, sul corpo. In realtà però Irigaray stessa afferma in un suo testo Comunicazione linguistica e speculare come il suo non sia ancora un pensiero sessuato. Si tratta però già di un pensiero che si differenzia da quello di Lacan, in un momento in cui lavorava ancora in collaborazione con lo psicanalista.

    Lacan infatti sosteneva che una bambina o un bambino  divengono dei soggetti veri e propri quando entrano nel circuito di una rete di significati sociali e che danno loro una posizione precisa in rapporto ad essi. Questa posizione, secondo Lacan, è garantita dalla figura paterna. È dunque la figura paterna che simbolicamente fa sì che si sciolga quel rapporto di fusione amorosa con la madre, che altrimenti i bambini manterrebbero, rimanendo al di là delle regole sociali. È solo attraverso questo passaggio e grazie alla figura paterna che le bambine e i bambini posso uscire dallo stato di infanzia.

    Uscire dallo stato di infanzia quindi significa avere la capacità di reggere la mancanza di qualcosa che amorosamente prima ci completava, ma che ora non è più a nostra disposizione. Lacan, seguendo Freud, aveva dato il nome di “superamento del complesso di Edipo” (si tratta di un atteggiamento ambivalente di desiderio e di sostituzione nei confronti del genitore dello stesso sesso e di desiderio di possesso esclusivo nei confronti del genitore di sesso opposto) al diventare individui andando oltre il legame amoroso con la madre; e aveva dato il nome di “legge di castrazione” all’accettazione della mancanza di qualcosa.

    In Comunicazione linguistica e speculare Irigaray non critica direttamente le idee di Lacan e Freud ma pensa che ci sia un’altra spiegazione per diventare un individuo sociale mettendo da parte la figura del padre; pensa dunque alla comunicazione nel linguaggio: ad esempio quando i nostri genitori parlano, il nostro sentirci al centro del mondo viene posto in una posizione secondaria, siamo come niente perché essi parlano tra di loro. Inoltre quando una bambina o un bambino viene indicato come “ella” o “egli”, diventa una singolarità accanto ad altre singolarità: diventa dunque una e uno tra i tanti.

    È dunque in questo modo, attraverso il linguaggio e il discorso e non dalla figura paterna, che si diventa individui sociali, nel momento in cui si smette di essere al centro dell’universo e nel momento in cui si viene indicati e ci si identifica nella figura dei genitori. Quando si capisce di non essere più al centro del mondo che la bambina e il bambini cercano la socialità con gli altri. La comunicazione linguistica, già da come si evince da questo primo testo, resterà a lungo parte del pensiero di Luce Irigaray. Ma si intende il linguaggio non come il contenuto di quello che diciamo ma linguaggio come modo di porsi, di rapportarsi a se stessi e agli altri legandosi anche al proprio corpo. Ad esempio, la bambina dopo esser stata nominata come “ella” nel linguaggio, passa alla possibilità di dire “io” quando si identifica con la madre; e lo stesso il bambino, quando si identifica con il padre, dice “io”. Irigaray sostiene quindi che quando uno parla e dice “io” in realtà si riferisce sempre ad un “tu”, parlando dunque riferendosi a una terza cosa o persona esterna alla relazione.

    Nei testi successivi Irigaray affermerà che la prima posizione ossia quella concentrata sul “tu” è rappresentata dalla posizione isterica prevalente nelle donne. La seconda posizione, quella concentrata sull’”io”, è invece la posizione ossessiva, prevalente negli uomini.

    Soffermandoci sulla donna e sulla sua posizione isterica, questa ha il significato di pensare quel legame dimenticato nella cultura patriarcale tra la figlia e la madre. La posizione isterica femminile è quella che si appoggia, parlando, sul “tu” e non sull’”io”.

    È la posizione che valorizza sempre i discorsi, che però sente dire ad altri annullando i propri. In questo modo viene spostato continuamente il legame dimenticato con la madre perché è ciò che ci porta a dare valore al “tu”, al discorso dell’altro; la posizione isterica femminile quindi non rinuncia mai a un legame affettivo con tutto ciò che è altro da sé.

    Speculum. L’altra donna, a questo punto diventa il testo nel quale Irigaray critica le teorie di Lacan e Freud in maniera dura e ironica. Il saggio è diviso in due parti: la prima è dedicata alla psicoanalisi, la seconda alla filosofia. Entrambe convergono nella tesi dell’essenzialità della differenza sessuale, spiegata però come esaltazione della sessualità femminile. Secondo l’autrice, la psicoanalisi e la filosofia antica hanno prodotto una cultura apparentemente valida per tutti ma che in realtà è portatrice di soli valori maschilisti.

    Il riferimento allo “speculum” (contrapposto allo specchio) è un attacco indiretto a Lacan, che nel suo Stadio dello specchio indicava come centrale e decisiva nell’infanzia l’esperienza dello specchio, appunto. In questa fase, il bambino e la bambina si vedono riflessi allo specchio per la prima volta e per la prima volta cominciano a costruire la loro identità come individui separati dalla madre e dagli altri. Attraverso questa teoria, Lacan spiega come la donna funzioni come lo specchio dell’uomo che, guardando la donna nella sua condizione di inferiorità, vede se stesso nella sua condizione di superiorità. L’uomo vede in conclusione la donna come un buco, una mancanza, un’assenza e tutto è riconducibile all’organo genitale maschile che invece rappresenterebbe il pieno, l’attività, il tutto; l’organo genitale femminile è il vuoto, la passività, il niente.

    Il discorso intorno all’uomo è un discorso fallocentrico in cui l’uomo pone al centro di se stesso il proprio fallo, il proprio discorso che dunque lo induce a pensarsi superiore rispetto alla donna.

    La donna quindi è una sorta di figura simbolica che gli uomini stessi hanno formulato facendo sì che la proprio cultura diventasse quella dominante ma, al tempo stesso una donna si sente sempre fuori posto rispetto a queste figure, c’è comunque qualcosa che va oltre. Ma secondo Irigaray sarebbe meglio non prendere troppo sul serio questo essere oltre che produrrebbe una nuova autorappresentazione della donna, un nuovo discorso attorno ad essa.

    Riprendendo la figura dell’isterica, Irigaray adesso la identifica oltre lo specchio del pensiero maschile. La donna isterica ripete ciò che gli altri le attribuiscono, solo il suo legame con la madre rimane reale, si tratta però di un legame senza immagini.

    Irigaray ribadisce continuamente che la donna ha per destino il mutismo, non può produrre un pensiero che sia suo, che faccia riferimento a un proprio ordine, eppure, lei stessa denuncia questo mutismo.

    Secondo Irigaray, se invece di usare lo specchio si usasse lo speculum, si vedrà che quello che per l’uomo era il vuoto, il nulla, è invece un luogo con una sua realtà e sessualità ricca che da parte sua fa apparire modesta quella dell’uomo.

    Un’ulteriore figura che Irigaray descrive nel testo è quella del godimento femminile: descrizione che parte da una negazione delle teorie di Lacan; la filosofa parte dal pensiero lacaniano del godimento femminile per poi passare al di là dello specchio dello sguardo maschile sulle donne.

    Il godimento maschile si rifà solo ad una parte dell’altro, ad un dettaglio, è impossibilitato a godere di un corpo nella sua interezza e di recente a questa impossibilità si è posto rimedio parlando d’amore.

    Il godimento femminile, sempre secondo Lacan, non riesce a godere dell’altro come l’uomo, non riesce a concentrarsi su di un particolare, né di parlare del godimento stesso questo perché a lei il legame con l‘essere riesce.

    Il godimento femminile invece oltre lo specchio si definisce come indefinito e senza contorni: la donna non prova piacere solo in una cosa in particolare, ed inoltre il suo piacere è senza parole e rappresentazioni. Essenza del godimento femminile è il toccare, il toccare produce confusione tra i due corpi.

    La visibilità invece è propria del godimento maschile, la visibilità porta a distinguersi, a riconoscersi in quanto soggetti, da ciò che si guarda che diviene oggetto.

    La donna descritta da Irigaray in questo modo è una donna che si confonde in continuazione, a volta con la madre, a volte con altre donne; la confusione, in particolare, generata tra lei e la madre è il rovescio del fatto che l’immaginario maschile vede sempre in una donna la propria madre.

    La differenza sessuale uomo-donna si spiega attraverso la formula del “parlare non è mai neutro”, la differenza infatti ha bisogno sempre di un linguaggio che la determini affinché se ne possa parlare; la stessa donna ha bisogno di un dialogo simbolico conforme all’esperienza femminile. Secondo la pensatrice il linguaggio deve essere decostruito così che ne venga svelato il carattere falsamente neutro; facendo un’indagine sul linguaggio di ragazze e ragazzi Irigaray scopre che la società in cui viviamo parla sempre e solo di un soggetto unico (che di fatto è l’uomo); se si entrasse invece in un’ottica che comprenda due soggetti, l’uomo e la donna, allora questo rapporto cambierebbe e ciascun soggetto entrerebbe in relazione con la natura, con gli altri individui e con la cultura: da qui nasce la formula dell’ “umanità a due”.

    Passiamo ora ad un altro testo: Etica del 1985. In questo testo Irigaray si pone oltre lo specchio dell’immaginario maschile, si impegna a tentare le forme simboliche del linguaggio che sia fedele all’esperienza delle donne e ne tocchi i punti giusti; questi punti simbolici sono il tempo, il divino, il soggetto e l’altro.

    Che cosa è però che crea una vera socialità tra le donne? Secondo Irigaray esistono due condizioni: la prima è quella che si basa sulla ricerca del linguaggi inteso come luogo da abitare; la seconda condizione è che occorre che i rapporti tra le donne si istaurino su due assi: il primo asse, quello verticale, è il rapporto tra madre e figlia, l’asse orizzontale rappresenta invece il legame delle donne con altre donne. Questi due assi si incrociano e il risultato è che il rapporto di una donna con la madre prefigura il suo rapporto che le altre donne. Se il rapporto con la proprio madre risulta confuso di conseguenza anche il rapporto con le altre donne risulterebbe tale. Solo se queste due condizioni, sopra descritte, vengono soddisfatte allora la donna può amare e può amarsi.

    Di nuovo, in Etica Irigaray riprende la figura del godimento femminile, qui definito come “mucoso”. Il godimento femminile è ancora una volta un elemento di differenza sessuale con l’uomo, la donna infatti grazie ad esso riesce a incontrarsi con l’altra persona. Nel mucoso dunque è presente la spiritualità, del tutto assente invece del godimento maschile e nell’uomo stesso. Ogni figura simbolica femminile è permeata di spiritualità. Nell’esperienza delle donne c’è qualcosa di divino che nasce dalla gioia di toccare, un divino che non deriva dai momenti di mancanza e sofferenza ma da momenti di pienezza dell’essere. Si tratta dunque di un divino che nasce dal piacere, dal godimento e dalla felicità. Non si incarna come il Dio nel cristianesimo in Cristo, secondo un movimento dall’alto verso il basso, dal cielo alla terra. Non è il Dio della sofferenza ma lo incontriamo in momenti di gioia e piacere.

    Il tema del divino femminile è sempre stato un tema caro a Irigaray, anche se nelle sue ultime riflessioni si è allontanata dallo squilibrio presente in Etica, in cui l’incontro tra uomo e donna era possibile solo per via del godimento femminile, ma la differenza sessuale è modellata sulla figura del due: il due della coppia tra donna e uomo.

     

    1. Studi di genere: Hobbes,Platone, Hegel.

    Importante è trattare anche le posizioni di tre dei principali pensatori dell’Occidente riguardo la figura della donna all’interno della società. In questo modo usciamo dall’universo femminista per approdare agli studi di genere.

    Il primo dei tre filosofi che tratteremo qui è Hobbes: padre del contrattualismo, Hobbes si è spesso soffermato sul diritto dei genitori sui figli, specialmente sull’origine del potere paterno, qui chiamando in causa anche il ruolo della donna.

    Questa trattazione è legata al saggio De Cive pubblicato nel 1642, qui Hobbes tratta i temi dello stato di natura e dello stato civile, i due ambiti fondamentali per spiegare il contrattualismo sociale.

    Ora, soffermiamoci sul potere paterno: l’argomentazione che affonda questo potere sulla generazione, secondo Hobbes, non è affatto evidente perché si è in due, uomo e donna. Per questo bisogna tornare allo stato naturale, dove tutti sono considerati uguali; qui per diritto di natura è la donna a generare i figli e dunque ad averli a disposizione per prima, la padrona dei figli dovrebbe essere lei.

    La perdita dunque del potere della madre sui figli, secondo Hobbes può avvenire in tre modi: in primo luogo se è la madre stessa a rinunciarvi, ad esempio abbandonando il figlio; in secondo luogo se perde proprietà di sé cioè se viene presa in guerra o diviene cittadina di uno Stato; o, infine, se si unisce in “società di vita” a patto che il potere spetti all’uomo. I figli così saranno a disposizione di chi possiede la donna: nei vari casi il vincitore della guerra, oppure lo Stato di cui diviene cittadina oppure, in ultima istanza, il marito  poiché, come scrive Hobbes: “in generale, se la società di maschio e femmina diviene un’unione, così che l’una sia sottoposto al potere dell’altro, i figli sono di chi ha il potere”.

    In conclusione, in uno Stato in cui maschio e femmina sono uniti da un patto di coabitazione, i figli sono del padre, poiché in tutti gli Stati, costruiti sulla figura paterna e non sulla figura della madre di famiglia, il potere domestico spetta all’uomo. Inoltre, se questo patto viene concluso secondo le leggi civili, si contrae il matrimonio; se invece il loro accordo riguarda soltanto la convivenza, i figli sono della madre o del padre, a seconda delle leggi civili dello Stato di appartenenza. Dunque è il matrimonio, e solo questo, che istituisce la sovranità del padre sui figli e moglie.

    Quindi, possiamo dire che la filosofia politica hobbesiana abbia due direzioni: la prima in cui tutti gli esseri umani sono liberi nello stato di natura, la seconda in cui nel momento di stipula di un  accordo/patto tra uomo e donna, il matrimonio appunto, il potere totale su famiglia e figli passa all’uomo, mettendo dunque la donna di nuovo in una posizione di subordinazione.

    Il potere del marito sulla  moglie tuttavia non viene visto come un esempio di potere politico: alla base del patto si presuppone una differenza che rende la donna sottomessa. La differenza femminile, intesa come capacità di generare, se nello stato di natura fonda il potere materno, con il contratto di matrimonio è ciò che relega la donna alla sfera domestica, e all’interno di questa resta madre e moglie senza potere.

    Anche Hobbes quindi segue il filone per così dire maschilista, accusato dalle precedenti pensatrici tra cui Luce Irigaray, che come abbia visto, mette proprio in discussione questa figura così predominante del padre nella famiglia, ricreando un nuovo spazio alla donna, soprattutto in rapporto con la figura della madre, per lei  molto importante.

    Un altro filosofo che si occupa di famiglia è Platone. È proprio Platone che ha inaugurato quella filosofia che ha portato a ignorare la differenza e che porta a ridurre l’umanità al solo genere maschile.

    A differenza di Aristotele che riconosce come principio di origine politica l’interdipendenza dei sessi e la necessità del loro coesistere, Platone dà scarso rilievo al carattere del sesso. Il problema della generazione riguarda lo stato non i singoli individui e la poca importanza che Platone dà alla natura biologica nell’assegnare ruoli e mestieri, è ottenuta ignorando questa differenza sessuale.

    Nel V libro de La Repubblica, paragonando la differenza tra calvi e chiomati a quella tra uomini e donne, Platone relativizza la seconda nell’ambito della generazione: Socrate elimina il particolarismo abolendo la famiglia, ma per fare questo deve astrarre dal corpo e dunque della differenza essenziale che divide il genere umano in due. Gli individui, maschi o femmine, perdono il ruolo di padre, madre, marito o moglie in modo tale che l’organizzazione dello stato resti estranea alla differenza dei sessi. La materialità del sesso fonda il dualismo tra pubblico e privato in modo tale che i maschi, confinando le donne alla natura, si liberino per gli affari del mondo; questo si basa sulla concezione astratta di un individuo biologico femmina di fronte a un maschio che ha l’intento naturale di dominarla, e che assume che la donna sia sottomessa a lui per natura.

    Il femminile diviene così centro della trattazione platonica in cui secondo il filosofo non esiste una differenza generale tra uomo e donna che condurrebbe all’inferiorità femminile, ma esiste, nei confronti dell’uomo, una “generale uguaglianza” in riferimento allo svolgimento di un’occupazione. Così quando si parla di differenza tra maschio e femmina, occorre indicare il criterio che assumiamo come unità di misura per tale differenza; poiché quella tra maschio e femmina riguarda solo la sfera riproduttiva in quanto le donne possono, al pari degli uomini, diventare guardiane della città. Platone però, secondo l’interpretazione del pensiero della differenza, propone l’uguaglianza generale tra uomo e donna solo nell’ambito pubblico dunque politico, ma ignora la diversità nel privato. L’argomento a favore dell’irrilevanza della differenza sessuale risulta però sessista e discriminatorio poiché Socrate giudica il lavoro delle donne secondo la tipica gerarchia che vuole il femminile subordinato al maschile.

    Infine a differenza di Aristotele che giudica le donne come obbedienti ai comandi e alle decisioni dell’uomo, Platone teorizzando la polis perfetta, include come cittadini e cittadine sia gli uomini che le donne, ma ancora un volte ci si riferisce solo all’ambito del pubblico, lasciando vano il privato.

    Ultimo pensatore è Hegel; nella trattazione dei Lineamenti di filosofia del diritto la famiglia, prima radice etica dello stato, sta alla base della tripartizione dell’eticità. Essa presuppone il diritto e la moralità. Inoltre ha il suo momento immediato nel matrimonio; il momento della scissione nell’esteriore esserci, la proprietà e i beni di famiglia; il momento etico nell’educazione dei figli e nel suo scioglimento. Inoltre all’interno della famiglia, il rapporto tra i coniugi non si basa semplicemente nell’istinto sessuale ad accoppiarsi e riprodursi ma trova il suo fondamento nell’amore inteso come la coscienza di un interesse e una fiducia comuni; non si tratta però della passione romantica né dell’amore platonico, che vede il rapporto sessuale come qualcosa di indegno ma l’amore si sviluppa e trova quiete nella relazione coniugale.

    Dentro questo quadro uomo e donna ricoprono ruoli e figure diverse; la donna, più disposta al sentimento, è destinata alla famiglia mentre l’uomo nella sfera domestica concilia la “tranquilla intuizione e l’eticità soggettiva vivente nel sentimento”.

    La famiglia così ha un interno (la donna) e un esterno (l’uomo) e i ruoli di genere ne definiscono i confini. Se nel modello di Hobbes il matrimonio si confermava una relazione naturale, nel modello hegeliano la natura biologica della donna viene storicizzata attraverso l’amore e messa a fondamento della famiglia confinando il genere femminile ai soli ruoli di moglie e madre.

     

    1. Carole Pateman

    The Patriarchal Welfare State è un classico della letteratura intorno al concetto di donna. Si parla qui dello stato patriarcale, che teoricamente e storicamente, ha individuato il criterio della cittadinanza nell’indipendenza, basata su qualità e abilità maschili. Da sempre, come abbiamo visto nella trattazione negli studi di genere, gli uomini sono stati visti come possessori delle capacità di richieste di individui, lavoratori e cittadini, mentre alle donne è stato associato il significato di dipendenza.

    Carole Pateman, nella sua tesi di dottorato Il contratto sessuale, scoprì che alla base delle società patriarcali c’è un patto fondativo che è, in realtà, anteriore a quel patto definito da Jean-Jeacques Rousseau “il contratto sociale”, che si credeva fondare la società umana. Il vero patto, secondo Pateman, è invece un contratto sessuale, che consiste in un accordo pacifico tra uomini eterosessuali per distribuire tra loro l’accesso al corpo femminile. Dunque qui ci soffermiamo sul carattere sessuale della donna, vista non solo come angelo del focolare e quindi per natura dedita alla casa e alla cura di figli, ma Pateman guarda alla donna anche come un oggetto sessuale usata dagli uomini a proprio piacimento. È per questo che nei rapporti sociali patriarcali la donna entra con una zavorra che genera disuguaglianza.

     

    1. La “Rivolta Femminile” e gli anni Settanta.

    Negli anni Settanta, il gruppo di “Rivolta Femminile” a cui apparteneva Carla Lonzi, avanzava la pretesa di cambiare le posizioni che occupano donne e uomini all’interno della società, cambiando a sua volta la parola stessa.

    La donna, come sempre detto all’interno di questa trattazione, è inserita quasi per natura in una cultura che le impone di ricoprire determinati ruoli; questo significa che anche quando la donna parla, non viene presa sul serio, viene derisa.

    A questo punto vengono in mente le reazioni di Olympe de Gouges alla stesura della Dichiarazione dei diritti nel Settecento dalla quale le donne vennero escluse oppure la stessa posizione di Aristotele che, gerarchizzando la vita associata, ne escludeva le donne alla pari degli schiavi e degli stranieri.

    La parola però a cui si riferisce Carla Lonzi è una presa di parola, ma a sua volta la presa di parola non è affatto facile: chi parla, ha bisogno di qualcuno che la ascolti e questo rende necessario che l’intera cultura cambi. Infatti, non solo la donna non è mai stata protagonista del nostro universo simbolico e culturale, perché esclusa da campi quali la storia, la letteratura, la filosofia, ma solitamente anche quando si parla della donna, lo si fa attraverso l’occhio maschile dando dunque alla donna posizioni e ruoli prestabiliti. La presa di parola, di cui parla Carla Lonzi, è una presa in carico del valore di quel che si dice, si tratta di rendersi responsabilmente conto di mancanze e possibilità reali. A questo punto è implicita la differenza tra la donna istruita e la donna educata: mentre la donna istruita impara a parlare imitando il valore della parola che gli uomini le attribuiscono, diventa emancipata, entra nel mondo maschile con le gerarchie e i valori che lo organizzano; la donna educata invece, che si identifica nella femminista, cerca una parola che esprime se stessa, la sua vita, alla ricerca di libertà. Parlare ha dunque un valore trasformativo della società e della mentalità della società patriarcale. È importante menzionare anche il rapporto della donna con la politica, anche qui ci si rende conto della difficoltà per la donne di entrare nella politica, mentre in Europa solo dalla seconda metà del Novecento le donne hanno acquisito il diritto di voto (ad esempio in Italia nel 1946, in Svizzera nel 1971), rimane però ancora bassa la percentuale delle donne elette. Quindi anche le donne stesse, dotate di diritto di voto, preferiscono essere governate da personalità maschili anziché femminili perché è l’uomo ha dare maggiori garanzie e certezze. Perciò la mancanza di libertà della donna non è tanto data da un ostacolo esterno ma soprattutto da un ordine che invade il suo sé al punto da diventare interno a lei.

    Il primo passo da fare per uscire da questo ordine sarebbe creare una discontinuità che possa permettere di riconoscere l’esistenza di altro, oltre la tradizione maschile. Smettere di parlare con parole di tradizione e attribuire un nuovo valore alle parola è un inizio.

     

    1. Conclusione: il futuro della donna.

    Dunque, in conclusione, si può dire che il femminismo risulta un movimento estremamente diversificato, anche il pensiero delle varie filosofe e scrittrici qui analizzate, presenta vari temi. Ciò che viene sottolineato in tutte le prospettive del femminismo è la condizione della donna che, nel corso delle varie epoche, sembra non essere cambiata: la donna viene descritta ovunque come un oggetto subordinato all’uomo, da sempre teorizzato come un essere superiore rispetto alla donna soprattutto in relazione alla presenza dell’organo genitale.

    Tutte le filosofe del movimento tentano però attraverso le parole, il linguaggio e le loro opere di porre fine a questa condizione. Cercano tutte di creare una nuova società in cui la donna si possa sentire parte integrante, ricoprendo anche nuovi spazi oltre a quello domestico, di madre e di curatrice della casa.

    Ma quali sono, ad oggi, le ripercussioni sulla condizione della donna nel mondo a noi contemporaneo? Innanzitutto, se parliamo del ruolo della donna, è giusto anche parlare dell’uomo, che nel corso del tempo ha cambiato la propria immagine. L’uomo non riveste più i ruoli dominanti a lui da sempre riconosciuti, come quello di lavoratore e di capofamiglia.

    La donna ha sicuramente raggiunto posizioni del tutto diverse rispetto al passato, molte donne studiano, si laureano e hanno un futuro e una carriera professionale e in alcuni casi sostituiscono la stessa figura paterna nella vita dei loro figli.

    Ma la donna viene ancora, in alcuni ambiti, usata e vista come un oggetto sottoposto alla forza e alle decisioni degli uomini che siano mariti, padri o semplici conoscenti. Sono molti i casi di cui potremmo parlare: i tanti casi di violenza, di femminicidi, di stalking, di abusi e maltrattamenti, di mobbing familiare come accade in molte culture straniere soprattutto arabe e indiane in cui madri e figlie sono considerate oggetto nelle mani dei padri e dei fratelli; qui di nuovo possiamo parlare di società patriarcali, di quelle trattate da Carole Pateman, in cui la donna è dipendente all’uomo. Ma perché esistono tutti questi episodi? Forse si dovrebbero ricercare le cause proprio nel cambiamento di ruoli nell’uomo? Probabilmente sono tanti i motivi che cercano di spiegare e conseguentemente di affrontare il tema della violenza sulle donne, che sia fisica o psicologia e persino sessuale: ad esempio, potremmo ipotizzare che gli uomini non accettino la cercata e raggiunta indipendenza della donna soprattutto nelle relazioni sentimentali e vedono  nella violenza un arma utile per riconquistarle e tenerle con loro; oppure che l’uomo non accetti di vivere e di staccarsi da un tipo di società, appunto patriarcale, che lo ha sempre messo al centro dell’universo e quindi non riesce ad rassegnarsi al suo passato e al potere perduto.

    La “Rivoluzione culturale” portata avanti dal movimento femminista e dalla battaglia per il diritto di voto ha in realtà prodotto vari cambiamenti nella stessa capacità e visione della donna di se stessa; la donna riesce infatti a “metter fuori il naso” e a cambiare il proprio destino. La donna dunque, nella sua ricerca di darsi un’identità nel tempo, ha “invaso” gli spazi dell’uomo generando in lui quella passione che Lacan chiamava odio. L’odio come passione si manifesta anche come gelosia, l’uomo è geloso perché la donna, l’altro, gli deruba qualcosa che è appannaggio del suo essere nato uomo, l’altro donna invadendo gli spazi altrui induce una mancanza non sostenibile.

    La manifestazione della violenza risulta anche come mezzo per eliminare il “rivale”, in questo caso la compagna che diventa il nemico da abbattere per ripristinare una posizione.

  • Floriana Doronzo – Filosofie maschili e femminismo

    “Quando entra un uomo in casa, se stai mangiando sputa il boccone, se sei seduta alzati, se ti stai vestendo fermati”. Era il dolce monito con il quale mia nonna ha cresciuto mia madre e mia zia, sorelle di quattro fratelli, alleati di un unico padre. Una famiglia in cui unire due lembi interni di una gonna per farne dei pantaloni da lavoro è costato a mia madre la cacciata da casa. Ad oggi, sono 36 gli anni di contributi versati da mia madre, da quando nel 1979, prese servizio nell’Archivio di Stato di Bari, a soli vent’anni, con una patente di guida da prendere e un matrimonio da organizzare. Sposata alla mia età, aiuta il marito a comprare il primo terreno con i suoi primi stipendi, mette al mondo cinque figli ed educa tre figlie al “voi siete femmine, loro sono maschi”. Ma questo “voi siete femmine” non ha mai avuto un suono aspro alle mie orecchie, non mi sono mai sentita vittima della mia natura. La stessa natura che mi ha fatto essere l’anima della casa, l’info-point sul posto dei calzini, la ristoratrice per il bis della pasta. La trascrizione automatica della casa che fa il palio con la lettura idiota della strada: “si vede che sei una brava ragazza…non hai grilli per la testa…sei una giovane massaia, ideale da sposare…ma quando a proposito? Ti ci vedo proprio… saresti perfetta come madre…fortunato lui…così non se ne trovano più in giro”. Questo il mio punto di ascolto, che mi ha impedito di capire quale sia quello di enunciazione. Dal mio breve vissuto sembrerebbe che la storia non abbia insegnato nulla a mia madre e che lei, di contro, abbia educato male me e le mie sorelle, costrette ad avere due padri (quello naturale e mio fratello maggiore). Ma, monismo spinoziano docet, siamo delle cellule con un corredo genetico ben definito, ma non incontaminabile. Siamo monadi con tante finestre: l’aria di casa dà il cambio a quella di fuori, le tavole da apparecchiare diventano i banchetti sociali e i panni sporchi si lavano per strada. Non ci voleva il femminismo per dirci che quello che siamo per la nostra famiglia non sempre corrisponde a quello che siamo per noi stesse; ma ci voleva il femminismo per dirci che quel che siamo per noi stesse poteva andare oltre le mura familiari. E non si tratta di uno sconvolgimento identitario diretto solo alle donne, ma a tutti gli esseri uomini con le tre e: embodied in un determinato corpo, embedded in una determinata struttura, employed in un determinato ruolo. E la vagina è solo condizione sufficiente, non necessaria, per sentirsi incorporati, imbrigliati, impiegati.

    A ogni essere umano la sua parte di corpo aggettante: a chi il seno, a chi il sedere, a chi le labbra, a chi il pene…tutte propensioni di comunicazione verso un mondo esterno; propnsioni che non significano nulla, precipuamente nulla. Il recupero del simbolico è un’urgenza che ha allertato molti pensatori contemporanei, che hanno trovato la resistenza di argomenti trascendentali apparentemente più convincenti. Uno di questi ultimi è sicuramente l’ontologia sessuale del femminismo radicale di Carla Lonzi prima e Luce Irigaray poi. L’idea che il sesso ci determini, che il clitoride sia lo strumento di controllo all’interno del collettivo femminista si scontra con quella di un culturalismo “simbofilo”, secondo cui il sesso non è altro che una sovrastruttura culturale. In questa frattura s’insinua lo psicanalista Jacques Lacan con la sua sessuazione:  non vi è chiusa corrispondenza tra sesso (membro) e orientamento soggettivo. Per Lacan, l’anatomia non è un dato, né un destino, ma uno stimolo carnale alla significatizzazione simbolica; qualcosa che il pensiero soggettivo deve rielaborare. Contraria a questa sintesi è proprio Irigaray, che ne “L’altro sesso” parla del sesso femminile come una dimensione ontologicamente vincolante per la donna. La sessuazione lacaniana, invece, ci dice che non ci sono essenze maschili ed essenze femminili, ma si fa l’uomo e si fa la donna (non c’è una funzione descrittiva, ma normativa).

     

     

     

     

    Il Carnevale dei generi: questo scarto tra essenzialismo ontologico e cognitivismo sessuale sfocia in un’ulteriore analisi lacaniana: quella della parata maschile e della mascherata femminile. Quella degli uomini è la sfilata dell’avere, dove si ostenta il possesso, la quantità dei beni materiali e simbolici; si parla di mascherata femminile, invece, perché le donne nascondono-mascherano-dissimulano il loro non avere il fallo, diventando così loro stesse il fallo, l’oggetto del godimento. In tale posizione, il soggetto mancante diventa l’uomo, perché è colui che desidera, che manca di qualcosa. Lacan si spinge oltre, fino a dichiarare che il rapporto sessuale non esiste, perché quello che viene chiamato rapporto è solo una funzione teleologica di godimento (Isterizzazione dei sessi di Baudrillard). Manca la relazione con il segno d’amore, con le viscere della profondità emozionale tra esseri umani, perché il fallo sta in mezzo. E’ un rapporto mediato da uno strumento corporeo estremamente autarchico, che bada alla sua sussistenza. Ma quello che potrebbe sembrare un successo da parte maschile-ci dice Lacan-è solo un modo meno angoscioso di fallire il rapporto sessuale. A entrambe le parti la quasi sicurezza di fallire il rapporto sessuale: il maschio è sequestrato dalla bellezza della donna, la quale-dal canto suo-opera un immediato rilascio dell’ostaggio perché delusa dalla pochezza dell’efficacia fallica. Inefficacia dovuta al mancato raggiungimento del segno d’amore. L’autenticità di cui parlava Lonzi non viene mai completamente raggiunta.

    Ma se il posizionamento di Lacan può lasciarci perpless*, sia in quanto uomo, sia in quanto incubatore dei racconti delle sue pazienti, rimaniamo su un versante fallologocentrico e diamo spazio all’analisi semiotica di Jean Baudrillard. Il filosofo francese, nel suo saggio “Il Delitto perfetto”, riprende lo scrittore Virgilio Martini e l’oscenità della sua opera “Il mondo senza donne” del 1935. Un libro messo al bando, considerato un’apologia della misoginia: protagonisti del romanzo sono uomini omosessuali, che progettano un vero e proprio sterminio del femminile, che dell’alterità è la metafora. Qui gli uomini esercitano un diritto alla differenza, che sconfina nel vietare l’esistenza al diverso.

    Ma Il Femminile e Il Maschile-scrive Baudrillard– non sono termini diversi, ma incomparabili. E’ un falso conflitto, per il fatto che i due termini non sono sullo stesso piano. L’alterità non è negoziabile, e tuttavia circola nella forma della complicità e della relazione duale, che questo avvenga nella seduzione o in guerra. […] Il peggio sta nella riconciliazione di tutte le forme antagonistiche all’insegna del consenso e della convivialità.  Il pornografico mette in cassa intergrazione il desiderio: è il punto culminante di un ipercorpo che non desidera nulla, che diventa funzione sessuale ormai indifferente. E’ la trasparenza stessa a essere pornografica e non l’oscenità lussuriosa dei sessi, proprio perché tutto è dato a vedere come citazione fallica. Il porno non ha certamente guadagnato in innocenza pagana, ma ha guadagnato in insolenza mediale. Il pornografico è quindi il modello di una società in cui svaniscono contemporaneamente la differenza sessuale e quella tra realtà e immagine, e in cui tutti i registri si erotizzano via via che cadono nell’indistinzione e nella confusione dei generi.  Non vi è nulla di meno pornografico di un mondo senza donne. Ci sono due concezioni diverse del sacrificio del sé in favore dell’altro e per dirle ci sono due espressioni tedesche similmente diverse: VERFREMDUNG: divenire altro, estraneo a sé, alienazione in senso letterale; ENTFREMDUNG: perdita di ogni alterità, spossessamento dell’altro.  La donna, grazie all’uomo, ha sempre avuto il modo di emergere; distruggendo ciò che la minaccia. E in questa operazione, per Baudrilalrd, la donna si autodistrugge come essere che non ha più bisogno di difendersi. Nel capitolo intitolato “Chirurgia dell’alterità”, Baudrillard si perde in un’analisi psico-anatomica sul nesso uomo-donna: forse che l’altro, nella sua singolarità irriducibile, è diventato pericoloso e insopportabile, e bisogna esorcizzarne la seduzione? Forse l’alterità e la relazione duale scompaiono progressivamente con il potenziamento dei valori individuali? Bisogna produrre l’Altro come differenza, al posto di vivere l’Altro come destino. E’ per sfuggire al corpo come destino, al sesso come destino, che si inventa la produzione dell’Altro come differenza. Voler districare l’inestricabile alterità del maschile e del femminile per restituire ciascuno alla sua specificità e alla sua differenza è l’assurdità della nostra cultura sessuale di liberazione e di emancipazione del desiderio: questa nuova invenzione della differenza coincide con la nuova immagine della donna e dunque con un cambiamento del paradigma sessuale. Si tratta della produzione da parte dell’isteria maschile di un’immagine della donna al posto della femminilità rubata. La donna come resurrezione proiettiva del medesimo, figura gemella quasi incestuosa. Il concetto di differenza sessuale che s’installa nel medesimo movimento non è che una deviazione della forma incestuosa. In questa situazione uomo e donna non sono che il miraggio l’uno dell’altra. Tutta la meccanica erotica cambia significato, poiché l’attrazione erotica che emanava un tempo dalla stranezza e dall’alterità passa ormai dalla parte del simile e della somiglianza. Se la donna reale sembra scomparire in questa invenzione isterica, bisogna notare che anche il desiderio maschile diventa problematico, poiché è capace unicamente di proiettarsi nella sua immagine e di diventare così puramente speculativo. Il processo di gemellizzazione dei sessi dà luogo a un’assimilazione progressiva che arriva al punto di rendere a sessualità una funzione inutile. Sono così anticipati i cloni futuri, la cui sessualità non sarà più necessaria alla loro riproduzione. Diluizione progressiva della funzione sessuale. Ogni sesso è fatale per l’altro; portatore di alterità. In una prospettiva naturalistica su cui invece si fonda la nostra liberazione, i sessi sono meno differenti di quanto si pensi. Ormai si parla ben poco anche di desiderio, diventato un tema astrale di un linguaggio vuoto, psicanalitico e pubblicitario. La donna strappata alla sua condizione artificiale e restituita al suo essere naturale, al suo statuto legittimo di essere sessuale e contemporaneamente a un riconoscimento legale. L’uomo è solo differente, la donna è altra: strana, assente, enigmatica, antagonistica. Ed è per scongiurare questa alterità radicale che s’inventa la differenza biologica, ma anche psicologica, ideologica, politica. Tutto ciò può anche negoziarsi in una contrapposizione definita in termini di rapporti di forza. Ma, a dire il vero, questa contrapposizione non esiste, è un artificio. Il desiderio tende a se stesso un tranello, l’oggetto si vendica. La donna oggetto, la donna fatale, sfrutta questa femminilità isterica di essenza maschile. Essa sfrutta questa immagine speculativa con una speculazione incondizionata, con un potenziamento della propria immagine. Mediante un rilancio della sua condizione d’oggetto, diventa fatale per se stessa e così lo diventa anche per altri. Questa rispettiva isterizzazione dei ruoli decresce via via che la fede nella natura svanisce nell’epoca contemporanea e che salta agli occhi, con la sua liberazione, il carattere problematico e ambiguo di tale differenza. L’isteria fu l’ultima forma di strategia fatale della sessualità. Non è un caso se essa oggi scompare, dopo aver fomentato le figure estreme della mitologia sessuale di tutto un secolo.

    Ma se per Carla Lonzi l’uguaglianza è un tentativo ideologico di asservire la donna a più alti livelli e la de-culturazione è il processo sociale attraverso cui la donna deve porsi come soggettività politicante, senza il riconoscimento dell’uomo, Baudrillard rimane sul punto dell’isterizzazione: L’unica alternativa, in questa svolta sessuale dell’indifferenza, sarebbe dalla parte della donna. Dato che essa vuole produrre se stessa come differente, dato che non vuole più essere prodotta dall’isteria maschile, le spetta produrre l’altro come oggetto di seduzione. E’ il problema di una donna diventata soggetto di desiderio, ma che non trova più l’altro che potrebbe desiderare in quanto tale (il divenir-soggetto in un mondo in cui nel frattempo è scomparso l’oggetto è il problema più generale della nostra epoca). Il femminile è disponibile oggi a produrre quest’alterità seduttrice, dal momento che non vuole più incarnarla? Il femminile è ancora abbastanza isterico per inventare l’altro? Purtroppo, sembra che ci avviciniamo all’estremo opposto, ossia alla forma esasperata della differenza, vale a dire alla soluzione finale: la molestia sessuale. Sviluppo estremo dell’isteria femminile, mentre quello dell’isteria maschile è la pornografia. Si tratta, in fondo, dei due versanti della stessa indifferenza isterica. Incesto, autismo, gemellarità, clonazione. Possiamo soltanto ricordarci che la seduzione consiste nella salvaguardia della stranezza, nella non riconciliazione. In ciò risiede il segreto di una strana attrazione.

    Ma cosa ne è della donna, neutralizzata dalla sua funzione maschile? La liberazione, l’emancipazione  e l’autocoscienza femminili sono il vapore fuoriuscito da un bagno turco di terme per sole donne, in cui tutte loro erano denudate, erano diventate opache a se stesse, madide del sudore di altri e soffocate dall’aria dei luoghi abitati. Il femminismo è stata la doccia di ghiaccio dopo questo hammam, la purificazione e l’eliminazione delle sostanze tossiche prodotte dalla produzione maschile. E sarebbe altrettanto fumogeno cercare di creare un sistema di riconoscimento che non sia la monetizzazione della produzione e della riproduzione femminili. Si dice che la donna sia la forza e l’uomo la forma; che, cioè, sia la donna ad essere l’energia naturale che si muove all’interno dell’involucro maschile. Una forza in grado di far emergere l’uomo dal suo materialismo, di smascherarlo durante la sua parata e di spogliarlo degli oggetti abitati dalla sua individualità. Ma tutto questo simbolismo sembra non bastare quando in gioco ci sono il potere, la produzione, la meccanica e le nuove forme foucaultiane di soggettivazione.

    Una delle critiche più convincenti mosse all’ortodossia filosofica (abbiamo visto Baudrillard) e psicanalitica (Lacan) viene mossa da Judith Butler: la relazione soggetto-potere è una relazione molto instabile e orizzontale. Il potere è sia la dimensione privata e sociale che fonda il soggetto, sia l’oggetto che viene agito dal soggetto. Ora, questa relazione non ha alcuna necessità teleologica, né ontologica. Nessun fine e nessuna edificazione dell’essere spingono il soggetto a esercitare il potere e a farsi determinare da esso. Piuttosto, secondo Butler, c’è un attaccamento appassionato nei confronti della propria sottomissione, per cui il soggetto si innamora della sua fatica, gode della sua condizione, sfrutta se stesso per cavalcare l’onda di un’azione attiva rivolta solo ad altri. Il soggetto è plastico e l’esercizio del suo potere è ruvido; c’è una consistenza molle nella sua soggettività e neanche ed egli non ne sente l’urto.

    C’è infatti un amore smisurato che mostra la nostra stessa vulnerabilità e che si prostra e si rivolta conducendoci in una melanconia che è poi prodotta dalla perdita; nel domandarsi le responsabilità del soggetto che si lascia sottomettere non si tiene conto della forma psichica che quel potere assume. La coazione a ripetere dell’attaccamento si comporta come una nevrosi, il rifiuto (o forse sarebbe meglio dire: quel che ne resta) invece – dopo la consapevolezza – scompagina lo scenario repressivo del regime regolatore nell’impossibilità ad approfittarsi di noi. L’esistenza di un soggetto anteriore allo sfacelo è paventabile? Cioè l’interruzione di questo circuito che soggioga è pensabile? Butler risponde così: «sono orientata a sostenere che il soggetto che si oppone alla violenza morale, anche a quella contro se stesso, sia il prodotto di una violenza già consumatasi, senza la quale egli non sarebbe potuto emergere». E in effetti, dalla dialettica servo-padrone passando per la coscienza infelice proposte da Hegel, si introduce il prodromo di ciò che inchioderà Foucault e il dibattito a lui coevo. Cioè quel soggetto non è analizzabile solo come produzione ma anche come forma di interiorizzazione[1].

    E più si interiorizza, più si percepisce e più si percepisce più si perde. L’Io in perdita è l’anticamera di una melanconia indefinibile, che per Butler è il terreno di resa di qualsiasi concupiscenza teorica. Nulla si può dire di una condizione che il soggetto non sa neanche nominare, pur rimanendone vittima. La perdita del suo tessuto connettivo è un ritrovamento della sua organicità sistemica: un insieme di funzioni organiche non più schermate dalla pelle e ancor di più in contatto col mondo. Una vulnerabilità interiore in perfetta armonia esteriore ed ecco che lo psicanalitico si socializza. Tuttavia, la melanconia ha una funzione ben precisa nell’economia butleriana: serve infatti per indicare lo statuto frastagliato del soggetto che diventa Io nel suo ripiegarsi. […] Che se allo stringente orizzonte ontologico si sostituisce la relazionalità bisognerà pure sostanziarla affinché non sia una finzione anch’essa, come un atto narcisistico. Si potrà cioè concedere all’alterità tutta la sua incontenibile imprevedibilità nel luogo di quella relazione? Ma Judith Butler questo lo insegna, profondamente.

    E ha insegnato anche a me che se non capivo la gravità del detto maschilista pronunciato da mia madre non era per educazione, ma per un appassionato attaccamento al mio assoggettamento. A Lacan rispondo che il mio fare la donna risiede nel nomadismo del mio pensiero, nella conservazione della disciplina e nella sovversione situazionista. A Baudrillard rispondo di credere ancora nella salvaguardia della stranezza. Le attrazioni giovanili giocano la loro partita sul prato non sintetico delle sub-culture, delle esposizioni officinali e delle birre techno. Non importa quanto durino, ma che vengano create ex nihilo, così per eccitamento senza argomento.  Ho ancora difficoltà a dirmi femminista, perché ogni definizione cade nel vuoto semplicistico del senso comune, ma-a dispetto della fisica-le spinte endocrine talvolta sono più forti di quelle provocate dall’esterno. Mi sono autogettata in un mondo altro (sono a Roma da soli due mesi), che ha i suoi richiami con quello lasciato, ma anche delle grandi distanze. Si sente la stessa melodia nell’aria (perché scritta da me), ma suonata con strumenti diversi.

     

    [1] http://www.lavoroculturale.org/la-trappola-della-malinconia/

  • Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Come è stata acquisita la consapevolezza di esser donna.

     

    Siamo fin troppo abituati a parlare di femminismo, di diritti della donna e di emancipazione, infatti troviamo milioni di considerazioni su questo argomento sia nella letteratura, che nella politica, che nella cultura stessa. Il movimento femminista è ai cardini della società e della sua formazione attuale e futura; è un’ideologia, è la consapevolezza di essere “donna” che ognuno di noi ha materializzato. Sono state fatte lotte, insurrezioni o atti di violenza per difendere questo pensiero, basti guardare le “suffraggette” del ‘900: alcune di loro sono morte, Emily Davison per fermare il cavallo di Re Giorgio V, altre sono state incarcerate per aver gridato in piazza il loro pensiero, Annie Kenney e Christabel Pankhurst (quest’ultima a capo della Women’s Social and Political Union in Inghilterra). Eppure, anche se hanno sacrificato il proprio corpo per difendere la loro sessualità, ci sono donne che con la sola forza della “mente”, hanno lasciato un segno ancor più profondo nel movimento.

     

    Quando dico che ci sono donne che con la forza della loro mente hanno lasciato un segno ancor più profondo, mi riferisco alle scrittrici Virginia Woolf e Simone de Beauvoir e alla saggista Betty Friedan. Sono state le prime che cercarono di spingere questa ideologia da dentro, per poi lasciarla vivere sulle pagine e per trovare una coscienza in comune con le altre donne. Ci troviamo in un periodo storico un po’ particolare, infatti siamo agli sgoccioli della fine della Guerra Mondiale e le donne hanno appena acquisito i diritti di voto, il diritto di istruzione superiore e la libertà di praticare professioni lavorative. Gli studiosi per quanto riguarda il movimento femminista, parlano di “periodo di riflusso”: gli uomini e il mondo sono troppo occupati a organizzarsi per la guerra, per i patti, per le rivoluzioni del periodo e per circa cinquanta anni non sarà più di intralcio questa lotta femminile. Queste lotte, infatti, hanno anche avuto periodi bui, in cui sono state costrette a prendere una pausa dalla sfera pubblica (come nel caso degli anni 20-70 del Novecento), ma mai si sono arrestate totalmente; anzi, hanno continuato a covare dentro, più forti che mai, in ogni donna ma soprattutto tra quelle di ceto medio-alto con una elevata istruzione e una forte ideologia. Qui entrano in gioco le donne che vi avevo citato poco fa, prima tra tutte Virginia Woolf.

     

    Le donne del ‘900 sono sature di ideologie ereditate dalla “prima ondata” del movimento femminista, che ormai è verso la sua fine. Nella seconda metà del Settecento vediamo le ideologie sull’emancipazione della donna farsi concrete con Olympe De Gouges a Parigi (sacrificò la sua vita, andando alla ghigliottina). Successivamente il pensiero non si fermò più, passando per diverse tappe e arrivando fino ai primi decenni del Novecento, in cui avrà un apparente stop. Elenco alcune di queste tappe:

    • il Femminismo liberale, portato avanti soprattutto da Seneca Falls, Jonh Mill e Harriet Taylor. Vi si affermava che uomini e donne sono eguali e «dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». In questa fase si punta l’attenzione su come la donna venga abituata fin dalla nascita ad essere schiava e asservita all’uomo, costituendo la struttura moderna. L’unica soluzione è dare un taglio netto nella società;
    • il Femminismo socialista, rappresentato da Flora Tristan e Marie-Reine Guindorf. In questa fase, utopisti come Owen, riconoscevano che il grado di emancipazione della donna va di pari passo con il progresso generale della società. Oltre che l’uguaglianza giuridica e civile viene richiesto il diritto di voto universale, l’introduzione del divorzio, l’aumento dei salari e la provvidenza sociale. Il tipo di richiesta ci fa notare che siamo nel periodo storico del socialismo! Non solo gli uomini rivendicano diritti sul lavoro, ma anche le donne; soprattutto quelle di basso ceto che sono costrette a lavorare nelle fabbriche per salari veramente bassi. E Marx a proposito diceva che “la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, per quanto spontanea e brutale, cioè capitalistica, fonte bensì di corruzione e di schiavitù, si sarebbe poi rovesciata in fonte di sviluppo di qualità umane”. Inoltre affermava che il sistema capitalistico rovesciava totalmente la vecchia concezione di famiglia, dando alla donna un’entità fuori dalla sfera domestica; quindi – come per Fourier e Owen – il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale della donna;
    • il Femminismo anarchico identifica il problema della donna nello Stato. Infatti ritiene che sia inutile andare a chiedere diritti ad esso, se per sua natura li toglie e non può darli. Questo movimento mosse i suoi primi passi con Voltarine de Cleyre, Emma Goldman e Lucy Parsons.

     

     

    In questa fase vediamo come la cosa principale fosse rimarcare l’uguaglianza tra uomo-donna e come si lotti per avere dei diritti, non essendoci stati precedentemente. Ora non è più così: piano piano i risultati si stanno vedendo e non importa più l’uguaglianza uomo-donna ma la differenza positiva uomo-donna. La donna deve imparare a provare disgusto per la cultura maschile, per la sua politica, per la sua ideologia invasiva e per la concezione stessa che l’uomo da all’esistenza. Ed è proprio su questo punto che saranno improntati i pensieri delle donne post-femminismo anarchico, come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e tutte quelle della “seconda generazione”.

     

    Virginia Woolf (1882-1941), femminista per eccellenza, ha dato il suo contributo principale introducendo il concetto che “l’identità sessuale dell’individuo è un costrutto sociale che può essere trasformato e cambiato”. I suoi meriti però non stanno nell’attivismo, infatti è sempre stata riservata e nella sua sfera privata ha risolto ai problemi sessuali con con un’etica androgina, ma nei suoi scritti. Ha sofferto molto della sua condizione subordinata anche nell’istruzione; infatti non ha mai avuto lo stesso trattamento dei suoi fratelli. Lei stessa ha vissuto personalmente la discriminazione sessuale, riguardo una delle cose più importanti della sua vita, ovvero lo scrivere, nonostante appartenesse comunque ad un ceto abbiente. Ma non si è arresa ed è riuscita a emergere con dei capolavori: famosi sono “Mrs Dalloway” e “La gita al faro” ma espressamente femministi sono i suoi saggi “Le tre guinee”, scritto immaginando che un’associazione pacifista maschile le avesse chiesto un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra; possedendo tre ghinee, la Woolf decide di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra, e “Una stanza tutta per sè”, in cui afferma che «una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi». Il passaggio definitivo alla “seconda generazione” viene dato da Simone de Beauvoir, che da femminismo strettamente materialista, legato ai diritti legali e civili, diventa un femminismo biologico che lotta per le discriminazioni sessiste e naturali.  Nel suo libro “Il secondo sesso” scrive che «non si nasce, ma si diventa donna; è la civilizzazione intera che produce questa creatura. Soltanto l’intervento di qualcun altro può stabilire che un individuo sia un Altro». Cos’è l’Altro di cui parla Simone? L’uomo si è creato attorno a lui un reticolo istituzionale: l’avvocato è uomo, il medico è uomo, il prete è uomo e lo scienziato anche; il mondo gira attorno all’uomo. Quando si parla di qualcuno si sa che lui è l’Uno e lei è l’Altro, e in un discorso viene sempre spontaneo precisare l’essere donna, mentre l’essere uomo è scontato. Simone vuole smontare questo pensiero, annullando la concezione dell’Altro e mettendo il punto, invece, sulla concezione di libertà, svincolandosi dalla reputazione negativa che gli uomini hanno addossato loro nel corso della storia. Come dice anche la Dottoressa Castelli in un suo intervento al seminario Lineamenti intitolato “Liberazione”, le donne di questi anni aspirano ad un tipo di libertà uguale a quello degli uomini, proprio come volevano nei decenni precedenti gli stessi diritti degli uomini su ogni altro aspetto. Ma ciò non è possibile! Come si può chiedere di avere la stessa libertà di un uomo, se è stato lui stesso a definire questo concetto nella società attuale, e ne è il centro? Per questo si capisce che non si può basare la propria libertà su quella dell’uomo, così la donna si ricrea, si rigenera e riparte da sé stessa. Naturalmente la libertà dà anche la possibilità di poter scegliere tra due vie: essere quella che la società impone e ciò che tuo padre e tuo marito vogliono, omologandoti alle regole del tempo, vivendo “per sè” (come dice Sartre); oppure vivere “in sé” scegliendo di esistere secondo i propri valori, le proprie regole e idee. Questa subordinazione generale della donna da nome al libro di Simone de Beauvoir in quanto il secondo sesso di cui lei parla è quello femminile, mentre il primo è quello maschile. Dà un titolo prettamente discriminatorio per attirare l’attenzione su ciò che lei ritiene insensato, per poi scrivere al suo interno ciò che darà la spinta emotiva e ideologica a tutti i movimenti femministi successivi.

     

    Vedete come queste donne siano forti, come sia forte il loro pensiero? Si ok, si trovano già avvantaggiate rispetto alle suffraggette a cui era persino vietata la libertà di pensiero, ma nonostante ciò riflettete: è più potente una lotta fisica o una lotta psicologica? Le donne dell’Ottocento hanno lottato nelle piazze per aver il diritto di voto e il divorzio, sono morte per questa ideologia e sono state carcerate, torturate… nonostante ciò la discriminazione verso di loro ha continuato ad esserci, anzi è stata alimentata. Ma in una società creata sull’uomo e la sua figura, cosa ci si doveva aspettare? La vera forza della donna è chiara in Virginia Woolf e Simone de  Beauvoir: è una forza intellettuale. Infatti è in questo periodo che sono palesi i risultati del movimento femminista: un movimento lento, studiato, pensato ma profondo, capace di smuovere anche pensieri di uomini colti come Owen e Marx. Quando persino gli uomini arrivano ad avere ripensamenti sulla struttura sociale, qui arriva la vera “rivoluzione”; infatti queste donne hanno il merito di essere state le prime a plasmare il pensiero verso la vera emancipazione della donna.

    E’ innegabile che molti esempi storici ci mostrino come la violenza e l’attivismo siano indispensabili per un cambiamento: vedi la Rivoluzione francese, la Rivoluzione Russa, la lotta al Nazi-Fascismo, ma perché si trattava di smuovere un personaggio politico o un’istituzione..quando invece da cambiare è la cultura, è davvero così importante la fisicità? Sicuramente le lotte precedenti hanno dato uno sprint e attirato l’attenzione sul movimento ma il colpo di grazia è stato dato dall’attivismo intellettuale delle donne.

     

    Finita la Guerra, negli anni Settanta finisce anche il “periodo di riflusso”, che lancia le basi per la “seconda ondata” del movimento. Le donne sono di classe media e non sono soddisfatte dei pensieri liberal-socialisti e anarchici, ma vogliono di più. Ormai nel mondo occidentale le donne hanno ottenuto tutti i diritti che richiedevano, ma nelle case e nelle famiglie le discriminazioni ancora esistono; quindi l’unica soluzione è rimuovere il problema alla radice per disegnare definitivamente la differenza, ricordiamo in positivo per la donna, con l’uomo: da qui il Femminismo Radicale. Il principale esponente è il gruppo delle Redstockings, che riassume il concetto della discriminazione con queste parole: «Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale e riguarda ogni aspetto della nostra vita. Siamo sfruttate come oggetti sessuali e di riproduzione, come personale domestico e come manodopera a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di migliorare la vita degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento ci viene prescritto e imposto con la minaccia della violenza fisica […] Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la più antica, la più basilare forma di dominio. Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.) sono estensioni della supremazia maschile: gli uomini dominano le donne, pochi uomini dominano il resto. Tutte le strutture di potere nel corso della storia sono stati a prevalenza maschile e maschilista. Gli uomini hanno controllato tutte le istituzioni politiche, economiche e culturali e hanno sostenuto questo controllo con la forza fisica. Hanno usato il loro potere per mantenere le donne in una posizione di inferiorità. Tutti gli uomini ricevono benefici economici, sessuali e psicologici dalla supremazia maschile. Tutti gli uomini hanno oppresso le donne». Notiamo che si fa spesso riferimento al “beneficio sessuale” perché tipico di questa seconda generazione, non è solo  pensare alla differenza positiva con l’uomo e non all’uguaglianza, ma anche sottolineare la differenza sessuale (in senso strettamente fisico). Siamo in un’epoca più moderna ed iniziano ad uscire testi ritenuti volgari dalla maggior parte della popolazione, in cui si fa esplicito riferimento alla sessualità e ai suoi organi; prima tra tutte Kate Millet, una delle fondatrici del gruppo, con il suo “Politica del sesso”. La scrittrice statunitense analizza diversi scrittori del tempo come Lawrence, Mailer, Miller e Genet; nota che i primi tre – eterosessuali – vedono la donna come «una fastidiosa forza minoritaria da conculcare e mirano a un ordinamento sociale nel quale la femmina sarebbe perfettamente dominata», mentre Genet – omosessuale dichiarato – «ha integrato la donna in una visione di drastica sollevazione sociale, dove la sua antica subordinazione può dar luogo a una forza esplosiva. E, effettivamente, sono le donne a rappresentare la rivoluzione». Il perché di questa constatazione è rintracciabile nella concezione del tempo riguardo l’omosessualità.

    Prima devo fare una piccola parentesi: Freud riteneva che una donna raggiunga la maturità nel momento in cui riesca a raggiungere l’orgasmo, non soltanto clitorideo, ma anche con la penetrazione. Le donne degli anni Settanta hanno la consapevolezza che ciò è assolutamente falso e che, così come l’uomo ha un solo punto di piacere, anche la donna ne ha uno; e questo piacere non deriva esclusivamente da un uomo – come invece prevedeva la visione maschilista di Freud – e dalle sue caratteristiche, in quanto la vagina non è creata per il piacere, a differenza del clitoride. Tutto questo per dire che le donne venivano viste come un semplice oggetto sessuale per il piacere dell’uomo…una volta constatato che lui non è indispensabile per il loro, se ne svincolano e anche a livello sessuale lo scardinano dal ruolo privilegiato che aveva, riprendendosi la loro autonomia. Viene da sé che da questo punto si parlerà di Femminismo Lesbico.

     

    Giunti alla conclusione di questo escursus temporale sui movimenti femministi, spero di esser riuscita a sottolineare ciò che più avevo a cuore: ovvero la forza intellettuale delle donne, capace di scardinare anche i pensieri più radicati. Oggi la discriminazione è presente e credo sempre lo sarà – gli uomini hanno avuto troppo tempo per fortificare la loro posizione – ma l’importante è la consapevolezza delle proprie capacità, delle proprie forze e, anche, debolezze.

     

    Fonti:

    Letteratour – Teorie della letteratura: la critica femminista

    Pasionaria – Virginia Woolf, voce dell’indipenza femminile

    Archivio storico, corriere.it – Virginia Woolf, la via passionale al femminismo

    Stampa critica – Virginia Woolf, donna dentro oltre che fuori

    Bacone.wikispace – La prima critica femminista: Woolf e Beauvoir

    Enciclopedia Treccani

    Wikipedia

    Garzanti Linguistica

    Iaphitalia.org – Lineamenti

    Webalice – Freud e la sessualità della donna

     

  • Eleonora Camilli – Un giorno ho chiesto a mia nonna

    Ho deciso di partecipare al seminario Lineamenti teoricopolitici di femminismi, genere, differenza, organizzato dalla docente Federica Giardini insieme all’Associazione internazionale delle filosofe presso l’Università degli Studi di Roma Tre, sia per colmare le lacune della mia formazione accademica in Italianistica, sia per un forte interesse per la questione femminile, verso cui mi sento presa in causa in prima persona. Mi sono appassionata a certe tematiche durante la stesura della tesi magistrale, incentrata su Grazia Deledda, la quale, come tante altre scrittrici in Italia verso cui la critica ufficiale è stata restìa ad annoverare nel canone letterario italiano, è emblematica della condizione della narrativa a firma di donne, molto spesso confinata ed etichettata come genere rosa o scrittura al femminile, nell’accezione di minore, a cui vorrei fare riferimento in calce per offrire un mio contributo. Devo ammettere, però, che tale interesse non sia stato l’unico motivo che mi abbia sollecitata a prendere il treno ogni venerdì quanto piuttosto la necessità di trovare risposte a delle domande che si sono insinuate nella mia mente e che hanno messo in discussione tutto ciò che credevo di sapere o, per meglio dire, ciò che la mia esperienza accademica mi ha insegnato e soprattutto quello che ha deciso di non consegnarmi.

    Dopo i cinque meravigliosi anni trascorsi nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre sono tornata a vivere nella mia piccola cittadina di origine, in Umbria, essenzialmente perché non ho un lavoro stabile che mi permetta di continuare a mantenere la casa in cui vivevo a Roma. Il mio paese è lo stesso – sono io a essere diversa, portatrice di un’altra consapevolezza, un po’ come l’ostrica che una volta staccata dallo scoglio non può più riattecchirvi. Certo, in parte me ne dispiace perché se per certi aspetti legati alla memoria tanto amo questo posto, per altri lo temo. Il timore di essere suggestionata da certi modi di pensare, di parlare, di vivere, in una zona d’ombra sospesa nell’immobilità di un sistema antropologico chiuso è costante, quando non addirittura quotidiano. Mi è capitato, infatti, di parlare con anziane signore che a più riprese mi hanno chiesto il motivo per cui io a ventisei anni non fossi ancora “maritata”, come se il mio status di nubile rappresentasse un di meno. All’istinto iniziale di rispondere a tono a queste signore ho sostituito un autoinvito alla riflessione che mi ha permesso di contestualizzare un’osservazione mossa da donne che hanno vissuto in un altro periodo storico, anche drammatico, in cui il loro “compito” era quello di dedicare la propria vita al marito, ai figli, alla casa. Un giorno ho chiesto a mia nonna, cui riconosco una mentalità molto più aperta di alcune mie coetanee, di raccontami il suo vissuto personale, che non differisce dal caso delle anziane donne di cui sopra, e sono rimasta stupita dal senso di “libertà illecita” che la sua risposta mi ha trasmesso: se per lei, infatti, è stato così <<perché era sempre stato così>> di certo io avrei dovuto fare la differenza, non smettere di studiare (e non sposarmi!) perché volendo ho la possibilità di farlo.

    Questo episodio mi è tornato alla memoria durante il primo degli incontri in cui si è parlato del concetto di emancipazione e grazie ai brillanti interventi che si sono susseguiti ho potuto capire le molteplici sfaccettature di questo termine: ottenere una parità politica, per altro di facciata e costruita su un modello maschile falsamente neutro, non garantisce alle donne una partecipazione politica di fatto. Questa la premessa da cui prende le mosse Anna Maria Mozzoni e il “femminismo della liberazione” che arriva smascherare il fatto che <<l’ emancipazione non indica solo un movimento politico del passato legato al diritto di voto delle donne ma può essere un concetto e una pratica politica>> così come rimarca Mariaenrica Giannuzzi nel suo intervento. Affermazione tanto lungimirante per l’epoca e così attuale per noi data la situazione delle donne in Italia e non solo: noi abbiamo la possibilità di votare ma il percorso per far sì che non si tratti solo di un riconoscimento, parola che di per sé è già irritante perché indica quasi un atto di grazia o una concessione, è ancora molto tortuoso. Provo difficoltà a esprimermi e riconosco di non avere neanche i mezzi filosofici per farlo, perché onestamente mi sento ancora nella fase di interiorizzazione di questi concetti.

    Tornado alla mia personale esperienza, mi è capitato di parlare con un’amica, una giovane donna che si sente in dovere di fare tutto in casa perché il compagno lavora, quasi a sottendere che lei non faccia altrettanto o che abbia meno valore. Così, colta da un sentimento di fastidio iniziale, ho tentato di spiegarle la critica che le femministe mossero al marxismo, il concetto di lavoro domestico e riproduttivo, il quale proprio perché invisibile e naturalizzato restava in ombra rispetto al lavoro produttivo maschile e garantiva la gratuità; e il successivo merito del femminismo sia francese sia italiano che ha decostruito dall’interno il concetto di natura che separa uomo-donna a partire dal presupposto che l’uomo che produce non esisterebbe senza il lavoro di cura della donna, incommensurabile. Questo episodio mi ha fatto molto riflettere sul fatto che ancora oggi ci sia la necessità di operare in questo senso, fornendo strumenti a tante donne che oltre a non aver studiato non sono consapevoli delle proprie possibilità perché non è stato insegnato loro la pratica di interrogare se stesse. E ho maturato l’idea che vivere in un paesino sia soltanto uno dei fattori che può minare la mia identità, un limite geografico che il mio impegno e la mia consapevolezza possono convertire in una forza, in una prospettiva privilegiata da cui guardare ad altre, altri e al mondo. Ritengo altrettanto raccapricciante della mentalità di un paesino, del resto, pensare che il colore delle nasciture sia rosa e dei nascituri celeste o dover vedere copertine di quaderni scolastici che raffigurino bambini con divisa e cappello e bambine con guanti, grembiule e scopa, e ancora, all’estremo opposto, vedere il corpo delle donne strumentalizzato sulle copertine e nelle pubblicità. Mi indigno allo stesso modo se penso alla mia personale esperienza accademica, che non credo differisca da quella di molte ragazze e ragazzi che frequentano la stessa facoltà: quattro esami sostenuti su Pirandello, ad esempio, di contro nessuno che riguardasse Grazia Deledda o Elsa Morante, Natalia Ginzburg piuttosto che Anna Maria Ortese, per citare alcune delle grandi madri letterarie. Numeri che saltano all’occhio e che è possibile ridimensionare soltanto impegnandosi a restituire alla luce la ricchezza dei contributi che queste donne scrittrici, come tante altre in diversi ambiti, hanno lasciato ai posteri: non eredità concluse, come si è rimarcato a più riprese durante gli incontri, ma progetti in divenire che vanno condivisi e promossi perché si ha la possibilità di farlo. Il primo passo per tutte, secondo il mio parere, è quello di ripartire da noi stesse e ripensarci come soggette nei discorsi, nella realtà e non sempre in ruoli nati in funzione di altri. Credo, forse un po’ utopicamente, che se tutte riuscissimo a operare dall’interno riusciremmo a strappare il famoso cielo di carta che ancora annebbia di inganni e stereotipi troppi occhi. Il mio passo in avanti è stato quello di rielaborare la delusione della mia esperienza accademica e metterla a frutto, documentandomi, studiando, operando numerose ricerche con il supporto di altre donne, che ringrazio, che mi hanno permesso di scoprire realtà a me sconosciute, di rendermi conto che esistono tante altre studiose come me che hanno a cuore la loro Grazia Deledda di turno e che vorrebbero contribuire a lasciare un segno affinché altre lo possano interiorizzare e restituire a modo proprio. E ringrazio anche per ciò che mi è stato insegnato durante questo seminario perché non solo ha contribuito ad accrescere la mia consapevolezza, ma anche a farmi provare una sollecitazione continua a esprimere il mio parere, a confrontarmi e interrogarmi quotidianamente, qualsiasi sia la realtà con cui mi debba relazionare.

    Sperando di fare cosa gradita vorrei offrire il mio contributo condividendo con voi, in sintesi, il caso di una grandissima scrittrice che nonostante sia l’unica in Italia e seconda a livello internazionale, dopo Selma Lagerlöf, insignita del premio Nobel per la Letteratura, è stata spesso ed erroneamente relegata ai confini di un paese da sempre ai margini della grande storia letteraria. È paradossale che le sue opere non siano annoverate fra i classici della letteratura o appena accennate dalle antologie scolastiche, a differenza di molti altri scrittori ma del resto, per usare il corsivo di Dacia Maraini, <<quello che manca alla scrittura delle donne non è il mercato, per altro costituito per la maggior parte di lettrici […] ma il prestigio legato al nome di un’autrice>>.[1] Come sostiene Laura Fortini nel suo saggio intitolato Critica femminista e critica letteraria in Italia, le scrittrici italiane hanno da sempre avuto un rapporto “d’amore e d’odio” verso la propria tradizione letteraria. Bisognerà aspettare, infatti, il movimento delle donne degli anni Settanta del Novecento per veder svilupparsi una critica letteraria, propriamente femminista. Soprattutto in Italia, in cui la critica letteraria è piuttosto ancorata alla tradizione, è proprio grazie <<alla critica letteraria a firma di donne che la presenza delle scrittrici nella letteratura italiana ha acquisito innanzitutto i caratteri di una continuità al punto di assumere i tratti di una tradizione essa stessa; ed è sempre grazie alla critica letteraria a firma di donne che è stata messa in luce l’originalità di esperienze che si sono rivelate ben più significative rispetto alla marginalità in cui erano state collocate>>.[2] Nel mio caso, pertanto, solo ricostruendo la storia della critica deleddiana anche a firma di donne è stato possibile mettere in luce quegli aspetti di originalità e di arricchimento che la scrittura deleddiana apporta alla letteratura italiana, ignorati dalla critica neutra, attraverso la lettura di una bibliografia meno nota, di origine anglosassone e statunitense.

    Delle numerose scrittrici per le quali la scrittura era all’epoca un mezzo di affrancamento, Deledda è la meno emancipata nell’accezione che questo termine iniziava allora ad assumere e la meno impegnata nell’ambito politico eppure la storia di Cosima, romanzo autobiografico scritto in terza persona e pubblicato postumo, già coincide con un percorso di liberazione concreto, con un progetto di vita ben chiaro e definito che la scrittrice persegue con determinazione e costanza, fuori da ogni giudizio o pregiudizio, da tutti i codici e i valori della società patriarcale in cui viveva, pur restando nella tradizione. Il personaggio femminile “ribelle” che anima con la sua vitalità le pagine, la sua ansia di indipendenza e il desiderio di affermazione della propria femminilità non dà vita a un sogno adolescenziale bensì a una vera e propria ribellione culturale nutrita dei modelli diffusi dalla modernità. In tutto questo c’è, in anticipo sui tempi, una forma di autocoscienza: la consapevolezza di essere <<scrittrice senza aggettivi a fianco>>.[3] Ed è proprio Deledda a imporre questa figura non perché di scrittrici non ce ne fossero, ma perché non erano considerate tali: la maggior parte delle donne scrittrici, infatti, era percepita per altri aspetti. Sibilla Aleramo era per i più la Musa, Matilde Serao la giornalista, Ada Negri la cantrice della patria, Anna Kuliscioff la femminista, per citarne alcune. In questo modo l’immagine di Deledda che si è formata nel corso degli anni, fedele riproduzione delle più note fotografie dell’epoca che la ritraggono come una casalinga che scriveva nel tempo libero o un’icona che rappresentava le donne della sua terra che portavano ancora il costume e che alla morte del marito si muravano in casa, è stata sostituita da quella di un’artista la cui opinione e la cui presenza venivano apprezzate dalla maggior parte degli intellettuali che aveva potuto conoscerla, soprattutto nella Roma in cui si era trasferita agli inizi del Novecento. Grazia Deledda, pur non amando la vita mondana, segue con interesse tutto ciò che quella nuova vita le offre tra dibattiti letterari, novità editoriali e avvenimenti teatrali. L’amicizia con Angelo De Gubernatis le consente di accedere ai salotti romani che all’epoca avevano un ruolo fondamentale nella vita sociale della capitale, ma inizia a frequentare anche gruppi “alternativi” da cui più tardi si sono sviluppate diverse tendenze artistiche, tra cui quello di Sibilla Aleramo e Giovanni Cena, noto soprattutto per le attività sociali che promuovevano fra gli intellettuali, con lo scopo di combattere l’analfabetismo e la malaria nei dintorni di Roma. Grazia Deledda è coinvolta da Aleramo nell’iniziativa, promossa dall’amica Anna Celli, della creazione del comitato per le Scuole per i contadini dell’Agro Romano, nel 1907. Un anno dopo, nell’aprile del 1908, è attestata la presenza di Deledda e di Aleramo, insieme a Matilde Serao, al primo Congresso Nazionale delle donne italiane a Roma, dove si discutono di temi di grande rilevanza politica e sociale: emigrazione, orario di lavoro, retribuzione, educazione, insegnamento, sanità, ma anche la possibilità delle donne di accedere al giornalismo come professione.

    La cosiddetta “questione femminile” si era verificata in Italia sia sotto la spinta dei processi di modernizzazione che avevano investito la società nel suo complesso, sia, soprattutto grazie alle sollecitazioni che venivano dall’emancipazionismo. La presenza stessa del movimento, infatti, provocava e alimentava un ampio dibattito, anche se lacunoso e discontinuo, nella cultura e nella politica italiana intorno ai temi della cittadinanza femminile, della struttura e dei rapporti familiari, del lavoro extradomestico, dei nuovi compiti delle donne nella società: in sintesi intorno al problema della definizione della “donna nuova”. Il concetto “donna nuova”,[4] tuttavia, non indicava un modello ben definito ma si caricava di volta in volta di significati differenti a seconda di chi lo delineava: una definizione quindi, sempre in funzione di un progetto di famiglia o di società, in altre parole passibile di molteplici usi, dal discorso politico alla narrazione letteraria. Se prima della formazione dello stato unitario le donne avevano dovuto garantire l’ordine sentimentale e materiale del primo organismo sociale, la famiglia (e quindi di riflesso della neonata nazione), raggiunta l’indipendenza, esse avevano due possibilità: se povere, lasciare il lavoro domestico ed entrare a lavorare nell’industria (l’operaia); se, invece, appartenente alla classe media contribuire al progresso del paese impiegandosi in nuovi settori di lavoro, uno fra tutti quello dell’istruzione dei futuri cittadini (l’insegnante-maestra).

    Tuttavia ben presto, in seguito alla conclusione della prima fase dell’industrializzazione e alla necessità di manodopera per l’industria meccanica e pesante, l’operaia tornava al lavoro domestico parcellizzando il salario del marito e facendo della casa un luogo di ristoro rispetto la presunta immoralità del lavoro di fabbrica, che si riteneva provocasse la dissoluzione della famiglia e minasse la salute di intere generazioni. Quanto alla maestra se le erano concessi doveri, quali la creazione del consenso delle generazioni future, non le si concedevano altrettanti diritti di cittadina, svalutando sia sul piano materiale e di conseguenza anche su quello simbolico il suo lavoro, basti pensare che la maestra riceveva uno stipendio inferiore di un terzo, quando non addirittura della metà, del maestro. Le donne pertanto iniziano ad autodefinirsi nuove, proponendo proprie definizioni di una diversa identità femminile, individuale e collettiva. Ulteriore testimonianza dell’interesse di Deledda per certi temi, allora attuali e urgenti come appunto il femminismo e il socialismo, piuttosto che per questioni molto scottanti per l’epoca, ovvero la virtù delle attrici, è che la scrittrice fosse annoverata tra le collaboratrici della rivista <<La donna>> di Nino Caimi, insieme a Matilde Serao, Ada Negri, Neera, Luisa Anzoletti e Paola Lombroso, e che è attestata la sua presenza, insieme alla cara amica Sibilla Aleramo e al compagno Giovanni Cena, all’inaugurazione della Casa delle attrici promossa da Eleonora Duse il 29 maggio 1914.

    Ritengo infine essere significativo e spunto di riflessione fare riferimento alla narrativa del periodo romano di Deledda, un circuito di romanzi con forte protagonismo femminile, e in particolare a La madre (1920) che inevitabilmente risente di questo clima di fermenti. L’opera appartiene alla piena maturità della produzione deleddiana e rispetto ai canoni dell’epoca è un esempio di come la scrittrice riesca a cogliere il disagio e i mali spirituali della civiltà moderna al pari di grandi artisti e scrittori del Novecento. Tutti i suoi romanzi sono dedicati a quella trasgressione delle antiche leggi della società patriarcale che getta nell’abiezione i personaggi, i quali si salvano dalla degenerazione morale grazie al ritorno alle madri, alla cultura materna. Deledda, del resto, ha sempre riservato un ruolo centrale alle donne e alle madri, tanto che Maria Giovanna Piano[5] ha affermato che nella narrativa deleddiana è dipinta una società patriarcale in cui l’ordine femminile detiene un’autorità autonoma. L’universo deleddiano pertanto si svela al lettore nella teoria delle Madri: donne “inaddomesticate”, per utilizzare il suo corsivo, alla cultura patriarcale, appartenenti solo a sé stesse e che a partire da sé stesse ordinano la realtà. Le figure femminili deleddiane sono infatti irriducibili all’ordine maschile: sono severe ed esigenti, operose e assolute, imperiose e quasi sempre salvifiche, donne che creano il proprio destino e plasmano la realtà secondo i loro piani, senza mai scendere a compromessi neanche per il figlio, senza mai nutrire sentimenti negativi verso altre donne. Sono fisicamente dure e moralmente severe, hanno una costituzione granitica che cozza con una certa friabilità dell’essere uomo, che sovrasta notevolmente la forza degli uomini, padri o mariti, e rende irrilevante la loro presenza. La loro autorità è per nulla è connessa a una qualche forma di prestigio o collocazione sociale, spesso vivono in miseria e sono analfabete perché stanno comunque sotto il segno di una grandezza simbolica. In genere la madre è una madre di maschi e quindi gli uomini sono proposti nel ruolo di figli: la madre può offrire la sua totale disponibilità, come Maria Maddalena in La madre oppure la sua totale indisponibilità come nel caso di Olì in Cenere, personaggio antimaterno per eccellenza, irriducibile a qualunque simulacro che i codici sociali impongono di venerare e quindi capace di volontà propria, afferma in modo irreversibile la sua libertà recidendosi la gola. Le madri deleddiane infatti accettano il compito di essere guide morali, ma non transigono sul far valere il proprio giudizio. Non sono votate a una vita di sofferenza in cambio del nulla, non si convertono mai in una “mater dolorosa” debole e indulgente, in vuoti stereotipi fissi e se anche pagano il prezzo della vita, non lo fanno per il mito dell’infinito amore materno, quanto piuttosto per sigillare in modo irreversibile la propria libertà e dignità dell’essere madre.

    Alla luce di quanto appreso durante il seminario ribadisco che considero Grazia Deledda non solo brillantemente in anticipo sui tempi ma mi permetto anche di scorgere in queste donne, da lei rappresentate, delle soggette che si riappropriano della loro forza di essere, agire e anche morire, così come, nel mondo che mi piace pensare, riusciremo a essere tutte noi.

    Sono passati anni dal giorno in cui ho chiesto a mia nonna di parlarmi di sé. Oggi so che attraverso le sue parole ho scelto la mia genealogia e dato voce al mio canto. A riprova del fatto che è nella tradizione che si guarda all’innovazione. A dire la verità talvolta lei mi rimprovera perché trascorro intere giornate seduta a una polverosa scrivania sommersa dai libri. Ma non appena mi allontano, subito, posso udire il suo monito: “Tu sei nata per questo”.

    [1] D. MARAINI, La forza di Elsa, in Morante la luminosa, a cura di L. Fortini, G. Misseville, N. Setti, Roma, Iacobelli, 2015, pp. 168-74, p. 173.

    [2] L. FORTINI, Critica femminista e critica letteraria in Italia, <<Italian Studies>>, vol. 65, II, luglio 2010, pp. 178-91.

    [3] L. FORTINI, Aggiunte e mutamento. Cosa aggiunge e muta Grazia Deledda alla letteratura italiana, in Chi ha paura di Grazia Deledda? Traduzione, Ricezione, Comparazione, a cura di M. Farnetti, Roma, Iacobelli, 2010, pp. 229-45, p. 241.

    [4] A. BUTTAFUOCO, M. ZANCAN, Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, Milano Feltrinelli, 1988, pp. 142-4.

    [5] M.G. PIANO, Onora la madre. Autorità femminile nella narrativa di Grazia Deledda, Torino, Rosenberg & Sellier, 1998.

  • Per la democrazia femminista della Rojava

    In sostegno delle donne curde e dell’esperienza politica della Rojava, avanguardia della democrazia, e delle docenti turche arrestate per aver firmato un appello a loro favore:

     

    Care Accademiche e Scenziate Italiane,

    Cari Accademici e Scenziati Italiani,

    Vi inviamo l’appello firmato da più di 1128 accademici e accademiche della Turchia che trovate qui di seguito in italiano e altre lingue europee.

    Come ben sapete, il governo dell’AKP, per mettere a tacere tutti coloro i quali non condividono la crudeltà e i massacri che sta commettendo, sta attaccando tutte e tutti con ogni mezzo.
    Gli accademici e le accademiche che hanno firmato questo appello, il giorno stesso sono stati minacciati da Presindente Recep T. Erdogan e addirittura sono stati aperti procedimenti contro i loro e alcuni sono stati sollevati dal loro incarico e arrestati.

    Facciamo appello a tutte le accademiche e a tutti accademici di firmare questo appello e di manifestare la propria solidarietà con gli accademici e le accademiche in Turchia.

    Con preghiera di massima divulgazione per la raccolta una campagna di raccolta firme.
    Inviare le adesioni a: info@retekurdistan.it

    UIKI Onlus & Rete Kurdistan

    APPELLO (Firmato dal 1128 Accademic* in Turchia)
    Noi, gli accademici e le accademiche e gli scienziati e le scienziate di questo paese non saremo parte di questo crimine!

    Lo Stato turco, a Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre e in molte altre località, attraverso coprifuoco della durata di settimane, condanna i suoi cittadini e le sue cittadine a morire di fame e di sete. In condizioni di guerra, interi quartieri e città vengono attaccati con armi pesanti. Il diritto alla vita, all’incolumità fisica, alla libertà, all’essere al sicuro dagli abusi, in particolare il divieto di tortura e maltrattamenti, praticamente tutte le libertà civili che sono garantite dalla Costituzione turca e dalle Convenzioni Internazionali vengono violate e abrogate.

    Questo modo di procedere violento messo in pratica in modo mirato e sistematico, manca di qualsiasi fondamento giuridico. Non è solo una grave ingerenza nell’ordinamento giuridico, ma lede le normative internazionali come il Diritto Internazionale, che sono vincolanti per la Turchia.

    Chiediamo allo Stato di mettere immediatamente fine a questa politica di annientamento e espulsione nei confronti dell’intera popolazione della regione, che tuttavia è rivolta essenzialmente contro la popolazione curda. Tutti i coprifuoco devono essere immediatamente revocati. Gli autori e i responsabili di violazioni di diritti umani debbono renderne conto. I danni materiali e immateriali lamentati dalla popolazione vanno documentati e risarciti. A questo scopo chiediamo che osservatori indipendenti nazionali e internazionali abbiano libero accesso alle zone distrutte per poter valutare e documentare la situazione sul posto.

    Invitiamo il governo a creare le condizioni per una soluzione pacifica del conflitto. A questo scopo il governo deve presentare una roadmap che renda possibile un negoziato e che tenga conto delle richieste e della rappresentanza politica del movimento curdo. Per coinvolgere l’opinione pubblica in questo processo, al negoziato debbono essere ammessi osservatori indipendenti provenienti dalla popolazione. Con questo manifestiamo la nostra disponibilità a prendere parte di nostra libera volontà al processo di pace. Ci opponiamo a tutte le misure repressive mirate all’oppressione dell’opposizione sociale.

    Chiediamo l’immediata cessazione della repressione dello Stato contro le cittadine e i cittadini. Come accademici e accademiche e scienziati e scienziate, così manifestiamo che non saremo parte di questi crimini e prenderemo iniziativa nei partiti politici, in parlamento e nei confronti dell’opinione pubblica internazionale, fino a quando le nostre richieste troveranno ascolto.

  • Lea Melandri – Corso di formazione per insegnanti: Educazione di genere e scrittura di esperienza

    La separazione tra vita privata e relazioni sociali, tra mondo interno e mondo esterno oggi sembra decisamente venir meno per l’invadenza di una cultura di massa che ha a disposizione mezzi potenti, come la televisione, la pubblicità, i consumi. Storie personali, amori, drammi famigliari, vicende intime diventano un alimento indispensabile per il quotidiano intrattenimento di milioni di spettatori. Caduta la barriera del pudore, molti sono disposti a “narrare” in pubblico fatti e sentimenti taciuti persino ai famigliari. Dietro questa “sovraesposizione” di sé appare evidente il bisogno di condividere e confrontare con altri esperienze che finora sono state vissute in solitudine, come destino, inadeguatezza o disagio personale.

    Nasce tuttavia il dubbio che la valanga di “vita intima” che si rovescia su di noi dall’esterno, anziché produrre maggiore conoscenza di sé e del mondo, amplifichi il senso di vuoto e di isolamento, oltre che una perdita progressiva della padronanza sui nostri pensieri, emozioni e affetti.

    Tra le vicende che rimangono, nonostante tutto, oscure e sempre uguali nel tempo, ci sono senza dubbio la relazione tra i sessi, le identità e i ruoli di genere, il corpo e l’immaginario sessuale.

    Per addentrarsi in questi territori, vicini alla memoria del corpo, ai sogni e ai desideri più nascosti, una guida sorprendente è la scrittura di esperienza, lettere, diari, autobiografie, note sparse, che appartengono soprattutto alle donne, per quella collocazione storica, scambiata per “destino naturale”, che le ha identificate con la casa, la generazione e la cura dei figli, l’amore, la sessualità, ma che sono presenti anche nella vita e nelle scritture degli uomini.

    Il corso di formazione, rivolto agli insegnanti, si propone di affrontare questi temi, sia attraverso lalettura di pagine scelte, di autori e autrici noti e meno noti, che attraverso le scritture, anche frammentarie, che ne nasceranno, come pensieri mossi da altri pensieri, vite che si riconoscono in altre vite, narrazioni di sé capaci di “farsi e disfarsi” nell’incontro con gli sguardi e le consapevolezze di altri.

     

     

    Lea Melandri

     

    Nata a Fusignano (Ravenna) nel 1941, vive a Milano dal 1967. Ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Tiene attualmente corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987 e di cui oggi è presidente.

    Nel 1971 diventa redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista omonima (1971-1978), di cui ha curato recentemente un’antologia: L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998.

    Prende parte attiva al movimento delle donne negli anni ’70. Di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:

    L’infamia originaria, edizioni L’erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001;Preistorie. Di cronaca e d’altro, Filema 2004; lettura a M. Fraire, R. Rossanda, La perdita,Bollati Boringhieri, 2008; Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri 2011.

    Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali e ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminile”, di cui ha curato, insieme ad altre, l’antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998. Collaboratrice dal 2000 al 2004 del mensile “Carnet”, e attualmente del settimanale “Gli Altri”, del Corriere della sera e del Blog 27esima ora (corriere.it), del sitowww.zeroviolenzadonne.it, della rivista “Alfabeta” e di altre testate.

  • Asma Lamrabet

    Marocchina, è medico presso l’ospedale pediatrico di Rabat, coordinatrice del gruppo internazionale di ricerca sulla donna musulmana e il dialogo interculturale e presidente di GIERFI (Group international d’études et de réflexion sur femmes et Islam), lavora attualmente ad una rilettura dei testi sacri da una prospettiva femminile.
    La sua produzione letteraria è significativa e i suoi testi circolano anche in Europa, principalmente in Francia e Spagna: sulla posizione della donna nell’Islam ha scritto diversi articoli e tre saggi,  Musulmane tout simplement (2002), Aicha, épouse du Prophète ou Islam au féminin (2004), tradotto in Italia con il titolo Aisha, Sposa del Profeta. L’Islam al femminile (2009), e Le Coran et les femmes: una lecture de libération (2007).
    Inizialmente vicina alle posizioni femministe di stampo occidentale, Asma Lamrabet ha in seguito intrapreso un percorso di fede che l’ha condotta alla ricerca di una strada per l’affermazione di un femminismo musulmano autoctono, come dimostra anche la sua decisione di velarsi, rimarcando però sempre come la questione del velo sia innanzitutto una scelta libera ed autonoma.
    E’ la cosiddetta “terza via”, un approccio che riprenda la dimensione spirituale dell’islam e recuperi i valori universali di uguaglianza e giustizia, insiti nel messaggio coranico delle origini e oggi perduti in virtù di alcune forme di estremismo che sanciscono l’inferiorità giuridica, sociale e culturale delle donne
  • Asma Barlas

    Attualmente docente e direttrice del Center for the Study of Culture, Race and Ethnicity presso l’Ithaca College di New York, Asma Barlas è una pensatrice pakistana che ha incentrato la sua ricerca su un’ermeneutica coranica volta a decostruire le letture tradizionali dei testi sacri dell’islam attraverso lo strumento dell’analisi testuale.
    In Believing Women in Islam: Unreading Patriarchal Interpretations of the Qur’an (2002) si invita a leggere il Corano come un testo intrinsecamente antipatriarcale ricorrendo al concetto di tawhid.
    Secondo la teoria sull’unità e unicità, Dio è uno, e nessun altro all’infuori di lui, che sia un re, il Profeta stesso o un marito, può esercitare la sovranità su un altro individuo; in secondo luogo egli è increato e non raffigurabile, pertanto non è possibile “mascolinizzarlo”.
    Al di là di ogni interpretazione, è per Barlas il Corano stesso a trasmettere il messaggio che tra i generi non esiste alcun tipo di gerarchia nell’Islam, religione che distingue gli esseri umani unicamente in base alla loro prassi morale.
    Negli ultimi anni Asma Barlas, che ha sempre rifiutato la definizione di “femminista islamica”, si sta dedicando principalmente all’analisi storico-teologica delle relazioni tra cristiani e musulmani.
  • Laleh Bakhtiar

    Nata a New York nel 1938, da madre americana e padre iraniano, dopo una laurea in storia presso il Chatham college in Pennsylvania, si è trasferita in Iran, dove ha studiato letteratura araba e ha iniziato a tradurre testi islamici all’università di Teheran.

    Nell’Aprile del 2007 la sua edizione inglese del Corano, realizzata nell’intento di avvicinare al testo sacro i lettori occidentali, ha suscitato scalpore e generato interessanti riflessioni su una tematica controversa: la violenza sulle donne.
    Al centro del dibattito è finito il versetto 34 della Sura IV contenente il verbo daraba nella sua forma imperativa, che, tradotto con “battere”, autorizzerebbe gli uomini a picchiare le proprie mogli in caso di disobbedienza.
    Sfidando i tradizionalisti che dal XII secolo hanno deciso di chiudere le porte all’ijthiad, in The Sublim Quran Bakhtiar, tra le 26 possibili traduzioni esistenti del termine arabo, ha optato per “andare via”, rimandando la sua interpretazione direttamente alla condotta tenuta dal profeta nel corso della sua vita: egli infatti mai avrebbe usato violenza contro le sue mogli, ma al contrario, in seguito ad un diverbio, era solito allontanarsi per far svanire la collera prima di tentare un riavvicinamento.
    A chi l’ha criticata, accusandola di voler ritoccare il significato autentico del Corano per renderlo più “accettabile” ad un pubblico occidentale, l’autrice ha risposto che il suo lavoro, fortemente influenzato dalla sua storia personale, essere una donna di origine iraniana che vive negli Stati Uniti, vuole gettare un ponte tra culture diverse in vista di un futuro fatto di integrazione e scambio reciproco:
    “I know the two cultures, the two languages. I know the two peoples, who I believe can come together in many areas. The political climate is in opposition to such a task, but it is my work”.
    Laleh Bakhtiar è docente di psicologia all’università di Chicago e scrittrice.
    Tra i suoi libri ricordiamo The Sense of Unity: The Sufi Tradition in Persian Architecture (1971), Sufi Expressions of the Mystic Quest (1974) ed Encyclopedia of Muhammad’s Women Companions and the Traditions They Related (1998).