• Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    La crisi eco-politica degli ultimi decenni ha fatto emergere esperienze di autogoverno in diversi luoghi del Pianeta. Quali linee di crisi, e quali conflitti, sono capaci di generare un cambiamento sociale? Su quali principi alternativi si basano le numerose lotte culturali e ambientali nello scenario attuale? Facendo tesoro delle relazioni sviluppate tra il dentro e il fuori del gruppo EcoPol, il Terzo Quaderno raccoglie interventi che si interrogano sulle pratiche di sapere e la loro sostenibilità ecopolitica.

    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    (a cura di EcoPol/Isabella Pinto)
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Due | misura · valore · eccedenza

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Due | misura · valore · eccedenza

    L’economia politica neoliberista ci consegna il valore monetario come unica misura delle attività e delle relazioni umane e l’accumulazione come unico modo di gestione dell’eccedenza. Come mettere in crisi questo paradigma? Quali misure intervengono nelle nuove pratiche di giustizia sociale e ambientale? Quali valori esprimono le economie informali e di comunità? A queste domande siamo arrivate dopo le letture comuni del gruppo EcoPol, e da queste siamo ripartite per la residenza in Valcamonica.
    Ora, con questa raccolta di scritti, abbiamo una prima costellazione dei tracciati che ci orientano nell’impostare questioni e soluzioni, degli strumenti per procedere oltre. A cominciare dal posizionamento che si ricava nell’incredulità femminista, rispetto alla civiltà fondata sul Lavoro e alle misure di dignità ritagliate sul cittadino produttore, per proseguire con un nuovo incontro tra genealogie femministe diverse.

    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    (a cura di EcoPol/Federica Giardini)

    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Revolution in the Making- invito della 1st International Women Conference

    Revolution in the making

    I. conferenza, 6 7 ottobre 2018, Francoforte – Germania.

    A tutte le donne, care amiche,

    le vostre sorelle della Mesopotamia e del Medio Oriente stanno lottando per la libertà
    da molto tempo – come le nostre sorelle in tutto il mondo. I problemi sociali,
    ecologici ed economici creati dal sistema patriarcale – mascherandosi in diverse
    forme lungo migliaia di anni – sono cresciuti ancora di più. Questo sistema non solo
    priva le donne, ma tutti i popoli, lavoratori, contadini, operai della loro libertà. Come
    esseri umani, oggi, siamo di fronte a genocidi, femminicidi e un massacro della
    natura.

    Il capitalismo è in una crisi strutturale, e nonostante sostenga che non ci siano
    alternative ad esso, ha perso la sua legittimità in tutto il mondo. Per superare la
    propria crisi, il sistema ha aggiornato tutti i supporti fondamentali come il
    fondamentalismo religioso, lo scientismo, il sessismo e il feudalesimo, il fascismo, il
    nazionalismo e cerca di presentarsi come l’unica alternativa.
    Noi, quelle che lottiamo, sappiamo che il punto comune di tutti questi percorsi è
    l’ulteriore colonizzazione delle donne e dei popoli, come l’inasprirsi dei problemi
    economici, sociali ed ecologici.

    Care donne,

    sappiamo che ci sono percorsi al di la di quelli che ci vengono presentati come
    alternative. In Rojava/Siria del Nord, Bakur/sudest della Turchia, come in altre parti
    del mondo come tra le/gli zapatiste/i è possibile vedere la lotta per costruire il
    nuovo. La costruzione di un sistema non patriarcale e di un’economia democratica è a
    distanza raggiungibile e ha il potenziale di stabilirsi in maniera permanente. Il
    21esimo secolo è giusto di fronte a noi con il potenziale di essere il secolo della
    libertà delle donne e dei popoli.

    Care amiche,

    Pertanto vogliamo mettere assieme il nostro potenziale di cambiamento e la nostra
    esperienza nella conferenza “The Revolution in the Making” (la rivoluzione nel fare),
    che si svolgerà dal 6 al 7 ottobre 2018 a Francoforte. Pensiamo che come un’analisi
    approfondita dei metodi di civilizzazione degli Stati e delle classi, usati nella
    colonizzazione delle donne, c’è la necessità di ritrovare la memoria della resistenza
    delle donne. Troviamo che sia estremamente importante che condividiamo
    esperienze; in modo da essere pronte ai prossimi attacchi del sistema patriarcale.
    Saremo quindi capaci di creare percorsi, metodi e prospettive che possano essere
    adatte alle condizioni, qualità e necessità del nostro tempo. In questo modo possiamo
    organizzarci e creare le nostre alleanze dal locale all’universale. Contro i costanti
    attacchi del sistema patriarcale saremo capaci di tessere una rete di resistenza
    duratura. Per questo, avremo l’opportunità di diventare un soggetto attivo nella lotta
    più appassionante del nostro tempo.

    Oggi è il tempo delle donne, è adesso il tempo di tessere questo futuro assieme ed è il
    momento di fare del 21esimo secolo il secolo della rivoluzione delle donne e dei
    popoli!

    Principali sessioni della conferenza
    • La crisi del patriarcato e la sua guerra sistematica contro le donne
    • La lotta delle donne per la libertà e il processo della sua costruzione
    • Esperienze di diversi movimenti di donne
    • Rivoluzione nel fare – tessere il nostro futuro assieme
    • Workshops

    Informazioni tecniche:
    Data: 6-7
    ottobre 2018
    Orario: 9.00

    Luogo: Studierendenhaus an der Goethe Universität, Mertonstraße 26, 60325
    Frankfurt am Main

    traduzioni simultanee: kurdo, inglese, tedesco, turco, italiano, spagnolo e francese
    Quota di registrazione: 30 che includono pranzo e caffè, € 50€ quota di solidarietà (se
    avete difficoltà fatecelo sapere)

    Inizio della registrazione a Francoforte: 5 ottobre ore 17.00
    Alloggio: alloggio in famiglie solidali, curde e di amici per un massimo di 3 notti.
    Abbiamo anche prenotato stanze in ostelli convenienti.

    Registrazione:

    Per favore fate sapere se avete intenzione di venire entro il 15 settembre scrivendo a
    womenweavingfuture@riseup.net. Fateci sapere se avete bisogno di un posto per
    dormire e per quante notti, se avete bisogno di childcare
    (asilo per bambin*) e in
    quale regione vivete.

    Potete trovare più informazioni riguardo il programma e le novità su:

    www.revolutioninthemaking.blogsport.eu

  • Call For Papers “Mater Iuris”

    Call For Papers “Mater Iuris”

     

     Mater Iuris

    Il diritto della madre: uscire dalla simmetria giuridica dei sessi nella procreazione

     

    Convegno presso l’Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali, via Conservatorio 7, 29 novembre 2018, Sala Lauree.

    Comitato scientifico: Valentina Calderai (Diritto privato, Università di Pisa), Daniela Danna (Sociologia, Università di Milano), Olivia Guaraldo (Filosofia politica, Università di Verona), Silvia Niccolai (Diritto costituzionale, Università di Cagliari), Elisa Olivito (Diritto costituzionale, Università di Roma), Susanna Pozzolo (Filosofia del diritto, Università di Brescia), Monica Santoro (Sociologia, Università di Milano)

     

    Il convegno intende stimolare una riflessione delle giuriste e di tutti coloro che studiano la società intorno ad una coppia di domande: ci chiediamo se sotto la rivisitazione paritaria e neutra, che ha interessato nel corso degli anni il diritto di famiglia, non sia all’opera ancora, o nuovamente, un diritto prevalente del padre, e se questo assetto non possa essere ripensato, alla luce del patrimonio del pensiero femminista nel diritto. A questo pensiero intendiamo richiamarci, nelle sue ricche sfaccettature, che annoverano figure e percorsi diversi, ma sono tutte accomunate dalla critica nei confronti dell’automatismo della parità e dell’aspirazione alla mera simmetria dei sessi; riflessioni che hanno saputo sempre, partendo dalle donne, parlare del mondo, riconoscendo e criticando i modelli di convivenza che si sono venuti affermando, i quali condizionano e influenzano, anche, l’argomentazione giuridica e la riflessione sociale.

    Si pensi all’elaborazione della nozione di ‘uguaglianza valutativa’ di Letizia Gianformaggio; all’ampia riflessione che approfondisce l’intreccio fra capitalismo e patriarcato e, in questa cornice, alle considerazioni di Carole Pateman sul ‘contratto sessuale’ e sulle ambiguità del concetto di ‘genere’; oppure alla riflessione che coglie, con Martha Fineman, il legame tra la “neutralizzazione” della madre e le esigenze del mercato. Oppure, agli studi che hanno riconosciuto nella medicalizzazione del corpo femminile, della gestazione e del parto, l’annuncio di una idea di soggettività e di socializzazione basate sulla ‘managerializzazione del sé’, che si sono col tempo rivelate cruciali nella costruzione della governamentalità ‘neo-liberale’, come nella lettura di Barbara Duden; e ancora alle ‘istituzioni della maternità’ di cui parla Adrienne Rich, che possono assumere storicamente forme diverse, ma riproporre identiche finalità espropriative e di controllo sulle donne, in particolare nella surrogazione di maternità.

    Molti sono gli ambiti che si aprono e che possono essere esplorati, sia in chiave di diritto positivo, sia di analisi filosofica e sociologica, a partire da una riflessione volta a interrogare problematicamente una simmetria giuridica dei sessi nella procreazione che neutralizza la donna.

    In particolare, da un lato, è stato da lungo tempo sottolineato che l’approccio ‘neutro’ ai temi della famiglia in nome della “parità” e della “fungibilità tra i sessi” può nascondere una nuova insidiosa discriminazione, nel senso di un trattamento incongruo e inappropriato, e di una perpetua svalorizzazione, nei confronti dell’esperienza femminile. Oggi, sul terreno della concreta esperienza giuridica, segnali significativi di simili insidie vengono chiaramente alla luce quando, in nome di un interesse superiore del minore tutto declinato nel cono di un principio paritario di bi-genitorialità, l’applicazione dell’affido condiviso apre a tragiche contraddizioni nei casi di conflittualità e di violenza. Più equa ci appare una prospettiva che, ben oltre il discorso individualista e il suo correlato paritario – oggi egemoni nel diritto – faccia spazio, proprio nel diritto, a una concezione costitutivamente relazionale della soggettività, nei suoi aspetti più concreti e materiali.

    D’altro lato, è consolidata la consapevolezza che la famiglia, organismo centrale nell’autonomia sociale, risente delle dinamiche interpretative e delle pratiche che interessano il “governo” delle soggettività, e l’idea stessa di individuo e di persona, pratiche che hanno un loro centro nevralgico nella regolazione della fecondità femminile e degli istituti connessi. In questo quadro, rappresenta una sfida interrogare, per un verso, il concetto neutro di ‘omogenitorialità’– che si sostituisce a espressioni, sessuate, quali ‘doppia maternità’ e ‘doppia paternità’ – e, per l’altro verso, confrontare la rivendicazione di un principio neutro di “genitorialità alla nascita” con il principio mater semper certa – universale fino all’introduzione dell’istituto giuridico della surrogazione di maternità in California con Johnson v Calvert (1993). Riteniamo che la regula juris del mater semper certa possa essere interpretata oggi in chiave favorevole a nuove dimensioni di libertà femminile, traducibili in istituti giuridici capaci di rispecchiare la differenza sessuale.

    In questa cornice possiamo enucleare, esemplificativamente, alcune domande:

    • È possibile sviluppare un “universalismo” a partire dalla prospettiva femminista o l’analisi femminista deve essere annoverata tra quelle politiche “parziali” e/o di parte?
    • Si può andare oltre l’anatema “essenzialista” che colpisce ogni uso politico e intellettuale dell’idea di differenza sessuale?
    • Quali sono le connessioni tra prospettiva femminista e critica all’intreccio tra capitalismo e patriarcato?
    • Come tener conto della differenza sessuale nella generazione e nella filiazione?
    • Quali i percorsi della soggettività giuridica e dell’idea di libertà nelle visuali critiche del diritto, giusfemministe e della differenza sessuale?
    • Donna, concepito, terzi: come individuare la libertà femminile nella generazione, in una scena della filiazione sempre affollata da ulteriori interessi?

    All’interno di queste linee, possono essere individuati ambiti più specifici per l’indagine teorica e/o empirica, ad esempio:

    • la filosofia e le applicazioni della legge che impone l’affido condiviso (e il collocamento della prole);
    • il concetto di ‘bi-genitorialità’;
    • il tema (e una definizione) dell’‘interesse del minore’;
    • la surrogazione di maternità;
    • status familiari e riproducibilità tecnica della procreazione: l’impatto delle nuove tecnologie sulle istituzioni giuridiche della parentela;
    • prospettive di analisi economica e giuridica del mercato della riproduzione umana;
    • differenza sessuale e procreazione delle “coppie same-sex”;
    • il nuovo lessico dei tribunali minorili e l’idea di famiglia che ne emerge;
    • come cambiano l’idea di famiglia e di libertà nella generazione quando si inserisce come parametro il “progetto di genitorialità”;
    • come può ripensarsi il diritto a partire da una soggettività costitutivamente in relazione.

     

     

    BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

     

    Ci piacerebbe che alcune opere fossero comune riferimento nel dibattito fra noi. Ne elenchiamo alcune, ma volentieri ne recepiremo altre che ci verranno suggerite: C. Pateman, Il contratto sessuale, Nuova ed. Moretti e Vitali, 2015 – A. Rich, Nato di donna (1977), trad. it. Garzanti, 1996. – B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico (1991), trad. it. Bollati Boringhieri, 1996 – B. Duden, L’epoca della schizo-percezione, in A. Buttarelli, F. Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, 2008, p. 109-140. – S. Federici, L. Fortunati, Il grande Calibano, Franco Angeli, 1984 – I. Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per una economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano, Libreria delle donne 2011- I. Praetorius, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, IOD edizioni, 2016 – L. Gianformaggio, Eguaglianza donne e diritto, Il Mulino, 2005 – Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, 1987 – M. Minow, The Supreme Court 1986 term. Foreword: justice engendered, in Harvard Law Review, vol. 101, 1987, pp. 10-95 – A. Cavarero, Il modello democratico nell’orizzonte della differenza sessuale, in Democrazia e Diritto, n. 2, 1990, pp. 221-241.

     

    CALL FOR PAPER

    Invitiamo le studiose e gli studiosi che sentono interesse per i temi che abbiamo delineato a inviare una proposta di paper entro il 15 settembre 2018 all’indirizzo mater.iuris@unimi.it

    La proposta dovrà contenere il titolo dell’intervento e un abstract di circa 1.800 caratteri.

    Coloro la cui proposta sarà accettata riceveranno comunicazione entro il 30 settembre.

    Dopo lo svolgimento della giornata di lavoro, in considerazione dei risultati, stabiliremo se e come proseguire l’esperienza con una pubblicazione.

  • Preciado a Roma – maggio 2018

    Preciado a Roma – maggio 2018

    di Sara Pierallini

     

    Paul B. Preciado, autore di Manifesto Contra-Sexual (2002), acclamato come “Il libretto rosso della teoria queer” e autore di Terrore anale (2018) è stato due giorni in Italia, a Roma. Questo report, sicuramente emozionale, porta con sé il mio tentativo di riprodurre due serate di dialoghi, criticità, dibattiti e amicizia passate in compagnia alle mie compagne del collettivo di autocoscienza.

     

    19/06/2018

    Basilica di Massenzio, Festival delle letterature. Luogo formale. Preciado legge: Un appartamento su Urano.

    Con molta ironia, Paul affronta il tema del transgenderismo, del binarismo di genere e del desiderio sessuale partendo da sé, come nella migliore tradizione femminista, diventando il protagonista indiscusso del suo racconto. Trascriverò qui gli appunti tratti dalla sua narrazione.

    Paul descrive un suo sogno, nella trama dei fili che si viene a creare ci espone le sue perplessità e problematizza alcuni concetti attuali dell’eteronormatività neoliberista.

    “[…]La mia vita onirica si è manifestata con la forza di un racconto di Ursula Leguin: ero in macchina e il mio autista era Dominique Fernández. Mi trovavo in un momento della mia vita in cui non sapevo da che parte del mondo vivere. Nel sogno ci trovavamo a guardare il cielo e, in particolare, i pianeti del sistema solare dove, su ognuno, avevo in affitto un appartamento. Chiaramente la mia situazione economica era insostenibile. Meno chiaro era il fatto che Dominique, nel mio sogno, fosse diventato un esperto in questioni immobiliari dell’universo extraterrestre. Probabilmente i suoi libri sul turismo esoterico mi avevano inspirato a trasformarlo nella sua professione.  Intento a guardare le stelle con me cominciò a spiegarmi:

    • Io sceglierei un appartamento su Marte, inoltre terrei l’appartamento sulla Terra e quello su Saturno, ma lascerei quello su Urano. È troppo lontano! –

    Non sono un esperto di astronomia e non conosco né la posizione, né la distanza dei differenti pianeti del sistema solare, ma consultando la pagina di Wikipedia noto con sorpresa che si tratta di uno dei pianeti più lontani dalla Terra, più di Nettuno e Plutone e dei pianeti nani come Cerere, Haumea, Makemake e Eris.

    Urano è stato il primo pianeta scoperto con l’aiuto di un telescopio otto anni prima della rivoluzione francese. Fu utilizzata una lente costruita dallo stesso astronomo e musicista che lo vide per la prima volta, osservandolo nel giardino di casa sua in via New King, n. 19, un 13 marzo. Il suo nome era Frederick William Herschel. Tuttavia, alla visione del pianeta, non sapeva se effettivamente si trattasse di un astro enorme o di una cometa senza coda. Lo chiamò Georgium Sidus, la stella di George, per consolare il Re dalla perdita delle colonie britanniche in America. L’Inghilterra aveva perso un continente ma, in compenso, aveva guadagnato un pianeta. Grazie a Urano, Herschel poté vivere di una pensione reale molto generosa, ma per colpa dello stesso pianeta dovette allontanarsi dalla musica per stabilizzarsi a palazzo, in modo tale che il sovrano potesse avere la certezza di non perdere anche la sua nuova conquista coloniale. Per colpa di Urano, si dice che l’astronomo impazzì dedicando tutto il resto della sua vita a costruire il telescopio più grande del XVIII Secolo. Morì a sessantaquattro anni, esattamente il tempo che impiega Urano per compiere un giro del Sole. Si dice che il telescopio fosse così grande che la famiglia lo utilizzò come refettorio per celebrare il suo funerale.

    I fisici contemporanei, con lenti più potenti di quella creata da William, descrivono Urano come un gigante gelato di ghiaccio, metano e ammoniaca. Si tratta del pianeta più freddo del sistema solare con venti che possono superare i 900 km/h. Di fatto non possiamo dire che le condizioni abitative di questo pianeta siano idilliache, devo infatti ammettere che Dominique aveva ragione, dovrei lasciare l’appartamento su Urano. Ma il sogno di Urano diventa per me come un virus nel cervello. Non solo voglio viverci, ma diventa, per me, il tetto solido del mondo, il limite della volta celeste, ciò a cui più anelo.

    In molti riti greci Urano è visto come il luogo degli Dei; il luogo lontano ed etereo che, seguendo la semantica del sogno, è dove gli dei avevano il loro appartamento. Nella mitologia greca questa narrazione diventa allo stesso tempo sia una storia fantascientifica che anticipa le tecnologie di riproduzione e di trasformazione del corpo apparse solo nel XX e nel XXI Secolo, sia una telenovela nella quale i personaggi si dilettano nell’agire una grande quantità di relazioni non normate, promiscue. Per esempio, viene narrato che Gaia finì con lo sposare suo figlio Urano e che dalla loro unione incestuosa e poco eterosessuale, nacque la prima generazione di Titani, Oceano, Coio, Creio, Iperione, Iapeto e Kronos. Urano è, quindi, allo stesso tempo, figlio della Terra e padre di tutti gli altri. Non è chiaro quale fosse il problema di Urano, ma ciò che è certo è che non è l’esempio di un buon padre, infatti Gaia convince i suoi figli a praticare su di lui un’operazione anticoncezionale definitiva. È possibile osservare questa scena rappresentata nel Palazzo Vecchio di Firenze, nel mezzo del soffitto della sala degli Elementi. Un’ opera di Giorgio Vasari, compiuta durante il XVI Secolo dove Crono castra il padre e dai genitali asportati di Urano nasce Afrodite, Dea dell’Amore. Ciò che comprendiamo dal susseguirsi di queste vicende mitologiche, è che l’amore nasce grazie alla disconnessione dei genitali dal corpo, da una esternalizzazione della potenza genitale.

    Questa concezione delle relazioni non eterosessuali appare citata anche nel Simposio di Platone, opera che inspirerà Karl Heinrich Ulrichs a coniare il termine uraniano nel 1864, per riferirsi agli amori, che egli stesso denomina, del terzo sesso. Per spiegare meglio le esistenti possibilità di desiderio sessuale e di genere, Ulrichs taglia in due la soggettività separando l’anima dal corpo e inventando una combinazione di anima e corpo che possa permettere a una persona di amarne un’altra in un modo differente da quello normato. La segmentazione anima-corpo riproduce, nell’ordine dell’esperienza, l’epistemologia binaria della differenza sessuale: ci sono solo due soluzioni, maschile o femminile.

    Gli uraniani non sono né malati, né criminali, ma anime femminili imprigionate dentro corpi maschili che si sentono attratte da anime maschili. All’epoca questa forma di amore poteva condurti alla forca e continua ad essere illegale in 34 paesi di cui 30 hanno la pena di morte come atto risolutivo di un amore altro e reso illegale; tra questi troviamo Nigeria, Pakistan, Iran e Qatar.

    Ulrichs non parlò da scienziato, ma in prima persona. Non disse “esistono persone uraniane” ma dichiarò di essere uraniano e lo affermò in latino nell’agosto del 1867, dopo essere stato condannato al carcere per aver scritto libri, successivamente dichiarati proibiti, davanti a un congresso di 500 giuristi e membri del parlamento tedesco. Insomma, davanti a un pubblico ideale!  Heinrich Ulrichs scrive nel suo diario che alcuni parlamentari entrarono nella sala dell’Odeon di Munich e cominciarono a gridare e a sbraitare contro di lui:

    • Chiudete la sessione! Chiudete la sessione!

    Annota anche, però che vi erano una o due voci che si ergevano per contrastare questo rumore assordante con un:

    • Lasciatelo parlare!

    Nel mezzo a questo caos alcuni parlamentari si fermarono ad ascoltarlo.

    Ulrichs fu uno dei primi uraniani europei ad affermare pubblicamente di voler avere un appartamento su Urano. Il primo infermo sessuale e criminale che prese la parola per denunciare la norma esistente. Difese il diritto a praticare la sodomia tra uomini.

    Il 6 maggio 1868, Karl-Maria Kertbeny, attivista e difensore dei diritti delle minoranze sessuali, inviò una lettera a Ulrichs dove usa per la prima volta la parola omosessuale per riferirsi agli uraniani. Nella lettera difendeva le pratiche sessuali tra persone dello stesso sesso, dicendo che erano tanto naturali come quelle eterosessuali, termine, anche questo, utilizzato per la prima volta nel testo suddetto. Per Kertbeny omosessualità e eterosessualità erano due forme naturali di amare, ma per i rappresentanti della legge e della medicina del XIX Secolo, l’omosessualità era codificata come infermità e criminalizzata. Non sto parlando di storia, infatti le nozioni omosessualità e eterosessualità si convertiranno presto in tecniche biopolitiche di gestione della sessualità e della riproduzione durante il XX Secolo. L’omosessualità sarà ritenuta un’infermità sessuale nei manuali psichiatrici occidentali fino al 1975.

    Credete di essere omosessuali o eterosessuali? Questa distinzione coglie l’identità umana?

    Permettetemi di dire che omosessualità e eterosessualità non esistono fuori da un’epistemologia binaria, coloniale e capitalista che privilegia le pratiche sessuali riproduttive al fine di una più efficace ed efficiente strategia di gestione (e controllo) della popolazione, della riproduzione della forza lavoro e della riproduzione dei/lle consumatori/trici. Ciò che si riproduce è capitalismo non è vita!

    Ma se omosessualità e eterosessualità non esistono, cosa siamo? Come amiamo? Immaginiamolo!

    Torno allora al mio sogno e capisco che la mia condizione trans è una nuova forma di essere uraniano, non sono uomo, non sono donna, non sono eterosessuale, non sono omosessuale e neanche bisessuale, sono un dissidente del sistema sesso-genere. Sono la molteplicità del cosmo racchiusa in un regime epistemologico e politico binario. Sono un uraniano ai confini del capitalismo tecno-scientifico.

    Mi è stato assegnato il genere femminile alla nascita, hanno detto che ero lesbica. Decisi di auto-somministrarmi dosi regolari di testosterone senza mai pensare di essere un uomo. Non ero transessuale e il testosterone non era la mia cura, semmai il contrario. Prima mi somministrai ormoni e dopo divenni transessuale. Ho accettato di definirmi transessuale e infermo mentalmente di modo tale che il sistema medico legale potesse riconoscermi come corpo vivo umano. Ho pagato con il mio corpo il nome che porto!

    Non ho la necessità che aveva Ulrichs di affermare che sono un’anima maschile dentro a un corpo femminile. Non ho anima, sono il cosmo e ho un appartamento su Urano. Senza dubbio è lontano dalla maggior parte delle regole, ma non così lontano da non poter essere raggiunto da ogni persona che voglia. Vi aspetto!”

     

    20/06/2018

     

    Tuba Bazar, Bazar erotico, luogo transfemminista, informale. Stavamo facendo aperitivo davanti al locale, sulla strada, e Preciado ne era visibilmente impressionato:

    È meraviglioso, questa è una forma di riappropriazione critica della strada ed è la prima volta in vita mia che posso fare una presentazione e vedere nello stesso istante i mondiali di calcio. Questo pure è quasi un atto di resistenza dato che voi siete qui a guardarmi, mentre il mondiale è proiettato dalla parte opposta.

    Durante la presentazione ci descrive in particolare due libri. Il primo è Manifesto Contra-Sessuale (Il Dito e la Luna 2002) e il secondo è Terrore anale, Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale (Fandango, 2018). L’autore ci teneva molto a sottolineare come i suoi libri siano parte della sua vita e che inevitabilmente descrivono momenti e necessità di quel dato periodo di tempo in cui sono stati scritti. In particolare, Manifesto Contra-sessuale, il suo primo saggio, tagliente e inappropriato sia per l’editoria che per un contesto accademico, ha una storia di scelte politiche, scelte che alcuni chiamano impropriamente fortuna. Questa storia riguarda e ha riguardato le persone che hanno avuto la volontà di innescare il cambiamento, di entrare e proporre in contesti politico-culturali la propria teoria strampalata, azzardata, spaventosamente posizionata che ha messo in campo il gioco e un nuovo modo di vedere i corpi agenti. Una di queste persone che hanno circondato Paul B. Preciado era Guillaume Dustan editore di una collana di libri fuori dal normale e attivista, in Francia, il quale decise di pubblicare il suo libro. Per questa ragione, in un momento successivo, il filosofo deciderà di dedicargli Testo Tossico. Un altro importante contributo per la nascita di questo libro furono le conversazioni con Derrida, il professore con il quale Paul collaborava. In quel momento la loro ricerca si basava sulla conversione di S. Agostino da libidinoso a casto, pensata come fosse dovuta a un cambio di sesso. È stato da questa ricerca che con Derrida nacque l’idea di scrivere un manifesto la cui prima parte fosse dedicata all’analisi del dildo. Una piccola bomba a orologeria dentro alla semiotica del sesso.

    Manifesto Contra-sessuale vuole anche instaurare un dialogo tra il mondo accademico e il mondo dei movimenti politici per parlare, finalmente, di sessualità, riappropriandosi di un linguaggio e di pratiche in disuso o vietate, come per esempio l’utilizzo del dildo. Questa protuberanza, in realtà, non è da vedere come rappresentante dell’industria dei giochi sessuali, ma è, più propriamente, un’estenzione sintetica del sesso. Un dildo può essere, infatti, qualsiasi cosa, anche una persona, un oggetto, un libro, una qualsiasi tecnica. Come reinventare un nuovo linguaggio, una nuova pratica? Il filosofo vuole andare oltre:

    La grande domanda del manifesto, anche se a quel tempo non ne ero ancora del tutto cosciente, era se fosse stato possibile cambiare. Se non fosse possibile, l’attivismo politico non avrebbe senso dato che quest’ultimo si definisce come un progetto di trasformazione sociale. La domanda reale, l’unica domanda del Manifesto è se la rivoluzione, nel senso micro-politico e soggettivo del termine, sia possibile.

     

    L’ultimo libro, Terrore Anale (2018), è un piccolo saggio scritto come postfazione a una nuova edizione del libro “Desiderio Omosessuale” di Guy Hocquenghem (Roma, 1973) per i mercati francese e spagnolo. Il testo fu ispirato dalla rilettura di questo saggio e dall’attivismo politico degli anni settanta, quando la sessualità stava al centro delle pratiche politiche.

    Oggi vi è una necessità di tornare a quelle pratiche, ma con un ardore differente, creando un nuovo linguaggio, decolonizzando e derazzializzando i corpi per una rivoluzione sessuale, queer e transfemminista. Ma attenzione, Paul ci fa notare come questo tipo di pensieri non si possano posizionare a sinistra, o meglio, nel pensiero delle sinistre europee le quali hanno storicamente escluso, dai loro processi di cambiamento e di trasformazione politica, qualsiasi critica dei processi riproduttivi, allontanandosi dai femminismi, dalle rivendicazioni omosessuali e transessuali. Di conseguenza, queste nuove sinistre al potere, in ambito sessuale, sono conservatrici. Infatti, nel libro fa notare come le politiche pubbliche si siano evolute in un senso di castrazione. Preciado parla di persone dall’ano castrato e di corpi privati, privatizzati, oppressioni dovute a un connubio tra capitalismo e regime eterosessuale, patriarcale.

    Scrivere, raccontare e agire pratiche politiche sessuali, di corpi performativi anticonvenzionali, di riappropriazione e creazione di spazi pubblici, collettivi, può essere questo l’inizio di una rivoluzione, di una rivoluzione con la r minuscola, come dice Hocquenghem, perché sempre su scala locale. La scala delle marginalità che producono nuovi immaginari.

     

    Una piccola bibliografia consigliata:

    vedi l’intervista di Rachele Borghi su iaph italia

    • Hocquenghem, G., El deseo Homosexual, Editorial Melusina, 2009
    • Preciado, P., Terrore anale, Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale, Fandango Libri, Roma 2015
    • Preciado, P., Testo tossico, Sesso, droghe e biopolitiche nell’Era farmacopornografica, Fandango Libri, 2015
    • Preciado, P., Manifesto contra-sessuale, Il Dito e la Luna, 2002
    • Witting, M., Le guerrigliere, Lesbacche incolte, Bologna 1996
  • “Femminismo e neoliberismo” – Per una via d’uscita dalla logica indebitante e colpevolizzante del capitalismo. Intervista a Elettra Stimilli.

    A cura di Valentina Riolo

    Elettra Stimilli è ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma. È autrice di numerosi saggi incentrati attorno al rapporto tra religione e politica con particolare attenzione ai legami tra il pensiero italiano contemporaneo e alla più recente produzione filosofica francese e tedesca. I suoi scritti più recenti si concentrano sul nesso tra “debito” e “colpa” e su come concetti di natura economica abbiano anche una ricaduta fortemente morale.
    L’intervista qui di seguito fa riferimento proprio all’opera Debito e colpa (Ediesse, 2015) e nasce dalla lettura del testo in vista di un esame di filosofia morale, dall’incontro con l’autrice in occasione di una lezione tenutasi durante un corso di filosofia politica e dai vari riferimenti al femminismo e ai testi di autrici femministe presenti nello scritto in questione.
    Nella convinzione che i diversi ambiti della filosofia e i diversi femminismi possano creare un dialogo proficuo solo attraverso lo scambio, la condivisione e l’interazione: in poche parole, solo attraverso la messa in comune.

     

        Valentina: Sin dall’introduzione del testo, si può capire perché sia interessante leggere il suo lavoro con un approccio femminista. Infatti, fa riferimento all’importanza che hanno avuto le discussioni nate in occasione del seminario su “Femminismo e neoliberismo” tenutosi presso l’Università di Salerno nel 2013. Quali sono state quelle che più hanno contribuito a indirizzare le sue ricerche in vista della stesura di questo testo?

        Elettra: Quando, nel 2013, ho partecipato al seminario che si è svolto presso l’Università di Salerno, avevo già lavorato sul tema del debito per il libro Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, 2011). I curatori della Collana «Fondamenti» della casa editrice Ediesse mi avevano proposto di ritornare sul tema mettendo a fuoco il nesso tra «debito» e «colpa», come ho fatto nel libro a cui fa riferimento la sua domanda. Era il momento in cui la Grecia, insieme ad altri paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, si trovava a rischio di default. «Austerità» era la parola d’ordine che prevaleva nelle politiche economiche europee guidate dal «modello tedesco», promotore di una visione «colpevolizzante» dei paesi indebitati. Di qui il legame tra il «debito» e la «colpa» che veniva richiamato con grande naturalezza ogni giorno nei media e che mi veniva chiesto di indagare.
    Ho trovato interessante la proposta di partecipare al seminario di Salerno, anche perché le organizzatrici e poi curatrici del volume che è stato pubblicato (Femminismo e neoliberismo, Nathan edizioni, Benevento 2014), Tristana Dini e Stefania Tarantino, a partire dal lavoro di Angela Putino – pionieristico non solo in Italia – avevano avuto modo di approfondire, da una prospettiva femminista, i mutamenti radicali dei modi capitalistici di produzione e gli effetti sulle vite individuali delle politiche neoliberiste. Un confronto sulla crisi economica e sul tema del debito all’interno del dibattito femminista è risultato per me fondamentale per mettere maggiormente a fuoco le trasformazioni in atto (si pensi, ad esempio, al fenomeno della cosiddetta «femminilizzazione del lavoro»), nel tentativo di trovare trampolini di lancio per una critica al presente.
    Oltre agli interventi di Laura Bazzicalupo, Ida Dominijanni, Federica Giardini, che ho ripreso esplicitamente nel mio testo, ricordo in particolare la discussione finale, che è stata molto fertile per un confronto con l’attualità e la radicalità della pratica femminista. Credo che la prospettiva femminista, l’idea che «il privato è politico» trovi oggi un importante terreno di azione, nel momento in cui con le politiche neoliberiste si è imposta, come paradigma di governo, proprio una dimensione soggettiva, quella dell’imprenditore di sé, e sono state proprio nuove forme di indebitamento privato a generare in maniera inedita una crisi economica mondiale.

     

        Valentina: Nella parte in cui rende conto e commenta La fabbrica dell’uomo indebitato di Lazzarato, fa riferimento ad un’“asimmetrica relazione” tra le figure di “creditore” e “debitore” che starebbe alla base delle relazioni sociali: il rapporto che si instaura non è solo economico ma piuttosto morale e l’economia (capitalista) stessa è da intendersi come qualcosa che prevede la produzione e il controllo della soggettività e delle sue forme di vita. In questo senso, è possibile vedere al posto della coppia creditore/debitore quella di uomo/donna? Cerco di spiegarmi meglio: in riferimento agli stereotipi di genere, si può pensare alle donne come già “colpevoli” dalla nascita per il solo fatto di appartenere al genere femminile e per questo “in debito” perché devono colmare questo deficit nei più svariati modi (e penso alla pretesa del lavoro domestico, alla retribuzione minore a parità di ore e di lavoro svolto, alla presunta impossibilità di fare determinate cose “in quanto donne”, etc…), rispetto agli uomini che quindi nascono già avvantaggiati, “in credito” potremmo dire.

       Elettra: A mio parere, la crisi del debito ha definitivamente dimostrato come i rapporti di produzione, per acquistare valore, presuppongano e si collochino in un ambito più ampio: insieme al dominio della riproduzione e della cura, sono coinvolte relazioni etiche, morali, rapporti di forza e relazioni sociali che, pur appartenendo a pieno titolo al piano economico e politico, non si esauriscono nella sua dimensione materiale e strutturale. Allo stesso modo, dunque, possiamo dire che i rapporti subordinanti che si instaurano all’interno dell’economia materiale presuppongono le relazioni di genere, che a tutti gli effetti molto spesso prendono la forma di rapporti simili a quello tra debitore e creditore.

     

       Valentina: A p. 153 scrive: “il punto allora sta nel comprendere cosa implichi il fatto che un debito economico possa essere associato a una colpa […] una situazione difficilmente emendabile che, da un lato, si aspira a colmare, anche attraverso sacrifici, ma che, dall’altro, rappresenta il vincolo a cui sottostare come parte integrante di una comunità.”
    Restringendo il campo già alle sole dinamiche familiari e ai casi di violenza domestica supportati da una sorta di ricatto economico (per cui, ad esempio, una moglie che dipende economicamente dal marito deve sottostargli in tutto e per tutto fino a sentirsi in colpa ad ogni presunta mancanza e accettare eventuali violenze), le chiederei di commentare questa affermazione anche alla luce del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere presentato da Non Una di Meno in vista della manifestazione del 25 novembre, nel quale, ad esempio, a p. 50 si legge, tra i vari punti proposti, che, per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa, è necessario “prevedere il reddito di autodeterminazione per garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”.

        Elettra: Credo che la richiesta di un salario minimo europeo e di reddito di base incondizionato e universale, proposta nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, sia fondamentale non solo per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa e quindi per riscattare i sensi di colpa e di dipendenza che spesso caratterizzano le relazioni di genere, ma anche per riconoscere valore sociale e politico alle forme di lavoro riproduttivo e di cura attualmente implicitamente immesse nei processi di valorizzazione capitalistici e, in questo senso, indebitamente sfruttate, perché fondamentalmente concepite come “debiti” che non è possibile ripagare.
    Le condizioni che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile di cura e di amministrazione, il lavoro riproduttivo e domestico, investono, oggi, la quasi totalità della sfera produttiva. Nella trasformazione attuata dai nuovi modi capitalistici di produzione la «differenza» femminile è stata cooptata per nuove forme di prestazione lavorativa e contrattuale. Riconoscere valore a questa sfera in forma di salario, vuol dire allora non solo, come si legge in uno dei punti del Piano femminista, “garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”, ma vuol dire anche innescare un mutamento fondamentale nei dispositivi di potere che investa, in più di un senso, la vita di tutte e di tutti.
    Si tratta dunque di una battaglia in molti modi generale quella che il movimento femminista sta portando avanti a partire dal coraggio di denunciare forme di violenza sulle donne, differenti eppure ripetute nei secoli della loro storia.

     

          Valentina: Proprio a proposito del movimento femminista, avrei una domanda in riferimento di quello degli anni Sessanta e Settanta. Nel paragrafo dedicato a femminismo e neoliberismo, fa riferimento alla tesi di Nancy Fraser per cui la seconda ondata del femminismo nella misura in cui si è opposta e ha criticato il capitalismo di prima maniera, ha in un certo senso prestato il fianco ed è diventata “ancella del capitalismo contemporaneo” e sostiene che questa tesi anche se criticabile sotto diversi aspetti, mette in luce un cambiamento di cui bisogna prendere atto. In cosa lei prende le distanze da Fraser e cosa invece ammette come mutamento e come dato di fatto su cui riflettere?

          Elettra: Per quanto criticabile, credo che la tesi di Nancy Fraser – che ha visto nella “seconda ondata del femminismo” “un’ancella del capitalismo contemporaneo” – sia stata utile a portare alla luce, da un punto di vista interno al femminismo, un mutamento di cui non si può non prendere atto.
    Secondo Fraser, le rivendicazioni femministe degli anni Sessanta e Settanta hanno sicuramente portato ad un aumento del numero delle donne nel mercato del lavoro, ma questo fenomeno non è coinciso con una loro adeguata valorizzazione. Non solo le donne che ricoprono posizioni precarie, risultano comunque la maggioranza e la disoccupazione femminile resta di gran lunga maggiore rispetto a quella maschile. Non solo, dunque, le disuguaglianze e le ingiustizie di genere non sono state ancora in alcun modo colmate. Ma soprattutto quella che viene da lei interpretata come l’ondata individualistica e meritocratica del femminismo degli anni Ottanta avrebbe contribuito ad un perverso processo di coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, fondato sull’estensione di modalità comunque oppressive e frustranti, anche se non nettamente repressive.
    Forse, eccessivamente intenta a contrapporre un primo femminismo – solidarista, egualitario e anticapitalista – a un secondo – individualista, meritocratico e quindi ancillare rispetto al neoliberalismo – Fraser non prende atto fino in fondo del fatto che il nuovo processo di valorizzazione del capitale è in buona parte alimentato non tanto, o non soltanto da tendenze individualistiche e meritocratiche, quanto piuttosto dall’investimento sulle stesse capacità di cura e di valorizzazione della vita che caratterizzano il lavoro domestico. Come è stato molto bene evidenziato nel libro di Giovanna Zapperi e Alessandra Gribaldo, Lo schermo del potere (2012), la casalinga, la velina, la collaboratrice domestica immigrata o la lavoratrice della conoscenza sono tutte accomunate, oggi, dalla medesima attitudine a mettere a valore componenti soggettive, affettive e emotive.
    La prospettiva di Fraser, in definitiva, è quella di un femminismo emancipazionista, interno alle conquiste dello stato sociale, che credo siano oggi difficilmente riproducibili, vista la crisi irreversibile del progetto moderno in cui si iscrivono. Ma soprattutto credo che la sua posizione non sia condivisibile perché, nella critica al neoliberismo, Fraser finisce per depotenziare proprio gli elementi più innovativi del femminismo, vale a dire la forza delle pratiche femministe di politicizzare ambiti tradizionalmente considerati extrapolitici e extraeconomici, come il corpo, la dimensione personale e affettiva, l’ambito privato della vita domestica, oggi sempre più messi a valore e quindi, d’altro lato, potenzialmente fertili per nuove forme di resistenza.

     

         Valentina: Restando ancora su Fraser, nel suo libro fa riferimento al dialogo con Butler in cui Fraser sosteneva la differenza tra ambito economico e ambito culturale, mentre Butler sosteneva una “logica più complessa alla base della genesi culturale delle forme di potere”. Lei ritiene che Butler sia “più efficace per una lettura del presente”, ma invita anche a distinguere in questa complessità tra una “rete” in cui si potrebbe restare impigliati e delle effettive e nuove “attitudini emancipative”. Ad oggi, ritiene che ci troviamo sulla strada giusta per liberarci o rischiamo di restare impantanati in questa complessità?

          Elettra: Quello che mi ha sempre interessato nel lavoro di Judith Butler è il fatto che, pur presupponendo la rottura con la logica repressiva del potere patriarcale moderno, messa in atto dalle pratiche e dalle teorie femministe a lei precedenti, mette in discussione, secondo me in maniera molto fertile, la naturalità di genere e dell’identità sessuale, pure rivendicate da un certo femminismo, a favore di una ricerca volta a individuare un’origine culturale e una loro provenienza da pratiche sociali performative.
    Molto rilevanti sono stati per me i suoi lavori sul potere che, dalla metà degli anni novanta del secolo scorso, ha condotto in particolare sulle orme di Foucault. In questi lavori i processi di assoggettamento risultano intrinsecamente connessi alle tecniche di produzione dei soggetti. Ma mentre Foucault, agli occhi di Butler, appare interessato a individuare la materialità del potere nelle sue forme istituzionali, la sua attenzione è invece rivolta alla «vita psichica del potere», come recita il titolo di un suo famoso libro, su cui mi sono particolarmente concentrata nel mio lavoro.
    Se, da questa prospettiva, il potere non è solo ciò che reprime il soggetto, che lo domina e a cui questo si oppone, ma è anche ciò che gli dà vita e lo porta all’esistenza, oggi più che mai modalità non esclusivamente repressive vengono in primo piano attraverso il diffuso utilizzo sul piano economico e sociale di capacità creative e di cura, la cui valorizzazione, però, si fonda su un’autocritica costante che le impoverisce neutralizzandone le potenzialità e producendo nuovi forme di sensi di colpa.
    Ma se il soggetto, come sostiene Butler, è sempre condizione e strumento di ogni forma di potere, ciò implica anche la possibilità di una vulnerabilità implicita delle forme di dominio, di una critica costante, in grado di sperimentare differenti rapporti di forza, nuove pratiche di cooperazione sociale e un nuovo rapporto con il mondo e con le cose.

     

          Valentina: Come lei stessa sostiene, “è stato il pensiero femminista, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, a segnare una definitiva discontinuità con l’ordine moderno, colpevolizzante e patriarcale” (p. 166) e da ciò ne sono conseguite teorie, ma anche e soprattutto pratiche, che hanno interessato non solo la “questione femminile”, ma hanno messo a fuoco una “questione ontologica” tra ciò che si considera o meno umano. Prendendo atto di questa ampiezza di campo su cui il femminismo riflette e in cui esso opera, ritiene che oggi il femminismo sia una delle possibili vie da percorrere non solo per distanziarsi, ma per sovvertire il capitalismo e per uscire dalla sua logica colpevolizzante e indebitante attraverso la produzione di proposte nuove e alternative?

          Elettra: Credo che gli attuali movimenti femministi che, in forme e contesti differenti, esistono sul piano internazionale, siano il fenomeno politico più importante e forse, per molti versi, anche il più temuto, viste le recenti reazioni dei media. Giornali e social network sono stati pronti a parlare e a dare risalto, per lo più in termini voyeuristici o meramente securitari, alle denunce di violenza sulle donne, ma sono stati anche pronti a tacere o a non prendere troppo sul serio i numeri e le forme politiche di protesta che si sono verificate negli ultimi mesi, come è successo, ad esempio, con lo sciopero generale delle donne dello scorso 8 marzo o come è accaduto con l’ultima importante manifestazione del 25 novembre in Italia, a cui, mi sembra, non è stato assolutamente dato il rilievo politico-mediatico che meritava.

  • Lavoro e cambiamento climatico: verso una coscienza di classe ecologica* – di Stefania Barca

    Lavoro e cambiamento climatico: verso una coscienza di classe ecologica* – di Stefania Barca

    Per combattere il cambiamento climatico “abbiamo bisogno di tutti”, ha affermato la Climate March di New York City (settembre 2014). Forse, però, più di tutti abbiamo bisogno dei/delle lavoratori/trici, e delle loro organizzazioni; il movimento operaio deve essere parte del movimento per la giustizia climatica. Questo perché il lavoro è l’interfaccia fondamentale tra la società e la natura. Tutti i tipi di lavoro: produttivo, riproduttivo, di servizio, di cura, intellettuale e immateriale; tutti presiedono e regolano il metabolismo sociale, lo scambio di materia ed energia che sostiene la vita umana e la riproduzione sociale. Il lavoro non governa questo processo, tuttavia in quanto il capitale è responsabile di ciò che gli eco-marxisti chiamano la seconda contraddizione del capitalismo: il rapporto tra capitale e natura. Di conseguenza, i/le lavoratori/trici sono spesso costretti/e a subire ogni sorta di attività insostenibili, malsane ed ecologicamente distruttive, al fine di ottenere un salario che permetta loro di sopravvivere nell’economia di mercato. Questa seconda contraddizione ha luogo nei corpi dei/le lavoratori/trici, e nei loro ambienti di vita e di lavoro (Barca 2012).

    Ma altri due fattori importanti restano da considerare.

    Come l’economia politica femminista ci ha ricordato, non tutto il lavoro è controllato dal capitale e del mercato. In realtà, questo potrebbe essere solo la punta di un iceberg, composto in gran parte di lavoro (non alienato?) effettuato al di fuori del sistema del lavoro salariato capitalista, tra cui: servizi sociali, lavoro domestico e comunitario, cooperative, istituti di beneficenza, attraverso baratto o moneta alternativa, e nell’agricoltura di sussistenza o familiare (Gibson – Graham 2006) .

    Questo è un punto di partenza promettente per una rivoluzione ecologica, cioè una rivoluzione nel modo in cui produzione, riproduzione e coscienza interagiscono tra loro (Merchant 1987), come teorizzato da molte studiose e attiviste eco-femministe e dall’agroecologia, che considerano la sovranitá alimentare come punto zero della rivoluzione (Federici 2012). Pertanto, se l’ecologia può diventare una piattaforma per una nuova agenda (internazionale) del lavoro, e se il lavoro può diventare un soggetto di primo piano nella mobilitazione climatica, allora tornare all’analisi sull’accumulazione originaria potrebbe essere un buon punto di partenza. L’accumulazione originaria ha storicamente portato alla separazione dei/le lavoratori/trici dalla terra e allo sfruttamento eccessivo di entrambi. Un nuovo tipo di società potrebbe essere costruito su forme di lavoro non alienato che sostiene e valorizza la vita in tutte le sue forme, iniziando così a rivendicare nuove possibilità e nuove identità per i/le lavoratori/trici, con l’obiettivo di sovvertire la cosiddetta seconda contraddizione del capitalismo. L’obiettivo è quello di porre fine alle produzioni insostenibili ed ecologicamente distruttive e abbracciare nuove forme di metabolismo sociale.

    È qui che entra nel dibattito un secondo punto, per quanto inquietante possa risultare, il fatto cioè l’esperimento socialista in Europa orientale, in Cina e altri contesti, ha lasciato una eredità di distruzione e ingiustizia ambientale. Le ragioni di questo fallimento stanno nel fatto che il ‘socialismo reale’ è stato per lo più sinonimo di industrializzazione forzata, colonizzazione interna ed esterna, programmi ambientali altamente modernisti e tecnologie che hanno fatto concorrenza a quelle impiegate nei regimi capitalisti in fatto di ‘distruzione creatrice’.

    Pertanto non è sufficiente rimpiazzare il capitalismo e ridurre le disuguaglianze sociali, perché è necessario anche abolire modelli economici maschilisti, produttivismo, estrattivismo, crescita del PIL, guerra, razzismo, imperialismo, colonialismo e tutto ciò che produce violenza contro le persone e il loro ambiente. Il passo successivo sarebbe quello di sostituirli con un nuovo sistema di produzione e riproduzione, basato non solo sull’eguaglianza, ma sul rispetto per la vita in tutte le sue forme. Non c’è altro modo per fare una rivoluzione ecologica, nessuna scorciatoia attraverso il sistema attuale.

    Per costruire un nuovo sistema, ci dice il materialismo storico, è necessaria una classe operaia organizzata e cosciente, che sappia prendere l’iniziativa. Ma il punto che voglio sottolineare qui è che, affinché la classe operaia diventi il soggetto politico di un nuovo sistema di relazioni ecologiche, una nuova coscienza deve prendere forma: una coscienza ecologica di classe, sulla base di un rinnovato, molteplice processo di soggettivazione, in grado di trasformare la classe operaia nel principale soggetto storico per una rivoluzione verde votata all’emancipazione, e non a nuove forme di oppressione (come sarebbe il caso in un ‘capitalismo verde’). Al fine di diventare il soggetto di questa rivoluzione ecologica a venire, le organizzazioni sindacali dovrebbero trasformarsi profondamente in modo da mettere al centro delle loro visioni e strategie politiche l’ecologia. Resta da chiedersi se questo cambiamento di politica del lavoro è possibile nel mondo di oggi.

    Ma non è solo il movimento operaio che necessita di una trasformazione, e del resto il lavoro non può trasformarsi in un vuoto sociale. È necessario un grande processo di emancipazione, di cambiamento culturale che permetta la formazione di nuove solidarietà e alleanze al fine di reclamare il soggetto dimenticato del lavoro al di fuori del dominio e dello sfruttamento. Qualcosa di simile a ciò che il film Pride ricorda: una storia in cui attivisti/e gay e lesbiche da Londra collegano la loro lotta per il riconoscimento a quella dei minatori di carbone del Galles del Sud. La storia mette in evidenza l’efficacia di aggirare molte barriere e pregiudizi culturali e di comunicazione, dimostrando così che nuovi tipi di politica sono sempre possibili da costruire, soprattutto quando le persone e le organizzazioni non sono bloccati nella reiterazione infinita di identità date. Inoltre, il film esemplifica una politica trasformativa che sfida le identità e porta ad una maggiore capacitá di liberazione e rivoluzione.

    Dopo decenni di neoliberalismo, che hanno quasi sconfitto il lavoro su tutti i fronti possibili, vi è la necessità di aumentare il potenziale dei/le lavoratori/trici per l’auto-trasformazione, attraverso nuovi tipi di organizzazioni con nuovi tipi di visioni e strategie. Dal momento che non siamo in grado di costruire una rivoluzione senza un qualche tipo di organizzazione e strategia, dobbiamo sforzarci di creare quelle che sono più adatte a questa lotta.

    Combattere il cambiamento climatico è una sfida in cui i movimenti dei/le lavoratori/trici dovrebbero essere in prima linea perché essi/e sono già in prima linea nella guerra del capitalismo contro il clima, insieme ai popoli indigeni, alle comunità rurali, ai/le disoccupati/e e alle donne di tutti questi gruppi. Pertanto, organizzandosi per difendersi, essi/e difendono tutta l’umanità dalla rovina ecologica. Tale tipo di lotta richiede, evidentemente, una profonda trasformazione di visioni e slogan tradizionali del mondo del lavoro e della sinistra in generale .

    Negli ultimi due decenni, la ricerca militante sulle Information and Communication Technologies e sul social networking ha svolto un ruolo fondamentale nel trasformare modi e possibilità di organizzare, attraverso il Peer2Peer movement[1] e il Social Network Unionism in generale[2]. Queste risorse non creano un potere di contrattazione diretto, ma migliorano le visioni strategiche e potere di mobilitazione; il sindacalismo virtuale non può sostituire il sindacalismo locale o nazionale, ma può aiutare nella sua auto-trasformazione e rafforzamento.

    Nuove forme di organizzazione del lavoro e di networking per la ricerca militante si trovano anche in pubblicazioni open access come per esempio le riviste accademico-attivisteInterface. A journal for and about social movements[3] e Global Labour Journal, oppure le online magazines Roar. Reflection on a revolution e The Jacobin[4]. In Italia ha giocato un ruolo significativo sul ripensamento del lavoro, e delle sue implicazioni ecologiche, il sito di movimento www.comune-info.net; riflessioni importanti in questa direzione si trovano anche in alcuni libri pubblicati negli ultimi anni[5]. Questi nuovi strumenti possono aiutare a trasformare i movimenti dei lavoratori in direzione di un più ampio inserimento di questioni ecologiche e soprattutto di ricerca di nuove alleanze. Inoltre, essi sono stati fondamentali per creare le premesse per una convergenza tra lotta climatica e politica del lavoro, come dimostrano la Blue-Green Alliance[6] negli USA e la campagna One Million Climate Jobs nel Regno Unito e in Sud Africa[7]. Queste nuove coalizioni hanno prodotto risultati visibili, come testimoniato dalla massiccia presenza delle organizzazioni sindacali alla Climate March di New York, per esempio, e dall’incorporazione delle questioni legate al cambiamento climatico nella International Trade Unions Confederation (ITUC) e nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite (ILO) .

    Naturalmente questo è un processo complesso, certo non lineare di trasformazione interna, costituita da diverse componenti – talvolta contrastanti – e che spesso incontra resistenze dall’interno. Questo è il passaggio attraverso cui la prospettiva dell’ecologia politica potrebbe entrare nel movimento operaio, in quanto strumento di analisi dei conflitti e delle lotte originate da contraddizioni ecologiche. Queste contraddizioni spesso entrano nel movimento operaio e lo dividono lungo il divario locale / nazionale / globale, il divario di genere, il divario Nord / Sud, la divisione del lavoro tra specialisti/e e non qualificati/e, il divario città / campagna, insieme a diversi tipi di fratture ideologiche e di identità.

    Combattere i cambiamenti climatici significa dunque cose diverse per diverse organizzazioni sindacali. Per la ITUC (International Trade Unions Confederation) ha significato l’adozione di una strategia di ‘posti di lavoro verdi’ sulla base di un approccio basato sull’Economia dell’Ambiente che sostiene la cosiddetta crescita verde. Per sindacati anti-sistema come la spagnola Solidaridad Obrera, invece, significa un’agenda molto più radicale di ‘rivoluzione verde’, basata sulla riduzione del tempo di lavoro, sulla re-comunizzazione dei servizi pubblici, sulla riduzione del consumo di materia ed energia, sulla ri-localizzazione della produzione, per il controllo democratico dell’economia, per sistemi energetici decentrati, e con la partecipazione del sindacato nelle mobilitazioni anti-fracking e simili a livello locale di base (Ojanguren Flores et al 2014). La terra di mezzo è occupata da un gran numero di organizzazioni che non hanno ancora elaborato una posizione autonoma sui cambiamenti climatici, come è il caso della World Federation of Trade Unions (che unisce un grande numero di sindacati di tradizione marxista). L’unica menzione esplicita all’ecologia in un rapporto annuale del 2013 proviene dalle deliberazioni del suo secondo meeting di affiliati panafricani, che impegna i membri ‘a lottare attivamente contro le pratiche ecologiche catastrofiche delle multinazionali e dei monopoli’[8]. Dato il ruolo centrale svolto dalla estrazione di minerali nel determinare il cambiamento climatico, con le sue ripercussioni profondamente disuguali, questo è un ottimo punto di partenza per costruire la piattaforma di un sindacato di lotta per una ‘sostenibilità giusta’ a livello globale. Essendo un’organizzazione indipendente molto orientata alle questioni di classe, la WFTU ha la potenzialità di sviluppare una critica radicale del ‘capitalismo verde’ e una forma avanzata di ecologia di classe in grado di posizionalrla in prima linea nella lotta per la giustizia climatica.

    Uscire dalle molteplici crisi che affliggono il mondo di oggi, tanto quella economico-occupazionale che quella ecologica, richiede lasciare completamente andare il Treadmill of Production – cioè l’ideologia e la politica di crescita del PIL illimitata. Ciò che serve è invece una ver rivoluzione ecologica – come teorizzata da Carolyn Merchant: un cambiamento completo nell’organizzazione sociale della produzione, della riproduzione e della coscienza. Un altro modo di lavorare e di vivere, di produrre e distribuire ricchezza, radicato in un lavoro dis-alienato, nel rispetto della vita e nel principio del ‘comune’, deve essere la piattaforma politica su cui costruire la nuova alleanza.

     

    Riferimenti bibliografici

    BARCA, S. (2012), On Working-Class Environmentalism. A Historical and Transnational Overview. Interface. A Journal for and about Social Movements, vol 4 (2), p. 61-80

    BARCA, S. (2014), Workers and environmentalists of the world, unite!, Roar. Reflections on a revolution, June.

    DE MARZO, G. (2012), Anatomia di una rivoluzione, Roma: Castelvecchi.

    DI PIERRI, M., GRECO, L. e FALOCCO, C. (a cura di) (2016), Riconversione: un’utopia concreta, Roma: EDS.

    FEDERICI, S. (2012), Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Verona: Ombre corte.

    GIBSON-GRAHAM, J-K (2006), A Postcapitalist Politics, Minneapolis: University of Minnesota Press

    MERCHANT, C. (1987), The Theoretical Structure of Ecological Revolutions, Environmental Review, vol. 11 (4), p. 265-74

    OJANGUREN FLORES, A., GALÁN SANZ, M. y CARRETERO MIRAMAR, J.L. (2014) El sindicalismo debe estar dispuesto a promover una alternativa global hacia una sociedad poscapitalista. El Ecologista nº 80: http://www.ecologistasenaccion.org/article27798.html

    VIALE, G. (2011), La conversione ecologica, Rimini: NDA.

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    NOTE

    [1]              http://p2pfoundation.net/Main_Page

    [2]              https://snuproject.wordpress.com/about/

    [3]              http://www.interfacejournal.net/

    [4]              http://roarmag.org/

    [5]              Viale (2011); De Marzo (2012); Di Pierri, Greco e Falocco (2016)

    [6]              http://www.bluegreenalliance.org/splash

    [7]              http://www.campaigncc.org/greenjobs per il Regno Unito ehttp://climatejobs.org.za/about/ per il Sud Africa.

    [8]http://www.wftucentral.org/download/documents/documents%20en/2014_01_07%20Report%20of%20Action%202013%20EN%20Small.pdf

     

     

    *Questo articolo è la traduzione italiana di un capitolo dal titolo ‘Labour and climate change. Towards an emancipatory ecological class-consciousness’, pubblicato in Temper L., and Gilbertson T., (a cura di). Refocusing resistance to climate justice: COPing in, COPing out and beyond, Paris, EJOLT report no. 23, 2015. Una traduzione spagnola è stata pubblicata nel n. 50 della rivista “Ecología Política”.

    Stefania Barca – Centro de Estudos Sociais, Universitá di Coimbra e Pufendorf Institute for Advanced Studies, Università di Lund

  • Terzo incontro – “Identità e Redistribuzione” – Audio di Gea Piccardi

    In questo intervento Gea Piccardi si sofferma sui gesti politici e il pensiero socio-economico che hanno fatto uscire il lavoro domestico delle donne dall’invisibilità politica. La dialettica tra produzione (creativa) e riproduzione (naturale) viene riesaminata attraverso l’economia politica femminista sviluppata nel materialismo francese e italiano a partire dagli anni ’70. Quali sono le strategie di sussistenza degli esseri viventi? Chi e cosa ci assicura un posto nella produzione? Su cosa si fonda la produzione capitalistica?

  • Diario della crisi infinita. La crisi come forma permanente di accumulazione e di comando capitalistico

    Da Doppiozero, Cristina Morini attorno all’ultimo libro di Christian Marazzi, Diario della crisi infinita (ombre corte, 2015) (altro…)

  • Fabrice Olivier Dubosc – Il nome del figlio. Diaspore ed ecologia culturale, eredità dei padri

    Fabrice Olivier Dubosc – Il nome del figlio. Diaspore ed ecologia culturale, eredità dei padri

    Fabrice Olivier Dubosc

    Nel desiderio di compensare l’inevitabile logocentrismo della mia relazione ho pensato a un breve incipit musicale che introduce il motivo principale del mio intervento: la generatività e il rapporto creativo con l’ eredità. Il primo brano è tratto da un famoso musical di Broadway e il secondo la sua reinterpretazione al sassofono da parte di un grande interprete della musica afro-americana.

    1. L’ontonomia come legge relazionale

    Dal punto di vista dell’antropologia sociale mi sembra molto problematico disarticolare la ‘funzione paterna’ dalla sua declinazione sociale. L’antropologia sociale ha sottolineato la complessità e varietà di modi in cui i sistemi di parentela e l’ organizzazione sociale, la lingua, le cose e le narrazioni, si articolano per costituire il sentire condiviso di una società. Qualsiasi tentativo di sintesi rischia di essere astratto e etnocentrico. In questa diversità qualcosa però accomuna:  la disarticolazione fa problema. Guardando all’Italia verrebbe da dire che il familismo  – la difesa scorata e rivendicativa dell’orticello familare, del ‘campo’, della propria ‘parte’ – è il sintomo di una disarticolazione che si manifesta ciclicamente sul piano sociale in forme analoghe: derive immunitarie, populismo vittimario, conformismo omologante delle rivendicazioni e anche nella supposta trasgressione di un godimento immediato  e mal appagato, degrado della cittadinanza e della fiducia nella possibilità di co-costruzione della polis. Derive che hanno preso il posto di processi storici di soggettivazione animati da un orizzonte narrativo più vasto. Proporre psicoterapia oggi credo voglia dire proporre psicoterapia critica e psicoterapia degli immaginari e delle pratiche che ci costituiscono e che spesso ci assoggettano. E riflettere anche su come il discorso dell’individualismo liberista tocchi anche le pratiche di una certa psicoterapia ‘adattiva’. Tutto questo riguarda anche la metodologia del conoscere: la fedeltà esclusiva alla propria specializzazione rischia di impoverire le connessioni e la libertà del pensiero. Paradossalmente la ricerca ossessiva delle radici rischia di non accogliere le eredità. Per esempio, dopo Devereux, una parte dell’etnopsichiatria francese ha voluto buttar via l’acqua ‘sporca’ del contesto positivista in cui nasce la psiconanalisi rischiando di liquidare anche i contributi vitali e proteiformi che da essa sono nati. O ancora – per restare nella sfera di interesse legata alla ‘cura’ di padri (e figlie) migranti – in ambito italiano abbiamo una etnopsichiatria ‘critica’, una etnopsichiatria ‘radicale’, una etnopsichiatria ‘sistemica’, una etnopsicologia ‘analitica’, una psicoterapia ‘transculturale’, una tradizione importante di antropologia medica. Nella ricerca della ‘differenza specifica’ di ogni orticello rischiamo non solo di diventare resilienti al dialogo ma di diventare sordi al contributo degli studi post-coloniali, della filosofia, del pensiero femminista, della narratologia, delle neuroscienze, delle prospettive interculturali. Differenze – vertici di osservazioni – finestre sul reale che offrono panorami non sempre assimilabili o unificabili, ma che potrebbero almeno incuriosirci se non diventare deposito e bene comune. Insomma auguriamoci che i saperi vecchi e nuovi non vengano usati come diserbanti immunitari verso i saperi degli altri.

    In molte culture il padre non può nemmeno essere considerato nella sua supposta funzione psichica a prescindere dall’articolazione sociale. Lo psichiatra senegalese Ibrahim Sow diceva per esempio che in Africa un conflitto edipico centrato sul romanzo familiare è inconcepibile. Il conflitto tra generazioni implica sempre una riorganizzazione complessiva degli equilibri sociali. (Sow 1971). In Africa là dove l’autorità relazionale e l’interdipendenza entrano in crisi si moltiplicano i processi per stregoneria e i conflitti tra forme del potere e poteri locali diventano estremi.  Questo ci aiuta a capire perché in un’epoca in cui le logiche post-coloniali fomentano le divisioni etniche, e le logiche del mercato regolano occultamente la protezione armata delle enclavi ricche di risorse la manipolazione delle dinamiche sociali ha trasformato le reti dell’interdipendenza e degli obblighi reciproci, rafforzando i potentati locali in un sistema di clientelarismo al servizio di un principio mortifero di profitto indiscriminato che divora risorse e vita e che ha prolungato le dinamiche coloniali in nuove forme. (Mbembe 2010)

    In una prospettiva di pluralismo critico proverei però a partire da coordinate a noi vicine per individuare alcune polarità relative alla funzione paterna nella ‘fabbricazione’ delle nostre identità culturali. Per poi cercare di capire se possano essere traducibili anche in altre lingue e riconoscibili in altri contesti.

    Una possibile variabile è il rapporto tra funzione paterna e legge. A un estremo abbiamo  un’identificazione con la legge, una vera e propria eccedenza pulsionale, un godimento sadico della legge del taglione. All’altro estremo c’è la via della gratifica immediata in cui la legge del ‘discorso capitalista’  per certi versi ingiunge addirittura il godimento. Gli estremi (Es e Super-Io diceva Freud) si toccano. La via di mezzo è una prospettiva generativa che propone delle tappe per strutturare l’aspirazione e il desiderio a partire dalla relazione e che diventa legge transizionale della parola e della trasmissione.

    Rispetto alla prima polarità possiamo evocare nel diritto romano la patria potestà che indicava il diritto di vita e di morte – vita necisque potestas – del padre sui figli. E’ stato sottolineato da Giorgio Agamben in homo sacer che la figura del padre padrone è un analogo del sovrano. Qui le coordinate di fabbricazione dell’identità richiedono che la sovranità assoluta del pater sia garante di un ethos in cui potere e conquista restano centrali. In questo Levi-Strauss aveva ragione: più aggressivamente una società si pone in termini di conquista, colonizzazione e trasformazione più è intrinsecamente autoritaria e gerarchica. E tuttavia se la figura del sovrano assoluto ha statuto di eccezione essa è tutt’altro che stabile: sia l’osservazione antropologica, che l’analisi delle fiabe – si pensi alla vicenda dei re traditi nelle Mille e una notte –  sottolineano un ritmo di inflazione e crisi che esige una costante rigenerazione simbolica. Dubito che – anche in ambito clinico – lavorare sulla crisi dei sistemi simbolici di parentela e sulle problematiche famigliari senza tenere a mente la crisi dell’economia psico-sociale del sistema Occidente possa bastare. Si rischia di restare impotenti di fronte alle frustrazioni del desiderio insaziabile, mentre il mito salvifico e medicinale del nuovo oggetto alimenta nell’immaginario la solita compulsione a ripetere.

    Le stesse fiabe indicano che il riconoscimento della generatività e genitorialità implica non solo un accoppiamento ma una messa in gioco discorsiva. E che la legge della parola – come mostra Shehrazade – non è prerogativa di genere. (Dubosc 2003)

    La polarità generativa che ci interessa non cede invece sulla creazione di nuovi orizzonti, nel dono di una processualità che già ritroviamo nel racconto di molti miti di creazione e della stessa dimensione rituale.

    Nei miti di creazione Yoruba, per esempio, il dio creatore Oludumare rinuncia alla dialettica tra monismo e dualismo a favore di un’apertura costitutiva al molteplice, a ciò che si manifesta al di là di ogni dicotomia e di ogni ‘già-dato’. In molti di questi miti fondanti ritroviamo un’idea di processualità  che non coincide con quella evolutiva, storicista, hegeliana del progresso infinito della ragione occidentale. E tuttavia  si può cogliere quanto meno una costante narrativa o un’omologia funzionale del pensiero nella ricerca umana di senso di questa prospettiva ricordando la domanda che rappresenta il problema per eccellenza della filosofia greca: «perché e come dall’Uno derivano i molti?» (Reale 2003).

    In ogni caso, tra i contributi degni di nota di queste cosmo-visioni ‘tradizionali’ troviamo in nuce il pluralismo e l’ontonomia, cioé la necessità che ogni persona e ogni essere visibile e invisibile partecipi alla co-creazione, al mantenimento e alla trasformazione del mondo. (Panikkar 2008)

     

    Una bella descrizione di questa posizione la troviamo nel libro di Massimo Recalcati: ‘Il complesso di Telemaco’ (Recalcati 2013):

     

    «Il padre non è un detentore della Legge, non sa quale sia il senso  ultimo del mondo, cosa sia in ultima istanza giusto e ingiusto, ma sa mostrare, attraverso la testimonianza incarnata della sua esistenza che è possibile – è sempre ancora possibile – dare un senso  a questo mondo, dare un senso al giusto e all’ingiusto. Ma [il compito della testimonianza paterna] è anche di trasmettere il desiderio da una generazione all’altra, di trasmettere il senso dell’avvenire: non tutto è già stato, non tutto è già stato visto, non tutto è già stato conosciuto. Ereditare non è solo ricevere un senso del mondo, ma è anche aprire nuovi sensi del mondo, nuovi mondi di senso»

     

    Questa visione tutto sommato politica (nella costruzione di una casa comune)  della funzione paterna come tutela del futuro ben si accorda con i contributi antropologici e sociologici contemporanei che sottolineano come il deposito culturale sia anche risorsa per la costruzione di ciò che ancora non c’è, un aspetto che l’antropologia ha spesso trascurato a favore della visione etnicista della riproduzione del passato. In questa prospettiva la cultura è un po’ come la lingua e la coerenza culturale non è mera ripetizione di singoli aspetti, ma la possibilità di ricombinare il sistema di relazioni simboliche in modo generativo. Naturalmente non si tratta di costruire nuove dicotomie tra culture ‘aperte’ e ‘chiuse’  ma di considerare bene come si intreccino politiche della memoria e dell’oblio e politiche identitarie.

    Vi è del resto tutto un pensiero e progetto di decolonizzazione che rifiuta la centralità dell’appartenenza unica e mette l’accento sull’idea di una «cittadinanza umana originaria» come diceva Fanon, di un patrimonio comune (en-commun diceva Senghor), di un Tout-monde per Edouard Glissant o per sfere di orizzontalità e etica della reciprocità per dirla con Paul Gilroy. Pensiero sintetizzato benissimo da Achille Mbembe: «il sogno di un umanesimo critico fondato prima di tutto sulla partecipazione comune a ciò che ci rende diversi, al di qua degli assoluti!»

     

    1. La falsa dicotomia tra società calde e fredde

     

    Non possiamo evidentemente più accontentarci della dicotomia proposta da Levi-Strauss tra società calde e fredde (Levi-Strauss 1962). Le società calde – e la nostra per Levi-Strauss è paradigmatica – abitano il flusso storico. La loro organizzazione gerarchica sfrutta efficacemente le risorse naturali con scarso rispetto per l’ambiente ma grande capacità di trasformazione. Le società fredde, caratterizzate da semplicità e scarsa gerarchizzazione, sarebbero invece capaci di grande adattamento nella relazione eco-sistemica con l’ambiente ma incapaci di trasformazione. La fedeltà alla struttura inconscia  preserverebbe insomma il ‘buon selvaggio’ dalla processualità storica. In altre parole il padre della società calda sarebbe autoritario e dinamicamente generativo quello delle società fredde saggio e conservatore.  Oggi quasi tutti gli antropologi concordano nel dire che questa geniale dicotomia ha semplificato eccessivamente le cose: per esempio esistono società tradizionali altamente gerarchiche mentre la capacità di trasformazione non è un’esclusiva dell’Occidente, anzi vien da chiedersi in quale misura l’economia psico-sociale del sistema Occidente sia in grado di trasformare le tirannie del desiderio insaziabile, mentre il mito salvifico e medicinale del nuovo oggetto non fa che rinnovare le compulsioni a ripetere.

    Altri antropologi come Clifford Geertz hanno messo in luce che questa semplificazione rischia di non riconoscere i grandi margini di variabilità delle sensibilità culturali. (Geertz 1983) Roger Bastide che è stato il primo antropologo a riconoscere la funzione terapeutica dei culti di possessione (Bastide 1961)  ha anche sottolineato la capacità creatrice e mitopoieica dell’eredità culturale – una traccia desiderante capace di ricreare un orizzonte a partire dall’infranto, capace di ricucire creativamente quel che resta del mondo, il tessuto frammentato di mito e rito che l’esperienza della schiavitù ha dislocato.

    Detto altrimenti, il principio di trasformazione viene messo in moto dall’incontro tra culture e non necessariamente solo nella dinamica con cui le società calde ‘bruciano’ quelle fredde.

    Oggi  la logica del mercato iperliberista sta spingendo l’ethos globale (Gramsci aveva ragione a parlare di egemonia culturale!) verso una sorta di presente contratto, incapace di memoria. Gayatri Spivak sottolineava per esempio che le tribù indigene dell’India vivono in un presente assai più esteso dei suoi studenti alla Columbia University per cui il ‘68 appartiene al passato remoto.

    Con varie sfumature i pensatori post coloniali – africani, antillesi, indiani – hanno messo in luce la connessione tra diaspora e ecologia culturale, cioé una capacità di trasformazione generativa e inclusiva che non si piega allo pseudo-adattamento proposto dai modelli prevalenti di integrazione. Paul Gilroy nel suo The Black Atlanticdescrive le navi degli schiavi come luogo fondante dell’esperienza interculturale e della controcultura della modernità al di fuori di ogni essenzialismo della razza. Anche il camerunense Achille Mbembe ci ricorda che l’epoca della tratta è stata quella «in cui alcuni uomini strappati alla terra, al sangue e al suolo, impararono a immaginare delle comunità al di là dei legami del suolo… ». Uomini senza padri o forse con padri invisibili ma la cui traccia è stata comunque sufficiente a generare orizzonti anche nello sradicamento più totale .

     

    1. Di figlio in padre: l’eredità e le costellazioni

     

    La domanda che qui ci interessa è dunque che cosa possa propiziare la funzione generativa, che cosa possa ampliare il presente, cosa possa propiziare la funzione paterna nella sua funzione di trasmissione aperta alla trasformazione. O forse come immaginare e nominare nuove funzioni che sappiano riconnetterci a quella rete di interdipendenza che include visibile e invisibile. Sapendo però che qualcosa va lasciato andare, e va affidato al futuro non scritto. Federica Giardini ci ha detto oggi che la lingua materna si impara a più riprese. Importanza dunque della nominazione – del nominare e rinominare i concetti e le funzioni. Urge ri-nominare il padre e non confondere la funzione generativa con quella biologica e tanto meno con il patriarcato. Riconoscere il figlio significa scegliere di dare un nome a ciò che ancora non si conosce.  E’ un sì che li trascende ma cui la coppia genitoriale acconsente. Ed è una gestalt che non mi sembra estranea a ciò che è accaduto quando i genitori erano figli, in quell’assunzione di eredità che solo un figlio o una figlia può compiere. Il figlio può diventare padre – colui che sa donare un orizzonte – solo se come figlio ha fatto suo e trasformato l’orizzonte bello o brutto che ha ereditato.

    Come padri siamo infatti ‘figli dei nostri figli’ cioé dell’accettazione di un orizzonte che si apre al di là di quello individuale. Accettare la paternità – o meglio la genitorialità – significa anche accettare di essere orfani al contrario – orfani dei figli che lasciamo andare al futuro, in un orizzonte che va al di là del proprio. E’ questo – non la retorica dell’appartenenza genetica,  ‘carne e sangue’ – che diventa testimonianza appassionata nella memoria del figlio o della figlia. Ma come genitori siamo anche figli del nostro esser stati figli, diventiamo genitori – capaci di testimonianza e trasmissione – se come figli abbiamo elaborato quell’accesso all’eredità che in fondo è concesso solo all’orfano. Ed è una duplice eredità, patri-monio (che potrebbe essere rinominato come il deposito sistemico e discorsivo nelle nostre biografe) e matri-monio (cioé la possibilità incorporata della relazione che apre ed amplia). Anche se le tracce sono esili o negative possono diventare un segnavia..

    Dunque nel momento in cui poniamo la domanda di cosa trapassa in futuro non possiamo non chiederci se come padri non siamo rimandati a nostro essere stati figli ‘sufficientemente buoni’, disposti cioé a farci carico di un’eredità in cui vi è sempre anche una cesura, una parzialità, una differenza, una faglia nella trasmissione, un incompiuto della coscienza.

    Nella prospettiva di questa tavola rotonda, questa assunzione di eredità  si gioca su un duplice versante quello delle migrazioni dei nostri padri e quelle della storia delle migrazioni forzate che già in passato hanno toccato il nostro Paese e le nostre coste. A questo proposito Walter Benjamin aveva coniato l’idea di una ‘costellazione’ di immagini «autenticamente storiche» che sembrano emergere dal passato e congiungersi «fulmineamente» a quelle del presente immagini che ancora ci interpellano e che sono generative di un senso, di una ‘memoria del futuro’ a partire da un’aspirazione non compiuta che tuttora ci parla. Studiare la schiavitù è da questo punto di vista un terreno fertile. Il migrante – come lo schiavo –  oscilla tra la condizione di ‘bandito’, clandestino, escluso dalla città e dalla cittadinanza e quella di schiavo a cui viene concessa la possibilità del riscatto o della manomissione per conversione che oggi si chiama integrazione, ovvero la concessione di alcuni diritti nella misura in cui è possibile ricavare un utilità sociale dalla posizione subalterna di una forza lavoro precaria e disposta ad accettare quasi tutto.

    Una immagine che devo dire mi ha colpito in modo abbastanza fulmineo è la scoperta di un culto brasiliano di Nostra Signora di Lampedusa che veniva venerata nel 1700 dalla omonima confraternita di schiavi neri a Rio del Janeiro… Nel 1600 Da Lampedusa e dalla Sicilia iniziavano a transitare non solo gli schiavi della corsa ma anche quelli della tratta sub sahariana. La Madonna di Lampedusa insieme a San Benedetto da San Fratello e alla Madonna del Rosario divenne loro patrona e ciò spiega come il loro culto sia giunto in Sud America.

    L’immagine che originariamente colpì gli schiavi di passaggio a Lampedusa si trova riprodotta in diversi santuari lampedusani. Il personaggio del quadro, Andrea Anfossi è un marinaio, o forse capitano di un bastimento da corsa. E’ rappresentato su una zattera con le catene ancora ai polsi che alza una tela/vela con l’immagine della Madonna. Era stato catturato dai barbareschi nel 1561 e ridotto in schiavitù per quarant’anni sino a che un giorno i corsari,  sbarcati a Lampedusa per rifornirsi lo mandarono a far legna nei boschidell’isola. E’ lì che, in una nicchia o in una grotta trovò una tela con l’immagine miracolosa. Ricavò allora da un tronco una rudimentaleimbarcazione e dalla tela una vela per fare ritorno nella terra natia.

    La storia di Anfossi, l’immagine della sua liberazione miracolosa dopo una lunga vicenda di schiavitù non riscattata colpì evidentemente l’immaginario di chi si trovava nello stesso caso. Del resto il culto dei santi costituì un importante anello di congiunzione con le rappresentazioni sacre e le personificazioni attive (spiriti, dei, djinn) delle culture d’origine. Il culto mimetico del Rosario e dei santi da parte degli schiavi si collocava nel cuore della tradizione cattolica riuscendo a esprimere e occultare contemporaneamente una connessione immaginale con i rosari divinatori delle tradizioni africane e musulmane, di fatto legittimando uno spazio rituale transazionale protetto nella riconnessione immaginativa con un oggetto attivo, deposito di possibili narrazioni. Questo ci aiuta a capire perché le confraternite di schiavi adottassero come loro funzione principale quella di dare degna sepoltura ai morti dato che le pratiche di sepoltura nelle culture tradizionali fanno parte – come nel caso degli oggetti attivi – della complessa interdipendenza e negoziazione con il mondo invisibile.

    Anche la irmandade della Madonna di Lampedusa, adottata dagli schiavi nella diaspora  – era garante della loro sepoltura. E’ questa scoperta che mi ha particolarmente colpito quando dopo l’ennesimo naufragio di barconi migranti un’ondata di indignazione ha spinto le istituzioni italiane a organizzare una cerimoniosa quanto retorica sepoltura di Stato, dalla quale molti scampati al naufragio sono stati esclusi in quanto ormai trasferiti in altri centri d’ ‘accoglienza’.

    Tuttavia se lo schiavo e il migrante possono avere a che fare con l’esclusione includente, con una doppia assenza (Sayad 1999)  essi hanno anche portato e portano nel mondo una sfumatura ricca di tensione resiliente. Essi sono portatori di un’immagine ‘fulminante’ di ingiustizia (e dunque di tensione verso il suo opposto) che attraversa il tempo e dialoga con il presente in una dinamica  che continua a esprimere un potenziale di redenzione generativo, di riscatto e risveglio. Mi sembra che sia importante decostruire la narrazione sulla vulnerabilità e sul trauma che spesso domina il discorso di accoglienza. Se l’essenza della biopolitica è la gestione differenziale della vulnerabilità (le discriminazioni – o la qualità di un sistema sociale – si valutano meglio proprio quando una persona è vulnerabile, si ammala o è piccola o quando una donna resta incinta e perde il lavoro, quando si invecchia, quando si è ‘clandestini’ eccetera ),  è anche vero che è la vulnerabilità umana ad accomunarci al di là delle barriere culturali.

    La questione cruciale che la questione migrante pone oggi al mondo – ed è una questione ricca di possibili applicazioni cliniche –  è il superamento della figura della vittima Anche dal vertice di osservazione filosofico e femminista ci si è chiesto «vi sono vite «meno degne di lutto» di altre? (Butler 2013) Come mostra bene il film di Giorgio Diritti Un giorno devi andare, una vita degna di lutto è una vita che è stata amata e riconosciuta. La sfida è di uscire dalla retorica del lutto e costruire quel sovrappiù di vita che onora i morti migranti senza fare della loro morte un monumento alla memoria traumatica. Ovviamente se la dimensione umanitaria si sostituisce a quella politica chi viene ‘salvato’ non ha diritto ad avere diritti.

    Fortunatamente siamo anche stati dall’altra parte del muro.  Siamo stati figli migranti e figli di migranti. Proviamo allora a immaginarlo un figlio ancora capace di un presente non immemore, un figlio che rifiuta sia vittimismo che colpa ma non l’onere e la responsabilità di una eredità che non è affatto gloriosa ma costellata di lutti e di trasformazioni incompiute, come pure di aspirazioni e tensioni verso un futuro che il presente non propone. Questa figlia o questo figlio che speriamo cittadino del mondo ma anche capace di generare mondo mi sembra particolarmente incarnata nella figura dello schiavo che rinomina la traccia di ciò che ha lasciato fecondando ciò che trova a portata di mano. E se un tempo la resistenza insita nella creolizzazione era di far capire: ‘sono anche altro’ ad oggi si aggiunge spesso sopratutto nelle voci delle seconde generazioni un ‘non sono solo altro’   La musica è uno dei ‘nuovi sensi del mondo’ con cui i discendenti degli schiavi hanno saputo reagire e resistere al connubio micidiale di terrore e illuminata ragione, di razzismo e modernità. La musica è stata uno dei modi privilegiati per affermare una resistenza e  un’integrità culturale a partire da ciò che sovente è stato più traccia che memoria.

     

    Vi inviterei quindi in conclusione a ascoltare per intero My favourite things – lo straordinario pezzo di John Coltrane di cui abbiamo ascoltato un accenno all’inizio del mio intervento, un pezzo che frammenta, trasforma e ci restituisce immensamente arricchita la canzoncina  di Rogers e Hammerstein cantata da Julie Andrews inThe sound of music.
    Riferimenti bibliografici

    BASTIDE Roger, Les religions africaines au Bresil, Paris 1961

    BUTLER Judith, A chi spetta una buona vita?, Roma 2013

    DUBOSC Fabrice Olivier, Così parlò Sheherazade, trasgressione e conoscenza nelle 1001 Notte, Biblioteca di Vivarium, Milano 2003

    GEERTZ Clifford, Geertz Clifford, ‘From the native point of view’, in Local Knowledge – further essays in interpretative anthropology, New York 1983.

    GILROY Paul, The Black Atlantic, modernity and double consciousness, London 1993

    LEVI-STRAUSS Claude, La Pensée sauvage, Paris 1962

    MBEMBE, Achille, Sortir de la grande nuit, essai sur l’Afrique decolonisée, Paris 2010

    PANIKKAR Raimon Culto e secolarità in Opere Complete IX/1, Milano 2010,

    RECALCATI Massimo, il complesso di Telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre, Milano, 2013

    SAYAD Abdelmalek, La double absence. Des illusions de l’émigré aux souffrances de l’immigré. Paris, 1999

    SOW Ibrahim Les structures anthropologiques de la folie en Afrique Noire – Payot 1978