• Marzia De Pietro – Le principesse si salvano da sole

    Schermata 2016-06-16 alle 10.10.56Con l’avvento della possibilità di comunicare teoricamente qualsiasi messaggio ad un numero sempre maggiore di persone e, quindi, con il passaggio da una comunicazione elitaria e personale ad una sempre più aspecifica e intersoggettiva, i (mass) media sono ben presto diventati dei veri e propri portavoce della realtà storica e sociale nella quale si inserivano. Questo vale soprattutto per il cinema e, i film d’animazione prodotti dalla Walt Disney, non sono da meno. Nei 54 lungometraggi creati dalla nota azienda, per esempio, possiamo osservare come le donne si evolvano, e si facciano portavoce di una sempre più grande emancipazione femminile, quasi ritraendo ciò che accadeva nel momento storico in cui venivano visti dal grande pubblico per la prima volta. Il primo grande filone di pellicole targate W. Disney si colloca dal 1937 (con Biancaneve e i Sette Nani, il primo film di Walt Disney) al 1959, e come personaggi vi ritroviamo Biancaneve, Cenerentola e la principessa Aurora. Sono anni difficili, in cui le donne ancora faticano molto a far valere i propri diritti e a introdursi nel mondo del lavoro e nelle attività sociali. Purtroppo questo status in cui erano rinchiuse le donne era molto condiviso da radicali come Walt Disney, che, per quanto genio sia stato, era un uomo dalla dubbia moralità. Le donne della Walt Disney infatti, appaiono dolci, buone, e per niente attive e proattive nei confronti di cio che gli accade nella vita. Non si ribellano agli ordini di matrigne e streghe. Sono casalinghe per vocazione, materne verso nani, topolini o verso tutti gli esseri indifesi. Il massimo diritto a cui aspirano è quello di poter sognare e la loro massima aspirazione è il matrimonio. La loro vita gira intorno al canto, che ha una forte connotazione catartica, e non posseggono la capacità di lottare per il proprio “lieto fine”, ma si crogiolano attendendo l’arrivo del “principe azzurro”, uomo forte, coraggioso e valoroso, capace di salvarle dalla loro misera condizione. Il primo lungometraggio risalente al 1937 è incentrato sulla fragile Biancaneve, inserendosi in un momento storico segnato positivamente dal New Deal di Roosvelt, simbolo di speranza che si riflette, chiaramente, anche al cinema. La dolce Biancaneve non è altro che il prototipo della massaia americana che ha furoreggiato sino agli anni cinquanta.

    Continuamente bisognosa di protezione, ingenua e fiduciosa ai limiti della stupidità, Biancaneve (1937) è perennemente e passivamente all’altrui mercè: si salva dal

    cacciatore non perchè abbia provato a difendersi ma per fortun, perché gli animaletti del bosco le trovano un riparo sicuro, perché i nani la prendono sotto la loro benevola protezione e, infine, perchè il Principe Azzurro non ha mai smesso di cercarla per salvarla. L’unico atto di autonoma volontà che le si vede compiere è riordinare la casa dei nanetti e insegnare loro il bon ton a tavola. Ciò che ne viene di quest’immagine non è altro che la rappresentazione castrata e triste della donna del momento, il cui unico diritto era quello di pensare ai bambini e rassettare casa.

    Nel 1950 esce Cenerentola, bella e umile contadina che sopporta nel modo più passivo possibile le cattiverie della matrigna e delle sorellastre. La generazione di bambine degli anni ’50 nutriva nei confronti di Cenerentola un senso di immedesimazione e voglia di emulare quella che per loro poteva essere un eroina ma risultava essere invece un personaggio modesto ai limiti dell’autolesionismo. Tuttavia, rispetto a Biancaneve, un passo in avanti sembra essere stato fatto. Dopotutto Cenerentola trasgredisce un paio di volte ai divieti dell’autorità: va al ballo di nascosto e cerca di liberarsi quando, rinchiusa in soffitta, le vogliono impedire di provare la scarpetta di cristallo.

    Arriviamo a La Bella Addormentata nel bosco (1959): Aurora è una fanciulla non dissimile dalle prime due “principesse disney”, di grande grazia e bellezza, ma priva di qualsiasi autodeterminazione. Tenera e iperprotetta, finisce per non sviluppare un’autonoma personalità. L’unico divieto che ha il coraggio di infrangere è quello di fermarsi a parlare nel bosco con quello sconosciuto che poi, per sua fortuna, si rivelerà il suo Principe Azzurro. La seconda metà del ‘900, grazie alla rapida trasformazione della società, ha visto un mutamento dell’identità femminile e del ruolo sociale della donna. Alla piena identità giuridica, però, non è seguita un’uguaglianza sostanziale riguardo alle opportunità sociali e professionali, alla rappresentanza politica e alla distribuzione dei carichi di lavoro familiari. La vita quotidiana della casalinga resta gravata da una serie di faticosi impegni poco o per nulla riconosciuti e la cultura resta comunque imbevuta di valori e parole d’ordine che mirano alla restaurazione della famiglia tradizionale. La ridefinizione della famiglia e in particolare la necessità di salvaguardarla da attacchi esterni, in particolare dalle separazioni, conducono, negli anni del boom economico, all’articolazione di una nuova “ideologia della casalinga” che si basa ora anche sull’aspetto psicologico e sentimentale, per cui la donna è vista come soggetto in grado di ridare valore e emozioni agli affetti familiari. La donna, ormai culturalmente emancipata, scolarizzata, partecipe della vita pubblica, acquistò la sua identità “primaria” di reggitrice della casa, di custode della vicenda familiare. Le donne, negli anni ’50, sembrano però ancora prigioniere in uno spazio angusto dove si muovono tra una scarsa conoscenza della propria sessualità e una vita di coppia in cui l’adulterio femminile venne ancora visto come un peccato più grave rispetto a quello dell’uomo.

    Passano gli anni, Walt Disney è morto ma il suo impero continua a crescere, e si inizia a percepire una breccia di apertura mentale, nella raffigurazione della donna, in particolare nel cinema d’animazione, intermezzato da una fase animalista dei produttori che durò dal 1961 ( La carica dei 101) al 1988 ( Oliver & Company). Esempi di questo cambiamento, che avviene tra il 1989 ed il 1994, sono Ariel, Belle e Jasmine, di ben diversa levatura rispetto alle fragili ed umili principesse cui il pubblico era abituato. Figlie della post rivoluzione sessantottina le “nuove donne disney” custidiscono in sé il cuore pulsante degli anni 80. Ariel (La Sirenetta, 1989), Belle (La Bella e la Bestia, 1991) e Jasmine (Aladdin, 1992) rispecchiano già perfettamente la voglia di ribellione e trasgressione di quell’epoca.Tutte e tre sono animate da un’incredibile sete di sapere: Ariel sogna di visitare il mondo degli umani e ne colleziona gelosamente ogni oggetto; Belle dà fondo alla biblioteca del suo

    paese; Jasmine brama di fare esperienza tra la gente comune e reale, al di là dell’artificiale gabbia dorata del Palazzo Reale paterno. A tutte e tre si cerca di impedire l’accesso alla conoscenza, considerata dannosa e superflua se non addirittura pericolosa per una donna. Le tre ragazze sono figure moderne che si muovono in una società cristallizata basata su cliché ormai stantii. Lo avvertono e perciò rifiutano ciò che viene loro imposto per tradizione. Per esempio ‘il solito’ marito: Ariel non si interessa ai tritoni del suo mondo; Belle non è attratta dallo stupido fustacchione del villaggio che, invece, fa impazzire tutte le altre ragazze; e Jasmine non vuol sentire parlare dei nobilastri boriosi che chiedono la sua mano. Le donne, nonostante ancora non riescano a decidere da sole del proprio destino, iniziano a liberarsi delle loro catene imposte dalla società, cercano avventure, sono curiose, vivaci, intelligenti e vogliono far sentire la propria voce. Cambia anche la raffigurazione stessa di queste principesse, per esempio i capelli rosso fuoco di Ariel (La Sirenetta, 1989), o Jasmine (Aladdin, 1992), che tenta di evadere dalla sua vita principesca indossando delle vesti povere. Negli anni ’80 e ’90 si assiste alla problematizzazione della maternità, con l’aumento delle nascite fuori dal matrimonio e dell’instabilità coniugale, ma soprattutto con l’avvio di nuove esperienze, come l’affido, l’adozione, la procreazione artificiale. Dobbiamo anche dire che la lotta per l’emancipazione femminile ha ottenuto straordinari risultati, ma nei Paesi sottosviluppati la donna, che svolge un ruolo determinante nel settore produttivo, vive ancora in una condizione di subordinazione all’uomo, mentre nei paesi ricchi deve ancora vedere tradotta nei fatti l’uguaglianza sul piano giuridico. Bisogna ricordare che i progressi si sono registrati nei paesi democratici, laici, che riconoscevano l’uguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di religione e di condizione sociale. I regimi autoritari, invece, in cui il potere viene esercitato con la violenza, non accettano né garantiscono l’emancipazione femminile. Le donne dei Paesi economicamente progrediti hanno la condizione migliore: le condizioni di vita permettono loro maggiori possibilità di acquisire formazione, istruzione, di proteggere la propria salute e di scegliere il proprio modo di vita. Ma anche in questi paesi non tutte le donne godono di queste opportunità: la miseria, la solitudine, la disoccupazione, creano situazioni difficili e insostenibili. Lo stipendio femminile, inoltre, resta inferiore a quello degli uomini del 10%, ma anche del 30, 40%. Riguardo alla possibilità di carriera, gli esempi di successo sono pochi: le donne che occupano posizioni di comando nelle grandi imprese pubbliche e private è minimo, se paragonato ai titoli di studio, alla loro esperienza. le donne che arrivano all’apice del potere, inoltre, piuttosto di dimostrare una vocazione a battersi per le altre, in genere accettano le regole del gioco politico maschile, senza mai mettere in primo piano la difesa delle donne. Le cose cambiano realmente solo quando le donne assumono le loro rivendicazioni collettivamente. Gli anni decisivi di questa fine secolo hanno dimostrato che ogni progresso, il diritto al lavoro, la contraccezione, l’aborto, i diritti di famiglia, è stato possibile grazie all’ostinazione delle donne nella lotta per la conquista dei loro diritti.

    Ma un personaggio di fondamentale importanza è Belle (La Bella e la Bestia, 1991) che rappresenta il primo esempio disneyano del rapporto della donna con la cultura. Eroina che dimostra ancora più indipendenza e determinazione, stemperate però da un carattere decisamente più dolce rispetto a quello della ribelle Ariel. Belle è una ragazza atipica anche per l’epoca in cui è inserita (ulteriore passo avanti rispetto alle eroine precedenti): viene infatti guardata male dagli abitanti del villaggio perché è una gran lettrice,ma sembra non curarsene,continuando semplicemente a fare ciò che le piace. Non esita a rispondere per le rime alla Bestia quando decide di non scendere a cena, disobbedisce alle sue regole recandosi nell’ala ovest del castello e inoltre è lei a salvare la vita della Bestia, contrariamente a quanto era accaduto per le principesse precedenti.Guardata di cattivo occhio da tutti, perché è una ragazza che non si limita a rassettare e occuparsi delle

    faccende domestiche, ma dedica buona parte del suo tempo a fare ciò che le piace di più. Anche qui le figure degli uomini sono importanti: Gaston, il pretendente primordiale rappresenta il passato, e l’essere retrogrado, e poi c’è la Bestia, il principe trasformato in ‘mostro’ da un terribile incantesimo, che considera Belle, ossia ‘la donna’, come una sua pari. E, in questo cartone, sarà l’eroina a salvare il principe esprimendo il vero amore con la frase ‘io ti amo ‘, che romperà l’incantesimo. Con Belle vediamo i primi segni, più forti nei successivi cartoni, di una visione di una donna che lotta e combatte contro l’intera società per affermare ciò che è e ciò che desidera. La Disney affronta qui, con grande attualità, il tema del ‘diverso’, nel senso dell’individuo che, non riconoscendo validi i canoni di conformismo attorno a sé, si comporta in maniera differente e, di conseguenza, viene bollato dalla collettività come ‘strano’ e confinato ai margini. Non è dunque un caso che tutte e tre le fanciulle si innamorino di altri ‘diversi’: Ariel di un principe umano e Jasmine di uno straccione che vive d’espedienti. Quanto a Belle, fa addirittura il salto abissale, invaghendosi di un essere metà antropo e metà zoomorfo, distanziando così ulteriormente le vecchie eroine che si attenevano al copione dell’eroe bello e forte, nei confronti del quale – guarda caso – l’amore scattava a prima vista. Belle, invece, non può certo contare sul coup de foudre e si innamorerà solo dopo aver apprezzato la cultura e le doti di sensibilità e di gentilezza della Bestia. Anche Ariel, prima ancora di conoscere a fondo il suo principe, è attratta dalla profonda umanità del soggetto; e la stessa Jasmine viene stregata da Aladdin solo dopo aver conosciuto il suo stile di vita, improntato alla più ampia libertà di decisione, cosa che a lei è invece costantemente negata. Mentre Biancaneve, Cenerentola e Aurora, protette dall’affetto di chi veglia sui di loro (nani, topi o fate che siano), si vedono consegnare ‘chiavi in mano’ il loro felice destino, Ariel, Belle e Jasmine sono fortemente determinate a essere le autonome artefici del proprio: avventuratesi coraggiosamente nel mondo reale, non sarà l’eroe a trovare loro, ma viceversa. Dal 1995 questa “emancipazioneDisney” si fa sempre più intensa, e spuntano personaggi, che abbandonano del tutto le loro spoglie di principesse per poter diventare delle vere e proprie guerriere: Pocahontas (Pocahontas, 1995) è l’unico (per ora) personaggio a non avere un lieto fine, che sacrifica per salvare il proprio popolo dall’invasione degli inglesi .Altro esempio di donna “moderna” e forte, Pocahontas non è disposta a seguire il volere del padre e sposare Kocoum, ma è innamorata di John Smith, uno straniero malvisto da tutta la sua popolazione. Nel suo caso, tuttavia, non si tratta solo di difendere se stessa e far valere i suoi diritti: Pocahontas è un esempio per tutto il suo popolo e grazie alla sua forza di volontà e all’amore che prova per John Smith la sua tribù imparerà a guardare oltre il colore della pelle.Ancora un nuovo tipo di eroina rispetto al nuovo modello proposto da Ariel. Pocahontas è infatti pronta a ‘combattere’ non solo per se stessa,ma per il suo popolo,se non per un vero e proprio ideale.

    Mulan (Mulan, 1998) segue l’esempio di Pocahontas, proponendosi come eroina che non agisce solo per se stessa e per la sua felicità, ma per il bene comune del suo popolo e per demolire uno stereotipo. Se all’inizio, infatti, la ragazza decide di andare in guerra per “trovare se stessa” o per essere d’aiuto al padre che non può combattere, nel corso del film maturerà moltissimo arrivando a combattere per liberare la Cina e per dimostrare al suo popolo che anche una donna può compiere grandi imprese. E’ da notare anche che Mulan è il primo caso di non-principessa che non diventa una principessa nel corso del film. Mulan è un’eroina,anzi è l’eroina per eccellenza. Il passaggio dai precedenti cartoni fino ad arrivare a Pocahontas, ma ancora più evidente in Mulan, e la perdita di interesse nel coronare l’amore con l’uomo dei propri sogni; in Mulan, la storia d’amore con il capitano Shang è messa nettamente in secondo piano, rispetto alla vera problematica affrontata con maestria dalla disney: l’emancipazione femminile.

    Infine Jane (Tarzan, 1999) che nonostante sia una donna vittoriana, abbandona le proprie convenzioni sociali per la per fare l’esploratrice, ruolo anti-conformista per una donna, in modo da approfondire i suoi studi e cercare l’avventura.Arriviamo all’ultima categoria, che si concentra in particolare su questa nuova decade, in cui vediamo che le donne ormai si sono quasi del tutto allontanate dalla classica principessa, in attesa del principe: ormai è lei la protagonista del suo destino ed è lei a decidere le proprie sorti.   Coincidenza divertente fu il fatto che dopo il 4 novembre del 2008, quando Obama venne eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, la Disney propone la prima principessa afroamericana Tiana, protagonista de La principessa e il ranocchio. Crea scalpore perchè è la prima principessa di colore in un film Disney, e la cosa suscitò entusiasmo (finalmente anche le bambine di colore avevano una principessa da prendere come riferimento) e scalpore tra gli americani razzisti, che non accettavano una cosa del genere, tanto che ci sono state denunce alla Walt Disney, ma sono ovviamente decadute. Con Tiana si arriva forse all’apice dell’idea di “donna moderna e indipendente”. La ragazza in questione,che poi diventerà una principessa, è una gran lavoratrice. Sa benissimo che il suo destino è nelle sue mani ed è ben decisa a costruirselo da sola, lavorando sodo per realizzare il suo grande sogno. Tuttavia questa caratteristica ci viene presentata come negativa: Tiana non è felice,le manca comunque qualcosa. Alla fine del film la nostra eroina scoprirà che le manca l’amore e che senza questo piccolo particolare la sua felicità non potrà mai essere completa. Tiana riesce quindi a combinare in modo perfetto le qualità della principessa “vecchio stile” e quella moderna. Inoltre anche lei è, se vogliamo, simbolo e portavoce di un popolo,quello afroamericano, esattamente come Pocahontas e Mulan. Rapunzel (Rapunzel: l’intreccio della torre, 2010) è la rappresentazione perfetta di una ragazza teenager, poiché mostra le reali caratteristiche psicologiche di un’adolescente (le precedenti principesse erano ancora più piccole e sembravano avere una trentina d’anni per il loro aspetto e per come parlavano). Pensata per essere un po’ la sintesi di tutte le principesse che l’hanno preceduta, Rapunzel incarna la libertà stessa. Il suo unico sogno è infatti quello di essere finalmente libera e uscire dalla torre in cui è da sempre rinchiusa. Rapunzel vuole liberarsi dei soliti schemi e vivere la vita pienamente e come piace a lei, caratteristiche tipiche di una qualsiasi ragazza di oggi. Anche lei, però, esattamente come Tiana, capirà che la libertà nella vita non è tutto e che per vivere pienamente la vita occorre avere l’amore. Nonché una buona dose di responsabilità, che si troverà a dover affrontare quando scoprirà di essere una principessa. Rapunzel rappresenta la vera e propria emancipazione, lo sviluppo, la crescita.

    Merida (Ribelle, 2012) è la principessa che rompe quasi definitavamente il clichè della classica principessa mostrandosi piuttosto sgraziata e mascolina rispetto a tutte le altre. Merida di Ribelle non si sposa.Lotta fino all’ultimo per il diritto a restare single finché non muteranno i suoi piani in proposito: non è un caso che Ribelle sia codiretto da una donna, il premio Oscar Brenda Chapman, e la sceneggiatura sia cofirmata da un’altra donna, Katherine Sarafina. Una principessa completamente contemporanea; una ragazza ribelle, coraggiosa, audace e insofferente alle regole di corte. Non ama i cerimoniali, seguire le regole del bon ton e curarsi del suo aspetto fisico (soprattutto pettinare i suoi rossi, folti e crespi capelli, simbolo evidente della sua voglia intrinseca di ribellione. Se pensiamo poi al colore ‘rosso’, guardando ad esempio a Rosso Melpelo, Giovanni Verga, troveremo molto facile associare un ‘caratteraccio’, poco gestibile, di chi possiede questa tipologia di capelli). Anche lei è costretta a sposare uno dei pretendenti che si scontrano per lei, ma sovverte la tradizione…Lei vuole essere single! In conflitto continuo con la madre, ha un ottimo rapporto con il padre. Tutto il cartone è incentrato su uno scontro generazionale che non è più lo scontro “figlia/matrigna” (quindi tra bene e male) ma è uno scontro figlia/madre; scontri contemporanei, litigate alle quali possiamo assistere anche nelle nostre stesse case. La figura del padre stessa, non è la figura tradizionale dei padri di un tempo: basta

    considerare che per il quarto compleanno, regala a Merida un arco! Infine abbiamo Elsa ed Anna (Frozen: il Regno di Ghiaccio, 2013), che pur presentando delle analogie con Rapunzel, rappresentano al meglio la donna moderna: sono due fanciulle fragili, che vivono in un mondo difficile e poco incline all’accettazione del diverso, ma che entrambe trovano la forza di esprimere loro stesse attraverso l’amore fraterno (e non quello romantico, che si rivela essere una delusione ed un pericolo). Possiamo dunque affermare dal 1989 la Disney si schiera dalla parte delle donne, in cui vede un vero e proprio potenziale. Frozen, pur dentro un contesto narrativo e stilistico più tradizionale, fa un altro passetto in avanti, mettendo in discussione l’idea fiabesca di “amore a prima vista”. Ciò che Biancaneve e Aurora davano per scontanto, al punto da attendere quell’amore immobilizzate in un lungo sonno, improvvisamente non è più così certo: il colpo di fulmine, per Anna, si rivela un tragico abbaglio, mentre acquista maggiori chance di spuntarla un sentimento costruito passo dopo passo, con la frequentazione e l’amicizia, e non senza conflitti (un precedente si trova giusto in Belle –La Bella e la Bestia, 1991-, ma complicato dallo spirito di sacrificio e dalla drammaticità degli eventi). Anche Frozen, infine, vede un’importante presenza femminile dietro lo schermo, con Jennifer Lee alla sceneggiatura e alla co-regia. Sono segnali di cambiamento non da poco se si pensa che, per tutti gli anni della gestione Walt Disney, le uniche donne nello Studio sono state le ragazze che trasferivano i disegni degli animatori su celluloide per poi dipingerli: un ruolo meccanico, dunque, estraneo all’aerea artistica vera e propria. La verità è che femminismo non significa raccontare di donne assoggettate in condizioni di inferiorità. Non significa neppure rappresentarle come creature indifese, come a condannarne la prospettiva. Femminismo, sin dalla nascita del termine e dell’idea, è attivismo. È un movimento che, per definizione, non può essere immobile. È movimentarsi per cambiare le cose. Tutto quello che il cinema può fare per ribaltare l’ottica e per scardinare gli stereotipi è proporre modelli nuovi. E non lo sta facendo solo la Disney. L’anno che ha accelerato questa inclinazione è di sicuro il 2012, quando il cinema svela una carrellata di donne vincenti e indipendenti. Dalla principessa Merida di Ribelle, che rifiuta di sposarsi e gareggia per la propria mano, passando per la ragazza di fuoco di Hunger Games, fino alle ultime due rivisitazioni di Biancaneve, grazie alle quali il personaggio guadagna finalmente una fisionomia. Sembrerebbe che il principe azzurro non sia più così richiesto.

     

  • Ilaria Nassa – Un percorso verso e con il Femminismo

    Un percorso verso e con il Femminismo

    Voglio precisare che ogni donna è diversa dall’altra in quanto ogni persona è diversa e unica. Quando nasciamo, siamo influenzati dalla nostra famiglia, dalle nostre amicizie, dall’ambiente, dagli studi scolastici e, inoltre, dalla nostra personale interpretazione alla realtà. Con questo intervento, ho cercato di spiegare a come io sia arrivata a dare un significato preciso al mio essere donna.

     

    Emancipazione non vuol dire libertà

    I primi segnali di desiderio di emancipazioni credo che siano giunti quando, durante i cenoni di Natale nel meridione, a casa dei nonni paterni, gli uomini stavano in una stanza a giocare a carte e le donne dovevano – lo sentivano come ordine morale e naturale delle cose – starsene in un’altra stanza a giocare a tombola. Il gioco delle carte era cosa di uomini.

    La prima avversione nei confronti del mio corpo e del mio essere donna credo sia cominciato quando mi sono sviluppata e i miei familiari si congratulavano con me per qualcosa che era doloroso, fastidioso e aveva fatto cambiare il mio corpo in così poco tempo. Qualcosa, mi dicevano i grandi, che faceva di me una donna. Qualcosa che cominciava a farmi accorgere che i ragazzi erano interessati sessualmente a me.

    Il primo impulso di ribellione credo sia giunto quando, mentre guardavo la TV con i miei nonni paterni, dopo aver fatto una domanda sulla politica che non capivo, mio nonno mi rispose: “Sei femmina, queste cose non le puoi sapere.” Sono stata costretta a ignorare argomenti e fatti per lungo tempo, perché nella mia famiglia era convinzione che fosse sconveniente che una ragazza sapesse “certe cose”.

    Per tanti anni, quindi sono stata tesa tra la voglia di soddisfare le aspettative dei miei genitori (essere una brava ragazza, imparare a cucinare e a fare le faccende, imparare a truccarmi e a vestirmi secondo un certo gusto) e la voglia di ribellarmi e staccarmi da quel nucleo familiare che mi schiacciava e mi faceva sentire diversa e colpevole di non essere all’altezza delle loro aspettative.

    Quando avevo sedici anni, mio padre, la persona più autoritaria della mia famiglia, abbandonò il nucleo familiare. Era stato un padre violento, autoritario e crudele. Era stato un padre che aveva voluto imporre la sua autorità sul mio corpo e sulla mia mente. Era stato un padre che mi aveva detto che ero grassa e brutta, che il mio carattere aggressivo avrebbe fatto di me una zitella, che non sarei stata in grado di studiare in un liceo classico, che ero una troia perché mi truccavo e avevo amici maschi, che sarei stata una nullità e non sarei divenuta nessuno. Il tutto si chiudeva con schiaffi e pugni.

    Quando se ne andò, mi sentii finalmente libera di vivere la mia vita senza condizioni e senza influenze negative. Sentii che io, mia madre e le mie sorelle avremmo potuto costruirci un futuro indipendente. Invece, mia madre cadde ancora di più in depressione e mi disse che una donna aveva bisogno di protezione e cura costante. E fu lì, dopo varie discussioni, che pensai: “Io non ho bisogno di un uomo. Sono femminista.” Fu la prima volta che pronunciai quella parola. Fu un gesto di ribellione a quella mentalità che mi voleva necessariamente docile e ferma, che mi voleva mansueta.

    Da qui è partito il mio cammino verso l’emancipazione. Da qui sono partita per eliminare tutti i paletti che avevano posto, come a creare un recinto, durante gli anni della mia crescita. E questo percorso, che mi ha portato a mettere in discussione me stessa, la mia famiglia, le convinzioni secolari che ancora si tramandano è stato un passaggio difficile e doloroso.

    E’ stato doloroso dichiararsi esplicitamente femminista con amici e essere vista come una specie di Medea ferita pronta a vendicarsi. Ho dovuto parlare con loro, più e più volte, nella speranza di fare capire che stavo solo cercando di costruire rapporti e relazioni basati sulla parità e sulla libertà. Ho dovuto scontrarmi con mia madre che non desiderava altro per me che il matrimonio e la maternità, mentre io, ogni giorno, le ricordavo di quanto ambiziosa fossi in verità.

    E’ stato doloroso, perché talvolta mi sono dovuta scontrare perfino con me stessa: c’era una parte di me che a volte si sentiva come se stesse tradendo il luogo dal quale proveniva, come se stesse rinnegando i rapporti di sangue che possedeva, come se stesse cercando di rifiutare il proprio genere di appartenenza e le caratteristiche e peculiarità ad esso correlato.

    Allora, ho compreso che l’emancipazione e la libertà sono due cose diverse: si può essere emancipati ma si può non essere liberi, perché la libertà non è un fatto pratico come l’emancipazione, ma è qualcosa di puramente mentale: sono tutti quei paletti imposti dalla società e dal patriarcato che sono stati definitivamente aboliti, annientati, bruciati.

     

    Il corpo è mio

    Mi guardo allo specchio e vedo il mio corpo. E il mio corpo, per la società, è un corpo di donna, è un corpo riproduttivo e produttivo. E comprendo che forse questa cosa mi ha sempre terrorizza.

    Mi sono sviluppata a 12 anni. Quando mi accorsi del sangue sulle mutandine, rimasi in silenzio per una giornata intera, fino a quando non dovetti necessariamente confessarlo a mia madre. Lei sorrise e mi disse: “Auguri! Ora sei una signorina.” E io proprio non capivo perché, da bambina dovessi passare allo status di “signorina”. Cosa voleva dire? E perché tutti quanti continuavano a farmi gli auguri, come se fosse il mio compleanno? Ero terrorizzata. Il mio corpo stava cambiando a vista d’occhio e non potevo fermare questa mutazione se non vestendomi con felpe e maglie larghe.

    All’epoca, potevo solo intuirlo dai discorsi di mia madre e di mia nonna, ma ciò che stavo rifiutando non era il mio essere donna, era l’imposizione di una compostezza e di una femminilità (in vista di un futuro di genitrice) che non volevo, non sentivo. Volevo solo continuare a essere la bambina spontanea che correva per i campi e che si sporcava, che leggeva e creava storie.

    “Stai seduta composta. Non poggiare i gomiti sul tavolo. Hai la gonna, incrocia le gambe. Smettila di mangiarti le unghie. Aggiustati i capelli. Dovresti cominciare a truccarti…”

    E così via. All’età di 15 anni chiesi a mia madre di iscrivermi ad un corso di pugilato. La risposta fu: “Non è uno sport da femmine. E poi ti rovineresti il naso.”

    Le continue pressioni da parte di mia madre, dei mass media, delle mie compagne di classe mi portarono durante all’adolescenza a trasformare il mio corpo come tutti lo volevano: curato, femminile, aggraziato.

    Ma alla fine – credo che sarebbe stato inevitabile – esplosi. Buttai i tacchi alti, mi spogliai degli abiti che indossavo. E mi iscrissi in palestra. Cominciai a correre. Fare sport, essere scompigliata, sudata, puzzolente era un modo per liberarmi di quelle imposizioni, di quegli ordini. Correre sotto la pioggia, mentre mia madre mi urlava che mi sarei ammalata e che ero pazza, era per me il gesto più liberatorio che io potessi fare. Era per me un ritorno alla spontaneità, alla me bambina che correva in mezzo i campi di mio nonno. Sentire che il mio corpo era forte, che poteva correre veloce come facevano “i maschi”, che rispondeva agli input del cervello, che non si fermava e superava tutti i limiti.

    A ventun anni mi sono tatuata la pelle per la seconda volta. Da un piccolo tatuaggio sull’avambraccio destro, sono passata a un tatuaggio colorato che parte dalla scapola sinistra e mi prende tutta la spalla. Mia madre non mi rivolse parola per una settimana. Mio nonno mi disse che somigliavo ad un calciatore. Uomini e donne, in estate, mi dicono che: “Peccato! Eri così carina. Ti sei rovinata la pelle.” Oppure: “Hai paura di non essere notata?”

    Il fatto che la mia pelle sia colorata, mi rende felice. Vedere quei disegni sull’epidermide e pensare che ci sono volute quattro ore e mezza di dolore mi fa sorridere. Mi piace vedere cicatrici colorate su di me. Mi rende viva. Il corpo è mio. Il mio corpo è in piena connessione con la mia mente. Sono pienamente padrona di esso e posso dargli piacere e amarlo con tutta me stessa. Posso ascoltarlo. Posso abbracciarmi e sentirmi parte di un tutto. Sentirmi libera.

     

    Comunicare con l’altro

    Io sono io e sono diversa da te. Tu sei tu e sei diversa o diverso da me. Riconoscere la diversità è possibile, riconoscersi è altrettanto possibile. Il dialogo è la chiave di tutto.

    Dialogare, comunicare credo voglia dire mettersi allo stesso livello dell’altra persona, annullare ogni possibile pregiudizio, essere aperti a comprendere secondo schemi mentali non nostri i ragionamenti dell’altro (senza necessità di condivisione). La domanda che mi sorge è: chi tende a usare violenza, chi tende a essere aggressivo, chi si chiude a riccio attaccando e denigrando la posizione altrui, è disposto a scendere a tale compromesso? E’ disposto a scendere dal suo piedistallo e aprirsi al diverso?

    E noi, nel nostro piccolo mondo, ne siamo capaci? Siamo capaci di confrontarci con qualcuno che è diverso da noi senza per questo giudicarlo o imporgli il nostro pensiero?

    Se non riusciamo a comunicare con l’altro, ad aprirci al dialogo, se non impariamo ad ascoltare e ad accogliere ciò che è diverso da noi, come possiamo, allora, rispettando la diversità, intravedere l’uguaglianza che ci unisce? Quando comunichiamo e abbiamo un dialogo fallimentare, forse, dovremmo mettere prima di tutto in discussione noi stessi e il nostro modo di interagire con l’altro.

    Allora, dovremmo, partendo dal nostro piccolo mondo e dall’agire quotidiano, cominciare ad annullare pregiudizi e schemi mentali per poter accedere ad una comunicazione del tutto nuova. Spesso non comprendiamo la diversità, non perché sia incomprensibile, ma perché comprenderla sarebbe uno sforzo che porta a minare le nostre certezze.

    Riconoscere che siamo tutti uguali in modo diverso, infatti, renderebbe il disegno del mondo più sfumato e dai contorni meno definiti.

     

    Essere consapevoli

    Sento spesso discorsi riguardo la raggiunta parità dei sessi data dal fatto che le donne siano entrate nel mercato del lavoro. E’ vero, certo, è un primo passo, ma sono ancora rilegate ad uno spazio marginale. E se, comunque, ricoprono ruoli importanti, sono in qualche modo costrette a dimostrare giorno per giorno la loro capacità senza perdere di vista la loro femminilità.

    Un sacco di volte ho sentito commenti denigratori riguardo a donne ben stipendiate e con lavori importanti. Se la donna è attraente, “Chissà con quanti uomini sarà andata a letto per essere arrivata dove è arrivata.” Se la donna non lo è, “Dato che non è bella, doveva pur puntare su qualcos’altro.”

    C’è da considerare anche che donne che hanno lavori di dirigenza o responsabilità sono ancora e assai rare. E questo comporta che la maggior parte delle decisioni sia presa da uomini.

    La televisione è lo specchio della società. Nella televisione italiana vediamo donne fare da “cornice” (puro oggetto estetico che attira lo sguardo) e donne messe al pari degli uomini che si comportano, però, come loro, denigrando e deridendo le donne “cornice”. Le donne in TV sono estremamente curate, truccate, quasi tutte si sono sottoposte a chirurgia estetica per mettere mano a dei “difetti”. Si sottopongono, quindi, tutte a interventi per rispettare un certo canone di bellezza imposto. Ma imposto da chi?

    Non dobbiamo andare molto lontano per comprendere quanto sia marginale ancora la donna all’interno della vita attiva. Nella famiglia, infatti, vige ancora l’immagine della mamma onnipresente e onnisciente, capace di esserci in ogni momento e di prendersi cura di tutti. Capace di essere riproduttrice, produttiva e infine nutrice.

    Ma noi donne cosa vogliamo davvero? Cosa ci fa sentire apprezzate? Cosa ci fa stare bene? Cosa ci rende libere? Perché ci facciamo questo? Perché ci dobbiamo denigrare tra donne? Perché dobbiamo sempre essere competitive tra di noi? Perché dobbiamo puntare il dito e offenderci? Perché ci stiamo torturando a vicenda? Perché non ci apriamo, allora, al dialogo? Perché non combattiamo per avere un ruolo di rispetto all’interno della società, invece di essere sempre giudicate per il nostro aspetto fisico, guardate per quello che indossiamo, osservate per come ci comportiamo? Consapevolezza. Secondo me questo è uno dei primi passi da fare. Potremmo ancora manifestare in piazza, potremmo ancora discuterne, potremmo ancora combattere con gli uomini per avere un posto importante nella società. Ma finché le donne non saranno coese, finché le donne non saranno consapevoli di ciò che vogliono essere, finché le donne non si scrolleranno di dosso tutti i (stramaledetti) paletti che ci sono stati imposti, allora continueremo a vivere nell’era della contraddittorietà: sì alle donne in carriera, purché siano di bell’aspetto; sì al lavoro femminile, purché rimanga nella sfera degli affetti; sì alla parità all’interno della famiglia, purché la donna rimanga donna.


    La morte di Beatrice

    L’arte femminista dagli anni ’70 si è sviluppata mostrando corpi: corpi di donne e uomini, nudi. Inizialmente, ho creduto che non ci fosse nulla di diverso dalle sculture greche o dai nudi michelangioleschi. L’arte è piena di corpi nudi. Ma, guardando poi in profondità, ho capito che era il messaggio ad essere completamente diverso: i corpi si mostravano come corpi e basta. Corpi, che appartengono a persone. I corpi nudi femminili che studiamo sui banchi di scuola, invece, sono corpi divinizzati e venerati come se fossero oggetti sacri e intoccabili. E infatti, la donna doveva essere casta e pura, vergine, pacata, silenziosa, scostante…

    In qualche modo, la Beatrice che Dante ci delinea nelle sue pagine della Divina Commedia, quell’amor cortese che tanto declama per la sua bella amata, è proprio ciò che il Femminismo ha sempre voluto combattere. Appunto quella donna vergine e taciturna.

    In quante, fin dalla tenera età, ci è stato detto che avremmo dovuto comportarci come delle “vere signorine”? A quante è stato ordinato di chiudere le gambe, di non alzare la voce, di non corteggiare un uomo, di non bere o mangiare troppo avidamente? A quante? E quante, nel non riuscire a seguire tutti gli imperativi, hanno pensato di essere diverse dal resto delle donne e quindi si sono sentite diverse e meno femminili?

    Ma che cos’è la femminilità? Cos’è essere donna?

    Mi guardo in giro, parlo con le mie amiche, parlo con donne che non ho mai visto prima e mi rendo conto che la femminilità ancora non la conosciamo, perché non abbiamo mai ascoltato il nostro essere interiore, il nostro demone interiore, se vogliamo utilizzare il lessico di Socrate. Il suo imperativo “Conosci te stesso” è ancora estraneo alla maggior parte di noi.

    Le donne sono in continua tensione nel cercare di essere ciò che devono essere e non ciò che esse stesse sono.

    E allora, mi viene in mente Merlin Stone e il suo libro Quando dio era una donna. Merlin Stone parla di moltissime popolazioni nelle regioni della Mesopotamia le quali, prima dell’arrivo e della conquista da parte degli indoeuropei, praticavano una religione che venerava una dea. Una grande dea, saggia, un po’ oscura. Allo stesso modo, c’è da pensare che fossero le donne a ricoprire cariche importanti ai vertici del potere e gli uomini ad accudire e a prendersi cura della casa. Le popolazioni in questione erano pacifiche, diplomatiche e tranquille.

    Gli indoeuropei, invece, erano bellicosi e veneravano un dio guerriero. Conquistarono queste popolazioni con la forza e imposero il proprio culto.

    La Dea veniva spesso identificata col serpente, che aveva in verità un significato molto positivo. Se ci pensiamo bene, nell’Antico Testamento, il Diavolo si incarna nei panni del serpente e cerca di sedurre Eva con la mela. Secondo la Stone questo era una sorta di messaggio di avvertimento per tutte le donne che avessero voluto riprendere a praticare il loro vecchio culto. E così la Dea saggia si è trasformata in un essere maligno e malvagio.

    Non è un po’ quello che fa da sempre il Cristianesimo nei confronti della figura della donna? La donna non viene all’interno della religione demonizzata, schiacciata, soprattutto se usa il suo corpo, se cerca di dare piacere al corpo? L’unica donna che viene accettata nel cristianesimo è infatti la Madonna: essere puro e intoccabile, vergine, madre di un figlio divino, senza vizi e dalle molte virtù… Ma la Madonna non è uguale a Beatrice?

     

    Ho bisogno del Femminismo perché…

    Ho spesso l’impressione che il Femminismo si sia in qualche modo assopito.

    Un anno fa vidi delle immagini che ritraevano delle ragazze che avevano un cartello in mano con la scritta “I don’t need femminism beacuse…” e la motivazione. Non ho bisogno del femminismo perché.

    Inizialmente il primo sentimento che è sopraggiunto è stato quello di rabbia. Come potevano le donne dimostrarsi così ingrate per tutte le lotte delle donne che ci hanno preceduto? Come potevano buttare al vento anni di conquista sudate col sangue?

    Leggendo le motivazioni di queste ragazze, mi sono resa conto che parlavano del femminismo in modo pregiudiziale: le donne che vogliono demonizzare gli uomini, donne che vogliono sottomettere gli uomini, donne che vogliono fingersi vittime…

    Ma possibile che una parola come “Femminismo” faccia così tanta paura? Possibile che crei così tanto dissenso? Paradossalmente il contrario, Maschilismo è più socialmente accettata; perché?

    Allora se cambiassimo nome? Se il Femminismo si cominciasse a chiamare “Personismo”? Forse avrebbe un diverso impatto? Forse accoglierebbe tutti quanti, uomini e donne, neri e bianchi, etero e omosessuali, in modo da camminare verso l’uguaglianza?

    Tanti interrogativi, ancora, si installano nel mio cervello. Tante domande a cui ancora non so dare risposta. La sensazione che ho, quando leggo le notizie sui giornali, quando parlo con le donne, quando parlo con gli uomini, quando mi trovo a scoprire il mio corpo e a essere guardata con occhi di dissenso o di malizia, è che non è abbastanza ciò che stiamo facendo, ciò che io sto facendo per la mia libertà, per la libertà di tutte, di tutti.

    Cosa vogliamo lasciare alle nostre figlie? Cosa alle nostre nipoti? Cosa vogliamo per la nostra persona? Cosa per i nostri corpi? Perché accontentarsi dei pochi diritti raggiunti? Aveva ragione Pasolini quando disse che il Femminismo, dotato di un potenziale infinito, sarebbe stato ingannato dagli uomini e si sarebbe fermato nel momento in cui avrebbe ricevuto quei pochi diritti ricevuti.

    Ho bisogno del Femminismo perché voglio essere libera. Ho bisogno del Femminismo perché voglio avere le stesse opportunità di un uomo. Ho bisogno del Femminismo perché non voglio più sentirmi dire: “Non hai bisogno di studiare. Sei carina.” Ho bisogno del Femminismo perché voglio creare un mondo migliore. Ho bisogno del Femminismo anche per il mio ragazzo, un ragazzo intelligente e sensibile, che spesso viene additato come poco virile. Ho bisogno del Femminismo per tutti gli uomini e le donne che vogliono sentirsi liberi di esprimere se stessi senza pregiudizi e giudizi. Ho bisogno del Femminismo per creare un mondo migliore.

    E tu? Perché hai bisogno del Femminismo?

  • Loredana Ranieri – Dall’emancipazione femminile alle pari opportunità

    Dall’emancipazione femminile alle pari opportunità.             

    Il dibattito sulle “quote rosa”                                                                      

     

    Per Aristotele la donna era un “errore della natura”, per Tommaso d’Aquino è un “uomo malriuscito”, incompleto. Entrambi sottolineano l’importanza del ruolo domestico della donna, rimarcando però la necessità che nella casa sia l’uomo ad avere il potere. In altre parole, il fatto che la donna sia indispensabile non porta alla parità con l’uomo.

    La valenza negativa o positiva delle diverse posizioni nei confronti delle donne è tutt’oggi oggetto di interpretazioni diverse, a seconda dei contesti di riferimento ma possiamo affermare che abbia origini fin dalla nascita dei tempi se consideriamo che a proposito della posizione della donna rispetto all’uomo, e della stessa natura di entrambi, i riferimenti hanno origini ben più remote, ci riconducono alle immagini della Bibbia, e in particolare del libro della Genesi, con un interrogativo di fondo a dir poco inquietante: Dio ha creato “l’essere umano a sua immagine e somiglianza”, in un unico atto di creazione “come uomo e donna oppure la donna proviene dalla costola dell’uomo”? E il fatto che la donna sia stata generata dalla costola dell’uomo, è un simbolo di superiorità o inferiorità rispetto a quest’ultimo?

    Fino al XII secolo, il matrimonio costituiva una sorta di alleanza tra famiglie, fondata sullo scambio delle donne, quali garanzia e strumento di accordo, rappresentava dunque soprattutto una transazione di denaro e beni materiali, eppure già allora erano evidenti le indubbie capacità della donna di essere in grado di provvedere non solo a se stessa ma anche di produrre lavoro nel suo ruolo sociale, pensiamo infatti a tutte quelle donne che provvedevano a costituire la loro dote attraverso lavori retribuiti di cucito e ricamo quando i padri non riuscivano a fornire alle figlie eredità cospicue. Nel ruolo di moglie la donna ha sollevato per secoli il marito anche dallo svolgimento di nuovi compiti come quello dell’istruzione dei figli o la cura della casa, come anche di attività fondamentali per un equilibrio tra generi, eppure per tutte le donne valeva il principio giuridico del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano: major dignitas est in sexu virili.

    Lo stesso Lutero usò la metafora del rapporto tra il sole e la luna: il sole splende più della luna, che pure è dotata di “grande splendore” ma sempre inferiore rispetto a quello del sole; parafrasando dunque, la donna sarebbe sempre inferiore all’uomo per dignità e quindi a lui sottomessa per natura.

    L’espressione organizzata di un’aspirazione all’uguaglianza tra donne e uomini si affermerà realmente a partire dalla Rivoluzione Francese, costituendosi come movimento sociale solo a partire dal XIX secolo: questo fu possibile perchè le rivoluzioni che segnarono il XVIII e il XIX secolo sconvolsero e ridefinirono radicalmente non solo l’ordinamento politico e le stesse forme della politica, del potere, delle organizzazioni, ma anche i limiti che che definivano i rapporti tra i due sessi, specialmente per quanto riguarda la Rivoluzione Francese, considerata la pietra miliare in Francia e anche nel resto dell’Europa dei fondamenti del mondo moderno.

    È dunque durante la Rivoluzione che emerge una vera e propria espressione di volontà collettiva delle donne, caratterizzata da due elementi fondamentali e paralleli: la presa di coscienza della loro condizione come qualcosa di discutibile e da cambiare, non più data “per natura”, e il desiderio di appartenere, tanto quanto gli uomini, alla nuova società politica scaturita dagli eventi rivoluzionari.

    Iniziano ad essere affermate con forza alcune idee rivoluzionarie sotto più punti di vista: le donne vogliono la possibilità di manifestare al re le proprie lamentele e le proprie esigenze, considerato che,esattamente come gli uomini, pagano i tributi e mantengono il loro impegno nel lavoro; inoltre, si sottolinea la necessità che i rappresentanti dei diversi gruppi che compongono la società condividano gli interessi dei rappresentati, di conseguenza che le donne possano essere rappresentate solo da donne.

    Si tratta di argomenti fortemente rivoluzionari, usati dalle fautrici della partecipazione politica femminile fino al Novecento; peraltro, essi sono rivoluzionari in due sensi: il primo è relativo alla espressione a favore di un parlamentarismo moderno, il secondo alla partecipazione delle donne in quanto donne.

    I cahiérs de doléances, i club politici e la Déclaration des droits de la femme sono i primi elementi che testimoniano e fondano la pratica “militante” delle donne.

    Olympe de Gouges , uno dei primi personaggi femminili che guideranno le donne nella rivendicazione dei diritti di partecipazione politica, aveva colto nella £Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” come la parola homme non stesse ad indicare l’essere umano in senso generale, bensì unicamente il maschio in senso di sesso biologico. Nel 1791, appena due anni dopo l’uscita della famosa prima dichiarazione, scrisse la sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. Le parole del discorso con il quale introduce la sua Déclaration sono inequivocabili ed eloquenti: la Dichiarazione della de Gouges ricalca la struttura della Dichiarazione “maschile”, articolata come quest’ultima in diciassette articoli al fine di evidenziare gli elementi di connessione con il dibattito più attuale sulle tematiche dell’uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne, si afferma la necessità di considerare, nell’accesso al lavoro, solamente le capacità, le virtù, i talenti, e non dunque il sesso.

    Olympe de Gouges pretende che le donne siano considerate come individui, non negando la differenza tra i sessi ma facendone, invece, il fondamento dell’estensione dei diritti dell’uomo alle donne: gli argomenti che rappresentano i motivi dell’esclusione delle donne dalla politica e, in generale, dalla vita pubblica, sono invece presentati proprio come argomenti che legittimano la citoyenneté femminile.

    Evidenzia qui non l’identità degli “individui assoluti” ma la differenza fra i sessi, rovesciando i consueti argomenti secondo i quali le donne, a causa dei compiti tradizionalmente loro assegnati, non possono partecipare alla vita politica.

    Una delle prime, ma non certo l’ultima, battute d’arresto nella lotta per la conquista dei diritti di parità è sancita, nel 1793, dalla condanna a morte della stessa Olympe de Gouges, avvenimento che segna l’inizio di una repressione che durerà fino alla cosiddetta “epoca delle rivoluzioni” degli ultimi decenni del Novecento.

    Verso l’emancipazione

    Il percorso che conduce all’affermarsi dell’emancipazione femminile è stato lungo e difficile: solo dopo la prima guerra mondiale, nei primi decenni del Novecento, tale conquista fu raggiunta da ventuno Paesi europei.

    Il suffragismo si sviluppò in modo simile, e ciò in ragione di un aspetto in particolare: le donne iniziarono a discutere e ad affermare il loro diritto al voto. Tuttavia, fu solo alla fine degli anni Quaranta che si videro dei segnali di significativo cambiamento: nel 1945, l’equiparazione dei sessi fu accolta nella Carta delle Nazioni Unite, insieme alla discriminazione per motivi legati alla “razza”.

    In Occidente, una seconda questione emancipativa si aprì una volta preso atto dell’inarrestabilità della tendenza all’aumento del lavoro delle donne, si cercò di porre rimedio alle problematiche legate alla sovrapposizione degli impegni familiari, esclusivamente a carico delle donne, con gli impegni propri di un’attività lavorativa che si mostrava non più come complementare ma sostitutiva.

    Alle questioni lavorative seguirono quelle interne alla struttura famigliare stessa: in Italia, nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia, nel quale, in particolare, si afferma il principio della conduzione paritaria, da parte dei coniugi, del governo della famiglia e l’intera nazione si mobilitò in occasione del referendum del 1974 sul divorzio,che , dopo l’introduzione nel 1970, si stava tentando di abrogare.

    Le giovani che protestano e lottano per l’ottenimento dei diritti e della parità, sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, non vogliono più tollerare quella che è la condizione delle donne all’interno della famiglia e nel mercato del lavoro: il cosiddetto New Feminism degli anni Settanta mette in discussione radicalmente i ruoli sociali attribuiti alle donne e agli uomini, denunciando le discriminazioni e le ingiustizie che a tale assegnazione sono legate e dalla quale traggono origine.

    Le lotte femministe acquisiscono, dunque, una loro specifica autonomia identitaria e organizzativa: al loro centro vi è la denuncia dell’oppressione e dello sfruttamento della donna da parte dell’uomo, ma anche dell’androcentrismo e del patriarcato.

     

    Le pari opportunità                                                                                                

    Nonostante le moltissime lotte realizzate per ottenere le pari opportunità fra uomini e donne quella di genere continua ad essere ancora oggi la più grande disparità di condizioni economiche e sociali nel mondo.

    I dati che emergono dal “Rapporto UNDP – United Nation Development Programme – n. 6 1995” sono tutt’altro che rassicuranti se pensiamo che persino nel sistema giuridico le donne vivono una condizione impari. Nel settore manageriale e amministrativo solamente il 14% degli impieghi è occupato dalle donne e non va certo meglio in campo politico dove i seggi parlamentari a loro affidati sono appena il 10% e la percentuale scende ancora al 6 per quanto riguarda i ministeri governativi.

    Un altro aspetto allarmante è dato dal fatto che le donne costituiscono il 70% del totale mondiale dei poveri e i due terzi del totale degli analfabeti.

    Le statistiche confermano che la percentuale di donne come produttrici di forza lavoro, va dal 40 al 50% in alcuni Paesi Ricchi, fino al 20% nei Paesi di religione islamica.

    Soprattutto nei Paesi Poveri, le donne costituiscono la principale forza lavoro e sebbene sia evidente quanto contribuiscano notevolmente ai processi di sviluppo e alla produzione della ricchezza, spesso il loro lavoro non viene riconosciuto né retribuito. Il dato allarmante è che nello sviluppo e nella crescita economica la donna sopporta i costi ma non ne condivide i benefici: è il caso ad esempio dell’America Latina, dove le donne svolgono attività economiche informali non riconosciute, spesso a causa della mancanza di un’istruzione adeguata, della difficoltà della gestione familiare e della maternità. Le conseguenze stanno nel fatto che in questo modo le donne non vengono considerate partecipi o protagoniste dello sviluppo, poiché il loro operato avviene, per così dire, all’insegna dell’invisibilità.

    Per quanto riguarda i Paesi industrializzati si potrebbe pensare su carta ad una situazione più equa, ma riscontriamo che così non è: anche se la donna ha un livello culturale più elevato di quello degli uomini spesso il suo lavoro corrisponde ad un livello gerarchicamente più basso e con una retribuzione inferiore. Si ha l’errata concezione che solo quando la donna sia “single”, possa sopportare il confronto produttivo con un uomo “single”, e sul mercato del lavoro produca meglio e di più; diversamente, una donna sposata rispetto ad un uomo sposato ha meno possibilità di carriera poiché destinata ad abbandonare, anche se per un periodo, il lavoro per prestare le dovute cure ai figli e naturalmente, in caso di rientro, dovrà affrontare tutte le difficoltà dei meccanismi di un nuovo reinserimento e riqualificazione professionale.

    Per ovviare a queste disparità, notevoli passi avanti sono stati fatti nell’ambito della selezione lavorativa dai paesi della fascia nordica Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca: l’indice dello sviluppo umano correlato al genere è stato via via soppiantato da quello delle capacità umane basilari, che rappresenta un affrancamento dalla discriminazione legata al concetto di sesso.

    Con l’intento di porre fine alle relative privazioni delle donne, questi paesi hanno adottato l’uguaglianza di genere e l’attribuzione di potere alle donne come politiche nazionali: un esempio è il tentativo di uniformare il grado di alfabetizzazione degli adulti per donne e uomini, che ha dato oggi il risultato superiore alle aspettative con un tasso di iscrizioni scolastiche più elevato per le donne.

    Negli ultimi vent’anni l’incremento dell’iscrizione scolastica e l’aumento dei salari femminili nei paesi industrializzati ha contribuito al parziale riequilibrio del divario di genere, ma le opportunità aperte alle donne rimangono limitate e appare l’evidente l’enorme disuguaglianza di accesso alle opportunità. Anche nei Paesi “più avanti” nelle politiche di genere il reddito percepito dalle donne è ancora circa 3/4 di quello percepito dagli uomini: appare quindi evidente che in nessuna società moderna le donne godono ancora delle medesime opportunità degli uomini.

                                                                                                                     

    Le “quote rosa”                                                                                                          

    Nonostante vi sia stato un considerevole progresso nello sviluppo delle capacità delle donne, la loro partecipazione alle decisioni economiche e politiche rimane molto limitata. E’ in questo insieme di considerazioni che è stata introdotta l’ipotetica soluzione, non ancora pratica diffusa, delle fantomatiche e discusse “quote rosa”, sulla cui legittimità ancora si dibatte animatamente.

    Le quote rosa o “quote di genere” sono disposizioni o meglio regole legali sia di carattere costituzionale che legislativo, che garantiscono, nelle composizioni di alcuni organi, il rispetto di una percentuale di genere femminile, soprattutto per quanto riguarda la rappresentanza politica.

    Sia nella vita politica che nelle organizzazioni queste quote trovano applicazione mediante lo statuto a posti all’interno dei partiti o indirettamente nelle candidature, sono determinate per legge nelle candidature alle elezioni o prevedere posti riservati in Parlamento.

    Le quote rosa sono state principalmente utilizzate al fine di aumentare il numero di donne presenti nei Parlamenti. Si è ritenuto che la presenza femminile sotto la quale non è possibile asserire che vi sia una presenza di genere nelle pratiche politiche si aggiri tra il 20% e il 50 %, e che, inoltre, le donne candidate all’interno delle liste debbano essere inserite in una posizione che comporti per loro reali possibilità di elezione: in questo caso si parla di “doppie quote” o sistema “a cerniera”. Il sistema a cerniera prevede un’alternanza sistematica di presenza femminile e maschile nelle liste dei candidati e indica non solo che ci sia la giusta percentuale di donne candidate, ma impedisce anche che queste siano inserite in posizioni che comportino la scarsa possibilità di essere elette.

    Possiamo affermare che in Italia le quote rosa abbiano avuto una lunga e laboriosa storia, questo almeno per quanto concerne l’ambito della rappresentanza politica.

    Dopo vari tentativi di leggi che proponevano il criterio di proporzione tra i due sessi, dichiarate illegittime perché ritenute in contrasto con i principi di eguaglianza, e dopo una prima bocciatura della legge 3051 del 2004 – proposta dal Ministro per le Pari Opportunità Giovanna Prestigiacomo, sulle misure per sanare il gap legislativo – e l’introduzione di vincoli per la formazione delle liste elettorali dei partiti, si è finalmente arrivati alla modifica-integrazione della Costituzione che è stata rielaborata per offrire una copertura costituzionale verso tutti i provvedimenti legislativi ed amministrativi con i quali si volessero garantire forme paritarie in particolare alla designazione di cariche elettive per un’equa presenza femminile e maschile nella rappresentanza.

    «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne.»

    Questo è quanto sancisce l’art. 51, comma primo, della Costituzione (legge costituzionale n. 1/ 2003) che costituisce un importante passo avanti per la parità di generi nella vita politica e sociale.

    Per quanto riguarda la suddivisione di genere nel mondo delle imprese la situazione è leggermente più ottimistica: le società dovranno riservare una quota pari ad almeno un quinto dei propri membri al genere femminile e la quota rosa dovrà necessariamente essere in aumento fino ad arrivare a coprire nel 2022 un terzo dei membri esistenti in una azienda.

    Il 12 agosto 2011 è entrata inoltre in vigore in Italia la Legge 120/2011, lo scopo di questa Legge è quello di promuovere un processo di rinnovamento culturale che supporti una maggior meritocrazia, ma dal punto il vista etico vede contrapporsi coloro che ritengono le quote di genere una deviazione dalla definizione liberale di equità e, pur affermando l’utilità di questi strumenti, ne contestano la legittimità.

    Dall’altra parte il senso di creazione delle quote è quello di favorire un raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale tra generi in tempi rapidi e con risultati verificabili in scala percentuale, per garantire dunque una più equa rappresentanza femminile negli organi direttivi e parlamentari.

    Ma quali le principali obiezioni alle quote rosa? Le tesi principali atte a sfavorire questo sistema sono sia da parte degli uomini – che temono a loro volta di essere penalizzati, in quanto ritengono che questo sistema violi il principio di uguaglianza in un’ottica in cui le donne vengano preferite ai candidati maschi non per meriti – tanto quanto da parte delle donne contrarie all’applicazione delle quote rosa poiché le ritengono degradanti, sempre a causa della preferenza accordata in scala potenzialmente non meritocratica.

    Di seguito un serie di quesiti tra quelli più spesso sollevati in merito all’argomento: se applicate nell’ambito politico le quote rosa rappresentano un caso antidemocratico, dato che la decisione su chi debba essere eletto viene imposta dal partito? Chi viene eletto o riceve un determinato incarico in questo caso lo ottiene principalmente in forza della sua appartenenza ad un determinato genere? Le quote, nel caso rappresentassero una violazione del principio della libertà democratica,sono portatrici di conflitti all’interno delle stesse organizzazioni che devono adottarle?

    A fronte di ciò ci si domanda se vi sia una reale ed effettiva necessità di introdurre le quote rosa per garantire una carriera alle donne o se non sia più opportuno puntare esclusivamente sulla “meritocrazia”, come avviene in diversi Paesi stranieri.

    In una società multietnica, così fortemente sviluppata, e in continua evoluzione come la nostra, apparealquanto singolare che per ottenere una uguaglianza di divisione dei generi nei ruoli strategici della politica e dell’economia, si debba ricorrere ad indicazioni, quali le quote, imposte dall’esterno a quelle stesse organizzazioni che dovrebbero garantire un pari accesso alle opportunità.

    La media della presenza femminile in Parlamento nel nostro Paese è il 21,4 %, contro il 25,6 % della media Europea, inoltre numerosi altri Paesi europei hanno preferito adottare un regolamento interno sulla parità di genere, pochi invece i Paesi che hanno introdotto le quote di genere nella legislazione nazionale e la percentuale stabilita dalle quote varia nei diversi paesi e dipende dal sistema elettorale. Ci sono poi paesi come Svezia, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito e Germania in cui le quote di genere sono adottate dai partiti e non sono stabilite per legge. Così come in Danimarca, Finlandia, Lituania, Bulgaria, Estonia e Liechtenstein, dove non esiste nessuna forma di regolamento per favorire la presenza femminile nelle liste elettorali e in parlamento.

    Dati dall’Europa e dal mondo

    Coloro che sono favorevoli all’introduzione delle quote rosa come mezzo regolatore, per supportarne l’esigenza e cercare di comprendere e valutare quali siano le possibili conseguenze della presenza femminile ai vertici delle istituzioni e delle imprese, hanno intentato vari studi ponendosi l’obiettivo di verificare l’apporto delle quote rosa sulle performance aziendali, concentrati in particolar modo sul rapporto corporale governance e performance aziendale, riscontrando che maggiore parità di genere produce società più eque e maggiore benessere economico.

    Per ovviare al problema del sottoimpiego femminile e soprattutto alla crisi economica di fine anni Ottanta, un primo piccolo passo si è avuto con la legge n.215 del 1992, che aveva l’obiettivo di far rientrare nel tessuto economico italiano le moltissime donne che avevo perso il loro posto di lavoro, nonostante avessero portato alla luce le grandi capacità lavorative sia manuali che gestionali. Anche se la legge è stata attuata solo nel 1997, a questo primo impulso bisogna riconoscere il merito di aver avviato un consistente percorso di emancipazione della libertà femminile, che inevitabilmente ha causato trasformazioni sociali, culturali, economiche e produttive.

    Studi empirici hanno messo in evidenza che la presenza delle quote rosa nei Consigli di Amministrazione genera effetti positivi sulla performance aziendale, nonostante vi siano ancora società non in linea con gli standard previsti dalla legge. In Italia il cambiamento definitivo nella composizione dei Consigli di Amministrazione e l’applicazione effettiva della legge 120 risulta essere ancora lontano, anche se nel giro di pochi anni, la politica intrapresa dai vari organi competenti, compreso il Ministero delle Pari Opportunità, inizia a dare i frutti sperati.

    Alla luce di tali studi l’incremento della presenza femminile nel panorama politico italiano non costituirebbe affatto un danno per il Paese, ma uno dei possibili strumenti a disposizione per la concreta realizzazione delle pari opportunità tra donna e uomo.

    Questi risultati sarebbero peraltro in linea con i corrispettivi europei: all’inizio di questo secolo, i politici norvegesi hanno deciso fosse giunto il momento che il settore privato, seguendo le orme di quello pubblico e della politica, aprisse maggiormente le porte degli alti livelli dirigenziali alle donne, fu cosi fissato un obiettivo del 40% di donne nei consigli di amministrazione di tutte le società quotate (fra il 2004 e il 2006, le più grandi aziende del paese riuscirono ad incrementare la rappresentanza delle donne ai vertici dal 22% al 29%); allo stesso modo il governo spagnolo, per esempio, ha messo in atto pressioni sui consigli d’amministrazione affinché anche nella penisola iberico si potesse pervenire ad una presenza femminile del 40%; la Francia ha proposto, ma poi respinto, una legge che fissava tale quota al 20%;mentre negli Stati Uniti e in Canada, la persistente attenzione sulla questione femminile e sulla partecipazione delle donne alla leadership delle imprese da parte di associazioni e think tank femminili ha permesso, quanto meno, di conseguire una presenza simbolica delle donne ai massimi livelli aziendali.

    Tutte le prime cento società statunitensi oggi contano almeno una donna nel consiglio d’amministrazione o nel comitato esecutivo, mentre quasi un terzo è riuscita a superare la soglia di una sola donna. In Europa, in 82 delle 100 principali società figura almeno una donna nell’organismo direttivo, ma solo in cinque ne siede più di una. In Asia soltanto il 34% delle grandi imprese ha una donna nel consiglio di amministrazione.

    Il convegno internazionale del Women’s Forum, tenutosi nel 2006 a Deauville, nella Francia settentrionale, è stato contrassegnato da un ampio dibattito sull’adeguatezza ed efficacia delle quote come metodo per migliorare la situazione. All’inizio circa la metà dei rispondenti si era detto non coinvolto del sistema, mentre alle fine il 90% si è espresso in termini favorevoli, sostenendo che le quote, almeno temporaneamente, potrebbero correggere gli squilibri che lavorano contro le donne. Vi è anche chi, come Cherie Blair ritiene che le quote siano applicabili soltanto alla politica, il cui elemento chiave è proprio la rappresentanza: il settore privato, a suo giudizio farebbe invece perno soprattutto su capacità e competenze e dovrebbe quindi essere lasciato libero di scegliersi i propri leader sulla base di questi soli criteri.

     

    Conclusioni

    Doveroso notare come la presenza femminile risulti ancora troppo scarsa nei settori importanti per lo sviluppo economico e la gestione del Paese, come nel campo della ricerca e sviluppo scientifico. I dati delle ultime statistiche sulla presenza femminile ai posti di leadership delle imprese è pari solo al 20%, contro l’80% di presenza maschile. La stragrande maggioranza delle donne, infatti, resta arenata ai livelli di management intermedio o inferiore, mentre i team di vertice ed esecutivi restano predominio degli uomini. Persino in America, dove le donne rappresentano quasi il 40% degli occupati ai livelli manageriali, la loro ascesa verso posizioni di effettivo potere non è stata certo agevolata, per dirla con una citazione dantesca “la più rotta ruina è una scala”.

    Nel ventesimo secolo abbiamo assistito all’ascesa delle donne e il ventunesimo ce ne mostrerà le conseguenze economiche, sociali e politiche. Negli ultimi trent’anni le donne, per la prima volta nella storia, si sono potute affiancare agli uomini, nelle stesse mansioni, con gli stessi livelli d’istruzione e non inferiori ambizioni.

    Oggi le donne rappresentano la quota preponderante del patrimonio a cui attingere, otre che un notevole segmento di mercato: nei paesi sviluppati sono già in lizza per diventare un fattore chiave in un mercato sempre alla ricerca di nuove contro l’invecchiamento della forza lavoro, la bassa natalità e della carenza di competenze.

    La riconsiderazione della leadership e delle regole che governano la gran parte delle nostre istituzioni, soprattutto quelle che regolano gli aspetti economico finanziari, ci viene però inaspettatamente dalla crisi che sta colpendo i Paesi industrializzati in questi ultimi anni.

    Il World Economic Forum pubblica ogni anno un Global Gender Gap Report, nel quale si classificano i paesi anche in base al grado di accesso delle donne all’istruzione e alle cure sanitarie, oltre che alla loro partecipazione all’economia e al processo politico: l’Italia dal 74° posto in graduatoria, come del 2010 su 145 paesi, è riuscita oggi a risalire di più di trenta posizioni, collocandosi al 41° gradino. In cima alla lista si situano i Paesi scandinavi – Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia – che hanno compensato più dell’80% della disuguaglianza di genere.

  • Clarissa Greco – Conflitti e resistenze

    Clarissa Greco – Conflitti e resistenze

    Per poter esprimere un’opinione, un giudizio e delineare quindi una posizione, è necessario “un punto di vista”.  Ovvero analizzando il complesso delle narrazioni prodotte sulle donne e sulla loro violenza, non si può non considerare la diversità dei contesti storico-culturali in cui queste si sono manifestate. Alcuni di questi sono le fondamenta della società cui appartiene chi scrive, su tutti il mondo classico, altri sono estranei ed “esotici”, avvertiti come lontani e quasi impenetrabili per i codici di comunicazione totalmente altri. Non si può quindi prescindere nella valutazione e nelle analisi delle narrazioni sulla violenza delle donne dal contesto culturale di appartenenza.

    Nella breve esposizione a seguire si è partiti dalle due esperienze fondamentali, violenza e conflitto, delineando la loro differenza e attribuendo quindi a ciascun ambito figure e narrazioni, separando cioè i due ambiti in base anche a valutazioni, o meglio ricostruzioni di tipo storico.

     

    Differenze tra conflitto e violenza

    Innanzitutto è necessario distinguere tra conflitto e violenza. E’ ben radicato nella percezione collettiva come una serie di parole abbiano più o meno lo stesso significato: conflitto, litigio, guerra, violenza, aggressività, prepotenza. Queste sono utilizzate come se si riferissero alle stesse modalità dell’agire. In particolar modo è proprio la parola conflitto ad essere utilizzata come una sorta di contenitore generale, come se racchiudesse nel suo significato tutte le altre parole. Del resto il conflitto tra “due nazioni” è sinonimo di guerra, ovvero distruzione dell’avversario attraverso l’esercizio della violenza. E’ tuttavia doveroso sottolineare che esiste in realtà una netta differenza di significato tra le due parole.

    Il conflitto è una contrapposizione “forte e netta” tra diverse posizioni, una divergenza di opinioni che non esclude una qualche forma di rapporto con l’altra parte anche se ampiamente problematica.

    La violenza è invece un modo per terminare il conflitto attraverso l’eliminazione fisica della controparte. Nella violenza l’azione è irreversibile. La violenza è quindi una metodologia di risoluzione di un problema identificato con una persona fisica, eliminando la persona, si elimina quindi il problema, cioè il conflitto.

    In considerazione di quanto sopra esposto, l’esposizione seguente distinguerà tra le “narrazioni di violenza” in cui al centro è lo scontro fisico rispetto ai conflitti che potremmo dire di dimensione “politica”.

    L’uso del termine “dimensione politica” non è banale e deve essere opportunamente sottolineato. La violenza è un’azione, più o meno premeditata, finalizzata ad eliminare il rapporto con la controparte poiché, come sopra accennato, il problema è la persona stessa e quindi eliminandola, scompare il problema stesso. Un modo di agire che viene definito arcaico e primitivo, e proprio per questo deve essere storicamente inquadrato “in un mondo arcaico” che evolvendo trasforma la violenza in conflitto, ovvero contrapposizione aspra ma non finalizzata alla distruzione fisica della controparte, cioè quella condizione fondante delle società “politiche”.

    Potremmo quindi attribuire le narrazioni di violenza, nel mito e nella storia, al ricordo delle società arcaiche e primitive, quelle del conflitto all’evoluzione di queste società. Dunque nel mondo moderno non esiste la violenza? Al contrario, ma non si assiste alla  violenza di genere come nelle narrazioni mitiche, piuttosto un “rigurgito che richiama l’ancestrale violenza delle società arcaiche”. Ed è a questa che l’uomo, inteso come essere umano, ricorre per uscire dalle sue “incertezze relazionali”. Per quanto la nostra società, sia consapevole dell’inaccettabilità della violenza come strumento comunque continua a ricorrervi, anzi usa lo strumento tecnologico come amplificazione della stessa.

     

    L’esercizio della violenza.

    La sopraffazione ed eliminazione fisica dell’opponente presuppone l’uso di una forza preponderante rispetto alla controparte. In una società tecno-meccanica questa forza può essere scatenata senza dover necessariamente essere dei giganti, un click su un grilletto, una pressione su un bottone e così via. Nelle società arcaiche, o meglio non tecnologiche, gli strumenti di offesa necessitavano di una certa prestanza fisica per essere manovrati con efficacia. Chi era più forte riusciva a scagliare la lancia più lontano e quindi a colpire prima l’avversario e con maggiore efficacia. La massiccia struttura maschile risulterebbe quindi più avvantaggiata, da cui quello che viene definito nella premessa come lo stereotipo “dell’uomo guerriero” e della donna “debole e passiva”.

    Uno stereotipo che trova conforto anche nel ruolo femminile all’interno dei gruppi sociali primitivi, gruppi in cui sono scaturiti i vari modelli sociali ampiamente caratterizzati dalla figura maschile dominante. I tempi della gravidanza e successivo allattamento, sottraevano infatti le donne ad alcune “incombenze” come appunto la guerra.

    Queste caratteristiche avrebbero quindi portato la componente femminile ad occupare un ruolo totalmente altro e differente rispetto alla guerra, o comunque alla violenza in genere. Al di là delle indiscutibili peculiarità biologiche, sembra tuttavia che dalle evidenze storiche e religiose i campi non siano così nettamente definiti. Ciò che ci è stato tramandato riverbera un rapporto diverso tra donne e violenza/forza, un rapporto che è poi stato riletto, rimaneggiato e in larga parte confinato nel mito.

     

    La via orientale e la via occidentale

    In tutte le culture, indipendentemente dalla latitudine, l’esercizio della guerra, quindi l’applicazione su larga scala della violenza, risulta appannaggio maschile, con alcune dovute precisazioni come vedremo successivamente. La risposta può essere naturale: l’uomo è più forte della donna. Bene, una riflessione che per semplificazione considera i modelli di comunicazione moderna. Prendiamo i film sugli “sport da combattimento” girati in occidente: uomo che si allena, suda, fatica, sale scalinate, grugnisce, impreca, in tutta una sequenza di esercizi che portano il suo fisico al limite. Film di contenuto analogo girato in oriente: la concitazione dell’allenamento fisico lascia lo spazio a lunghe sedute di meditazione, il controllo e la gestione del proprio corpo attraverso la mente predominano sulla dimensione dei bicipiti. La donna non è comprimaria, è essa stessa protagonista, allieva, maestra e combatte pari a pari con gli uomini, stesse tecniche, stesse armi. Non a caso nel Giappone medioevale, pur essendo una società marcatamente patriarcale, alle donne era consentita e accessibile la pratica delle arti marziali nonché la partecipazione ad azioni militari.

    Esiste dunque un’altra “via” verso al forza che non è quella occidentale, una forza diversa, ma pur sempre forza che la donna apprende ed esercita, sebbene lo sfondo sociale sia sempre caratterizzato dalla misoginia.

    Questa banale riflessione per sottolineare come l’esclusione dal contesto bellico della donna per motivi “fisici” sia in realtà piuttosto discutibile, piuttosto un luogo comune consolidatosi in funzione di specifiche dinamiche evolutive delle società.

     

    Le donne guerriere dei miti

    Le evidenze storico – religiose testimoniano le cosiddette dee guerriere figure che ci autorizzano a ritenere che la femminilità non ha nulla a che vedere con l’essere deboli e sottomessi. Ed anche  nella dimensione culturale “cristiana”, dove la donna viene prevalentemente definita come madre o vergine è sotteso questo concetto. Nell’ Antico Testamento troviamo un passo del profeta Osea “Come un’orsa privata dei cuccioli li aggredirò» (Os. 13.8). Il passo è chiaramente riferito ad un contesto familiare, di difesa della prole ma evidenzia pur sempre una forza aggressiva associata a quello che si potrebbe definire il lato femminile del Dio unico.

    Come sopra anticipato è comunque il “mondo antico” che ci restituisce le più consistenti testimonianze di una dimensione femminile associata alla “violenza”. In primo luogo Atena di cui si ricorda “la Sapienza”, ma si tralascia l’iconografia che la vede portare l’elmo, lancia e scudo. Non meno significativa nel mondo romano la dea Bellona la cui “sfera di competenza” era anche più ampia di quella di Marte poiché sovrintendeva a tutti gli aspetti del conflitto, ovvero quelli militari ed anche quelli diplomatici.

    All’interno del pantheon induista merita invece di essere menzionata la dea Durga raffigurata con diversi tipi di arma ed associata sia ai poteri di creazione e distruzione, un aspetto ambivalente che prevale nell’ambito indoeuropeo. Interessante quindi che le divinità femminili si evolvano da questa dimensione doppia verso l’assunzione della violenza come identità caratteristica.

    Continuando questa breve analisi religiosa, in Egitto troviamo Sekhmet, raffigurata con la testa leonina che sebbene in abiti femminili, era comunque la terribile dea della guerra e della distruzione. Non meno significativo è il mito delle Valchirie della mitologia nordica, eco dell’attiva partecipazione delle donne alle vicende belliche delle popolazioni germaniche come per altro documentato ampiamente dalle fonti storiche.

    In ultimo le Amazzoni, che popolano il panorama storico-letterario del mondo classico un mito  nel quale si manifesta il ricordo di una società governata da “donne guerriere” come confermerebbero le tombe di varie donne guerriere seppellite insieme alle proprie armi al confine tra Russia e Kazakistan

     

    Le donne guerriere

    Dalla dimensione mitico-religiosa non si può quindi non passare a quella storica. Se nel mondo romano, di fatto nel periodo imperiale una comunità organizzata per la guerra, la donna ha prevalentemente un ruolo di supporto, incitamento, è nel mondo celtico-germanico che sono ampiamente documentate figure femminili impegnate “in prima linea”. Come riporta lo storico Cassio Dione, oltre alle donne germaniche che o partecipavano direttamente alla battaglia oppure costituivano l’ultima linea di difesa dell’accampamento, la più rappresentativa  è Boadicea (Budicca) regina dei Britanni e terrore dei romani come testimoniato dalle fonti antiche, fonti per altro dimenticate fino ad una recente riscoperta con finalità nazionalistiche. Ampiamente conosciuta è invece la vicenda della patrona di Francia Giovanna d’Arco che, con il consenso del re di Francia Carlo VII, riscatta i francesi dall’occupazione inglese britannica ma viene poi catturata, accusata di stregoneria e bruciata sul rogo. L’esercizio della violenza da parte di una donna nella sua massima espressione, “a capo di un esercito” come atto di blasfemia ed eresia e da punire come tale.

    Nonostante l’immagine fin troppo stereotipata del Medioevo come età oscura e oppressiva, le donne guerriere fanno la loro comparsa anche in questa era. La presenza di donne in armatura è infatti storicamente documentata nelle cronache arabe delle crociate, con un certo stupore misto ad ammirazione.

    Il fenomeno delle donne guerriere è riscontrabile anche in Africa, infatti in quello che oggi è il Benin i primi europei si imbatterono in una milizia tutta femminile creata dal sovrano locale come sua guardia personale, a testimonianza per altro di come le donne venissero impiegate con compiti più qualificati rispetto alle milizie ordinarie.

    Per arrivare all’era moderna, è nell’ex Unione Sovietica che si riscontra per primo l’impiego in reparti regolari di “donne combattenti”. Speciale citazione meritano le “streghe della notte”, un reggimento creato durante la seconda guerra mondiale composto di sole donne aviatrici dedicato a missioni notturne di bombardamento. Archetipo, questo reggimento, di tutti i successivi sviluppi che vedono l’inserimento delle donne nei reparti combattenti dei vari eserciti.

    Interessante è il caso di Israele, stato laico ma profondamente caratterizzato dalla religiosità biblica; ebbene come noto e donne hanno obblighi di leva analoghi a quelli maschili, aspetto questo che meriterebbe un’ampia riflessione su alcuni stereotipi di impronta cristiana, vista la stretta relazione, in termini di Libri Sacri tra ebraismo e cristianesimo.

    La dimensione guerriera femminile è quindi ampiamente documentata nella storia e comune a diverse culture in diverse latitudini. Come brevemente sopracitato, sono le figure delle divinità guerriere che rimandano a realtà e dimensioni sociali in cui il binomio donna-debolezza non sembrerebbe trovare riscontro. L’evoluzione e la trasformazione della società in senso patriarcale, si potrebbe parafrasare come una sorta di conflitto con un vincitore, ha trasformato poi la dimensione della violenza femminile collocandola nella sfera del mito e della leggenda, depotenziandola cioè del ruolo di contropotere della società patriarcale.

     

    Le Baccanti di Euripide e la reinterpretazione della violenza femminile

    Nella tragedia greca le Baccanti, donne, rappresentano la quint’essenza della violenza femminile, squartano mucche, devastano villaggi, rapiscono bambini, fanno a pezzi uno dei protagonisti maschili. Si direbbe il furore dionisiaco, la donna come rappresentazione dell’irrazionalità, da un lato l’apollineo maschile dall’altro il caos distruttivo femminile come oceani di volumi hanno discusso e confutato. Ma a ben guardare c’è altro.

    Come narrato nell’opera Dioniso, il dio, arriva in città a Tebe, si rompe così il confine tra sfera umana e divina e allora l’ordine naturale delle cose viene sovvertito. Le donne “impazzite” vagano sulle montagne come branco di fiere. Ecco, la violenza femminile viene ricondotta al sovvertimento di un ordine, al turbamento di un equilibrio.

    La violenza femminile non è dunque uno degli aspetti possibili della società, è il sovvertimento della società stessa, è ciò che minaccia l’esistenza della società stessa. In questo senso, la tragedia, come elemento portante di formazione della coscienza della Grecia antica, e quindi del pensiero occidentale, delinea il principio interpretativo che sarà poi prevalente, prima ancora del “madre e vergine” cristiano, la violenza delle donne come rovesciamento dell’ordine delle cose e del mondo e quindi come fenomeno da esorcizzare la cui stessa manifestazione è preludio di un rovesciamento dell’equilibrio.

     

    Il conflitto

    Dopo questa breve panoramica sulla storia della violenza delle donne, è possibile esaminare la dimensione del conflitto, cioè di quella che potremmo definire come la contrapposizione “dialogante”. In riferimento a questo aspetto è naturale inclinazione riferirsi ad una contrapposizione di genere uomo-donna. In realtà si dovrebbe precisare, come vedremo, che la dimensione del conflitto può essere in realtà intesa come divergenza sociale tra donne e resto della società di impronta maschile-patriarcale, società che è bene ricordare comprende comunque anche l’universo femminile sebbene relegato per la maggior parte in condizioni di subalternità.

     

    Le interpreti del conflitto

    Ogni periodo storico risulta caratterizzato, o meglio punteggiato “qua e là” da figure femminili protagoniste non di azioni violente, ma piuttosto di quella che abbiamo definito come una dimensione di “aspra contrapposizione” con il resto della società. Meglio sarebbe dire che la società ha visto nel ruolo di determinate figure femminili una contrapposizione all’ordine costituito interpretandole e rileggendole in chiave conflittuale.

    Innanzitutto le regine “sole” intese come massima espressione del potere piuttosto che come consorti regali. Ebbene ogni cultura ad ogni latitudine ed in ogni periodo annovera liste di regine, l’elenco è piuttosto impressionante, su tutte basti pensare alla regina Vittoria simbolo dell’imperialismo britannico. Nonostante il non secondario ruolo di queste nella storia, la loro azione, potremmo dire, è più legata a questioni di successione e dinastiche ad un esercizio di potere per mantenere, consolidare, ampliare il modello di società di cui erano espressione, piuttosto che introdurre e proporre diverso ruolo delle donne nella società. Ebbene nonostante questo ruolo, diremo “non rivoluzionario” con riferimento alla dimensione femminile, sono sempre state considerate come delle eccezioni, da temere piuttosto che ammirare perché sorta di pericolose varianti nell’ordine naturale delle cose.

    Uno dei campi in cui si manifesta la dimensione del conflitto è forse quello dell’arte, che proprio per la sua natura è la migliore forma di espressione e quindi anche contenitore ideale di ogni idea e manifestazione conflittuali. Anche in questo campo la storia è punteggiata da innumerevoli figure femminili, nel campo della poesia ad esempio gli esempi sono innumerevoli ma le donne che scrivono, almeno fino all’età moderna, sembrano ad appartenere ad una ristretta élite che ha la possibilità d’istruirsi solo grazie agli insegnamenti di padri, fratelli o precettori.

    In questo senso, per quanto in alcune delle loro opere si manifesti chiara la dimensione conflittuale, intesa come contrapposizione alla misoginia dominante, questa risulta sempre confinata nell’ambito di una ristretta e limitata cerchia.

    Umaniste, pittrici, scrittrici, poetesse abbondano nel panorama storico, il talento artistico esplode anche senza una preparazione specifica, non nelle scienze, dove è richiesta una preparazione di base senza la quale è quasi impossibile avanzare poiché la sola curiosità non è sufficiente. Se dunque nei conventi poteva fiorire la dimensione artistica femminile ma ben inquadrata nell’ortodossia, se nei circoli letterari, già chiusi per costituzione, potevano trovare accoglienza manifestazioni di un pensiero altro rispetto ai modelli maschilisti prevalenti, non si poteva assistere ad analoghe manifestazioni nel campo scientifico. Solo chi aveva un padre, un fratello o un marito scienziato disposto a condividere il sapere e le scoperte poteva acquisire una cultura scientifica. Fino all’età moderna il numero delle donne scienziato è infatti di gran lunga inferiore rispetto a quello delle donne “artiste”.

    La storia ci ha comunque tramandato i nomi di alcune famose scienziate tra queste la famosa Ipazia figlia comunque di un matematico e filosofo. Capo di una scuola platonica di Alessandria d’Egitto venne uccisa da monaci fanatici, tragica sintesi del rapporto conflittuale religione/scienza e universo femminile. Nel Medioevo si contano pochi casi confinati nei conventi e bisognerà attendere il XVIII secolo per una presenza di rilievo femminile nel campo scientifico.

    La limitata partecipazione femminile alla ricerca scientifica nel corso della storia, ha limitato non solo l’evoluzione stessa della ricerca ma, poiché le scienze sono un potente dispositivo di costruzione di paradigmi, stereotipi, ha contribuito al mantenimento degli stessi, privando il conflitto della schiacciante superiorità dell’inoppugnabile oggettività delle leggi scientifiche, ovvero confinando il conflitto nel fluido e limitato ambito delle espressioni artistiche.

  • Silvia Puccio – Figure femminili, identità di genere, linguaggio

    In questa relazione prendo in esame diversi aspetti che sono stati fonte di argomenti e scambi culturali per tutta la durata del Seminario. In particolare, evidenzio alcune tematiche specifiche legate al concetto di Femminismo e il ruolo mutevole della donna, in merito anche al contesto storico e ai cambiamenti socio – culturali che si susseguono dagli anni ’60 ad oggi.

    Nell’arco di tempo che scorre dal tema dell’emancipazione a quello dell’indipendenza, sottolineo alcuni punti di forza connessi a tre figure femminili che hanno lasciato il segno nel corso della storia: la filosofa e femminista Simone De Beauvoir che marca il rapporto tra il sé e l’altro, la drammaturga Olympe De Gouges i cui scritti femministi e abolizionisti sono legati al tema della libertà e dei diritti umani, e Virginia Woolf attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi.

     

    A parer mio, questo rapporto tra l’individuo e il contesto storico non può essere paragonato solo a degli studi sul passato, in quanto tali tematiche sono strettamente connesse all’evoluzione socio-culturale che ancora oggi richiama l’attenzione degli individui; ho scelto quindi di evidenziare la modernità di tale pensiero grazie ad autori come Michel Foucault, Bruno Sanguanini, Donna Haraway e, in conclusione, Anthony Giddens.

    Michel Foucault porta alla luce la relazione tra il Soggetto, analizzato in base alla sua interiorità, e il suo legame fisico in rapporto al contesto in cui vive, che può condizionare le sue scelte e la sua libertà di azione.

    Bruno Sanguanini sottolinea nei suoi studi il legame tra l’individuo e il suo adeguarsi ai mutamenti della società, dove i mezzi di comunicazione di massa giocano un ruolo fondamentale e determinante nella vita di ognuno di noi.

    Donna Haraway mostra il rapporto tra la scienza e l’identità di genere, grazie ai suoi studi sul fenomeno del corpo cyborg.

     

    Dati tali presupposti, la Teoria del Gender accomuna i vari aspetti sopra evidenziati e la loro trasmissione e divulgazione, che sembrano lontani da noi nel tempo e nello spazio ma che in realtà sono profondamente attuali e continuano a segnare la storia, le società, le culture.

    A completare questo percorso, tra i vari autori e argomenti trattati espongo parte del pensiero del filosofo Anthony Giddens, in merito all’evoluzione introspettiva dell’individuo in relazione all’ambiente in cui vive, alle emozioni che lo accompagnano e alle aspettative che ripone nel proprio futuro.

     

     

    Il Movimento Femminista in Italia

    Il movimento femminista a partire dagli anni ‘60 fino ad oggi, continua ad avere un’espansione davvero notevole.

    Con il formarsi dei termini emancipazione ed eguaglianza, è nata anche l’esigenza di chiedere più liberalizzazione e indipendenza per raggiungere quei diritti che le donne sentivano col tempo sempre più lontani da loro. Da questo momento in poi, le donne hanno dato voce alle loro organizzazioni e ai loro confronti, anche attraverso manifestazioni e formulando nuove proposte, riuscendo in parte ad ottenere nuove leggi e nuovi diritti.

    Questo movimento, riconosciuto sotto il termine di femminismo, ha conquistato molti traguardi importanti anche in Italia, evolvendosi e trasformandosi fino a garantire alla donna il ruolo che oggi riveste nella società in cui vive.

    Nonostante tale sviluppo, l’essere femminile continua a rivendicare buona parte dei suoi diritti e dei suoi spazi, sfruttando a pieno anche lo sviluppo dei mezzi di comunicazione.

     

    Dall’Emancipazione all’Indipendenza

    Con l’emancipazione e l’eguaglianza, le donne chiedevano di avere pari diritti e doveri rispetto agli uomini e puntavano anche all’ottenimento di spazi nella vita nazionale, economica, personale e sociale, a pari merito dell’altro sesso; uno degli esempi più significativi è il loro diritto al voto, subentrato nel 1946.

    Ottenuti tali risultati, il femminismo spinse nell’andare avanti e così tra gli anni ’60 e i gli anni ’70, nacquero in Italia delle nuove esigenze che prendono il nome di liberalizzazione e indipendenza, ovvero la possibilità per la donna di sentirsi completamente libera e indipendente sotto molteplici punti di vista, corredata dalla capacità di autodeterminarsi e gestirsi, senza sentire la necessità di avere accanto a sé una figura maschile.

    Il movimento femminista mette in discussione le istituzioni sociali e la visione patriarcale della società: i valori maschili che avevano portato alla supremazia dell’uomo, portarono ad una forte contrapposizione da parte del femminismo verso la società stessa, improntata su una gerarchia a favore del mondo maschile.

    Il movimento in Italia estende le sue pratiche politiche nell’ambito sociale, lottando per la conquista dei più ampi diritti civili che hanno conseguito nell’introduzione del divorzio, nella modifica del diritto di famiglia, nell’istituzione dei consultori familiari, nella legge sulle pari opportunità, nella liberalizzazione dei contraccettivi e nell’approvazione delle leggi che regolano l’aborto: la legge dell’aborto (1978) è nata in merito alle continue manifestazioni legate al self-help, improntate sull’ “autogestione” dell’aborto stesso.

    Il Femminismo divenne un movimento unico formato da tantissimi punti di vista legati fortemente dallo spirito di rivincita non solo verso l’ottenimento dei propri diritti, ma anche verso una riscoperta del proprio corpo e del proprio Io; questo è a parer mio uno degli aspetti più interessanti perché si avvicina alla pratica dell’autocoscienza, ovvero ad uno scambio culturale legato alla socializzazione e alla volontà di un confronto, condividendo esperienze di vita personale.

    Percorrendo questo percorso, si discute ancora oggi di temi quali la riproduzione, la sessualità, i rapporti interpersonali e la vita quotidiana.

    Anche se, grazie al femminismo, nella maggior parte del mondo le donne hanno conquistato il riconoscimento formale di molti diritti, esistono purtroppo ancora oggi troppe discriminazioni sessuali verso questo sesso definito da sempre “debole”.

     

    Il rapporto tra il Sé e l’Altro: Simone De Beauvoir

    Il Secondo Sesso è uno dei saggi più celebri e importanti del movimento femminista scritto da Simone De Beauvoir.

    L’opera, raccontata attraverso il linguaggio e la tecnica della filosofia esistenzialista, suscitò molto interesse non solo in Francia ma anche in Italia, per il rigore con il quale l’autrice riuscì a costruire il discorso sul suo stesso sesso.

    Il ruolo della donna viene mostrato in ogni fase della sua vita, dalla nascita alla vecchiaia, senza escludere l’iniziazione sessuale; inoltre, viene rapportato sotto vari modelli culturali differenti tra di loro e ne viene descritto il comportamento, che varia a seconda delle situazioni che la vita le pone: donna come sposa, come madre, come prostituta, come lesbica, come narcisista, come innamorata, come mistica. Ognuna di queste circostanze porta ad un’analisi dell’autrice stessa verso un’idea di inferiorità della donna rispetto agli schemi di vita che la società tende ad imporle.

    Viene anche messo in relazione il confronto tra i due sessi, visti come “poli opposti” ma per l’autrice “uguali” solo se uniti sotto il concetto di libertà: se la donna avesse la possibilità di crearsi una propria indipendenza, come una formazione in ambito lavorativo, sarebbe senza dubbio in grado di dedicare la maggior parte del suo tempo alla realizzazione dei suoi obiettivi, focalizzandosi totalmente su se stessa.

    L’autrice interroga poi diversi studiosi, senza distinzione di sesso, e invita le donne a raccontare le loro esperienze d’amore e di vita, sostenendo anche la loro necessità di integrazione nella società in cui vivono, puntando all’ottenimento degli stessi diritti e doveri dell’uomo.

     

    Queste molteplici visioni rendono il saggio estremamente attuale e mai fuori dal tempo, soprattutto perché lascia trasparire il rapporto tra il sé e l’altro, ovvero l’idea di una coscienza che per sentirsi davvero libera ha bisogno di confrontarsi con un’altra coscienza: in questo modo, sarà possibile riconoscere se stessi fino nel profondo e capire cosa siamo in merito a ciò che l’altro ha di differente rispetto a noi. Tale rapporto è talmente profondo che richiede una sensibilità maggiore che può nascere nella coscienza di un essere femminile, considerato da sempre più sensibile e fragile rispetto all’uomo.

    Un ulteriore aspetto che si collega a Simone De Beauvoir è il tema principale trattato nel saggio di Luce Irigaray Speculum, l’altra Donna, un classico del pensiero femminista in cui vengono posti al centro del discorso la donna e la sua sessualità, in contrapposizione alle ideologie del pensiero occidentale che hanno ridotto il suo corpo al silenzio, all’uniformità, alla soggezione.

     

    Libertà e Diritti: Olympe De Gouges

    La Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina è un testo giuridico francese, opera della scrittrice Olympe De Gouges che esige la piena assimilazione legale, politica e sociale delle donne.

    Il saggio è basato sul modello della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (testo giuridico elaborato durante il corso della Rivoluzione Francese) che elenca i diritti validi solo per gli uomini, come ad esempio la privatizzazione delle donne al diritto di voto, alle libertà professionali, ecc.

    L’autrice difende così il ruolo femminile con tono ironico in merito ai pregiudizi maschili, scrivendo che «La donna nasce libera e ha uguali diritti all’uomo». L’essenza del saggio vuole essere da parte dell’autrice una critica verso la Rivoluzione Francese, poiché nel suo progetto di libertà e di uguaglianza ha escluso la presenza e i diritti del ruolo femminile nella società.

    Anche questo saggio può essere considerato attuale, in quanto presenta degli aspetti che si legano perfettamente ai diritti e alle leggi che governano le società di oggi.

    Un’altra autrice fortemente convinta in merito a tali visioni di vita è senza dubbio Virginia Woolf, considerata una delle principali scrittrici della letteratura del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi.

    La sua figura viene inserita in alcune analisi sul rapporto tra i testi narrativi e il genere femminile da parte di studiosi di sociologia dell’arte e dei Femminist Cultural Studies, che studiano l’andamento e le mutazioni culturali tenendo conto delle produzioni dei mass-media, attraverso l’elaborazione e il consumo della comunicazione di massa, ponendo al centro il ruolo femminile.

    Di notevole importanza la riflessione sull’applicazione, da parte della scrittrice, della nozione di Lettore Modello: questa espressione, ripresa da Umberto Eco nel suo saggio Lector in Fabula, fa riferimento ad un lettore immaginario a cui un testo è rivolto. Virginia Woolf attribuisce al Lettore Modello un Genere Femminile o, più sensatamente, una Lettrice Modello.

    Questo rapporto tra Autore – Lettore – Fruitore teorizza la possibilità stessa per la lettrice di formulare significati alternativi, riappropriandosi di testi che parlano essenzialmente al maschile.

     

    Discorso e Sessualità: Michele Foucault

    Importanti sono gli studi di Michele Foucault sulla sessualità, che egli crede non sia sempre esistita così come la conosciamo e ne discutiamo oggi.

    Per l’autore, non solo la sessualità ma anche il potere discorsivo non ha libertà, poiché viene sottoposto come altre sfere della vita a controlli, limitazioni, rarefazioni: queste sono il risultato di un certo “Ordine del Discorso” sostenuto dalle istituzioni e costruito attraverso procedure e meccanismi.

    Durante la lezione inaugurale del suo corso al College de France negli anni ’70, Foucault decide di affrontare questa tematica, marcando la potenza dell’enunciato (sequenza di suoni con contenuto linguistico organizzati in parole e frasi) e i metodi adottati nel corso della storia per controllare la sfera discorsiva.

    L’Ordine del Discorso di Foucault rappresenta ancora oggi una lettura innovativa, poiché si evince l’importanza della comprensione delle differenti modalità espressive controllate e selezionate dal regime capitalistico e mediatico, messe in atto dalle organizzazioni governative delle varie civiltà.

    Il saggio può essere quindi paragonato ad un software in grado di analizzare, decifrare ed evidenziare i meccanismi di controllo, selezione, organizzazione e distribuzione della produzione discorsiva e le procedure che ne depotenziano la materialità.

    Importanti sono anche i suoi studi sulla sessualità, secondo cui non è sempre esistita così com’è conosciuta oggi e soprattutto su come se ne discute. Gli studi sono raccolti nella sua opera Storia della Sessualità: solo con la modernità, la sessualità ci appare come una caratteristica intrinseca al Sé, a tal punto da sentire il bisogno di dichiarare una “identità sessuale” e le scelte sessuali annesse. Per Foucault è errata la visione di una sessualità repressa da secoli che solo ora, attraverso le molteplici lotte di emancipazione, tende ad esprimersi; secondo il pensatore francese però, la volontà di sapere può essere esaminata sotto un altro aspetto, ovvero come un mezzo nato per sorvegliare la gente e monitorarla. Il sapere si unisce così al potere che si è evoluto nel tempo: partendo da uno stadio disciplinare e repressivo che puntava al controllo, è divenuto qualcosa di più funzionale, riproduttivo e pervasivo. Ecco allora che Foucault arriva a elaborare l’attualissimo concetto di biopotere, potere che costruisce corpi, i desideri, i modi fondamentali della vita stessa.

    La Biopolitica così come il Biopotere ci aiutano a comprendere ancora meglio il rapporto del corpo con lo spazio che lo circonda, e come l’essere umano può sentirsi vulnerabile quando si espone agli altri e all’ambiente; è un rapporto che distingue l’individuo e il collettivo, poiché siamo dei processi dinamici immersi in contesti di interazione incarnata sotto tre aspetti precisi: Corpo e Situazione, Corpo e Condizione, Corpo e Relazione.

    Il corpo, con i suoi comportamenti individuali e collettivi interessa direttamente il potere, divenendo così materia di politica.

    Questi aspetti sono stati presi in esame anche da altri autori, come i saggi intitolati La Politica della Vita di Nikolas Rose e Biocapitale Etico di Sarah Franklin.

     

    La Sindrome di McLuhan: Bruno Sanguanini

    Il sociologo e docente universitario Bruno Sanguanini pone in esame i fenomeni comunicativi che caratterizzano alcuni ambiti della vita sociale ed individuale, ove l’interazione umana e le funzioni comunicative fanno uso di media classici e innovativi. Propone così l’analisi delle diverse dimensioni della comunicazione e il suo focus altro non è che il ruolo dei media nella vita quotidiana, nella costruzione del senso dell’esperienza, nelle comunicazioni istituzionali, il tutto improntato sulla memoria sia individuale che collettiva.

    Di interessante rilievo i suoi studi in merito alla cosiddetta Sindrome di McLuhan che analizza come esempio un’opera d’arte, collegandola alla potenza dei mass media poiché per l’autore soltanto questo tipo di rapporto può portare l’opera stessa verso la fruibilità, l’apprezzamento e la condivisione.

    Il rapporto diretto con i mezzi di comunicazione di massa può collegarsi all’esigenza di trasmissione di informazione, di far conoscere la realtà: siamo passati dalle manifestazioni in piazza alle manifestazioni di rete, ovvero da una comunicazione originariamente face to face o diretta ad una comunicazione anche indiretta, ma pur sempre stimolante ed accattivante.

    Se è vera la visione di Sanguanini, ovvero che occorre ricadere sotto la luce dei mass media per sperare in un destino fortunato, allora forse sarebbe più giusto affrontare i temi del femminismo attraverso testimonianze e dimostrazioni concrete su come la vita di una donna può cambiare, nonostante il prediligere delle società verso argomenti di altro genere. Occorre far notizia da Sé?

     

    Scienza e Identità di Genere: Donna Haraway

    Cos’è il corpo? Ancora oggi è visto come un luogo misterioso e muto, perché la verità di cui appare inequivocabile portatore ci inquieta, tanto da costringerci ad alzare barriere verso ogni genere. Il corpo è considerato da molti come il prodotto che la nostra cultura ha più “depurato, raffinato, montato e rimontato”, nel tentativo di liberarlo dai limiti che porta inscritti nella sua consistenza.

    Oggi il corpo è mostrato sotto ogni suo aspetto ma senza quel pudore che faceva da velo all’erotismo e alla sessualità, senza le riserve morali.

    Le ibridazioni che nascono fra più culture, favoriscono improbabili processi di identificazione, ponendo sempre come punto di riferimento l’oggetto del corpo. Ma c’è un altro aspetto che può essere preso in considerazione, ovvero il concetto di Cyborg.

    Il Cyborg nasce con Donna Haraway come metafora di un corpo che si riorganizza in un misto di carne e tecnologia. Donna Haraway è una filosofa e docente che, attraverso il pensiero femminista, studia il rapporto tra scienza e identità di genere.

    Il suo pensiero si fonda sul legame nato tra la tecnologia e la scienza sulla vita che hanno preso il sopravvento sulla vita dell’uomo moderno.

    Sotto quest’ottica, la cultura occidentale è sempre stata caratterizzata da una struttura condizionante e ripetitiva implicata sul dualismo tra uomo e donna, naturale e artificiale, corpo e mente; questa bivalenza concettuale non è simmetrica ma basata sul predominio di un elemento sugli altri: per questo motivo l’autrice sceglie di introdurre la figura del Cyborg che da invenzione fantascientifica diventa metafora della condizione umana.

    Il cyborg è al contempo uomo e macchina, individuo non sessuato o situato oltre le categorie di genere, creatura sospesa tra finzione e realtà: un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione.

    La tecnologia ha influenzato così anche la concezione del corpo, sperimentato e manipolato, portando ad un decadimento del mito della naturalezza.

     

    Conclusioni

    Le trasformazioni della modernità, il passaggio da una società modellata dalle regole dell’organizzazione industriale a un tipo di relazioni sociali fondato sempre più sull’immateriale, hanno prodotto sensibili mutamenti nei processi di socializzazione e negli itinerari di costruzione dell’individuo.

    Sono proliferati i contesti d’appartenenza e la differenziazione sociale comporta per il soggetto una maggiore riflessione sulle proprie azioni, sulle proprie scelte e soprattutto sull’immagine di sé: l’individuo moderno costruisce la propria identità durante un processo di socializzazione e di riscoperta del proprio Io.

    L’identità può essere assunta come nodo del rapporto individuo-società, ostacolato spesso nell’ottenimento della libertà e dell’autonomia personale.

    La stratificazione sociale rigida e un’immobilità verso i cambiamenti sociali e culturali, hanno portato ad una ramificazione molto vasta e complessa di modalità di pensiero differenti e spesso contrastanti.

    Insieme al Femminismo, ci furono molti altri movimenti che nacquero con l’idea di poter cambiare la rigidità delle società a cui facevano parte, ma la voce delle donne è forse una delle reazioni più concrete rispetto alle regole a cui sono sottoposte ancora oggi; nonostante la modernità dei tempi, l’essere umano percepisce il proprio Io come un soggetto fragile e le sicurezze che in esso ripone, spesso tendono a sgretolarsi davanti alle certezze e alle critiche che gli vengono imposte dall’esterno.

    La volontà di comunicare un cambiamento interno è vista come un sintomo di distacco dalla realtà, come una presa di potere nelle mani di poche persone convinte dei propri ideali rispetto alla restante società, ma sappiamo che non è così: le manifestazioni, le pubblicazioni mediatiche, la voce della coscienza, l’unione di corpi e menti smuovono gli animi di chi non ha il coraggio di urlare che in realtà è il suo pensiero quello che sta ascoltando attraverso la “voce del popolo”. Spesso tendiamo a porci dei limiti, cerchiamo di mascherarci per non mostrare ciò che in realtà siamo, ovvero noi stessi, dei corpi biologicamente tutti uguali ma differenti nella mente e nello spirito.

    Come osserva Anthony Giddens, nella tarda modernità il Sé assume un ruolo nuovo e centrale nella vita relazionale e sociale, orientata verso la riscoperta del corpo, dell’espressività, definendo lo stile di vita in merito a dei canoni sociologici che negli anni passati non apparivano centrali come al giorno d’oggi. Molte trasformazioni hanno investito anche la sfera delle relazioni personali dove, in particolare, i comportamenti e i sentimenti associati alla vita sessuale e matrimoniale sono diventati secondo l’autore instabili e aperti.

    Inoltre, per Giddens esistono tre obiettivi e concetti chiave che caratterizzano la politica dell’emancipazione, una delle tematiche più forti prese in esame nel percorso di studio strutturato nel Seminario: la liberazione dallo sfruttamento (cioè dal monopolio di beni o altri elementi da parte di un gruppo privilegiato), l’emancipazione dalle diseguaglianze, la liberazione dall’oppressione e la liberazione degli individui dai vincoli del passato. Ed è proprio quest’ultimo fattore a spianare la strada alla politica dell’esistenza: l’abbandono dei modi di vita tradizionali permette agli individui di ottenere un maggiore controllo sui diversi aspetti della vita stessa.

    Credo fermamente che gli obiettivi femministi, toccando tutti questi aspetti, possono al giorno d’oggi riappropriarsi dell’interiorità di tutte quelle donne che tendono a sentirsi perse, inappropriate o denigrate nella loro stessa vita.

    Ma non ci si può limitare nel ricordare soltanto una volta l’anno, di commemorare eventi o personaggi che hanno segnato la storia: la violenza contro le donne ne è un esempio evidente. Bisognerebbe soffermarsi con costanza ad osservare ma soprattutto ad interpretare gli avvenimenti che quotidianamente accadono, così come non bisognerebbe sminuire e categorizzare una figura corporea definendola “sesso debole”.

    La donna in sé rappresenta una molteplicità di ruoli come l’essere una madre e una moglie, ma anche un’avventuriera o una presidentessa: essere donna è una sfida continua, è un percorso in costante evoluzione e per questo motivo non si è mai la stessa donna; lo si diventa con le sfide continue che affrontiamo nel nostro percorso di vita.

    La donna può essere una musa perché risiede in noi la capacità di ispirare a creare.

    Siamo sinonimo di bellezza e di forza, perché per secoli ci siamo battute per la nostra indipendenza e per i nostri ideali, in un mondo che spesso ci è stato negato. Siamo fragili ed emotive ma non per questo deboli, perché senza questa sensibilità non potremmo cogliere quelle sfumature che altri non sanno carpire.

     

    “Una donna può dedicarsi alle donne perché l’uomo l’ha delusa, ma talvolta l’uomo la delude perché essa cercava in lui una donna.”

    Simone De Beauvoir

     

    “Se si poteva uccidere una persona non si poteva però spegnere un’idea.”

    Olympe De Gouges

     

    “Quella donna dunque, nata nel cinquecento con il dono della poesia, era una donna infelice, una donna in lotta con se stessa. Tutte le condizioni della sua vita, tutti i suoi istinti, erano ostili a quello stato d’animo che è tuttavia indispensabile, se si vuole esprimere liberamente ciò che si ha nel cervello.”

  • Nadejda Calugareanu – La donna… ieri, oggi, e domani….

     

    Nel mondo occidentale il comportamento maschile viene inteso  in  modo da sembrare più stabile di quello femminile,  e anche meno soggetto alle interpretazioni che possono variare secondo  le epoche,  i luoghi ,le condizioni sociali e  culturali  presenti.

    Il concetto stesso di ,,DONNA,, è stato uno dei concetti più criticati della storia  essendo meno legati alla realtà e più legati alla rappresentazione : la donna  viene considerata una creatura fisicamente e spiritualmente debole o forte ?  Intelligente quanto l’uomo o  meno?Capace di scelte autonome o bisognosa del costante appoggio dell’uomo?  Angelo spiritualizzato o demoniaca tentatrice ?

    Sono domande alle quali ogni epoca storica e ogni cultura hanno risposto in modo abbastanza simile ,quasi sempre sfavorevolmente alle donne…

    Oggi il mondo femminile pone molte difficoltà ad essere compreso . Il punto interrogativo gira intorno alla  ,,donna moderna,, così come è chiamata dai critici del nostro secolo, perchè la donna svolge  varie funzioni tra le quali  ricordiamo:  la donna nella  società, la  casalinga , la  mamma , la donna in carriera etc.   Secondo i critici letterari del nostro secolo la figura femminile  viene vista come donna forte in quanto riesce nella poliedrica gestione della casa,della famiglia ,del lavoro , degli affari . Sembra quasi che per lei non ci siano limiti  in quanto  è sostenuta   da una fonte di energia che le regala fantasia ,buon umore e buon gusto

    Il primo ruolo storico della donna  e quello della ,, donna madre ”. Gia nell’eta della  pietra  essa e dedita  al  compito di proteggere i proprii figli   ,occupandosi nello stesso tempo della cacciagione   portata dal marito preparandola in cibo per la  sopravvivenza  ;si occupa del vestiario attraverso la concia  e la cucitura delle pellicce degli animali  atte a riscaldarsi durante l ‘inverno. Con queste attività la donna assume il ruolo di ,,sostegno familiare” e si attiva nelle faccende casalinghe con particolare attenzione alla sopravvivenza.

    Nella storia parlare dell’ evoluzione della donna  significa parlare anche della sua  trasformazione. Questo fattore si evidenzia molto bene nel periodo dell’ impero romano ,periodo che è durato quasi mille anni, durante i quali la donna ha conosciuto molti cambiamenti. che possiamo distinguere tre fasi : età arcaica ;età repubblicana ;età imperiale.

    Cominciamo con il periodo arcaico .In tale periodo la donna romana non godeva dei diritti politici come l’uomo (votare ,eleggere e farsi eleggere ,percorrere la carriera politica).Essa non ne era del tutto esclusa ;anche per esercitare diritti civili( sposarsi ,ereditare,fare testamento) , aveva bisogno del consenso di un uomo che esercitasse su di lei la tutela: questo da prima era  il padre , poi il marito e , all’eventuale morte del marito , il parente maschio più prossimo . I giuristi latini spiegano che le limitazioni alle capacità giuridiche della donna romana portò a un effetto negativo come l’ignoranza della legge; inferiorità naturale ;debolezza sessuale;leggerezza d’animo ecc.

    In tale periodo la donna  non poteva adottare ;non poteva  nemmeno rappresentare interessi altrui né  fare operazioni finanziarie;non poteva  essere tutrice dei suoi figli minori né garantire per debiti altrui ecc.

    Nel periodo della repubblica abbiamo presente la figura della donna forte ,quel tipo di donna che è capace di educare con saggezza i propri figli, quel tipo di donna che è fedele al marito quando questo è lontano in guerra  e con la precoce morte di lui, è in grado di crescere i propri figli da sola.

    Nel periodo imperiale la donna acquista una libertà e un riconoscimento sempre maggiore all’interno della società dove viene riconosciuta come parentela legittima sia la cognatia (la parentela di discendenza femminile) sia  l’agnazio ( la parentela di discendenza maschile) ,mentre durante la repubblica  solo l’ultima  era riconosciuta come famiglia legittima.

    La donna diventa pari all’uomo e il nuovo matrimonio si basa sul consenso di entrambi gli sposi.

    Fu proprio in questo periodo che la sua autonomia e la sua reputazione non la rendevano più una sottoposta all’uomo, ma una sua pari, soprattutto dal momento dell’approvazione della legge sulla restituzione del patrimonio dotale.

    Della donna  greca  abbiamo pochissime notizie . Essa vive  praticamente  reclusa  e se era sposata, poteva uscire di casa  soltanto nelle feste religiose; ma nel caso in cui giungeva improvvisamente un uomo qualsiasi  a far visita  doveva subito ritirarsi nel gineceo , se era nubile non poteva  neanche girare  per casa.

    Diverse erano le etere (dal greco ,,compagne”) che i greci le chiamavano  ,,le cortigiane,, che erano destinate  sin dall’infanzia ad essere un strumento di piacere.

    Di solido le etere avevano un educazione  superiore a quella delle ragazze di buone famiglie. Otre  all’eleganza del vestire e dell’ornarsi ,alle relazione fugace ,l’etera suonava il flauto ,danza ,eseguiva quadri plastici , giochi di equilibrio  e di prestigio.

    Essa raramente  veniva considerata come  cittadina ; di solido erano forestiere o libertine ovvero schiave  in proprietà del mezzano che le sfruttava , o dello stesso amante.

    Nel Medioevo  le donne vengono viste come esseri da proteggere sia dagli altri che da se stesse. Nobili lavoratrici ,cittadine , o religiose ,  erano sottoposte alla sorveglianza e guida degli uomini.  NON potevano praticare un’attività in proprio,  neanche dopo una vedovanza Infatti l’universo femminile era limitato dalla  legge della corporazione doveva essere integrata da un uomo

    Le contadine lavoravano pesantemente per mantenere la famiglia ,spesso numerosa .Sposatesi giovanissime  , spesso contro la loro volontà mettevano al  mondo dagli 8 ai 10 figli da accudire ,nutrire  ,educare ,molti dei quali morivano di malattia , malnutrizione , o incidenti vari.

    Nell’aristocrazia le donne  vivevano sin dalla più tenera infanzia nel gineceo occupandosi di lavori femminili ,principalmente tessitura e ricamo ,si sposavano molto giovani a partire dai 7 anni.

     

    La situazione della  donna  comincia a cambiare a partire con i primi anni dell’800,essendo anche chiamato dai molti critici storici ,, il periodo dell’ istruzione pubblica della donna,,.Viene cosi chiamato perchè  in questi anni finalmente le donne riescono a ottenere e reclamare la loro parte di diritti.

    l’Inghiltera è stato  il primo paese  de’ll Europa a dare accesso ai corsi serali per le donne ed in  cui vengono fondati alcuni collegi femminili .Nel 1869 a Londra Bredford College fu trasformato in università,e in anni successivi le donne ebbero la possibilità per la prima volta nella storia, di prendere la laurea .È noto il fatto che ai quei tempi era un privilegio lo studiare,e per  motivo delle differenze di classe , tale possibilità  avvenne solo nelle  famiglie più importanti e più ricche.

    In Germania la situazione era migliore rispetto alla Francia ,dove la donna si trovava in situazioni più disastrose ,mentre la prima già aveva sul territorio alcune scuole pubbliche secondarie ma nessun istituto superiore.

    In Italia in questo periodo la donna resta in una posizione molto subalterna all’uomo ,non potendo né utilizzare i propri beni nè chiedere il divorzio senza il consenso del marito. Come anche nei altri paesi d’Europa  erano negati il diritto di voto, il diritto d’istruzione,l’accesso alle professioni liberali ed ad altre forme  fondamentali di  libertà personali.

    Dell’Italia ai primi anni dell’800 non possiamo essere indifferenti e non  prendere in considerazione la corrente letteraria del romanticismo  che ci ha regalato poesia e romanzi sentimentali quali le opere di D’Annunzio,Leopardi,Manzoni…etc.

    Il volto della donna nelle loro opere letterarie, mostra una donna dotata di eleganza e fascino, desiderata e che sa farsi desiderare ,capace di grande nobiltà d’ animo , inspiratrice d’arte e poesia.

    Con il suo modo di essere e con la sua raffinata bellezza la donna del romanticismo, è riuscita a far nascere grandi opere letterarie, lasciando alle donne di oggi un esempio da seguire che ormai accade più per la  maggior parte di loro.Un argomento che verrà ripreso nella conclusione di questo elaborato.

     

    Il femminismo è una filosofia che appartiene a tutte le donne,, dichiarò una volta Simone de Beauvoir…

    La condizione femminile nel mondo occidentale ma non solo, ha compiuto passi da gigante verso una maggiore consapevolezza individuale e sociale dei diritti della donna  sia in ambito famigliare che in più vasto contesto pubblico, con particolare riferimento al mondo del lavoro e della politica.

    Gli anni a cavallo fra due secoli sono anche quelli in cui si organizzarono i primi movimenti femministi , sono gli anni che animano una appassionata battaglia per il diritto di voto:in Inghilterra le donne ottennero il diritto di voto municipale nel 1869 e il diritto di farsi eleggere nel 1894 .Nel 1903 l’Unione politica e sociale delle donne passò ad vere e proprie forme di lotta contro tutti i partiti istituzionali condotte dalle così dette ,,suffragette,,.Il primo stato del mondo a concedere il suffragio alle donne fu Wyoming (USA) ,che nel 1919 si ebbe in Germania, nel1945 in Francia e nel 1946 in Italia .Con questo avvenimento si apre un nuovo periodo nella storia dove la,, donna ,,comincia ad avere una nuova posizione nella società…

    Questo periodo non passa inosservato ma viene ad essere messo in evidenza …siamo nel REALISMO ,(1830– 1900) dove assistiamo ad uno sviluppo rapidissimo di due fenomeni quali l’urbanizzazione e l’industrializzazione. È il momento in cui la donna si trasforma in  lavoratrice quanto gli uomini.  A volte  gl’ imprenditori trovarono  più conveniente allontanare gli operai qualificati che rappresentavano una potenza sul piano contrattuale e non più indispensabili, per assumere al loro posto donne e bambini sottopagati e più docili.

     

    La nuova  corrente letteraria porta con sè un nuovo modello ideale di donna : essa ci viene presentata giovane,bella ed inesperta della vita, evidenziando in sé tre virtù molto apprezzate: cura con abilità la casa ,così da mettere gli uomini a loro agio; è portatrice di  felicità   accetta il sentimento d’amore -come un valore supremo nella vita..

    Spesso la figura della donna vieni considerata come la figura femminile dell’esistenza:la passione amorosa ,la fantasticheria, la paura , e anche l’intimità della casa ,i rapporti famigliari,la quotidianità.

    Molti autori riflettono sul tema della famiglia e quindi indirettamente sulla donna: la famiglia viene considerata come una società giuridica  vincolata da un contratto o piuttosto come una realtà naturale o morale? E la donna ,al suo interno va considerata come un soggetto di diritto libero nelle sue scelte o piuttosto come un essere di minore capacita intellettiva e morale ,assoggettata all’uomo?

    Viene dato per scontato comunque  che lo spazio di vita della donna sia ristretto al terreno privato della famiglia ,mentre lo spazio pubblico è destinato all’uomo.

    ,,La natura dà l’esistenza fisica -la donna l’esistenza morale : l’una sviluppa con la luce ,con gli anni ,con l’operosità,col lavoro  –  l’altra cogli affetti di madre e d’amante…   (Tarchetti)

    All’alba della prima Guerra Mondiale , le donne  sospendono le loro esigenze per mettersi alla prova di sostituire gli uomini partiti per il fronte in tutte le professioni ,comprese quelle più faticose : guidano i tram ,si mettono la divisa e vanno a lavorare nelle fabbriche di proiettili ,montano i fucili ,si occupano dei raccolti , ,contribuiscono sul fronte come crocerossine ausiliari .Alcune tra  loro sono arrivate oltre , svolgendo attività di informazione politica  e di propaganda e addirittura sino a chiedere dal governo di rendere obbligatoria la mobilitazione sul fronte interno per le donne di 14-18 anni ,ma ovviamente la risposta fu negativa.

    Come crocerossine c’è da ricordare Margherita Kaise  Parodi  Orlando  che vieni decorata al valor militare  con la medaglia di bronzo il 19 maggio 1917 con la motivazione per essere  rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava  la zona dove era situato l’ospedale cui era addetta.

    Una volta finita la guerra  molte donne speravano che i compiti svolti durante il conflitto  potessero essere mantenuti anche dopo e che  le nuove responsabilità  assunte potessero essere riconosciute come i diritti  civili e politici.

    In conclusione ,il primo conflitto mondiale  ha dato l’occasione  al mondo femminile di sperimentare e sperimentarsi ,di uscire dalle mura domestiche anche per un breve periodo di tempo  per rivestire nuovi ruoli ,nuovi missioni e professioni;  ma tutto ciò non ha prodotto miglioramenti e non è continuato nel periodo successivo , facendo tornare tutto allo statu quo.

    Le donne ritornarono al vecchio ruolo . Pochissime tra loro hanno avuto la fortuna di rimanere a svolgere il mestiere in precedenza svolto ma sempre costrette a combattere  contro una forte ostilità e opposizione da parte dei lavoratori maschi ,nonchè contro una stampa fortemente maschilista  che spesso sottolineava l’egoismo delle operaie ,accusate di spendere i loro guadagni  in vestiti e frivolezze mentre gli uomini andavano in guerra.

    Evidenzio l’importanza della donna anche durante la seconda guerra mondiale che ebbe un ruolo vitale nella vita sociale. E come durante la prima guerra mondiale vengono scambiati         nuovamente i ruoli e la donna riprende il timone in tutte le sfere lavorative.

    La seconda guerra mondiale aprì un  capitolo durissimo per le donne ,un capitolo fatto di sofferenza ,fame ,violenza , miseria ,di cambiamenti e decisioni prese in fretta. Mentre gli uomini combattevano contro il nemico , le donne combattevano contro la fame che le costrinsero a  viaggiare  fino  ai territori di campagna al di fuori del loro ambiente tradizionale alla ricerca disperata di cibo che le costringeva spesso anche al mercato nero.

    La guerra finisce  dopo 5 anni  di strazio ,di tragedia e di tormenti infiniti .Le donne tornarono a vivere normalmente  con molto più credito di quanto ne avessero mai avuto prima  e con una nuova forza in fondo al cuore,  data dal sacrificio delle loro compagne morte per la patria per l’amore e per la forza  delle loro idee. Non ci sarebbe stato più nessuno in grado di impedire loro di fare qualsiasi cosa.

    La politica  fascista in Italia  cercava di mantenere  nei confronti delle donne un atteggiamento  ambiguo dove  da una parte le donne venivano considerate  come degli angeli  del focolare domestico (doveva  ricoprire i ruoli  di madre  ,moglie fino a farsi portavoce della missione patriottica ) ,dall’altra parte il regime cercava di coinvolgerla per ottenere anche il loro profitto.

    Vengono eliminate tutte le attività che potevano in qualche modo allontanare la donna da quello che il fascismo vedeva come  sua unico suo scopo:sposarsi e mettere al mondo il maggior numero di figli possibili .

    … ,,Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio .La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo,,.

    Le donne durante il regime dovevano vivere secondo lo slogan del Duce:

    ,,… per obbedire ,badare alla casa,mettere al mondo figli e portate le corna…”

    Ancora oggi  uno dei problemi molto discussi nel mondo è la condizione della  donna .Sin dall’antichità la donna era vista come un oggetto debole ,inutile ,un peso per l’uomo e per la società .Le donne hanno lottato duramente per secoli per ottenere dei diritti pari a quelli degli uomini ;milioni di donne  hanno perso la vita per dare a noi i diritti e per farci vivere una realtà diversa da quella che hanno avuto loro. Grazie a loro  oggi le donne sono parte fondamentale della nostra società svolgendo lavori pari a quelli degli uomini ,sono istruite (secondo alcune  statistiche  anche più degli uomini) ,sono dirigenti di grandi aziende ,piloti di aerei,concorrono alle elezioni come presidente e sono finalmente rispettate .

     

     

     

     

     

     

     

  • Alessandro Tamagnini – Dall’incontro di linguaggio e politica

     

    Il tema trattato riguarda il linguaggio e la politica: negli ultimi decenni molte delle partecipanti al movimento femminista hanno attribuito una funzione decisiva al rapporto tra diventare soggetti e linguaggio. Per le donne la gabbia dei pregiudizi e degli stereotipi hanno rappresentato degli ostacoli per l’accesso alla piena partecipazione alla vita comune. Il mancato accesso o esercizio di una parola continua a essere una sfida in vista di un ordine politico giusto. Ho scelto questo argomento trattato perché penso che decenni fa alle donne venivano attribuiti troppi pregiudizi; le donne così non potevano garantirsi una partecipazione alla vita quotidiana come gli altri, perché fatte oggetto di stereotipi dal più delle persone. Leggendo il libro scritto dalla scrittrice Luisa Muraro ho trovato interessanti alcuni dei temi che lei ha voluto spiegare e trasmettere ai lettori attraverso giri di parole o figure retoriche.

    Nelle prime pagine del libro preso in esame, “Maglia o uncinetto”, parla di una teoria di Roman Jakobson risalente agli anni Cinquanta. Premettendo che parlare è come lavorare a maglia, secondo la teoria di Jakobson, quando parliamo, operiamo su due assi fondamentali: su uno selezioniamo le unità linguistiche, mentre sull’altro le combiniamo tra loro. La teoria di Jakobson fu importante per due ulteriori sviluppi: il primo fu che egli ha avanzato l’ipotesi che i due assi corrispondano ai processi primari di ogni produzione simbolica; il secondo, ha ravvisato in due figure retoriche, la metafora e la metonimia, i procedimenti che caratterizzano dal punto di vista semantico l’asse delle selezioni e quello delle combinazioni. In conclusione Jakobson ha parlato di direttrice metaforica per l’asse delle selezioni e direttrice metonimica per quello delle combinazioni. La sua teoria fu ripresa anche fuori dalla linguistica. Lacan l’ha riconosciuta coincidente con la sua lettura di Freud, dell’inconscio che è il linguaggio, assicurando così a metafora e metonimia una sorta di popolarità. Ormai queste due figure retoriche formano una sorta di coppia fissa, poiché non le si sa più distinguere. Questo pensiero è opposto a quello che invece aveva in mente Jakobson, il quale attuava una differenziazione tra metafora e metonimia, due figure retoriche tradizionalmente poste vicine. Esse hanno in comune di essere espressioni che significano qualcosa di diverso dal loro senso; prendendo il posto di un’espressione che sarebbe quella abituale. La metafora rinforza la percezione di una somiglianza, a volte la determina. Le teorie politiche generalmente si appoggiano sul procedimento metaforico per darci una rappresentazione generale dei fatti, che nell’esperienza concreta possono invece presentarsi come frammentari o che intrattengono tra loro rapporti che la teoria stessa spiega essere irrilevanti. Lacan identifica metafora e metonimia con i meccanismi del sogno che Freud chiama rispettivamente condensazione e spostamento: un’identità completa salvo che per la messa in scena si esige che i pensieri siano tradotti in immagine. Stabilita questa corrispondenza tra i due processi, metonimico e metaforico, essi risultano sì nettamente distinti, ma non si vede tra loro un’opposizione o una rivalità. Nel lavoro del sogno, al quale Lacan ha accostato i due processi linguistici, il processo di condensamento e quello di condensazione lavorano sempre in una sorta di collaborazione, non risultando incongruenti o opposti l’uno con l’altro. Finisce paradossalmente che proprio il discorso di Lacan costringa a pensare che tra l’ordine simbolico e l’ordine sociale esista una complicità ancora non chiarita: servitù materiali che diventano esigenze logiche, viceversa, delle condizioni della produzione simbolica che diventano imposizioni sociali. Secondo Lacan e le sue teorie tutto si trova preso nelle macchinazioni del linguaggio: le istituzioni sociali come i comportamenti individuali o i rapporti sessuali fino alle più labili emozioni, nel loro svolgimento considerato normale, non c’è quasi bisogno che abbia ragione in ciò che dice poiché con il suo discorso non fa che rendere vero ciò che comunque si sta verificando. Da Freud a Lacan la psicanalisi si è tenuta vicina al processo di disgregazione del corpo sociale in una somma di individui e alla sua reintegrazione a forza di parole e immagini. In una società la cui materializzazione va distruggendo i contenuti dello scambio sociale, la polemica tra i due principi della produzione simbolica sembra destinata a risolversi con la prevalenza del principio metaforico e la conseguente chiusura del linguaggio in una totalità fondamentalmente senza storia, così come si presenta in Lacan. Freud ha inventato un linguaggio e un luogo, la scena analitica, dove si può sapere che chi parla, oltre ad avere un corpo, ha un corpo, generato da un uomo o da una donna, con una vicenda biografica rilevabile. La psicanalisi è inutile dirlo che ha rappresentato una scossa in quel tempo; non è bastata però a cambiare il modo della socializzazione e quello della produzione simbolica. Lacan ha voluto adottare la psicanalisi come teoria stessa della smaterializzazione dei rapporti tra esseri umani. Si tratta di un esito distante se non opposto a quello che aveva in mente Freud. In sintesi Lacan non ha fatto altro che tradurre la scoperta freudiana dell’inconscio nei concetti della tradizionale linguistica strutturale.

    Torniamo alla teoria di Jakobson: non esiste un’esperienza immediata originaria e non ha senso quindi appellarsi ai corpi, alla vita, alle cose, come le istanze originali. Può esserci una forzatura nell’ordine simbolico e può esserci una forzatura nell’ordine sociale tale per cui alcuni si trovano mutilati per ciò di cui l’ordine simbolico non rende conto. La teoria di Jakobson dice che la produzione simbolica si determina storicamente. Il simbolico dunque impronta in sé la realtà sociale, essendone parte in causa. Il simbolico esercita la sua potenza macchinatrice nella quotidianità; infatti è proprio lì che si vede come la produzione simbolica proceda in coincidenza con precise imposizioni di ordine sociale. In una teoria il superamento teorico è un movimento relativo. Tra i fattori che relativizzano le conquiste teoriche vi sono sicuramente le conoscenze di cui uno dispone praticamente. C’è chi lavora nei laboratori di linguistica, chi fa scuola agli analfabeti, chi cerca le parole per formulare un desiderio ecc. Si può dire che tutti ci poniamo dei problemi linguistici e, benché sia quasi probabile che questi siano tra loro collegati, non è dato per scontato che i concetti più rispondenti in una situazione lo siano anche in un’altra. Attraverso una metafora si spiega come il passaggio dalla linguistica strutturale a quella generativa di Chomsky sia paragonabile a una castrazione simbolica: ridimensionare una pretesa eccessiva e acquistare in tal modo potenza e produttività, con un’operazione che ripete, a distanza di circa quattro secoli, il gesto inaugurale della scienza moderna. Nell’ultima parte del libro si parla dell’enigma che è del nostro essere corpo e essere parola, insieme. Noi attenuiamo l’enigma quando diciamo di “possedere” un corpo. In passato si è cercato di pensare che sia veramente così, cioè che siamo “parola” (mente, pensiero, anima), e che abbiamo un “corpo” (con tutto quello che un corpo comporta). Il corpo ci risulta eterogeneo al pensiero e se uno si mettesse a pensare se stesso, inevitabilmente si riconosce in ciò che è trasparente al pensiero, che è il suo stesso essere pensiero. In questa parte viene spiegata la scoperta di un paradosso: il nostro “essere parlati” dal corpo vi è stato concepito come l’esatto inverso del nostro essere parlanti del corpo: noi parliamo il mondo e intanto il mondo ci parla, noi ci rappresentiamo noi stessi e intanto quello che noi siamo, senza sapere di esserlo, si rappresenta nel nostro parlare. In sintesi sono: attivi in quanto pensanti, passivi in quanto pensati, passivi mentre ci pensiamo attivi e viceversa. Questa specularità, di un essere corpo che opererebbe sul nostro essere parola quello che il linguaggio opera sul mondo, presuppone che il linguaggio sia il principio della separazione tra essere corpo e essere parola. Così non è, poiché il linguaggio, oltre a riprodurre in sé l’enigma nella divisione significante/significato, lo riprende ed elabora nella doppia generazione del significato. Tra le ultime riflessioni vi è quella in cui viene ammesso che ognuno di noi ha ancora da scoprire quanta intelligenza possa venire dal nostro essere corpo e quale stretto legame ci sia tra piacere e sapere. L’idea di questa possibilità ce l’abbiamo, e proviene dal linguaggio, il quale ce la suggerisce con la sua difformità costitutiva e il suo insormontabile squilibrio.

    Testi di riferimento:

    Luisa Muraro: “Maglia o uncinetto”; “Un corpo di qua, un corpo di là”; “Difesa dello schema povero”; “Piacere e sapere di essere di essere parte”.

  • Maria Giovanna Lenci – Tre generazioni a confronto

    Maria Giovanna Lenci – Tre generazioni a confronto

    Il personale è politico. Questa fu l’illuminante intuizione delle donne che dal 1970 in poi iniziarono a riunirsi in gruppi autonomi di discussione, dando così vita ai primi collettivi femministi italiani. Asserire, infatti, che il personale è politico permise alle donne di mettere da parte il concetto di emancipazione, la cui spinta si era ormai esaurita già nel 1946 con il raggiungimento del diritto di voto, per tendere al concetto di liberazione, nel quale non c’era solo la volontà di studiare, lavorare e avere parità di salario rispetto gli uomini, ma ancor più la necessità di ridiscutere diritti civili e ruoli consolidati da secoli. In questa ottica, non solo il personale di ogni donna poteva essere raccontato in gruppi di autocoscienza, affinché l’esperienza privata fosse punto di partenza per ridiscutere la situazione politica, ma quella discussione politica poteva trovare realizzazione non solo a livello teorico, ma soprattutto a livello pratico, nella vita vera e reale di ogni donna, apportando cambiamenti sul fronte delle leggi, del diritto di famiglia ed, in ultima istanza, della qualità della vita di tutti, donne e uomini.

    Le innovazioni apportate dall’approvazione del nuovo diritto di famiglia nel 1975, quali per esempio la separazione nel matrimonio tra rito religioso e rito civile, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio, la depenalizzazione dell’adulterio femminile, la comproprietà dei beni acquisiti dopo il matrimonio e la patria podestà riconosciuta anche alla madre, furono i primi cambiamenti profondi che il movimento femminista apportò all’assetto patriarcale della società. A questo seguirono la cancellazione dal codice penale dell’attenuante per i delitti d’onore e l’abolizione dell’obbligo per le minorenni di accettare il cosiddetto “matrimonio riparatore”, fino ad arrivare alle leggi su divorzio e aborto (e alla vittoria del NO ai successivi referendum abrogativi rispettivamente del 1974 e del 1981), alla legge su consultori e asili nido ed infine alla proposta di legge presentata nel 1980 sul riconoscimento della violenza sessuale, non più come semplice “offesa al pudore”, bensì come reato contro la persona, quindi perseguibile penalmente (salvo vederne l’approvazione solo nel 1996).

    In dieci anni il femminismo italiano modifica la società patriarcale con un vento di cambiamenti travolgenti per le donne e per le famiglie. Ciò che era impensabile solo dieci anni prima si era realizzato per merito di un lungo periodo di lotte, purtroppo forse irripetibile. Talmente irripetibile da essere addirittura dimenticato. Nulla infatti si sa nello specifico delle vittorie femministe degli anni Settanta e, se escludiamo le donne che parteciparono a quel periodo di fermento, le intellettuali che ne hanno studiato il pensiero, le tante associazioni attive sul campo a difesa della donna, le adolescenti e le giovani donne degli anni Duemila in maggior parte neanche immaginano che ci sia stato un tempo in cui ad adolescenti e giovani donne come loro molto o quasi tutto di ciò che loro oggi vedono come diritto acquisito non era allora concesso non solo dal padre o dal marito, ma, cosa ben più grave, dalla legge e dallo Stato.

    Il movimento femminista con l’inizio degli anni Ottanta va disgregandosi, probabilmente perché molto era stato fatto e la spinta della lotta stava venendo meno. Ma se quelle donne dal politico sono rientrate nel personale, cosa ne è stato della generazione successiva e cosa ne è o ne sarà di quelle a venire? Perché per loro (per noi) il monito del personale che diventa politico non ha avuto e non ha l’importanza che dovrebbe?

    Se negli anni Settanta la spinta femminista era al suo culmine, successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, ha prevalso un femminismo di tipo accademico, lontano dalla scena pubblica e quindi lontano dal poter creare un cambiamento reale nella vita del Paese. La strada intrapresa va verso “una disgregazione e frammentazione del soggetto collettivo femminista, che non riesce più a influenzare le scelte politiche e a mantenere un ruolo rilevante nel dibattito pubblico” (Monica Pasquino, Femminismo e femminismi dagli anni Ottanta al XXI secolo, in Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, a cura di Maria Serena Sapegno, 2011).

    Nella mia esperienza di vita (sono nata nel 1980) non ho trovato nelle mie coetanee la spinta verso un movimento femminista a cui in cuor mio tendevo e tendo. Ci è mancato il senso di appartenenza a quella condizione di donne che avrebbero dovuto continuare sulla strada delle loro madri e nonne per non vederci derubate di quei diritti a lungo sofferti ed oggi dati per scontati.

    Le donne sono rientrate nel loro personale, senza agire più in un’ottica collettiva, ma guardando ognuna alla propria individualità. Credo che la forza del movimento femminista stesse nell’unione di donne diverse per provenienza geografica e sociale, ma unite nella loro identità di donne appunto. Negli anni Settanta l’unione tra donne era motivata forse anche dal fatto che poco avessero da perdere, ma tutto da guadagnare nel lottare per una società diversa, che le rispettasse. Oggi il senso di appartenenza è offuscato da ciò che si possiede nel proprio piccolo e le donne non sono più in grado di scendere in piazza unite.

    Si dovrebbe invece fare nostro il monito del personale che si fa politico, si dovrebbe ripartire da quel punto, a mio parere.

    “Non possiamo davvero pensare che ognuna debba studiare la storia delle donne prima di cominciare a parlare, ma proprio perché una rivoluzione c’è stata – l’unica riuscita del secolo scorso, a quanto pare (Touraine 2009) – oggi è sufficiente mettere a confronto non tanto o non solo ciò che una donna poteva o non poteva fare, quanto ciò che era impensabile e che è avvenuto.” (Eleonora Mineo, Il nostro futuro prossimo. Dialogo con Carla Lonzi, in Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, 2011)

    E l’impensabile è avvenuto grazie alla forza delle donne, punto di partenza di ogni decisione, mobilitazione, cambiamento.

    Il concetto di forza femminile è un concetto spesso sottovalutato e quasi mai preso in considerazione, sia se si parli di forza fisica sia se si parli di forza intellettuale. Il sistema patriarcale ha attribuito alla donna unicamente il concetto di forza morale, intesa come insieme di tolleranza, pazienza, accondiscendenza e mansuetudine. Questa attribuzione è eterodiretta, proviene dall’uomo e indica il desiderio dell’uomo, cioè come l’uomo vorrebbe che la donna fosse. Ma il punto più importante della filosofia femminista è proprio in questa questione: le caratteristiche che una donna dovrebbe incarnare non devono provenire da un’attribuzione maschile, ma devono essere individuate dalle donne stesse ed è necessario che ogni singola donna possa scegliere per sé stessa ed agire in questo modo la propria identità come meglio crede e come più le è confacente. Il problema dell’identità femminile e della concretizzazione della sua forza, intesa come manifestazione di sé stessa e delle proprie inclinazioni, scelte, motivazioni e decisioni, è una questione che mi sta particolarmente a cuore. Condizionamenti culturali, violenza epistemica, aspettative su sé stesse scaturite da elementi esterni sono gli avversari contro cui combattere e il punto sta nel capire quale sia lo spazio che noi donne dobbiamo andare ad occupare per annullare la forza di tali condizionamenti e violenze simboliche. Rifacendomi all’intervento di Alessandra Chiricosta nel quinto incontro del seminario, vorrei menzionare il paragone che lei fece con le Arti Marziali: così come in un combattimento la forza che serve per annientare l’avversario deve essere misura a sé stessa, deve essere equilibrio, allo stesso modo è necessario che le donne imparino a conoscere sé stesse e le proprie caratteristiche rimanendo sempre in equilibrio, con autenticità e senza giudizio. La pratica della liberazione si può concretizzare unicamente nel momento in cui sono io, e nessun altro, ad attribuire a me stessa la forza nella quale mi identifico, la forza che mi appartiene e che mi può guidare verso lo spazio dell’autonomia libera da qualunque violenza.

    Andarsi a prendere questo spazio dovrebbe essere l’obiettivo di noi donne e cercare la giusta forza per farlo dovrebbe essere l’oggetto di discussione principale: la forza che noi donne dovremmo mettere in campo è ancora la stessa che hanno messo in campo le nostre madri e nonne? Dobbiamo agirla nello stesso modo e negli stessi spazi, con le stesse modalità o dobbiamo trovare un registro diverso, solo nostro, che ci identifichi, oltre le nostre individualità, come generazione di questi anni?

    “Non si tratta di smantellare quanto di prezioso è stato fatto da chi ci ha preceduto – sarebbe una sorta di matricidio rinnovato – ma noi arriviamo dopo, e a volte ci sembra che si voglia far quadrare il presente con il passato, come se i conti debbano per forza tornare. Il presente ha linee di modificazione totalmente imprevedibili, che è necessario sperimentare se si vuole avere una propria misura. L’esperienza in prima persona del presente può dare la possibilità di elaborare, prendere posizioni diverse che richiedono invenzioni di nuove pratiche, che non cancellano quelle vecchie, ma allargano il campo, aumentando la ricchezza dell’agire politico.” (Laura Colombo, La passione di esserci, in Diotima, L’ombra della madre, 2007).

    Il femminismo voleva permettere alle donne di scegliere in base alle proprie inclinazioni chi essere e come esserlo ognuna per sé stessa e la responsabilità di agire in base alle proprie singole decisioni è una presa di coscienza che comporta non solo una scelta individuale, ma anche una scelta collettiva, ed è in questa scelta che dovremmo riuscire a ripartire da quella intuizione iniziale per cui “facendo dello sguardo dell’altra su di sé un’opportunità preziosa per il riconoscimento e l’affermazione della propria soggettività, si attuò una trasformazione culturale profonda nella relazionalità femminile, da vivere giorno per giorno. Facendosi politica.” (Paola Stelliferi, Il femminismo a Roma negli anni Settanta. Percorsi, esperienze e memorie dei collettivi di quartiere, 2015)

     

  • Ilaria Conti – L’uguaglianza di Olympe de Gouge

    Vorrei terminare il percorso conseguito, analizzando e descrivendo alcune personalità femminili, le quali hanno fatto la storia del femminismo, e ancora oggi le battaglie non sono esaurite, ma riguardano il piano privato, il rapporto uomo-donna: ‘’gli uomini uccidono ancora le donne’’?; il “mammo” è una pura invenzione.

    Ebbene, alle ragazze non farebbe male conoscere la loro storia, perché ciò che sembra del tutto ovvio è costato coraggiose battaglie alle donne, che si sono imbattute in questi conflitti per far emergere i loro diritti, valori e principi in epoche distinte. La donna cui rivolgo la mia attenzione è la figura di Olympe de Gouge.

    Questa protagonista a mio avviso, è una donna con la D maiuscola, perché è stata donna che si è esposta come ideatrice da un lato, pensatrice o scrittrice dall’altro, mettendo al centro dei loro saggi, pamphlet, discorsi giuridici, dibattiti e trattati, i propri valori socio-culturali che riguardavano l’uguaglianza di genere. Dunque, sono rimasta affascinata anche dalla potenza di questa personalità, da un punto di vista artistico e letterario, che rappresentano l’emblema della “ letteratura femminista ”. Prima di parlare di loro, vorrei aprire una breve parentesi sul concetto di femminismo ed uguaglianza, ripercorrendo il loro sviluppo nel corso della storia, perché solo da essi possiamo capire come nasce la nostra emancipazione ed evoluzione.

    Nel ripercorrere il cammino del femminismo, la prima cosa di cui ci si rende conto è che il femminismo è un movimento difficile da raccontare, in primo luogo perché lo sguardo storico e storiografico, fino a pochi decenni fa, era unicamente quello del maschio, occidentale, bianco di pelle, ed eterosessuale.

    Di tutte le minoranze, o, per meglio dire, di tutti gli emarginati, donne comprese, non si conosce la Storia, giacché la narrazione degli eventi non li ha coinvolti.

    In secondo luogo, ci accingiamo a fare uno studio di genere, per cui è necessaria una distinzione preliminare, quella fra sesso e genere.

    Secondo gli studi scientifici effettuati già dai primi anni ’70 del Novecento, infatti, i due termini vanno distinti, poiché sesso è il termine che si utilizza per indicare l’insieme delle caratteristiche fisiologiche e fisiche di un individuo, il suo corredo genetico, mentre si parla di genere per indicare gli aspetti culturali, sociali, simbolici attraverso cui è stata costruita e rappresentata l’identità.

    Ci sono vari momenti nella Storia del genere femminile: per molti secoli non se n’è sentito parlare, ma poi, piano piano, dal XVIII secolo, con il movimento Illuminista, le donne rifanno capolino nella Storia. Si è datato il movimento femminista all’incirca in due ondate: la prima nel XIX secolo incentrata sulla lotta per l’uguaglianza fra uomo e donna, la seconda nel XX secolo incentrata sulla liberazione sessuale, fino

     

    ad arrivare al post femminismo che va oltre la dualità maschio/femmina e mette in discussione il concetto stesso di genere. La prima forma del movimento nasce come II femminismo dell’uguaglianza.

    Vorrei aggiungere un’introduzione storica, dove presento la struttura ideale, in cui è nato pubblicamente il concetto d’uguaglianza.

    Che cos’è l’uguaglianza? E’ un termine cardine della nostra civiltà occidentale, relativamente tardo, il quale emerge in maniera definitiva con la rivoluzione francese con il motto: “ Libertà, Uguaglianza, Fratellanza “.

    Nel periodo della rivoluzione francese, la casta era costruita su un assetto aristocratico-feudale veramente gerarchico, che prevedeva al quanto svantaggiata la popolazione francese rispetto all’aristocrazia.

    La rivoluzione fu uno dei primi movimenti popolari, in cui la parte trainante sono stati gli uomini e le donne appartenenti al cosiddetto 3° stato, che noi oggi definiamo il ceto medio (commercianti, professionisti, ecc…). Perché si parla di uomini e donne? Perché la rivoluzione francese è stata il primo atto di guerra civile, con barricate e assalti alla Bastiglia, la prigione dove risiedevano i detenuti politici. La marcia sulla Bastiglia fu condotta proprio da un gruppo di donne. Scoppiò la rivoluzione, in breve tempo i nuovi soggetti che si liberarono dal potere aristocratico e feudale stipularono una serie di principi intitolati: “ La Dichiarazione dell’uomo e del cittadino”. E’ necessario notare, che il sostantivo “uomo” e “cittadino” sono ripetuti due volte, perché l’idea è che questi principi riguardassero l’essere umano come tale, poiché il nuovo ordine che si andava a costruire era talmente giusto che rispettava l’umanità di ciascun individuo. Il documento ci dà un’impostazione fondamentale: l’idea che tutti gli individui si rispettassero allo stesso modo gli uni con gli altri, perché ognuno di noi ha diritto al rispetto e ai principi di libertà, sicurezza, libertà di poter parlare liberamente e potersi tutelare fisicamente. La Dichiarazione dell’uomo e del cittadino si apre col diritto alla libertà, il tema peculiare, radicale e centrale della rivoluzione; seguito dal principio del diritto all’uguaglianza. Quest’ultimo pone l’accento, sul modo in cui questi diritti competono ciascun in ugual modo, vale a dire: fine delle gerarchie e non esisteva qualcuno che può fare più cose degli altri. I principi furono concepiti dalla nuova cittadinanza, la quale mise in atto ciò che l’essere umano è per natura e quei diritti che egli merita sin dalla nascita. In realtà, nel retroscena della stesura dello scritto ci sono alcune controversie e problematiche, causati dal fatto che la Dichiarazione fu redatta dalle Assemblee. Esse erano dei luoghi tortuosi, costituite da più funzioni, potevano essere definite una sorta di “ piazze del mercato“, dove si urlava e

     

    applaudiva. Questo testo così pulito, limpido, perfetto e delineato emergeva dall’insieme di tante voci e pensieri.

    Questo magma d’idee provocò due problemi fondamentali: il primo se fosse opportuno riconoscere come uguali o umani, anche gli abitanti di colore delle colonie francesi oltre oceano. Il dibattito terminò, che era meglio se questi individui non avessero diritto al voto, perché ritenuti su un grado minore d’uguaglianza.

    Il secondo problema era che durante il XIX secolo, sorgeva il bisogno di fare dei discorsi sulla condizione femminile, comprendere all’interno del dibattito politico e filosofico, la posizione femminile all’interno della famiglia e della società, ma soprattutto la figura femminile fu ritenuta una presenza scomoda. La causa era perché queste combattenti hanno partecipato e contribuito all’assalto della Bastiglia e in Assemblea scrivevano e prendevano parte ai dibattiti. Quindi, il punto era se dare ad esse il diritto di voto attivo o passivo, cioè eleggere i rappresentanti in Assemblea, ma senza poter essere elette. Questo pensiero fece arrabbiare tutte le donne, ma la figura femminile dominante che prese iniziativa e passò alla storia fu quella di Olympe de Gouges. Il suo vero nome era Marie Gouze.

    La vita matrimoniale di Marie durò poco.

    Nel novembre del 1776, una grave piena del Tarn provocò delle inondazioni e molte case furono distrutte. Louis Yves Aubry morì per le conseguenze distruzioni, o almeno cosi diranno. Da questo momento Olympe fece della sua autonomia il baluardo da difendere contro tutti e tutte meditando di cambiare nome, estirpando così alla radice ogni passato vincolo d’amore. Così, decise di trasferirsi a Parigi.

    Lei diventò Olympe de Gouge: Marie scelse un nome celeste che le ricordava la madre e un cognome che rese incerta e confusa la sua vera origine. Proprio il cognome assomigliava sia a quello del padre ufficiale sia a quello dell’ex datore di lavoro del marito. All’epoca “gouges” era un termine ingiurioso usato per le donne dappoco che si volevano accusare di dissolutezza e di cattivi costumi: esso all’origine significava “ puttana di soldati “. Mentre in linguadoca “ gouge ” significava semplicemente “ serva. ” La scrittrice ha forse voluto di proposito la scelta di usare proprio il significato di serva come cognome in chiave anche ironica.

    Con questa identità, la futura redattrice della “ Dichiarazione dei diritti della donna e della Cittadina “, si presentò nei salotti borghesi di Parigi ed era tutt’altro che interessata alla questione femminile che solo in un secondo momento e dopo molti scherni e soprusi, diventò l’oggetto della sua lotta. Nel 1871, L’idealista Olympe de Gouges pubblicò “ La Dichiarazione Dei Diritti Della Donna E Della Cittadina “. La scrittrice definita iniziatrice critica universale, smascherava in qualche modo il fatto

     

    che, i diritti promulgati nella “ Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino “ erano principi appartenenti al genere maschile. La Gouges sosteneva che il documento originale mentiva fin dalla prima riga, poiché uomo non significava tutti e tutte noi, ma solo il maschio come tale nel suo genere. La Gouge decise di stipulare e articolare quello che già gli uomini avevano scritto al maschile e non era universale, dandone una forma completamente femminile a quel documento mirabile di quel progresso umano. A questo punto, descrivo gli articoli che mi hanno più colpito.

    La Dichiarazione comincia così:

     

    Alla Regina.

     

    Poco abituata al linguaggio che si tiene davanti ai sovrani, non farò uso dell’adulazione dei Cortigiani per farvi omaggio di questa singolare produzione. […] […] Che un […]nobile lavoro, Signora, vi caratterizzai, ecciti la vostra ambizione, e attiri la vostra attenzione. E’ unicamente compiti di colei che il caso ha elevato a un posto eminente, dare peso allo sviluppo dei Diritti della Donna, e accelerarne il successo. Se voi foste meno istruita, Signora, potrei temere che i vostri interessi personali avessero i sopravvento su quelli del vostro sesso. Voi amate la gloria: pensate, Signora, che i più grandi crimini si immortalano come le più grandi virtù; ma quale differenza di celebrità nei fasti della storia! L’una è continuamente presa come esempio, e l’altra è eternamente la secrezione del genere umano.

    Non vi sarà mai imputato alcun crimine se lavorerete alla restaurazione dei costumi, e se darete al vostro sesso tutto il peso che merita. Quest’opera non è il lavoro di un giorno, sfortunatamente per il nuovo regime. Questa rivoluzione si opererà solo quando tutte le donne saranno compensate della loro deplorevole sorte, e dei diritti che hanno perso nella società. Sostenete, Signora, una sì bella causa, difendete questo sesso infelice, e avrete ben presto dalla vostra parte una metà del regno, e almeno il terzo dell’altra.

    Ecco, Signora, ecco per quali imprese dovete segnalarvi e usare il vostro credito. Credetemi, Signora, la nostra vita è tanto poca cosa, soprattutto per una Regina, quando questa vita non è abbellita dall’amore dei popoli, e dalle eterne attrattive della generosità…

    Sono con il più profondo rispetto, Signora, la vostra umilissima ed obbediente serva.

     

     

     

     

    I DIRITTI ELLA DONNA:

     

    Uomo, sei capace di essere giusto? E’ una donna che te lo chiede, tu non puoi toglierle anche questo diritto. Dimmi, chi ti ha dato la sovrana autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? I tuoi talenti? Osserva il creatore nella sua saggezza, percorri la natura nella sua vastità, quella natura cui tu vorresti – a quanto sembra – avvicinarti, e indicami, se puoi, il modella del tuo potere tirannico. Risali agli animali, consulta gli

     

    elementi, studia i vegetali, getta uno sguardo alle modificazioni della materia organizzata, e arrenditi all’evidenza, visto che te ne offro i mezzi; cerca, scava e, se puoi, distingui i sessi nell’amministrazione della natura: li troverai ovunque fusi insieme, perché ovunque cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.

    Solo l’uomo è riuscito a costruire un principio basandosi su un’eccezione. Bizzarro, cieco, infarcito di scienza, ignorante e degenerato, in questo secolo di lumi e di sagacia l’uomo vuole comandare su un sesso che ha ricevuto le sue stesse facoltà intellettuali; e pretende di godere della Rivoluzione, reclamando i propri diritti all’eguaglianza, senza dire una parola in più.

     

    “(…)Questa rivoluzione si opererà solo quando tutte le donne saranno compensate della loro deplorevole sorte, e dei diritti che hanno perso nella società.(…).”

     

    Negli articoli della “ Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina “, Olympe de Gouge vuole che sia riconosciuta la qualità della donna come cittadina e che siano destinati a lei tutte le libertà civiche al pari degli uomini.

    La Dichiarazione è composta da 17 articoli, che possono essere divisi in due parti: i diritti del cittadino (uomo) e della donna da una parte, dall’altra i diritti riferiti alla nazione.

    In particolare nei primi dieci si trattava il principio della libertà, dell’uguaglianza e della proprietà privata, mentre nei restanti sette si parlava di sovranità nazionale, diritto di partecipazione alla vita politica pubblica, diritto di rappresentanza e divisione dei poteri statali.

    Quella di Olympe era una Dichiarazione che non aveva l’intento di sostituire o modificare la struttura di quella già esistente del 1789, ma si trattava più che altro di un completamento, o meglio di un’apertura più specificata nei confronti della donna.

    Indirizzata e dedicata alla donna al tempo più conosciuta e criticata, la regina Maria Antonietta, la Dichiarazione cerca di dare importanza e risalto alle rivendicazioni che le donne chiedono nel clima della Rivoluzione.

    “ La Donna nasce libera e rimane uguale all’uomo nei diritti (…) “.

    Olympe iniziò già da subito con l’articolo I° chiedendo all’uomo quale sia stato il fondamento che lo ha nominato essere dominante naturale e legittimo a discapito della donna, e se spronandolo può riconoscere il gentil sesso al suo pari.

    L’appartenenza al genere umano si sviluppò nella singolarità del soggetto che si perfeziona nella comunità.

    Nell’articolo II° e III° Olympe inserì la donna nel testo nominandola sempre singolarmente, inoltre sottolineò come l’esistenza dei diritti naturali risultassero imprescindibili dall’appartenenza al genere maschile e femminile. Affermava inoltre come la Nazione fosse lo spazio dove si realizzava la sovranità cioè “ la riunione della donna e dell’uomo ”.

     

    L’articolo IV° fece una modifica sostanziale a quello originale, affermando come i limiti all’esercizio dei diritti naturali della donna siano dovuti alla “ perpetua tirannia che l’uomo le oppone ”.

    Olympe desiderava che la donna avesse gli stessi diritti e che fosse sottoposta alle stesse leggi dell’uomo, facendola sopraelevare rispetto a quella prospettiva maschilista di considerare la donna come capace solo di fare la madre, la moglie e di non saper prendere decisioni.

    Estendendo i diritti politici anche alle donne, Olympe scrisse che “ La donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve avere anche quello di salire sulla tribuna” (articoli VI° – X°). Sempre nell’articolo X: nessuno deve essere molestato per le sue opinioni fondamentali (anche religiose), la donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve essere anche quello di salire sulla tribuna; (purché le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico instaurato dalla Legge).

    E’ la citazione più celebre di Olympe. La formula fu ripresa da Sophie de Condorcet che replicò a Napoleone il quale diceva di detestare il fatto che le donne si occupassero di politica: “ in un’epoca in cui le donne muoiono sul patibolo, è naturale che esse vogliano sapere perché.” Si noterà che Olympe ha aggiunto “ fondamentali ” a proposito delle opinioni, in effetti, le opinioni religiose non sono le sole ad essere importanti.

    La donna al pari dell’uomo doveva essere giudicata colpevole solo e soltanto dalle leggi, queste ultime a loro volta erano redatte da tutti i membri della società attiva (articolo IX°).

    Utilizzando termini del tutto moderni come “pari opportunità”, con i primi dieci articoli si cercava di estendere la possibilità d’accesso alle donne alle cariche politiche pubbliche.

    La Dichiarazione di Olympe non era nemmeno estranea nemmeno al sentimento. Infatti, nell’articolo XI° l’aggiunta all’originale oltrepassa totalmente il suo ambito, chiedendo che fossero riconosciuti i figli naturali (“richerche de la paternité”) aggiungendo alla libertà di pensiero, la libertà di amare. Questo comportò una serie di conseguenze che si poterono identificare nella tutela delle madri-nubili e nella responsabilità del padre al mantenimento del figlio naturale. Nella giurisdizione rivoluzionaria questa tutela verrà meno comportando un peggioramento della situazione delle madri che si vedranno costrette ad abortire o ad abbandonare i propri figli.

    Il tema delle madri fu un argomento che Olympe portò a cuore nella compilazione degli articoli della Dichiarazione. La sua infanzia dominata dal pensiero di essere una figlia “ bastarda ” tornò nuovamente nei suoi scritti.

    Chiese che ognuno fosse libero di amare e che tutti potessero riconoscere i figli nati al di fuori del matrimonio religioso.

    Articolo XII: la garanzia dei diritti della donna e della cittadina (dell’uomo e del cittadino), aveva bisogno di una maggiore utilità; questa garanzia doveva essere

     

    (forza pubblica; questa forza è dunque) istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di colei (colui) a cui essa è stata affidata.

    L’articolo è solo messo al femminile, con un cambio di verbi: “ dovere ” invece di “è”. Olympe pensa che il risultato ancora non sia stato raggiunto.

    Nell’articolo XIII° si nota la “rivoluzione” più significativa della Dichiarazione. Olympe esigeva che le donne svolgessero gli stesi lavori degli uomini, cosa impensabile all’epoca. Ma, effettivamente, per avere la possibilità di esprimersi sul piano politico, bisognava pagare le stesse imposte, dunque ricevere un salario uguale e non sfuggire ai lavori penosi.

    Nell’ articolo XVI° ribadiva che “[…] la Costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha collaborato alla sua elaborazione ”. Qui Olympe precisava che le donne elaborassero la Costituzione allo stesso titolo degli uomini. In conclusione nell’articolo XVII: dato che la proprietà è un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato. “ Le proprietà appartengono a tutti i sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un

    diritto inviolabile e sacro; nessuno può esserne privato come vero patrimonio della natura, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constata, lo esiga in maniera evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

     

    “Donna svegliati; la campana della ragione si fa sentire in tutto l’universo, riconosci i tuoi diritti.”

     

     

    Olympe chiuse la sua Dichiarazione con una postfazione spronando la donna ad uscire dalla sua condizione e a lottare per un’uguaglianza senza distinzione di sesso. In seguito Olympe de Gouges aggiunse un commento appassionato nella postfazione, “Forme du contract social de l’Homme et de la Femme” lei auspicava, per il futuro, un’equa ripartizione del patrimonio familiare, il quale doveva appartenere ad entrambi i coniugi e poter essere lasciato in eredità ai figli, tanto legittimi che illegittimi.

    Inoltre, a suo avviso, i figli dovevano poter scegliere fra il cognome del padre e della madre. Desiderava non solo la trasmissione materiale dei beni, ma anche quella simbolica del nome, evitando così la perdita della discendenza femminile, che per secoli si è consumata sull’asse ereditario.

    All’inizio della Rivoluzione, la rivolta del popolo si manifestava attraverso diversi fattori che secondo un criterio d’ordine sociale potevano essere identificati nel fattore politico ed economico, facendo delle donne parte integrante e attiva.

    L’azione di classe femminile a sua volta si specificava in tre gruppi d’appartenenza che comprendevano: le militanti marcanti, le militanti di base e le masse popolari costituite da sole donne.

    Le prime si differenziavano dalle altre soprattutto per la loro cultura politica; spesso

     

    partecipavano anche alle Assemblee rivoluzionarie, ma rimanevano sempre la componente minore del movimento risultando non un gruppo, ma singole donne che si affacciavano alla politica.

    Le militanti di base erano quelle donne che correvano insieme ai patrioti nelle strade, dove non c’era molta distinzione di sesso, ma di partecipazione alla causa insurrezionale.

    Erano molte le donne del popolo che protestavano, non tanto per i motivi rivoluzionari, ma più che altro per il raggiungimento di condizioni di vita migliori. Olympe de Gouges faceva parte del gruppo delle militanti marcanti e insieme a loro lottava per reprimere l’oppressione del governo che assoggettava soprattutto le classi sociali più svantaggiate, come lo erano le donne e le persone di colore.

    La Gouges credeva, che la reciprocità tra i due sessi nello stabilire il bene comune risiedeva nel discorso e nella dialettica politica.

    Secondo Olympe, un popolo era oppresso nel momento in cui veniva privato delle libertà naturali e sottomesso alle dipendenze di un terzo; la libertà del popolo derivava dal fatto che ognuno potesse essere titolare del diritto di assoggettare l’altro.

    Cosa che non capì mai Olympe fu che, il motivo principale della Rivoluzione era quello di sconfiggere il sistema aristocratico da parte dei componenti del Terzo Stato, confondendola con la lotta di classe e la causa femminile.

    L’autrice della “ Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina “ non criticherà l’organizzazione dell’Assemblea Nazionale costituita sul suffragio censitario, che fa una distinzione tra cittadini attivi e passivi, ma condanna la posizione che assume la Costituente e poi dalla Legislativa e dalla Convenzione nei confronti della donna.

    Negli anni della Rivoluzione il governo accettò le prime organizzazioni femminili e le società fraterne di entrambi i sessi, dove si riunivano i cosiddetti cittadini passivi e le donne per discutere dei loro problemi.

    A differenza dei grandi centri, nelle province i gruppi femminili si occupavano di attività destinate direttamente al gentil sesso come l’istruzione e l’educazione civica, l’insegnamento di lavori artigianali, e l’assistenza ai malati, tralasciando il ruolo di cittadina attiva in politica, che la donna aveva assunto in particolare nella capitale.

    Il termine francese “ citoyenne “ per certi versi potrebbe avere un duplice significato, se si considerava che le donne militanti lo definissero a proposito della capacità giuridica di contribuire alla formazione del governo mediante il suffragio e la rappresentazione attiva politica. Dal punto di vista dell’uomo rivoluzionario, citoyenne, rappresentava la donna per quello che era il suo ruolo accanto all’uomo, facendo una netta distinzione tra la sfera pubblica destinata al maschio e quella privata riservata all’uomo.

     

    Questa separazione dei ruoli si fondava sul pensiero maschilista del tempo, che lasciava alla donna solo il ruolo della sua natura di essere madre e moglie dedita all’uomo.

    Così, il compito principale della donna durante gli anni della Rivoluzione fu quello di prendersi cura del proprio marito confortandolo, e di prendersi cura dei figli in assenza del padre impegnato nella lotta rivoluzionaria.

    La visione maschilista dell’uomo sulla condizione della donna e sulla sua partecipazione alla sfera pubblica fece sì che questo divenne il motivo principale che le donne rivendicarono. Come l’uomo, anche le donne volevano contribuire con la loro volontà nelle decisioni politiche, volevano anche prendere parte alla guerra contro gli austriaci arruolandosi come soldate.

    Vigeva nelle menti dell’uomo ancora il mito giudaico-cristiano, che vedeva la prima donna Eva come portatrice di male fonte di distruzione, in contrasto con il benessere dell’essere umano. La lotta e la causa delle donne agli occhi del governo francese risultò essere un ulteriore elemento destabilizzante, che doveva affrontare insieme a tutti i movimenti rivoluzionari e del clero volti a eliminare l’aristocrazia dallo Stato.

    In definitiva le donne, chiuse nelle proprie abitazioni, non potevano partecipare alla vita politica però potevano essere punite nel momento in cui compivano eventuali crimini in quanto “esseri” appartenenti al popolo.

    Il malcontento femminile cresceva nel momento in cui il 10 agosto del 1792 venne proclamato il suffragio universale che, nonostante fosse stato voluto fortemente da loro non conferirà alle donne nessun diritto di voto.

    Nel 1792 la “Dichiarazione della patria in pericolo” riaccenderà la speranza femminile nella sfera politica, dimostrando tutta la loro dedizione alla Repubblica contro tutti i moti anti-rivoluzionari. Le donne si riunirono in associazioni come il club delle cittadine repubblicane, ma il loro desiderio venne prontamente fermato dall’ascesa al potere con il colpo di stato del 2 giugno del 1793 da parte della “ Montagna ”. Questo governo non darà la possibilità di un’apertura democratica alle donne, anche se la Costituzione confermava il contrario con l’introduzione del suffragio universale.

    Inoltre il governo rivoluzionario era diffidente nei confronti delle organizzazioni femminili ritenendole pericolose; perciò andavano soppresse.

    Questo fu confermato con il decreto del 20 ottobre del 1973 che non lasciò nessuno spazio a qualsiasi rivendicazione femminile abbandonandole al proprio destino, recluse da ogni attività pubblica.

    Come può in questo contesto, la dichiarazione di Olympe de Gouges influenzare il parere pubblico ed avere un peso nella sfera politica di quel tempo, risultando persino troppo prematura, avrà modo di essere recepita solo secoli più tardi.

    Bisogna fare notare com’è stato difficile comprendere il ruolo da parte delle donne durante gli anni della Rivoluzione, che non sono riuscite a fare un’ opposizione al

     

    predomino maschile.

    Per tutto il periodo rivoluzionario si sono battute per le proprie rivendicazioni fianco a fianco proprio con gli uomini, e sarebbe quasi di dovere riconoscere alle donne un’uguaglianza sostanziale nei diritti e nei doveri al pari dell’uomo. Ma le donne non si arrenderanno a rimanere lontane dalla vita politica, partecipando allo stesso modo alle assemblee di quartiere, discutendo nei caffè di Parigi, e non si perderanno nemmeno un comizio pubblico.

    Una volta concluso il periodo del Terrore e morto Robespierre, la rivolta delle donne si frena come anche diminuiranno il resto dei movimenti rivoluzionari. Con l’arrivo di Napoleone al potere e l’introduzione nel 1804 del codice civile vengono represse molte delle conquiste ottenute dalle donne in tempo di Rivoluzione. Anche se di stampo liberale, il nuovo codice non sarà lo stesso per il sesso femminile. La donna tornerà sotto la custodia del proprio marito e non del padre; l’uomo sarà il punto di riferimento per la vita della donna che dovrà attenersi a ciò che gli viene impartito dal maschio capo famiglia. Il codice inoltre legittimerà la violenza del marito verso la sua donna intesa come proprietà, e non le darà la possibilità di succedere nell’eredità, cosa possibile solo ai figli maschi.

    Oggetto del lavoro svolto nella mia relazione è la questione femminile negli

    anni della Rivoluzione Francese .In particolare ho analizzato la vita e l’opera di colei che osò scrivere e pubblicare, nel 1791, una Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina, costandole anche la morte: Olympe de Gouges.

    Rimane tuttavia un personaggio poco conosciuto dalla nazione francese, alla quale come lei ha affermato “ aver lasciato il suo cuore “. Le sue rivendicazioni ancora attuali nel XXI° secolo, faranno da scenografia delle sue opere teatrali, e grazie a queste Olympe iniziò a farsi conoscere al popolo francese.

    Anche le donne, che le devono tanto, per la maggior parte la ignorano. Olympe aveva capito che le sue consorelle erano in parte responsabili della loro infelicità, e che se avessero avuto il coraggio di unirsi e di adoperarsi a modificare la loro immagine per se stesse, avrebbero potuto diventare grandi. Lei mobilitò le proprie attenzioni specialmente contro tutti gli eccessi e le violenze. Rivoluzionaria, cortigiana, di umili origini, ha creduto fino alla fine diffondendo e difendendo i suoi ideali di uguaglianza tra l’uomo e la donna. Volle difendere il re durante il processo e intercedere a favore di un uomo che pure non desiderava mantenere al potere.

    Attaccò Robespiere e qualsiasi forma di dispotismo o tirannia che oggi chiameremo totalitarismo, dittatura o addirittura integralismo.

    Non minimizzò affatto, il potere ambiguo delle donne soprattutto la generosità delle cortigiane intriganti. Invocava l’avvento di una donna nuova che avrebbe rinunciato alla cupidigia, all’ambizione e all’amministrazione notturna degli uomini, per riconoscersi degna del suo compagno e dei vantaggi conquistati nella lotta contro tutte le forme di oppressione. Lei stessa prendeva la sua vita di gioventù con

     

    umorismo, ricordando le sue arti di seduzione e le sue interminabili toilettes per diventare più carina.

    Mi sono sforzata di ricostruire la figura di Olympe de Gouge inserendola nella sua epoca, particolarmente movimentata, e di sottolineare ciò che fa di lei, sul piano letterario, politico e psicologico, una donna davvero moderna. Nonostante ciò, lei non occupa il posto che le spetta. Nella “Storia e dizionario della Rivoluzione Francese” di Tulard, Fierro e Jean Fayard, Olympe de Gouges è menzionata unicamente come autrice di opere di teatro. Alcuni autori come Thiers, Lamartine e Blanc la menzionano all’interno dei propri testi come una ” folle ” degli anni rivoluzionari.

    In quest’inizio di XXI secolo, Olympe de Gouges può ancora essere considerata come la pioniera e profetessa di molte rivendicazioni e posizioni prese dal movimento femminista dei secoli successivi alla sua morte. Reclamò l’istruzione per le ragazze, la fine dei matrimoni imposti e dei voti forzati e il divorzio. Compose un contratto sociale fra l’uomo e la donna, e parlava di uguaglianza basata sulla sovranità universale costituita dall’unione dell’uomo e della donna. Rifiutando di evadere, morì sul patibolo all’età di quarantacinque anni da eroina, dando un ultimo sguardo allo specchio, per assicurarsi che il suo bellissimo volto non l’avrebbe tradita.

    E’ da pochi anni che con la commemorazione dei duecento anni della rivoluzione francese che la figura di Olympe de Gouges torna ad essere considerata e a suscitare interesse. Il successivo scopo di questo mio lavoro è proprio quello di rivalutare una figura dimenticata di quegli anni e dare il posto che merita, ricordando ciò che Olympe gridava a gran voce seguendo proprio i principi fondamentali della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fraternità.

    Analizzando le varie fonti per la stesura della relazione, ho potuto constatare come la figura di Olympe de Gouges fosse non solo stata dimenticata, ma fino agli studi di Olivier Blanc la sua persona veniva identificata come una “pazza”, una cortigiana che voleva mettersi in mostra e una scrittrice fallita.

    Con questo lavoro ho cercato di mettere in luce l’inizio di anni di lotte femminili che porteranno solo due secoli dopo alla Dichiarazione universale dei Diritti della persona del 1948.

    Quello che si evince è che Olympe de Gouges potrebbe essere anche considerata come la figura che mette fine all’Ancien Régime, l’elemento transitorio che porterà poi ad una serie di lotte vinte da parte delle donne.

    Olympe è diventata un punto centrale nella storia della questione femminile, perché lei ha saputo per prima mettere in pratica ciò che ha messo per iscritto nella Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina, ironizzando e tingendo di “rosa” quella più celebre dell’uomo e del cittadino del 1789. Con questa opera opere leidimostra che si la società è formata da l’uomo e la donna, ma che la figura di quest’ultima non deve essere solo sottintesa nelle dichiarazioni o confinata in clausole chiaramente discriminatorie.

     

    Contro ogni forma di oppressione, Olympe ha cercato attraverso le sue opere e i suoi volantini di inculcare nella mente del popolo ma soprattutto delle donne, idee democratiche, di solidarietà e di uguaglianza. C’è da sottolineare come ella abbia iniziato la sua attività partendo proprio dalla sua vita che la influenzerà per tutto il suo cammino fino al patibolo. Olympe agisce in difesa dei più deboli, degli emarginati, delle vedove, degli orfani e persino dei neri attraverso il suo modo di fare, i suoi comizi e in particolare le sue opere. Nonostante lei rimanga un’eroina solo per pochi conoscitori il suo operato e la sua figura saranno ricordate per la sua visione moderna della parità dei diritti, inconciliabile con il Terrore rivoluzionario. Ma come si può rispolverare e ricordare tutto il suo patrimonio in tutte le sue particolarità? Magari non dimenticando le sue parole rivalutandole ancora oggi, perché ancora attuali nella nostra società a distanza di due secoli. Come possono tutte queste idee nascere dallo spirito di una donna “ ignorante ”? E proprio il diritto di partecipazione da parte delle donne al potere e alla vita politica è stato uno dei fattori che hanno caratterizzato l’intera esistenza di Olympe. Lei affermava che se “la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve essere anche quello di salire sulla tribuna”.

    Dal suo articolo della Dichiarazione fino a giorni nostri sono stati tanti i passi che hanno condotto le donne a tutto quello che Olympe ha cercato di far capire, per altro spesso invano, al suo popolo.

    In conclusione ringrazio la professoressa Federica Giardini e la curatrice Federica Castelli complimentandomi per l’interessante lavoro svolto, con passione ed efficienza.

  • Bianca Birsan – Emancipazione e liberazione

    Vorrei soffermarmi sul primo incontro del Seminario dove si parla dei concetti di “EMANCIPAZIONE” e “LIBERAZIONE”.

    Il Femminismo ha avuto due parti, il movimento di emancipazione femminile e il movimento di liberazione.

    Il movimento di emancipazione era un onesto movimento che voleva diritti civili, pari opportunità, il diritto a gestire la propria sessualità. Era un movimento che chiedeva, che davanti alla legge prima di tutto ci fosse una persona, e poi un uomo o una donna. Come tutti i movimenti di emancipazione voleva la parità legale, l’emancipazione appunto dall’inferiorità giuridica.

    Fino a poco più di un secolo fa, in Italia e in molti altri regimi liberali, ai cittadini di sesso femminile non era consentito votare, le donne sposate non erano libere di disporre del denaro che guadagnavano con il proprio lavoro e non potevano promuovere un’azione legale. Esistevano leggi discriminatorie e il movimento di emancipazione è stata la ragionevole soluzione.

    In Italia la lotta per l’uguaglianza  tra i sessi comincia in ritardo rispetto al resto d’Europa. Se guardiamo all’istruzione scopriamo che solo nel 1874 viene permessa l’iscrizione delle donne ai licei e all’università, e quando più tardi le donne riescono a conseguire un titolo di studio, non sono ammesse all’esercizio delle libere professioni.

    Risale al 1902 la prima legge a tutela delle lavoratrici, con cui si stabilisce il divieto dei lavori sotterranei per le donne, si fissa l’orario di lavoro giornaliero in 12 ore al massimo e si proibisce il lavoro notturno alle ragazze di età inferiore ai 15 anni.

    Durante la prima guerra mondiale le donne cominciano a diventare protagoniste della propria vita. In questo periodo infatti vengono chiamate a ricoprire i posti lasciati vuoti dagli uomini partiti per il fronte: per la prima volta le donne sperimentano l’indipendenza economica e l’autonomia personale.

    Alla fine del conflitto vengono rimandate tra le mura domestiche per lasciare spazio ai reduci, ma l’esperienza acquisita consentirà loro di condurre la battaglia per l’emancipazione con più forza. Con l’approvazione della legge che abolisce l’autorizzazione maritale del 1919, le donne sono ammesse all’esercizio di tutte le professioni e di gran parte degli impieghi pubblici.

    Durante il fascismo le donne tornano ad essere considerate unicamente nel ruolo di madri e mogli e lo Stato cerca di ostacolarle in tutte le attività che possano allontanarle dal progetto di sposarsi presto e di mettere al mondo dei figli.

    Con la seconda guerra mondiale il lavoro femminile viene di nuovo preso in considerazione.

    Nel 1946 le donne italiane votano per la prima volta e l’approvazione della Costituzione Italiana segna, almeno sulla carta, un ulteriore passo verso la para dignità tra maschi e femmine.

    La realizzazione pratica del principio di parità fra i due sessi è stata ottenuta dopo anni di dure lotte da parte delle donne.

    Comunque è negli anni settanta del Novecento che la storia dell’emancipazione femminile in Italia vive il suo periodo più felice.

    Nel 1970 viene approvata la legge che introduce il divorzio nell’ordinamento italiano, nel 1975 viene varata la riforma del diritto di famiglia con cui si cancellano tutte quelle disposizioni che attribuiscono una posizione dominante al marito sia nella gestione familiare sia nell’educazione dei figli stabilendo che i coniugi debbano partecipare in posizione paritaria alla conduzione della cita familiare.

     

    Nel 1978 viene approvata la legge sull’aborto, che consente alla donna l’interruzione volontaria della gravidanza, mettendo fine alla pratica degli aborti clandestini.

     

     

     

    “Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società”

    (Manifesto di Rivolta femminile, luglio 1970)

    .A Roma nel 1970 nasce il gruppo Rivolta Femminile che accoglie tra le sue fila Carla Lonzi che redige il Manifesto di Rivolta Femminile e alla quale si devono i primi e più importanti testi femministi scritti in Italia.

    Oggi la donna è definita giuridicamente eguale all’uomo, ma si tratta, secondo Lonzi, di un tentativo ideologico per asservirla a più alti livelli, perché «la donna è l’altro rispetto all’uomo e l’uomo è l’altro rispetto alla donna» e liberarsi non vuole dire accettare la stessa vita dell’uomo, che «è invivibile», ma esprimere il suo senso dell’esistenza: «il mondo dell’eguaglianza è il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale; il mondo della differenza è il mondo dove […] la sopraffazione cede al rispetto della varietà e della molteplicità della vita. L’uguaglianza tra i sessi è la veste in cui si maschera oggi l’inferiorità della donna».

    Il processo di emancipazione è stato contrapposto a quello di liberazione. Nel primo l’obiettivo sarebbe la parità di diritti e di opportunità per le donne mentre nel secondo l’obiettivo sarebbe una modificazione profonda della società, che dovrebbe essere permeata dai valori nuovi propri dei movimenti femministi. Mentre con l’emancipazione le donne mirerebbero all’uguaglianza con gli uomini, con la liberazione esse tenderebbero all’affermazione di un’identità propria e non subordinata a quella maschile.

    “Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”. (Simone De Beauvoir).

    È proprio questa la posizione che la donna assume nel mondo: «Ogni individuo che vuol dare un significato alla propria esistenza, la sente come un bisogno infinito di trascendersi.

    Ora, la situazione della donna si presenta in questa singolarissima prospettiva: pur essendo, come ogni individuo umano, una libertà autonoma, ella si scopre e si sceglie in un mondo in cui gli uomini le impongono di assumere la parte dell’Altro […] pretendono di irrigidirla in una funzione di oggetto e di votarla all’immanenza, perché la sua trascendenza deve essere perpetuamente trascesa da un’altra coscienza essenziale e sovrana».

    L’opposizione dei sessi, secondo Beauvoir, deve essersi originata da una scelta esistenziale in un contesto storico determinato, a partire da un’unione originale: «la coppia è un’unità fondamentale le cui metà sono connesse indissolubilmente l’una all’altra.

    Nessuna frattura della società in sessi è possibile. Ecco ciò che essenzialmente definisce la donna: essa è l’Altro nel seno di una totalità, i cui due termini sono indispensabili l’uno all’altro»

    Ancora oggi però il World Economic Forum con un’indagine chiamata Global Gender Gap Index rivela che nel 2010, su 128 Paesi, l’Italia si trova al 74º posto per uguaglianza di genere.

     

    Lo svantaggio femminile nella scuola secondaria di secondo grado, che storicamente

     

    caratterizzava il sistema scolastico italiano, è stato colmato agli inizi degli anni Ottanta. Da quel momento in poi le ragazze hanno sorpassato i ragazzi sia per tasso di partecipazione sia soprattutto per percentuale di conseguimento del diploma.

    Anche nel proseguimento degli studi universitari le donne ormai sorpassano gli uomini: nel 2004 su 100 laureati con il vecchio ordinamento 59 erano donne, mentre per i corsi triennali le donne rappresentavano il quasi il 57 per cento. Inoltre i voti finali sono mediamente più alti per le donne. Attualmente le donne hanno maggiore accesso, e agevolazioni nel mondo del lavoro alla fine del percorso di studi (laurea). Inoltre, le giovani donne che decidono di essere single raggiungono posizioni dirigenziali in percentuale pari ai colleghi uomini nelle medesime condizioni.

    Dal punto di vista universitario e del mondo del lavoro le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini.

    Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è più elevato (circa 4% Istat, 2005) di quello maschile. Il tasso di occupazione femminile è nettamente inferiore a quello maschile, risultando occupate nel 2010 solo circa 46 donne su 100, contro una percentuale del 67% degli uomini. Il tasso di inattività è, di contro, molto alto, arrivando a sfiorare la metà di tutta la popolazione femminile in età lavorativa. Tra le principali cause di questo fenomeno va citata l’indisponibilità per motivi familiari, motivazione che è quasi inesistente per la popolazione maschile. Ad esempio il 15% delle donne dichiara di aver abbandonato il posto di lavoro a causa della nascita di un figlio. Spesso si tratta di una scelta imposta, infatti in oltre la metà dei casi sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza.

    Tutta questa inattività non si traduce però in un maggiore tempo libero per le donne. Al contrario, il tempo delle donne italiane è impiegato nel sopportare in maniera preponderante i carichi di lavoro familiari, molto più che in tutto il resto d’Europa. Gli uomini italiani risultano i meno attivi del continente nel lavoro familiare, dedicando a tali attività appena 1 h 35 min della propria giornata. Per lavoro familiare si intende sia le attività domestiche (cucinare, pulire la casa, fare il bucato etc.), sia le attività di cura dei bambini e degli adulti conviventi. Si stima che il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie sia ancora a carico delle donne. Considerando i tempi di lavoro totale, cioè la somma del tempo dedicato al lavoro retribuito e di quello dedicato al lavoro familiare, le donne lavorano sempre più dei loro partner.

    Nella pubblica amministrazione italiana le lavoratrici donne sono poco più della metà del totale, grazie alla preponderanza femminile tra gli insegnanti soprattutto nella scuola di base.

    Le retribuzioni degli uomini in Italia sono superiori mediamente a quelle delle donne.

    In materia di diritto di famiglia svariate sentenze della magistratura italiana, tutelano la figura femminile in maniera più marcata, affermando il principio di “non bilateralità” tra i coniugi in materia di procreazione.

    Nel Parlamento italianole donne rappresentano meno del 20% del totale con un risultato peggiore rispetto ad esempio alla composizione del Parlamento europeo, nel quale le donne rappresentano circa il 35%.

    Cosa manca dunque alla donna perché le venga riconosciuto l’imprimatur dei molti ruoli dei quali si fa già interamente carico, senza esserle riconosciuto alcunché di tutto ciò, e di cui è all’altezza?

    Oggi più che mai la donna si è resa autonoma, affrancandosi da un ruolo che era un lacciolo alla sua libertà, alla sua scoperta del mondo, ai suoi diritti e doveri di essere umano “pensante”. Ora la donna sta cominciando a capire che non è più tempo di

     

    sottostare ai loro strapoteri di vita e di morte, alle loro millanterie, alle malevolenze, alle vessazioni, ai tradimenti. La donna di oggi se non è affiancata da un partner compatibile, onesto, retto, autorevole, preferisce di gran lunga lo stato di single: stare sola non la terrorizza, non è un assillo, ella è assolutamente autosufficiente. La sua condizione di single non la disturba, anzi, talvolta, ne fa una privilegiata.

    Da qui: l’urto, la rabbiosa reazione, il malcontento, la furiosa gelosia dell’uomo di oggi. Da qui, la grande tragedia che sta colpendo da una parte i responsabile di tale situazione e, dall’altra, le vittime che tale situazione hanno dovuto fin qui subire. Sono stati calcolati in Italia più di 2000 casi di uxoricidio all’anno. Una vera ecatombe, una sorta di bollettino di guerra. Perché? E’ presto detto. Le condizioni di sviluppo sociale, il benessere raggiunto in campo culturale, socio/economico, l’apertura intellettuale della donna verso traguardi che le hanno consentito nuovi orizzonti, rapporti sociali, progressi lavorativi, crescita economica, autonomia di giudizio, guadagni, hanno permesso alla stessa di negarsi al suo ruolo di eterna “cenerentola”, e di non volersi più sottomettere al padre-padrone, ormai modello obsoleto di un tempo arcaico, che ha finito per perdere la forza bruta del suo bastone di cavernicolo. Ma sembra che l’uomo non voglia avvedersi della metamorfosi, del cambiamento sociale, culturale, morale, dell’entità cognitiva, sentimentale, emozionale, ristrutturante e impegnata del ruolo della donna in seno alla società, di cui condivide i dolori e i tormenti. Soprattutto, pare non voler accettare una simile condizione, una tale mutazione, che diviene frustrazione, inconcepibile per le sue ridotte capacità di cavarsela da solo. La donna, invece, dal canto suo, ha la forza magnifica ed esaltante della sua certezza di “essere”, la potenza della sua energia propositiva, la sua intuitiva visione del tutto, cui fa appello in casi estremi per evitare di soccombere ai fendenti distruttivi, che la natura stessa le impone. Sicché quando tenta di lasciare un uomo che non dà nessuna garanzia di serena convivenza, diventa una vera tragedia familiare.

    L’uomo non possiede ancora le facoltà di emanciparsi dalla donna, è lui il debole, è lui il più fragile, il più immaturo, indifeso, il più arcaico soggetto della modernità e del binomio all’interno del nucleo familiare. Perciò, doversi rimettere in gioco, dover ricominciare, doversi separare, condurre una vita da single, non poter più imporsi a nessuno, lo fa letteralmente impazzire, gli fa saltare la molla che tiene legati i filamenti del cervello, lo fa andare fuori fase: perdere sul campo dove aveva la superiorità, il vantaggio e, soprattutto, dover fare a meno dei servigi della donna considerata per secoli ai suoi diretti comandi, doversi umiliare a riformularsi daccapo, dopo secoli di predominio e di accondiscendenza della donna, polverizza la sua psiche labile e fragilissima, facendola esplodere come una miccia o un congegno ad orologeria.

    Negli ultimi due anni sono stati calcolati 10.000 morte ammazzate, stuprate, violentate dalla furia selvaggio del maschio che smarrisce la ragione. Da pochi mesi è stato inserito nella legislatura italiana il reato di stalking nella legislazione italiana. La donna è provvista di illuminazioni folgoranti, di furbizia spicciola, ma anche di quella profonda, studiata e lungimirante apertura mentale che serve nella società di oggi: tutte cose che all’uomo spesso mancano del tutto. L’uomo è istinto, sopraffazione e violenza, la donna: dialettica, esercizio della tolleranza, pazienza e lungimiranza. Come si fa a non capire che il mondo oggi ha bisogno di entrambi i poli per innescare il corto circuito? Come si fa a non capire che è finito il tempo della sudditanza silenziosa, della irascibilità bestiale dell’uomo condotta sul filo dell’arroganza e della forza bruta? solo perché era lui a portare i  pantaloni, a provvedere economicamente: a stuprare, a violentare, proprio in funzione di quella spinta animalesca che li soggioga, li cattura, li dirige.

    Sono in balìa del loro malsano istinto, che li fa credere dominatori del mondo. E lo sono stati per troppo tempo nei secoli passati.Ma ogni cosa ha un fine e oggi la fine è venuta con l’avvento della cultura del diritto, che assegna ad ognuno il suo ruolo, separato e insieme circoscritto, ad un solo grande progetto universale, far sopravvivere il mondo. Non importa  Chi  vi  sta  a  governarlo,  a  dirigerlo.  L’importante  è  dominare  le     negatività, prevenirle, mitigarle e possibilmente superarle. Se poi sarà merito dell’uno o dell’altro sesso niente toglie al merito. Ma questo ancora l’uomo, dopo 2000 anni di storia non lo ha accettato, né capito, neppure è disposto a metterlo in discussione e, ancor meno, a lasciare che si realizzi una simile sovrapposizione di ruoli.