• La bambina dalle dita di rosa

    La bambina dalle dita di rosa

    di Rossella Caleca

    Alice stava allattando la sua bambina, accoccolata sotto un pesco da cui già pendevano piccoli frutti. La bimba aveva gli occhi chiusi, le guance rosee, una manina circondava l’altro seno ornandolo di un delicato ricamo tono su tono; l’altra poggiava a terra, stringendo una zolla. Greta, avanzando nel frutteto, non ebbe difficoltà a trovarle. Si sorrisero.
    “Stai bene, vedo” disse Greta, sedendosi accanto.
    “Così. Hai visto com’è cresciuta?”
    “È florida. Ben sviluppata, direi, come bambina di due anni e mezzo.”“Gattona velocissima. E cammina spedita, ma solo quando non può farne a meno. Ma non parla.”
    “Dalle tempo. E’ perfettamente in grado di farlo, te l’ho detto.”
    “Greta” le sopracciglia di Alice si strinsero “Lei fa cose. Cose strane.”
    “Tipo cosa?”
    “Tocca. Tocca tutto, ma gli oggetti non le interessano. Impazzisce per le piante, per gli animali.”
    “Non mi sembra strano. Sta crescendo in una fattoria.”
    “Ma lei…distende quelle sue dita, afferra…e ride come se avesse trovato un tesoro. Le piace toccare contemporaneamente persone e animali, animali e piante. Allora ha l’espressione soddisfatta di una bimba che va a spasso tenuta per mano da mamma e papà.”
    “Quelle sue dita…”Cosa ti ho detto quando è nata? Se cominci tu a svalutarla, figuriamoci gli altri.”
    Alice tacque, ricordando il suo terrore alla vista della figlia appena partorita. Gli occhi di Greta sulla piccola urlante, mentre la sollevava. Come riuscirono a nascondere l’anomalia al personale del poliambulatorio, già sopraffatto da altre urgenze. Come entrambe avessero pensato che, in altri tempi, non avrebbero potuto sottrarre la bambina all’assalto dei media; che sarebbe diventata un clamoroso caso di studio. Ma ora quei tempi non c’erano più.
    Alice sospirò.
    “Come vorrei mia madre accanto, ora.”
    “Tutte lo vorremmo.”
    “Tu quando hai perso la tua?”
    “Tra la prima e la seconda pandemia. Ai primi sospetti che tutto stava per ricominciare, e  che sarebbe stato peggio, i miei aveva deciso di partire, anticipando il nuovo lockdown. Ma lo avevano deciso anche molti altri. Morirono entrambi in un incidente.” Greta  guardò l’orizzonte. “Io non ero con loro. Stavo facendo il tirocinio in ospedale, in un’altra città.”
    “La mia è morta durante la seconda. Subito dopo mio padre. Io ancora studiavo.”
    “Che studiavi? Non te l’ho mai chiesto.”
    “Filosofia.”
    “Una Umanista! Ma dovresti essere al Dipartimento Rinascita Culturale. Oppure insegnare. Ci sono sempre più Centri Pluriclasse, anche qui vicino…”
    “No, no. Ero solo al secondo anno. Sto bene qui, e poi al Dipartimento preferiscono i quarantenni. Dicono che ci sia perfino una di cinquant’anni.”
    “Ah, si dicono tante cose. Anche che in India hanno trovato una sopravvissuta di cinquantasei anni. Ma la verità” Greta corrugò la fronte “è che i nostri genitori li abbiamo persi. Tutti. E anche molti nostri amici. Questo mondo, lo stiamo ricostruendo a tentoni.”
    La piccola aprì gli occhi, si staccò, soddisfatta. Greta si avvicinò per farle una carezza, una manina si sollevò, le dita lunghe e  sottili si avvitarono dolcemente al suo pollice.
    “Sembrano viticci” disse Alice.
    “Forse lo sono.”
    “E’ molto attratta dall’acqua. L’altro giorno stava cascando dentro l’abbeveratoio. Si sporgeva dal muretto basso per immergere le mani.”
    “Che dicono gli altri, qui?”
    “Pensano che sia una malformazione. Le vogliono bene. Poi, hanno tutti troppo da fare per farsi domande.”
    Si guardarono, senza dirsi la parola che avevano pensato entrambe: “finora”.
    La bambina teneva con delicatezza un gattino piccolissimo, che emetteva a intervalli deboli versi simili a vagiti. Era seduta tra due filari, nell’orto, mentre Alice raccoglieva pomodori. Un ragazzo si avvicinò portando altre ceste, si mise anche lui a raccogliere.
    “Ciao, sono Alessandro.”
    “Ciao. Sei arrivato ieri, vero?”
    “Sì. Appena assunto dalla cooperativa.” 
    “Sono Alice. Lei è mia figlia, si chiama Aurora.”
    “Bel nome. “Quando mattutina apparve…”
    Alice lo interruppe bruscamente. “Non sei agronomo, tu?”
    Lui sorrise. “Ho studiato biologia. Ho anche fatto il liceo classico. Come molti agronomi, magari.” Osservò la piccola. “Cosa sta facendo?”
    “Abbiamo trovato un gattino abbandonato dalla madre. Le gatte a volte lo fanno. Sembra che stia cercando di tenerlo al caldo. Io gli ho dato un po’ di latte con un contagocce, ma… ” Notò lo sguardo sulle manine. “Forse ti hanno già detto del suo problema.”
    “No. E, qualsiasi cosa sia, non è un problema.”
    Chiacchierarono un po’, raccontandosi da dove venivano, cosa facevano prima. Mentre portavano le ceste sotto la tettoia, Alice pensò che in questo nuovo mondo per indicare il passato, tranne il più recente, si diceva solo “prima”. Anche il futuro si immaginava pieno di “prima”: tutti cercavano di tirare fuori dal “prima” ogni cosa che avesse un senso, per legarla al “dopo”, come Robinson dalle casse recuperate dal relitto della nave naufragata. 
    “Anche il padre di Aurora lavora qui?” Chiese Alessandro, mentre ritornavano nell’orto.
    “No” Alice fissò il suolo. “Lui non ce l’ha fatta. Nella seconda, proprio alla fine.”
    “Mi dispiace.”
    “Aurora nacque sette mesi dopo. Era già ammalato, non lo sapevamo. Io, nessun sintomo. A volte mi chiedo…”
    “Non te lo chiedere. Non c’è risposta.”
    Alice si chiese, stizzita, perché gli avesse fatto quella confidenza.
    Salirono sulla motoape ferma sul vialetto, stringendosi nell’abitacolo. La piccola si sporse a salutare il gattino che zampettava, ancora incerto, nel cortile; le dita si mossero come un piccolo ventaglio senza stoffa.
    “Guido io, eh.” Disse Alice. “Sei sicuro che ci possiamo fermare un po’ alla spiaggia, prima di arrivare al mercato?”
    “Certo. Ci aspettano verso mezzogiorno. La deviazione è breve, non staremo più di due ore.”
    Sulla spiaggia Aurora, munita di cappellino, saltava e rideva, per nulla infastidita dalla sabbia calda. Era ancora presto, ma il calore del sole già riempiva l’aria; il mare era liscio, invitante.
    “Ho paura che si scotti, è così chiara” disse Alice “non sopporta la crema solare che sono riuscita a trovare. Anche i vestiti, a volte cerca di toglierseli. E sai la fatica che facciamo a procurarci le cose. Quello che produciamo in fattoria, invece, la va sempre bene.”
    “Ho notato che ha precise preferenze.”
    Aurora si diresse verso il bagnasciuga.
    “Guarda com’è decisa!”
    La bambina entrò in acqua, continuando ad avanzare in linea retta, con le braccia aperte. In pochi secondi l’acqua le giunse al petto. Alessandro e Alice scattarono in piedi nello stesso momento. Giunse primo Alessandro, sollevò Aurora nel momento in la testa stava per sparire sott’acqua. La bimba sputacchio’, tossì, poi si sporse ancora verso l’acqua, con gridolini di disappunto.
    Alice recuperò un asciugamano, vi avvolse la piccola, sorda alle sue proteste. “Sembrava che non si volesse più fermare. Che volesse abbracciare il mare. Ma che ci ha trovato?”
    “Nel mare? Tu che pensi?”
    Alessandro smise di parlare. Fermo in piedi, osservava la bambina con un sorriso bloccato a metà, come congelato. La bocca continuava a sorridere, gli occhi erano diventati seri.
    “Che ti succede? Sembri lo Stregatto.” 
    “Non so come spiegarlo, Alice. Ma Aurora sente la vita.”
    “Cosa vuoi dire?”
    “Non lo so. E’ come se…cogliesse con le dita i viventi. Sembra che percepisca, in un altro modo, in un modo diverso che non so spiegare, gli organismi, il loro pulsare, il loro divenire. Ed è come se…fosse capace di connetterli. Di legare insieme ciò che vive. Di prendere e dare energia. Creare simbiosi…”
    “Tu sei pazzo.”
    “Non so come, ma lo fa. Riflettici.”
    Alice guardò sua figlia. Le  si chiuse la gola. Ne venne fuori una voce rauca, incerta.
    “Non lo capisco. E’ una cosa enorme, non… una malformazione.”
    “No. Una mutazione. Un nuovo adattamento evolutivo.”
    “Ho paura.”
    Tornarono sulla motoape traballante. Alice e Aurora si erano sistemate sul cassone, tra le cassette di frutta e ortaggi. Alice rifletteva. “E’ una benedizione” pensò. “Una benedizione sconosciuta.” Sentiva  la paura sciogliersi, e trascinare via con sé anche il grumo duro che si teneva dentro da anni. L’incomprensione non dava angoscia, l’oscurità era luminosa.
    “Mamma.”
    La vocetta la fece sobbalzare. Il visetto accaldato di sua figlia era levato verso di lei.
    “Mamma, voglio acqua.”
    “Sì, amore.” Facendo finta di non esultare, Alice versò l’acqua in una tazza, gliela porse. 
    “E ora” aggiunse “assaggiamo un…” allungò un braccio tra le cassette. Ne trasse a caso un frutto.“…Una melagrana.”

    * Immagine in evidenza: Calida Garcia Rawles, The Space in which We Travel, (2019), acrylic on canvas, 84” X 144”


  • Album

    Album

    di Rosa M. Arcuri

  • Nel tempo nascosto

    Nel tempo nascosto

    di Rossella Caleca

    Sono tornata nella casa al mare, la casa della mia infanzia. Sola, e non in estate ma quando non è ancora primavera, per fuggire il contagio di un male imprevisto. Per un soggetto a rischio come me venire qui è sembrata la soluzione migliore, qui sarò al sicuro. Avrò molto tempo per leggere, per pensare. Quando invece la mia vita quotidiana solitamente scorre come un film muto dai movimenti accelerati, in giornate debordanti di impegni e contatti. Resisterò al fermo immagine? Eppure non mi dispiace del tutto, stare in un tempo sospeso. E se fosse il tempo il vero rifugio?

    Ho esplorato la casa e il giardino. Fatico a riconoscere gli oggetti legati alle vacanze, recano l’impronta di giorni affollati, sembra che mi tendano agguati. Ci sono tanti vecchi libri che non aprivo da tanto, li sfoglio, in quelli sì, mi riconosco. Il giardino è diventato una selva. Introvabile un giardiniere, ho cominciato a curarlo io, ma non strapperò nulla, guardo il trifoglio invadente tra palme nane e strelitzie e mi piace così; ritrovo l’odore di terra e di foglie, dove è più umido immergo le mani. La sera parlo coi miei via  computer, le relazioni diventano un verbo senza carne; dei corpi si avverte un’acuta necessità, ma sembra che tra i volti disincarnati passi un’essenzialità necessaria, una nuova più autentica comunicazione. E se è divenuta pericolosa la vicinanza di altri corpi umani, la distanza sta cambiando il modo in cui percepisco il mio corpo, lo spazio in cui si muove, i suoi  confini. Come se andasse oltre l’epidermide.

    Il bel tempo mi minaccia: cielo sereno, mare vicino. E’ proibitissimo uscire per ragioni non legate alla sopravvivenza, ma ho deciso di trasgredire; così aspetto l’ora, dopo pranzo, in cui anche i rari passanti scompaiono, per ritrovare la scorciatoia che dalle case vuote porta all’estremità della spiaggia, tagliata dall’ultimo tratto di un fiume smagrito che forma là un piccolo estuario. I miei piedi ritrovano una sabbia soffice, montata in piccole dune ai limiti del canneto che segue le sponde. Mi piaceva questo posto, dove le acque dolci si mischiano con le salate, quando gli scarichi selvaggi non l’avevano ancora inquinato, assieme al passaggio di campeggiatori e vari frequentatori crepuscolari. Ora però l’acqua tra le dune è tornata limpida. Possibile siano bastate poche settimane di assenza umana per cancellare il danno? Adesso sembra un luogo in trasformazione, pronto ad   accogliere un mondo diverso.

    Arriva  aprile, e non voglio perdere questa primavera. Scendo in spiaggia ogni pomeriggio, resto fino a sera, indisturbata. La sabbia pullula di vita vegetale e animale che  sembra volersi riprendere tutto lo spazio negato, intrecciandosi in nuove trame, e di questo tessuto anch’io sono parte. Con le gambe immerse nell’acqua verde pallido, la schiena appoggiata a una duna, sento il calore planare su di me e osservo: una mantide prega sotto un ciuffo d’erba, una gazza si alza in volo dalle canne, coleotteri metallici seguono dritti la loro via. La mantide mi guarda, mi affiora alle labbra il suo nome in dialetto: “signa”; che significa anche scimmia. Perché? L’altro nome della gazza invece ha un’origine chiara: “carcarazza”; basta sentirla ridere. Un esserino lucido metà lucertola e metà serpente mi fa saltare in aria sgusciando tra i sassi per scomparire rapido: un “tiraciatu”! Mi torna alla mente il nome antico del piccolo rettile, temuto dalle madri che credevano si avvicinasse alle culle dei neonati per bere il latte dalle loro labbra. E le “scuzzarìe”, tartarughe d’acqua: viste da ragazzina, poi mai più. Sono tornate, due, orgogliose coi piccoli puntini gialli sul guscio scuro, più vivi sulle zampe. Chissà se hanno deposto le uova. Intorno, spuntano dalla sabbia ciuffi di foglie eleganti con lunghi steli al centro, conclusi in boccioli grandi, quasi baccelli. Ma di questa pianta non ricordo il nome. Perchè ricordo ora questi nomi, queste storie? Una possibile risposta: è come se quest’espansione biologica trascinasse con sé dal fondo del tempo rapporti dimenticati tra le specie, e li rimettesse al mondo, in nuove articolazioni che mi coinvolgono.  

    Oggi una sorpresa: un ramarro si è fermato a guardarmi, a lungo, di tra i cespugli. Ha la gola di uno smagliante azzurro, in contrasto col verde smeraldo del corpo; incarna il suo nome dimenticato: “guardalòmo”. Poi, fulmineo, sguscia via: penso che sia il suo tempo dell’amore. Sono amore i corpi che si trasformano anziché separarsi e dissolversi, che divengono insieme in un farsi comune, in un abbraccio libero, un abbraccio che si sceglie.  E questo luogo di contatto, di nuove connessioni  è un arazzo che anch’io sto tessendo, di tanti colori quante le specie che si annodano.   

    Ho scoperto, cercando al computer e nei vecchi libri in casa, che le piante dai grandi boccioli si chiamano gigli di mare:  ho un ricordo vago delle  fioriture bianche, li credevo anch’essi sterminati. Invece ora sbucano dappertutto con la forza del loro nome antico, “pancrazio”. Un mito greco li vuole nati da alcune gocce del latte della dea  Hera, cadute sulla sabbia;  sembra che siano loro le bibliche rose di Sharon, citate nel  Cantico dei Cantici. Per tutti i popoli del Mediterraneo erano piante magiche, dalle molte proprietà curative; sono capaci di diffondersi affidando i semi alle onde del mare. Chi sa quando sbocceranno.

    Maggio. Dicono che tra poco si tornerà a circolare liberamente. Invece di esserne contenta, ho paura. Il mio mondo-rifugio tra le dune, comparso dal nulla, sarà facilmente distrutto, potrebbe sparire in un giorno. Insetti e  animali saranno messi in fuga o calpestati, i gigli macinati dalla macchina per pulire la spiaggia, nel vuoto di due linee parallele. Proprio ora che, in anticipo, alcuni fiori bianchi e delicati avevano cominciato ad aprirsi, distendendo sei lunghe dita intorno al calice interno. E ho anche scoperto una pianta più folta delle altre, sul margine del fiume, in un punto in cui sembra essersi concentrato il brulichìo animale, con baccelli grandi e traslucidi come uova.  Almeno questa, la vorrei salvare.

    Ho trovato un altro rifugio per il giglio più grande, in fondo al mio giardino-selva, tra un hibiscus in piena esplosione rossa e alti ciuffi di papiri: un angolo umido, nascosto. Lì preparo il terreno mischiandolo con sabbia.  Se potessi ristabilire qui un riparo  per tutto il groviglio di vite cresciute in questo tempo! All’imbrunire, munita di tutto l’occorrente, come una ladra  mi avvio verso le dune. Con grande cautela, scalzo il terreno sabbioso, scopro i bulbi, li sollevo con delicatezza badando a non fargli male. Lo porto via con me.

    Due giorni al “liberi tutti”. Il giglio si è acclimatato. I baccelli traslucidi splendono sotto la luna. Ho preso l’abitudine  di venire qui la sera e restare fino a notte fonda. Mi raggomitolo e immergo le dita nell’humus, ferma a godermi i profumi e cercare di discernere  i suoni che attraversano la terra, gli schiocchi, i fruscii, i passaggi leggeri dei viventi, il richiamo tenue delle lucciole femmine che ho scoperte in attesa. Stanotte anche dal giglio viene, appena percettibile, un ticchiettìo a intervalli.

    I baccelli sembrano pulsare in lievi movimenti regolari. 

    All’alba il primo si schiude: tra le dita bianche compare una membrana mobile, opalina; a poco a poco si apre su una pupilla stretta in un’iride verde.  

  • Un refugium fatto di storie

    Un refugium fatto di storie

    di Martina Di Claudio


    *Tutte le citazioni presenti sono tratte dal libro di Donna Haraway, “Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto”, Nero, 2019

    “Anna Tsing suggerisce che il punto di flesso tra l’Olocene e l’Antropocene potrebbe essere la distruzione dei refugia a partire dai quali un giorno potranno riformarsi assemblaggi di specie diverse.” p.144 Qual è stato il mio refugium durante i mesi di lockdown? Verso quale spazio, luogo, dimensione ero tesa a protendere nella fase dell’attesa prima, diventando la frontiera da attraversare poi, quando è diventato sempre più evidente che la pandemia di Covid 19 avrà come improrogabile lascito quello di aver declinato a tutti i livelli la grande urgenza della contemporaneità, ovvero “la distruzione di luoghi e momenti per gli umani e tutte le creature” p.144,“in cui assistiamo non solo alla morte cruenta e superflua dell’esistere e del progredire, ma anche a una necessaria rinascita”. p.13?

    Mi sono interrogata a lungo; ho attraversato immagini, intuizioni, ispirazioni. Il mio refugium altro non può essere che questo master. Questa realtà fatta di soggettività, storie, ricerca, studio, scambio…pensiero. Una ragnatela di alleanze che ha saputo trasformarsi per continuare a trasformare. “Per vivere e morire bene da creature mortali nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature alfine di ricostruire luoghi di rifugio, solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici.” p.146

    Il mio percorso di decostruzione di paradigmi antropocentrici verso pratiche di mondeggiamenti sinctonici e simpoietici non so nemmeno se è cominciato; ma certamente si figura come una possibilità. La possibilità che questa ragnatela di alleanze – che ho scoperto attraverso il master e che è, a tutti gli effetti, la mia primissima esperienza di pratica femminista – costruisce e mi suggerisce. “Le femministe sono state le prime a sciogliere i presunti legami naturali e necessari tra sessualità e genere, razza e sesso, razza e nazione, classe e razza, genere e morfologia, sesso e riproduzione, persone che riproducono e persone che compongono. (…) è tempo che le femministe prendano le redini dell’immaginazione, della teoria e dell’azione per sciogliere ogni vincolo tra genealogia e parentela, e tra parentela e specie. (…) Dobbiamo generare parentele in sinctonia e simpoiesi.” p.147

    “L’obiettivo è generare parentele – fare kin – attraverso delle connessioni inventive (…) e ricostruire luoghi di quiete.” p.13 “(…) generare parentele di natura imprevista. Questo significa aprirsi a collaborazioni inaspettate, essere pronti a far parte di caldi cumuli di compost.” p.17 Come già mi è capitato di esprimere in uno dei nostri incontri a distanza che segnano le tappe di un viaggio fatto comunque insieme, l’orizzonte entro il quale sviluppo le mie riflessioni e connessioni è ancora strettamente legato alla dimensione interumana. Ma se è vero che “(…) è importante capire quali storie raccontiamo per raccontare altre storie; è importante capire quali nodi annodano nodi, quali pensieri pensano pensieri, quali descrizioni descrivono descrizioni, quali legami intrecciano legami. È importante sapere quali storie creano mondi, quali mondi creano storie” p.27, sono pronta a lasciarmi attraversare da tutte le trasformazioni che potrebbero scaturire da questa pratica femminista “di pensiero e di creazione” p.30. che in questo spazio mondeggiante del master si compone anche di narrazioni. 

    “Ci relazioniamo, conosciamo, pensiamo e mondeggiamo, raccontiamo storie attraverso altre storie e insieme ad altre storie, altri mondi, altre conoscenze, altri pensieri, altri desideri.” p.140 Raccontare storie, ricostruire le storie, sperimentare la conoscenza attraverso le storie, esplorare le storie attraverso il racconto sono pratiche che appartengono alla mia storia. La laurea magistrale in Storia, la passione verso la Storia orale scoperta attraverso i corsi universitari della professoressa Maria Rosaria Stabili e gli approfondimenti che ne sono scaturiti, costituiscono il retroterra che mi accompagna fin qui, nonché il nucleo costitutivo della mia personale “sporta del narratore”. 

    “Ben presto i compostisti di New Gauley scoprirono che raccontare storie era la pratica più efficace per confortare, ispirare, incoraggiare la memoria, consigliare, compatire, compiangere e con-divenire insieme all’altro in tutte le sue differenze, speranze e paure. (…) L’arte di raccontare storie era quindi il seme migliore per i compostisti, e Camille 1 fu svezzata con i racconti” p.172

  • Note sulla performatività del dominio

    Note sulla performatività del dominio

    di Liana Borghi

    Una versione di queste note, letta come introduzione al convegno del 27-29 settembre 2019 del Giardino dei Ciliegi, è postata sul sito www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it dove si trovano anche le osservazioni di Clotilde Barbarulli e mie sul percorso che ci ha portate a riproporre il tema del Dominio. Poiché alcuni temi condivisi in autunno con le partecipanti al Master sulle Politiche di Genere di Roma Tre diretto da Federica Giardini, e con le organizzatrici del Modulo Arti – Ilenia Caleo e Isabella Pinto -, e del Modulo Scienze (Bologna) – Angela Balzano – sono confluiti in questo testo,  lo condivido ringraziando. 

    Power is what I like best in the world. 
    The struggle is everyday not to use it [1]
    Caryl Churchill, A Mouthful of Birds, 3.


    Questo convegno ha preso forma, per così dire, dalla necessità di tradurre la parola inglese “mastery” nel saggio Unthinking Mastery. Dehumanism and Decolonial Entanglements (Duke 2017) — un concetto che l’autrice canadese Julietta Singh situa su una soglia material-semiotica, tra materia e narrazione, analizzando il rapporto tra potere e dominio in espressioni quali violenza, violenza epistemica condivisa, l’assenso/dissenso al potere, il rapporto tra etica morale e dover essere. Singh si chiede come contrastare potere e dominio, come resistere, come sottrarsi – anche attraverso il fallimento, l‘insuccesso, la disfatta, la rinuncia, il dissenso, o whatever: cioè attraverso qualsiasi altra performance possibile o immaginabile che indaghi disaffezioni, sottrazioni, dis-identificazioni, de-oggettivazioni utili a resistere e contrastare il dominio dell’umano – temi spesso affrontati al Giardino, che ogni volta si ripresentano.

    Così, per un riconoscimento genealogico nostro, oltre che linguistico – perché mastery deriva dal francese maitrise, traducibile con dominio, controllo, padronanza, maestria, maestranza, competenza, ambiti del fare e del sapere – “dominio” è rimasto nel titolo del convegno includendo ogni forma di dominazione. Nel cerchio vuoto/pieno usato come immagine del nostro convegno, i progetti strategici di classi dominanti emergono insieme ad altre possibili definizioni di situazioni, nodi, emergenze in un tempo-spazio che non è solo la nostra esperienza di vita e di realtà. Dato che in matematica il dominio “è l’insieme su cui è definita la funzione, ossia l’insieme di partenza sui cui elementi ha senso valutare la funzione”,[2]  ci sembra che la funzione di questo convegno possa essere quella di condividere la proposizione di creare un campo di forze potenzialmente avventurose e speculative per produrre (e non solo ri-produrre) domande (e non solo risposte).

    E perché performatività? Come sappiamo, il concetto di performatività è parte della teoria degli atti di locuzione di J.L. Austin (le parole posso fare cose; la comunicazione è un’azione), teoria rivista da Jacques Derrida (1972/1988; come qualità del linguaggio) ed applicata al genere da Judith Butler dal 1990  (in quanto apparato che produce attraverso l’iterazione la differenza sessuale all’interno del sistema eteronormativo). Possiamo definire la performatività sia una qualità del linguaggio che viene messo in atto dal corpo, sia uno stile non verbale della carne; una pratica discorsiva che si trasforma in un fare con complesse applicazioni e concatenazioni materiali non ristrette all’ambito sociale: una pratica corporea e socioculturale.[3] Rispetto al dominio, la performatività definisce un processo attivo, dialettico e continuo di dominazione che costruisce discorsivamente individui, società, beni e natura. Nell’ottica transdiscipinare della performatività, il dominio può essere considerato la citazione coatta di norme che si replicano nella reiterazione a largo raggio, individualmente, socio-culturalmente, e politicamente, attraverso tecniche di interpellazione, riconoscimento e identificazione.

    Inoltre, nella riflessione di Ilenia Caleo su come non ridurre la categoria di performance e di performativo entro un’agibilità solo linguistica o epistemologica,  le diverse figurazioni attive nel pensiero materialista femminista offrono una possibile revisione generativa della performatività, “una potente contro-teoria della rappresentazione” capace di attraversare simultaneamente l’estetico e il politico[4]. Nella rielaborazione materialista e post-umana della filosofa Karen Barad (2007-2018), la performatività riguarda la struttura profonda del mondo; il modo in cui si performa l’intra-attività agenziale di tutta la materia. Barad la usa come “reticolo di diffrazione per leggere in modo incrociato alcuni importanti concetti provenienti dagli studi femministi, queer e scientifici”; la usa come tecnica per destabilizzare i confini tra discorso e materia, tra umano e nonumano; la usa per interrogare il carattere discorsivo e descrittivo di certe entità — come può essere il caso della parola “dominio”, figura di un processo multidirezionale che opera attraverso pratiche material-discorsive, come anche affettività, disciplina e controllo.

    In quest’ottica quindi anche il dominio partecipa alla riconfigurazione materiale del mondo attraverso pratiche materiali e discorsive, apparati di produzione corporea e fenomeni. La performatività  riguarda il modo in cui il dominio consiste nelle pratiche che lo creano e nelle soggettività incarnate che produce, il modo in cui si manifesta, rivela, performa, applica, dispensa, trasmette, riproduce, archivia e perpetua i meccanismi e i dispositivi di potere; riguarda la sua mobilità e ubiquità: in luoghi, pratiche corporee, confini, limiti, occupazioni, parole, tecnologie digitali e informatiche; riguarda l’ambito degli affetti: la definizione e istituzionalizzazione dei rapporti tra umani e non; sesso e genere;  comportamenti sociali; violenza, razzismo, maschilità e femminilità; riguarda le teorizzazioni del dominio di ogni genere e tempo, che condizionano il dis/pensare e il  de/costruire la nostra implicazione nei dispositivi egemonici che ci riguardano, situano, controllano, ingenerano e ri/producono. Evidenza della performatività di un cattivo uso del dominio è l’antropocene.

    Nel linguaggio politico anarchico, il termine ‘dominio’ indica il paradigma che governa rapporti micro e macro-politici e serve come concetto generico per vari aspetti coercitivi del sistema sociale — che controllano, sfruttano, umiliano, discriminano, ecc., persone e gruppi – le cui dinamiche gli anarchici cercano di scoprire, sfidare ed erodere, associandole sempre al discorso della resistenza.[5] Nell’analitica di Foucault (1982), sebbene il potere non coincida con il dominio, “il biopotere costruisce corpi, desideri e modalità della vita… attraverso un’organizzazione reticolare, un campo relazionale molteplice ed eterogeneo” dove il sapere è un modo per sorvegliare, assoggettare e controllare.[6] Lavorando sulla scia delle società disciplinari di Foucault, Deleuze definisce un nuovo regime di dominazione chiamato società del controllo che “non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti”: una società rizomatica e anti-struttura che ormai conosciamo intimamente, un liberismo super-produttivo dove vigono molteplicità e non-organizzazione, e dove la sorveglianza telematica invade ogni realtà, raccogliendo informazioni che trasforma in algoritmi:[7] una prevista “informatica del dominio”.

    Il concetto di habitus nel saggio sul Dominio maschile di Bourdieu riguarda la generale ottemperanza volontaria che regge lo status quo (per noi “eteropatriarcale”) e si costruisce imponendo con violenza epistemica e simbolica disposizioni sociali arbitrarie ma legittimate, che somatizzano i rapporti sociali del dominio maschile sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni che strutturano il consenso. “Inscritto nelle cose, l’ordine maschile si inscrive anche nei corpi attraverso le ingiunzioni tacite che la routine delle divisioni del lavoro o dei riti, collettivi o privati, comportano”, scrive.[8]

    Lo scrittore attivista uruguaiano Raúl Zibechi condivide l’analisi del dominio maschile sulle donne con l’antropologa e femminista argentina Rita Segato. Si tratta di un “mandato di mascolinità” che consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover provare di essere maschi, di possedere forza e potere fisico, intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in mandato di violenza, parte costitutiva del dominio che si estende alla guerra contro i popoli:

    una guerra coloniale per appropriarsi dei beni comuni, il che presuppone l’azzeramento di quelle parti di umanità che si oppongono al furto di quei beni, sia perché ci vivono sopra, sia perché oppongono resistenza alla spoliazione, o semplicemente perché ‘avanzano’, nel senso che non sono necessari all’accumulazione di ricchezza[9].

    Ma nel “Manifesto in quattro temi”, Segato pone l’ordine patriarcale basato sul genere come “fondamento e centro di gravità di ogni forma di potere, cemento e pedagogia di violenza …, e misoginia omofobica e transfobica della tarda modernità”. Sintomo della sfrenata espansione del patriarcato nella sua nuova forma di dominio e controllo sulla vita è la ‘pedagogia della crudeltà’ a cui accennava Clotilde Barbarulli nell’intervento al nostro convegno sul DE (2018), usata da Segato per descrivere le modalità di rifeudalizzazione degli spazi comuni in Sud America, tra cui il “femigenocidio” e lo stupro.

    Studi femministi hanno molto discusso sul patriarcato come causa prima o come concausa dell’oppressione delle donne [Valerie Solanas, Monique Wittig, Schulamith Firestone, Audre Lorde, tra tante…], spesso criticandone la presunta universalità e ubiquità (per Butler si tratta piuttosto di un insieme di poteri disciplinari e regolatori). Il femminismo radicale ha analizzato soprattutto l’obbligatorietà dell’eterosessualità nei sistemi patriarcali. Per Monique Wittig l’eterosessualità obbligata è un regime politico, e nel queer di Eve Sedgwick l’omofobia è un divieto strutturale del regime eteropatriarcale (3). Anche Federico Zappino, nel suo libro più recente, ci invita a lottare compatt* contro il regime sociale eterosessuale fondato sul dominio, “un modo di produzione” di disuguaglianze, di uomini e donne (26, 29).

    Julietta Singh, cerca rimedi sia al fatto che il dominio è ovunque, sia alla tentazione di smantellarlo attraverso facili inversioni binarie che purtroppo producono altre forme di  dominio — anticoloniale rispetto al coloniale, per esempio — e ricorda che   sebbene  per Frantz Fanon la violenza contro il potere sia necessaria, mentre per Gandhi è essenziale la nonviolenza per fare emergere un soggetto veramente libero, la  loro critica al dominio coloniale non ha evitato di produrre nuovi soggetti dominatori; ha solo invertito il binarismo dominante-dominato (Singh: 24).   

    Ma l’habitus sovranista va contrastato, magari attraverso una lettura vulnerabile dell’umanità, nell’ottica di quelli che vengono esclusi dall’appartenenza, usando una metodologia erede di formulazioni decostruttive cruciali, come l’epistemologia della liberazione della filosofa giamaicana Sylvia Wynter, con la sua distinzione tra umano e Uomo, e con il concetto di “solidarietà deumanista”.  Il deumanismo secondo Singh, si propone di togliere all’umano il suo primato usando “una pratica di recupero per strappare via le fondamenta violente (sempre strutturali e ideologiche) del dominio coloniale e neocoloniale che continua a rendere alcuni più umani degli altri” (Singh: 17). Per poter leggere altrimenti l’umanismo e “portare il postumano in conversazione critica con il decoloniale”, Singh si affida – e non è sola — all’utopico deumanesimo queer di José Esteban Muñoz, al suo desiderio di “toccare l’inumanità” (209) dove un soggetto non Umano, deumanizzato, sottratto al fare-mondo imperiale, può decostruire l’Uomo, immaginare altrimenti, e produrre a sua volta nuove agentività con altre modalità di spossessare l’umano che è in noi. [10]

    Anche la ricerca post-qualitativa del neomaterialismo e del post-umanesimo contesta il dominio antropocentrico, il cui progetto di controllare e mercificare ogni forma di vita – persino il codice genetico è un capitale – sta avendo gli effetti nefasti che conosciamo. Il privilegio umano del sapere criticato da Bourdieu – e situato, soggiogato, limitato al punto di vista anche da scienziate femministe – deve essere drasticamente riconsiderato: è necessario tornare a un realismo critico e speculativo, materiale, interdisciplinare, correlazionista in ascolto di oggetti non-umani, macchine, materia. La ricerca non rappresentazionale[11] lavora non sul primato dominante del soggetto umano sull’oggetto, ma sulla corrispondenza con ogni forma di materia, analizzando i dati in base a differenze non gerarchiche, usando metodi performativi che intra-agiscono con il mondo; cercando risposte a domande, problemi, interventi anche individuali. 

    Per Donna Haraway è necessario riconoscere una giustizia multispecie e la necessità del pensiero tentacolare (Chthulucene) che oltrepassa il letale discorso antropocentrico.

    La terra… contiene una miriade di temporalità, spazialità e miriadi di entità-assemblaggi intra-attive — incluso l’oltre-umano, altr-umano, inumano e umano-come-humus. Un modo per vivere e morire bene come esseri mortali nello Chthulucene è unire le forze per ricostruire rifugi, rendere possibile il recupero e la ricomposizione parziale e solida, biologico-culturale-politico-tecnologica, che contenga il lutto per perdite irrecuperabili.[12]

    Ma “l’imperialismo umano non riconosce il nostro incapsulamento in un assemblaggio natural-cultural-tecnologico” – non riconosce, come dice Jane Bennett,[13]   i nostri raggruppamenti fatti di elementi diversi e di materia vibrante, né riconosce – come hanno spiegato Donna Haraway e Karen Barad – che l’efficacia vitale della nostra agentività dipende dal potere di fare differenze che creano differenza. Eppure è ovvio che siamo parte di un massiccio e complesso assemblaggio di materia viva e interconnessa, sorgente di un vitalismo fatto di energia materiale e del “potere delle cose” (matter-energy, thing-power).  L’agentività è sempre un assemblaggio, le parole sono attanti, le cose esercitano il loro potere su di noi, e in un assemblaggio la componente individuale non possiede sovranità. Dato che l’imperialismo umano col suo motto “asso piglia tutto” provoca la distruzione ecologica, è necessario rifiutare il primato antropologico, afferma Bruno Latour; dobbiamo rendere le persone responsabili dei loro effetti letali sulle infrastrutture ambientali.

    Non lontana da questa posizione, la politologa femminista Françoise Vergès, originaria dell’isola di Riunione nell’Oceano Indiano, che ora vive in Francia occupandosi attivamente del Femminismo Nero, osserva però che le teorie dell’Antropocene non tengono conto di come la distribuzione della catastrofe climatica si colleghi a razzismo e imperialismo.  “Dobbiamo rinnovare i modi di raccontare l’alienazione e la violenza inscritte nelle relazioni strategiche del potere e della produzione dalla modernità”, dice, e si chiede:

    Quale metodologia è necessaria per scrivere una storia dell’ambiente che includa la schiavitù, l’imperialismo e il capitalismo razziale dal punto di vista di quelli che sono stati resi oggetti di commercio “a basso costo”, i loro corpi oggetti rinnovabili attraverso guerre, cattura, schiavitù, fabbricati come gente usa-e-getta, la cui vita non importa?[14]

    Il Femminismo Nero, sia quello Nord-Americano sia quello europeo,[15] ritorna sempre a quell’apparato coloniale di violenza totale che è il dominio schiavista dove, secondo la critica afroamericana Hortense Spillers, il corpo nero non aveva genere. Al grado zero di concettualizzazione sociale, prima del “corpo” viene la “carne”, oggetto di scambio e mercato, e quindi la carne di una femmina nera non ha genere (66). Poiché nel mandato egemonico del dominio l’ordine simbolico è impegnato a mantenere la supremazia della razza e la legalità dell’ordine famigliare bianco, nel sanzionato traffico di corpi femminili “nudi e crudi” non c’è posto per la significazione e rappresentazione del genere – così come nelle narrative delle navi negriere non c’è posto per la contro-narrativa della domesticità socialmente collegata alla donna bianca del colonialismo. Ma c’è anche una forma di dominio epistemico a cui bisogna resistere, scrivono Akwugo Emejulu e  Francesca Sobande dai punti di vista di immigrate inglesi:

    Le donne Nere in Europa devono lottare per la nostra umanità e simultaneamente negoziare i discorsi delle politiche intersezionali di razza e genere del dominante femminismo Nero nord-americano che rendono difficile nominare e agire in base alle nostre particolari esperienze di razza, genere e classe in un contesto europeo (4-5).

    In uno degli eventi organizzati tra New York e Parigi dal collettivo americano Sojourner,[16] che ha il progetto di teorizzare su circostanze e pericoli della Nerezza e sulla vulnerabilità dei corpi Neri, alcune studiose — tra cui cito solo Françoise Vergès, Rizvana Bradlley, Gayatri Spivak, Tina Campt, Saidiya Hartman,  Christina Sharpe e Denise Da Silva — si confrontano sul nuovo soggetto decoloniale del Futurismo Nero: su come confrontare l’anti-Nerezza/l’anti-Blackness; ripensare il mondo a partire dal Nero per fomentare una controrivoluzione globale che non chieda emancipazione ma che dia libertà. Intrecciano cronologie per mostrare come la razza continui a essere l’apparato etico-giuridico congegnato per garantire all’impero libero accesso a risorse, corpi e terre; la colonialità continua a essere presente in ogni aspetto del capitalismo.

    La storica dell’arte Rizvana Bradley confronta il disagio che anche lei sente verso la bianchezza e verso un ordine sociale dominante dove si usano precarietà e violenza per screditare la soggettività dei non bianchi rendendoli illeggibili e invisibili.   Alla ricerca di registri affettivi capaci di cogliere la temporalità della Nerezza, Bradley e le altre si ricollegano al saggio del 2016 di un’altra studiosa presente, la canadese Christina Sharpe, In the Wake. On Blackness and Being, [Nella scia: sulla Nerezza e l’essere]. Wake in inglese indica sia la scia della nave sia la veglia funebre. La nave, cronotopo dell’Atlantico Nero nello studio canonico di Paul Gilroy, è il loro oggetto paradigmatico: un simbolo di salvezza e pericolo, mezzo di trasporto per i passaggi transnazionali, gli attraversamenti mediterranei e oceanici, per migrazioni ed esilio, accumulazione di capitale, e commercio di schiavi che costituiscono ciascuno un capitale industriale. Il saggio di Sharpe è dedicato all’ “ortografia”, alla teoria e metodo di lettura della scia funesta lasciata dal trasporto in schiavitù, e al trauma continuamente sofferto dai sopravvissuti. Attraverso la “semiotica della nave negriera” Sharpe evoca le imbarcazioni storiche e contemporanee che hanno partecipato alla soggiogazione, allo sfruttamento e all’assassinio di persone Nere. Il passaggio in mare nelle imbarcazioni è un evento che per la sua ricorrenza dimostra la non linearità del tempo, scandisce una storia stratificata nel cumulo dei secoli, una storia dove la speranza di un nuovo comunismo comunitario si riduce al trasporto del capitale globale e alla morte.[17]

    Anche per la filosofa afrobrasiliana Denise Ferreira Da Silva l’elemento paradigmatico fondamentale del nostro tempo sono i corpi persi in mare, il passato di schiavi e i genocidi che in un omogeneo entanglement temporale collegano i nostri migranti mediterranei con gli schiavi trasportati sull’Atlantico nero.  Da Silva cita la mostra di un artista inglese molto noto, Hew Locke — figlio di uno scultore guyanese e di una pittrice inglese, nato in Scozia e cresciuto in Guyana – la cui installazione del 2016 a New York, titolata The Wine Dark Sea [Il mare colore del vino] mostra 34 barche e navi sospese per creare una flottiglia a livello degli spettatori.  Prendendo il titolo dall’Odissea di Omero, il lavoro di Locke coinvolge imbarcazioni storiche e contemporanee come simbolo sia di speranza e prosperità che di oppressione e povertà.  La sua istallazione si rivolge a visitatori per i quali migrazione e dislocamento hanno radici profonde nella storia di famiglia.

    Hew Loche, The Wine Dark Sea, 2016

    Per Denise Da Silva,[18] la razza è “il più importante concetto etico-giuridico del presente globale” (2016) attraverso il quale la logica del dominio costruisce le interfacce multiple di corpi, istituzioni, ambiente, natura. Muovendosi nell’ambito del neo-materialismo, e attingendo alla meccanica quantistica, Da Silva esamina quelli che considera i tre presupposti lineari del dominio coloniale: presupposti fondamentali della grammatica razziale moderna — separazione, determinazione e sequenzialità che si traducono in identità, nazione, etnia, genere.  A questo “mondo ordinato” della colonizzazione neoliberista globale, Da Silva contrappone la visione di un “mondo correlato” animato dal pensiero posizionale, frattalico e poetico del futurismo Nero – dove il termine “poethico” riassume l’entanglement di poetica, etica e politica; mentre il termine “frattalico” sta per immanente, scalare, abbondante, indeterminato: una composizione contingente e complessa di singolarità intrecciate. Sta per una poethica femminista Nera che si occupa della materia grezza, cruda, quella materia che è stata appropriata (estratta, violata) ma non del tutto obliterata, … simile alla “carne” di Hortense Spillers. Questa Cosa, cruda e grezza in quanto referente dell’indeterminazione quantica (∞ − ∞), oppure in quanto materia prima, afferma la capacità della Nerezza di liberare l’immaginazione dal pugno del soggetto bianco e delle sue forme. Ma si tratta solo di un inizio per un pensiero capace di contemplare insieme virtualità e attualità.

    Un altro testo di Da Silva mi ha fatto ripensare al discorso, ricorrente e condiviso nel Futurismo Nero, sulla costruzione di corpi, ambiente e natura da parte dei poteri dominanti.

    In un saggio intitolato “Corpus infinitum”, Da Silva commenta una mostra e un film di Carlos Motta, artista di New York con origini colombiane, che si occupa di comunità e identità marginali. In Portogallo, facendo ricerca in resoconti ufficiali, Motta scopre negli archivi dell’Inquisizione, il processo del 1731 a uno schiavo nero sodomita. Questo soggetto imprevisto scompagina il filo dei discorsi dell’architettura giuridica ecclesiastica che produce soggetti razziali, coloniali, religiosi, ma non un’analisi intrecciata di sessualità e razza che definisca il corpo di un subalterno sessuale.  José Francisco Pereira disturba la continuità storica e discorsiva della costruzione coerente di chi la Santa Inquisizione prevede possa essere condannato a morte, quindi Pereira non morirà come schiavo nero sodomita, ma infine morirà come eretico, perché possiede un sacchetto di amuleti (bolsas de mandinga), considerati non reperti antropologici, ma strumenti diabolici.

    Le riflessioni di Motta e Da Silva sulla costruzione dei corpi nella storia mi ricollegano alla mostra 3x3x6, allestita per la biennale di Venezia di quest’anno al Palazzo delle Prigioni (dove Casanova fu rinchiuso nel 1755—il processo a Pereira è del 1731). L’istallazione su quattro stanze è stata creata dall’artista multimediale Shu Lea Cheang — originaria di Taiwan che vive a Parigi — in collaborazione con il filosofo spagnolo Paul B. Preciado.  Si tratta di una installazione a interfacce multiple; di una narrativa trans-cronologica sulla costruzione e normalizzazione della soggettività sessuale da parte di regimi che hanno usato e usano tecnologie di confinamento e controllo, in transizione da una società organica e industriale a una società informatica e polimorfa con nuovi sistemi di dominio e con architetture disciplinari che qui vanno dal Panopticon, carcere progettato  dai fratelli Bentham nel 1786, fino agli onnipresenti sistemi di  sorveglianza high tech della società contemporanea — nei casi di prigionia per non conformità di genere, sesso e razza tra cui  Casanova (ai Piombi nel 1755), de Sade (32 anni in carcere ma alla Bastiglia nel 1785),  e Foucault (incarcerato in Polonia nel 1959).[19]

    Shu Lea Cheang, 3x3x6, Venice Biennale 2019

    Questa scansione temporale dell’identità di genere mi riporta a chiudere con la domanda di Gayatri Spivak al discorso inaugurale dell’Academy of Unlearning (Vienna 2017): “Che ore sono all’orologio del mondo?”

    La visione del tempo sovrapposto delle migrazioni ricorrente nel Futurismo Nero, richiama le osservazioni di Karen Barad sull’etica dell’ entanglement e i nostri obblighi verso il  passato-futuro considerando la natura unilineare del tempo (251/265)[20], un dominio spettrale dove vita e morte convivono e si manifestano entangled, inseparabili – dove il “golden spike”, il chiodo d’oro che congiunge il mondo nel 1492 convive con tutte le storie intrecciate del colonialismo,  dentro l’apocalisse nucleare e le condizioni climatiche del capitalocene collegate al progresso tecnologico e alla globalizzazione neoliberista. Nella scala della materia e nella scala del tempo, passato e presente non si possono separare. Per Barad il mondo funziona sotto il dominio dell’orologio atomico, “il suo tempo è sincronizzato a un futuro Senza Futuro” – quello della dissoluzione. L’imperialismo è un progetto primo-mondista totalizzante e universalista, eppure una pratica materiale collegata al complesso industriale-materiale — la fisica quantistica — potrebbe offrire speranze di cambiamento dentro i sistemi egemonici di dominio, inquietando la totalità e la chiusura attraverso l’indeterminazione. Potrebbe—

    Riferimenti bibliografici

    Akwugo Emejulu e  Francesca Sobande, a cura di,  To Exist Is to Resist: Black Feminism in Europe. London, Pluto Press, 2019. 

    Barad, Karen, “Troubling time/s and ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations: a journal of culture/theory/ politics, 92.05.2017: 56-86.

    —. Performatività della natura. Quanto e queer. Introd. Elena Bougleux. ETS, Pisa 2017.

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    —. “Fractal Thinking”, 27 aprile 2016 https://accessions.org/article2/fractal-thinking/

    —. “Corpus infinitum” re Corpus Fechado di Carlos Motta, 2018; —. Speculations on a Transformative Theory of Justice, Contour Biennale, 11 aprile 2017. <http://hearings.contour8.be/2017/04/11/speculations-transformative-theory-justice/>.

    —. “1 (life) ÷ 0 (blackness) = ∞ − ∞ or ∞ / ∞: On Matter Beyond the Equation of Value”, Journal#79, febbraio 2017, <e-flux.com>.

    —. “In the Raw”, Journal#93, settembre 2018, <e-flux.com>.

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    Zappino, Federico, Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità, Meltemi, Milano, 2019.


    [1] Trad:  Il potere è cosa mi piace di più al mondo/la lotta per non usarlo ogni giorno.

    [2] https://www.youmath.it/…funzioni…

    [3] Douglas Robinson, Performative Linguistics: Speaking and Translating as Doing Things with Words. Routledge, London 2003.

    [4] Ilenia Caleo,  “Dentro le turbolenze espressive della materia”, Bodymetrics. La misura dei corpi. Quaderno1, Natura/cultura/ artificio, a cura di EcoPol/Ilenia Caleo, IAPh Italia, Roma 2018, on  line.

    [5]  Uri Gordon, Anarchy Alive! Pluto Press, London 2008: 32.

    [6] Cito la lettura di Foucault di Filippo Domenicali, “Come si esercita il potere?” alla conferenza tenuta a Genova il 19/12/12. Vedi http// www.ladeleuziana.org › 2014/05/29.

    [7] Gilles Deleuze, “La società del controllo”, L’autre journal 1, maggio 1990; Diletta Huyskes, “Oggi viviamo nella società del controllo. Deleuze l’aveva previsto vent’anni fa” https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/

    [8] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile (1998), trad. it. Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli, 2009: 45-46; Antonio Di Stefano, Una micro-teoria del potere: Pierre Bourdieu tra etnografia, cultura e relazionalità, Rubbettino, 2013.

    [9] Raúl Zibechi, “Demolire il mandato di mascolinità” 19 Giugno 2019. Vedi lo scambio con Rita Segato, antropologa e femminista argentina, la quale sostiene che il “mandato di mascolinità” consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover provare di essere maschi, dimostrando forza e potere: fisico, intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in mandato di violenza (ndt). Di Rita Laura Segato vedi “A Manifesto in Four Thenes”, trad. Ramsey McGlazer, Critical Times 1/1, 2018 <eronomade.info>.

    [10] Denise Ferreira da Silva, “Before Man: Sylvia Wynter’s Rewriting of the Modern Episteme” in Sylvia Wynter: On Being Human as Praxis, a cura di Katherine McKittrick, Duke UP, 2015.

    [11] Le geografie non-rappresentazionali descrivono quello che avviene, gli aspetti pre-cognitivi della vita corporea, gli affetti e l’efficacia performativa dei nostri rapporti concreti con il mondo. Vedi Federica Timeto, “Diffracting the rays of technoscience: a situated critique of representation”, Poiesis & Praxis, 8(2-3) dicembre 2011: 151–167.

    [12] Donna Haraway “Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin”, Environmental Humanities, vol. 6, 2015, pp. 159-165; trad. it. di Antonia Anna Ferrante, “Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: Fare Parenti”, su <www.globalproject.info> il 10/5/18.

    [13] Jane Bennett, “There force of Things” (2004): 361; v. Blogs. Cornell.edu; vedi Eurozine: Bennett e Klaus Loenhart; vedi Vibrant Matter: a political ecology of things, Duke UP, Durham and London 2010. Vedi anche Guoyu Sun, “theagency-of-assemblagesvibrant-matter-by-janebennett <blogs.cornell.edu>.

    [14] Françoise Vergès “Is the Anthropocene racial?” in Racial Capitalocene, 30 August 2017 da Futures of Black Radicalism, a cura di Gaye Theresa Johnson and Alex Lubin, Verso, Londra  2017.

    [15] Vedi To Exist is To Resist. Black Feminism in Europe, a cura di Akwugo Emejulu e Francesca Sobande, Pluto Press, London 2019.

    [16] Il collettivo “Praticare il rifiuto” (The Practicing Refusal Collective) viene creato nell’ottobre 2015 da Tina Campt e Saidiya Hartman per iniziare un dialogo sull’anti-nerezza nel ventunesimo secolo.  Ora è un Gruppo di lavoro sponsorizzato dal Barnard Center for Research on Women. Esploriamo i nostri presupposti critico-teorici dei tre anni scorsi riflettendo sul rifiuto come pratica critica utile a trattare la precarietà, la fungibilità (intercambiabilità), e il futuro della nerezza. Il nostro tema è l’anti-blackness globale.

    [17] Visualizing Refusal: A Conversation with Tina Campt and Rizvana Bradley. The Sojourner Project: Dialogues on Black Precarity, Fungibility, and Futurity a Parigi, 30-31/10, 2018 (Ultimo aggiornamento in data 22/12/2018).

    [18] Denise Ferreira Da Silva insegna alla University of British Columbia, Vancouver dove dirige l’Institute for Gender, Race, Sexuality and Social Justice,. Per le sue pubblicazioni vedi la bibliografia.

    [19] Shu Lea Cheang e Paul B. Preciado, Costruzione della soggettività sessuale e tecnologie di controllo, 28 luglio 2019 di REDAZIONE <alfabeta2.it>

    [20]  Karen Barad, “Troubling time/s and ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations: a journal of culture/theory/ politics, 92.05.2017: 56-86.



  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    La crisi eco-politica degli ultimi decenni ha fatto emergere esperienze di autogoverno in diversi luoghi del Pianeta. Quali linee di crisi, e quali conflitti, sono capaci di generare un cambiamento sociale? Su quali principi alternativi si basano le numerose lotte culturali e ambientali nello scenario attuale? Facendo tesoro delle relazioni sviluppate tra il dentro e il fuori del gruppo EcoPol, il Terzo Quaderno raccoglie interventi che si interrogano sulle pratiche di sapere e la loro sostenibilità ecopolitica.

    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    (a cura di EcoPol/Isabella Pinto)
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

    SCARICA QUADERNO TRE

  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Due | misura · valore · eccedenza

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Due | misura · valore · eccedenza

    L’economia politica neoliberista ci consegna il valore monetario come unica misura delle attività e delle relazioni umane e l’accumulazione come unico modo di gestione dell’eccedenza. Come mettere in crisi questo paradigma? Quali misure intervengono nelle nuove pratiche di giustizia sociale e ambientale? Quali valori esprimono le economie informali e di comunità? A queste domande siamo arrivate dopo le letture comuni del gruppo EcoPol, e da queste siamo ripartite per la residenza in Valcamonica.
    Ora, con questa raccolta di scritti, abbiamo una prima costellazione dei tracciati che ci orientano nell’impostare questioni e soluzioni, degli strumenti per procedere oltre. A cominciare dal posizionamento che si ricava nell’incredulità femminista, rispetto alla civiltà fondata sul Lavoro e alle misure di dignità ritagliate sul cittadino produttore, per proseguire con un nuovo incontro tra genealogie femministe diverse.

    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    (a cura di EcoPol/Federica Giardini)

    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

    SCARICA QUADERNO DUE

  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

     L’Atelier EcoPol è felice di annunciare la pubblicazione di Bodymetrics. La misura dei corpi, Tre Quaderni di ecologia ed economia politica transfemminista. Una nuova edizione digitale per i tipi di IAPh-Italia, liberamente scaricabile, che restituisce una parte significativa del percorso di ricercazione e autoformazione che ha coinvolto numeros* studios*, artist* e attivist*

    immagini di Eugenia Loli


    Quaderno Uno
    natura | cultura | artificio
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Birgit Mara Kaiser e Kathrin Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane
    Liana Borghi, Percorso per diffrazione
    Donatella Saroli, “If you could see what I’ve seen with your eyes”. Sguardi possibili offerti dalle pratiche artistiche
    Ilenia Caleo, Dentro le turbolenze espressive della materia
    Olivia Fiorilli, Biomedicina. Affari di donne
    Beatrice Busi, Luci e ombre della normalizzazione della critica femminista: il caso della biologia del sesso
    Norma Santi, FREE OUT | Opera Elementale #5
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Claudia Korol, Pañuelos en Rebeldia, Argentina – Il collasso del XXI secolo: sfide e opportunità delle donne

    Claudia Korol, Pañuelos en Rebeldia, Argentina – Il collasso del XXI secolo: sfide e opportunità delle donne

    Provengo dal sud di Abya Yala.  Cosi chiamiamo, con un termine preso dal popolo Kuna –originario di Panama e della Colombia -, il territorio che gli invasori europei denominarono America, in onore a uno dei loro, il commerciante e navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. Scoprì che quelle terre, in cui era arrivato Cristoforo Colombo, non erano le Indie, ma un continente sconosciuto agli europei fino a quel momento.

    Abya Yala significa “sangue che scorre libero” o “terra di sangue vitale”. Da Abya Yala – dal nostro sangue che vuole correre libero e senza frontiere – porto l’emozione delle donne che vibra con la rivoluzione delle donne kurde. Porto l’emozione che, attraverso il loro esempio, ci solleva dai nostri dolori. Ci sentiamo ferite quando una bomba cade su Afrin, o quando perdiamo valorose guerriere sotto i colpi da fuoco. Sappiamo in ogni caso che loro sono già sangue che corre libero, non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo.

    Noi, femministe popolari dell’Abya Yala, celebriamo e ci compromettiamo con ogni vittoria, con ogni bandiera che si alza nei territori vinti dalla lotta rivoluzionaria delle donne kurde. Per questo le nostre prime parole sono di riconoscimento e di amore verso chi rende possibile non solo questo incontro, ma l’incontro quotidiano delle nostre speranze e delle nostre azioni, per rendere reali le nostre speranze. Grazie compagne. Grazie a quelle che ci sono e a quelle che non ci sono. Un saluto alle combattenti sulle montagne, nelle città, nei paesi. Un saluto alle combattenti nelle carceri turche. Un saluto a chi ci accompagna con la memoria ribelle delle donne.

    Vi porto dal sud del mondo le lacrime e l’allegria, il brivido che abbiamo sentito quando durante lo Sciopero Internazionale delle Donne abbiamo ascoltato, in una Plaza de Mayo pienissima di donne, lesbiche, travestite/i e trans, le parole della compagna Bese Eezincan, portavoce del movimento delle donne del Kurdistan. Ha incoraggiato il nostro movimento, Ni Una Menos, e ha rotto con il suo messaggio le frontiere e la distanza. Abbiamo ascoltato ognuna delle sue parole, sostenute dai gesti autonomi di donne libere. Voi, con la vostra diplomazia femminista e popolare, avete teso ponti da continente a continente. Ci avete insegnato che è possibile rivoluzionare tutto, non solo i mezzi di produzione, ma anche i modi di riproduzione della vita, i modi di pensare e sentire il mondo. Il nostro ringraziamento alla vostra lotta, al vostro coraggio, alla capacità di resistenza, alla sfida materiale e spirituale al patriarcato capitalista e coloniale. Avvaloriamo le finestre che avete aperto per ripensare il femminismo e le teorie sociali, a partire dalla prospettiva della Jineoloji, la scienza delle donne. Idee e proposte che ampliano le possibilità di capire e trasformare la realtà.

    Porto la voce delle femministe dell’Abya Yala, una rete di collettive di donne, lesbiche, traveste/i, trans, indigene, nere, campesine, migranti, afrodiscendenti, donne dei quartieri popolari, lavoratrici. Abbiamo assunto collettivamente le esperienze che recuperano e affermano l’idea di comunità, che ricreano il femminismo a partire dal nostro corpo e territorio, dalle nostre esperienze e dai nostri sentimenti, decolonizzando i nostri sguardi sul mondo. Sguardi attraversati dalle logiche occidentali razziste, machiste, mercantiliste, colonizzatrici e colonizzate. Sentiamo la possibilità di ri-conoscerci come donne e come dissidenti del regime etero-patriarcale che sostiene e riproduce la famiglia patriarcale e l’organizzazione sociale capitalista.

    Noi, femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di popoli storicamente rasi al suolo, saccheggiati, sterminati dai centri capitalisti che garantiscono la riproduzione ampliata del capitale attraverso politiche di morte. Ci incontriamo davanti alla sfida di rompere –politicamente e culturalmente- le frontiere degli stati nazione imposte dal colonialismo, per sentirci parte di uno stesso continente che invece è stato frammentato dalle logiche patriarcali, dalla conquista e colonizzazione prima europea, poi nordamericana e oggi dalle corporazioni trans-nazionali, di differenti origini.

    Stiamo cospirando insieme per costruire i nostri mondi a partire dal territorio corpo e dal territorio terra, dalle nostre genealogie di ribellioni, dai saperi delle streghe di ogni tempo, dagli sguardi del femminismo popolare. Pensando al corpo come primo territorio e alla comunità come corpo collettivo.

    Noi, femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di organizzazioni che pongono limiti all’espansione distruttiva del capitale, alle sue armi, ai suoi mezzi massivi di disinformazione, alla sua cultura consumistica e mercantilizzante di tutte le dimensioni della vita. Siamo della terra dove è nata Alina Legerin, la giovane medica ‘piantata’ nelle terre del Kurdistan, dove si è incontrata con i più puri dei suoi sogni, insieme alle sue sorelle kurde. Siamo parte delle donne che hanno assunto la forma di sentire come proprio territorio, ogni angolo del mondo dove si alzino bandiere di libertà. Ci vediamo nell’esempio di Berta Caceres, di Sakine Cansiz, della comandanta zapatista Ramona, di Rosa Luxemburg, le quali ci invitano a svegliarci, ad alzarci, a trasformare le crisi in opportunità rivoluzionarie e a trasformare le opportunità in azioni.

    Come donne in lotta sentiamo sui nostri corpi il brutale impatto della crisi civilizzatrice. Il sistema patriarcale, capitalista coloniale, per rigenerarsi richiede ogni volta di più violenza contro le donne, le comunità, le dissidenze sessuali, i popoli. Utilizzano intensivamente i progressi delle scienze e la tecnologia per acutizzare le nostre disgrazie, per promuovere la militarizzazione e il controllo, continuando ciò che è stato fatto in più di cinque secoli di devastazione della natura, di genocidi, di femminicidi, di etnocidi, di epistemicidi, di promozione di una cultura di morte. Occupano i territori, privatizzano i fiumi, le lagune, le fonti di acqua dolce, i boschi, i venti, le montagne, i campi, i nostri corpi, per controllarci, dominarci e subordinarci alla geopolitica della fame.

    L’espansione del regime patriarcale capitalista è basata sul saccheggio dei beni comuni della natura, sullo sfruttamento –fino allo schiavismo- della forza lavoro dei popoli, del lavoro invisibile delle donne,  sulla violenza contro le comunità e i popoli, sull’attacco alle identità, ai saperi delle donne, alla cosmovisione dei popoli, sulla distruzione della soggettività di bambini, bambine e adolescenti con la società del consumo e le offerte di morte che si realizzano attraverso le reti del narcotraffico, della tratta e della prostituzione.

    Mercato e armi. Territorio e guerra. Il linguaggio della violenza recupera il centro della politica nel menù attualizzato con il quale l’impero cucina la modernizzazione della sua egemonia. Quando parliamo di militarizzazione, non ci riferiamo solo alle grandi basi militari nordamericane ed europee, non solo alla guerra imperialista, non solo agli eserciti di tanti paesi che ci invadono, con i loro aerei, le bombe, i proiettili. Ci riferiamo anche a tutto il tessuto mafioso delle narcoreti, del traffico di armi, del traffico di donne, giovani, bambine e bambini, del traffico di organi, e alla criminalizzazione della povertà, alla giudizializzazione della protesta. Con quest’ultima distruggono le comunità nella loro essenza più profonda, strutturando una violenza che non si presenta sempre come statale ma che trova però protezione nelle istituzioni statali, che viene esercitata nella forma più impudente e brutale, seminando terrore con l’intenzione di paralizzare qualsiasi rivolta.

    Le molte impunità, accumulate in cinque secoli di colonialismo nel nostro continente, creano la forza immorale della così chiamata “civilizzazione”, del così chiamato “sviluppo”. Con la sua base di razzismo, di machismo e di un estrattivismo vorace, che rapina, rompe, ruba, distrugge, contamina, che disorganizza i metodi di vita ancestrali e incluso le forme di vita create sulla base del lavoro capitalista. La grande maggioranza delle donne non ha possibilità di accesso ai lavori formali, ma ai soli lavori precari e in molti casi invisibili. Molte donne non hanno quindi nemmeno la possibilità di essere sfruttate nei termini classici, ma sono sovra-sfruttate e sottomesse a regimi mostruosi di servitù e schiavitù. Il luogo che ci è assegnato a causa della divisione sessuale dei lavori è quello delle “curatrici della vita”. Ciò diventa una condanna quando le politiche neoliberali tolgono la possibilità di accedere alla salute, all’educazione, alla terra, alla casa, a programmi sociali solidari.

    Nonostante le corporazioni transnazionali abbiano posto le loro basi in Europa, negli Stati Uniti, in Cina e in altri grandi paesi, gli Stati Uniti si presentano progressivamente al mondo come la testa di un continente fortezza, il cui corpo è tutto il continente. Per questo estende le sue basi in tutta Abya Yala, per affrontare il resto del mondo da li. Combinano alcune grandi basi con altre più piccole, travestite da aiuti umanitari, appoggi contro le catastrofi naturali. Basi che in realtà non sono altro che uffici o spazi che hanno bisogno di meno spese e che però assicurano centri operativi per le manovre militari dell’impero. Questa guerra per la spartizione del mondo è parte di una guerra dei potenti più ampia contro le donne e i popoli. Una guerra che cercano di giocare in una tavola di scacchi nella quale i pezzi bianchi sono re, regina, alfieri, cavalli, bombe ad ampio raggio, armi di ultima generazione, sviluppo scientifico e tecnologico, grandi mezzi d’informazione, saperi certificati, e i pezzi neri sono una moltitudine di pedoni disoccupati, disorganizzati e disarmati, che soffrono non per provare alcune giocate, uno scacco all’impero, ma per sopravvivere ogni giorno.

    Noi, le donne del mondo, dobbiamo alzare più forte la nostra voce e moltiplicare le nostre azioni, per denunciare che questa non è la nostra guerra, che costruiremo i nostri territori di pace, che i nostri corpi e le nostre vite non saranno al servizio delle loro guerre patriarcali, ma creeremo nuovi mondi dove, come dicono le zapatiste, entriamo tutte.

    Sappiamo che l’avanzata del controllo delle multinazionali sui territori si produce allargando i campi di concentramento dei e delle senza lavoro, senza educazione, senza terra, senza salute, senza casa, senza alimenti. Collocando fortezze militari al lato di ogni multinazionale, di ogni recinto, di ogni avamposto poliziesco convertito in caserma. Non è possibile uccidere i fiumi e i boschi insieme alle comunità che li vivono, senza uccidere alle Berta Caceres, alle Macarena Valdes, alle Betty Carino, alle Marielle Franco, alle Juana Ramirez, alle donne del popolo che hanno gridato e organizzato le loro genti per resistere all’invasione delle multinazionali e per difendere ogni copro e ogni territorio. I femminicidi territoriali sono una modalità d’intervento delle forze militari statali e dei gruppi paramilitari diretti a disorganizzare il movimento delle donne, specialmente le donne leaders delle comunità in lotta.

    Noi, femministe dell’Abya Yala, diciamo che non abbiamo bisogno e che non ci appartiene il vostro mal chiamato “sviluppo”, la vostra mal chiamata “civiltà”, le vostre mal chiamate “rivoluzione industriale” e “rivoluzione digitale”, che creano disoccupazione e più miseria o i vostri mal chiamati “avanzamenti” scientifici e tecnici, che oggi sono impiegati per distruggerci. Non sono rivoluzioni. Sono dinamiche al servizio della controrivoluzione.

    Sappiamo che la robotica, la nanotecnologia, la biotecnologia, le tecnologie di informazione e comunicazione, l’intelligenza artificiale, potrebbero essere poste al servizio dei popoli. Però fino ad ora sono state utilizzate come armi di questa guerra contro le donne e i popoli. Secondo il Forum Economico Mondiale di Davos, entro il 2020 si perderanno 5 milioni in più di impieghi. Sappiamo che saranno molti di più. Sappiamo anche che a causa loro continueranno ad acutizzarsi il cambiamento climatico, le forme di controllo sulle nostre vite, la perdita di autonomia, e continuerà a crescere la concentrazione e centralizzazione capitalista, con i grandi oligopoli che controllano la produzione e le tecnologie. Sappiamo che le grandi corporazioni dell’agroingegneria alimentare con la biopirateria stanno “patentando” le sementi, privatizzando queste forme originarie di vita, e stanno perdendo grandi quantità di semi, impoverendo il patrimonio dell’umanità. Sappiamo che gli stati sono parte dell’ingranaggio del potere patriarcale capitalista, e che stanno modernizzando le leggi e gli apparati repressivi per agevolare questi processi di distruzione massiva di popoli e territori. Sappiamo che l’infrastruttura digitale e di telecomunicazioni finora installata, è molto diseguale ed è anche al servizio del controllo del mondo, avendo effetti negativi profondi sulla salute e la biodiversità.

    Nel capitalismo, la dimensione finanziera comanda e gestisce tutto il sistema, controllando la vita sociale, specialmente delle donne. Le donne, che quando la povertà aumenta, assumono maggiori compiti di cura, sono più vulnerabili a questo sistema di crediti travolgenti. Per questo nelle nostre lotte abbiamo rifiutato i prestiti da usura del FMI e tutto il sistema di crediti e finanziario che ci lega. Ci vogliamo libere e senza debiti.

    Noi, le femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di una marea femminista che ricorre il continente gridando “ora basta!” alle politiche di morte, e realizzando, partendo dai nostri territori, politiche di vita.

    Troviamo nella crisi opportunità. L’opportunità di mostrare che queste politiche ci impoveriscono, ci uccidono e che non possiamo fidarci delle loro promesse. Cresce il discredito ai loro parlamentari, alla loro giustizia, alle loro istituzioni, alle loro leggi, ai loro governi.

    La furia antipatriarcale, ha reso un grido, quello “Ni Una Menos”, che non significa solo affrontare la violenza femminicida e patriarcale. Diciamo “Ni Una Menos” alle politiche capitaliste neoliberali.  “Ni Una Menos” alle politiche razziste e fasciste. Diciamo “Ni Una Mujer Menos” nei testi di storia. “Ni Una Menos” per aborto clandestino, nei posti di lavoro, di studio. “Ni Una Menos” per mancanza di terra, di case. “Ni Una Menos” perché morta in vita nelle carceri e nei luoghi di clausura. Il nostro Ni Una Menos nel sud del mondo, si incrocia con il Nunca Mas (Mai Più) genocidi, Nunca Mas dittature, un grido collettivo che ha permesso che più di 200 responsabili di genocidio siano finiti in carcere.  Non stiamo cercando risposte che puniscano però si, vogliamo detenere l’impunità della violenza patriarcale e fascista.

    Incontriamo nella crisi opportunità. Non moriremo di fame. Stiamo organizzando pasti popolari, orti e mense comunitarie. Con queste politiche collettive affrontiamo la femminilizzazione della povertà. Affrontiamo la povertà con la femminilizzazione della resistenza, il rafforzamento delle organizzazioni territoriali, la sovranità alimentare, con il recupero delle nozioni di comunità e territorio, rotte dalle logiche cittadiniste occidentali.

    Troviamo nella crisi opportunità. Rifiutiamo il razzismo patriarcale istituzionalizzato, tutti i suoi modi di perseguire le donne originarie che difendono i territori, le donne nere rese invisibili nelle loro esistenze; donne, travestit*, trans, lesbiche, migranti, che pretende espellere o precarizzare fino alla schiavitù. Tutte, in un momento della nostra vita, siamo state obbligate a migrare dalla violenza patriarcale. Tutte possiamo e dobbiamo ricostruire i legami tra di noi, per poter affrontare la cultura del razzismo e la xenofobia, e stabilire i ponti tra i nostri luoghi d’origine e di transito.

    Troviamo nella crisi opportunità. Stiamo recuperando i saperi ancestrali che noi, le donne del popolo, abbiamo saputo conservare e trasmettere come tesori. Con questi possiamo riprendere ad alimentarci senza agrotossici, a sanarci senza i prodotti letali dell’industria farmaceutica e a curarci tra di noi. Dobbiamo difendere quelle donne che hanno potuto esercitare il controllo sui loro territori, che è il modo che ci permette di garantire l’autonomia della vita e la cultura comunitaria.  Ci diciamo anche plurinazionali perché sappiamo che gli stati nazione sono stati fondati sul genocidio dei popoli che abitano questi territori.

    Incontriamo nelle crisi opportunità. Moltiplichiamo i dialoghi nelle lingue originarie, sapendo che i linguaggi importati sono serviti per dominarci e colonizzarci. Sapendo anche che nei linguaggi originari ci sono molte delle parole proprie della resistenza. Con chi di noi non ha accesso a questi linguaggi originari, discutiamo con il linguaggio imposto il suo sessismo, il suo razzismo, la sua funzionalità nella naturalizzazione del patriarcato e del colonialismo.

    Troviamo opportunità nella crisi. Difendiamo ogni donna che soffre la violenza patriarcale. Processiamo la giustizia patriarcale. Accompagniamo le denunce di trans, travestit*, lesbiche, assassinate dal regime eterosessuale che sostiene la famiglia patriarcale. Ci uniamo e sosteniamo ad ogni passo le vittime della violenza. Siamo femministe, compagne. L’accompagnarci permette di rompere le logiche dell’individualismo, della rivalità tra donne, della frammentazione e generare esperienze di autodifesa, di cura collettiva, di creazione di comunità.

    Tutto quello che abbiamo fatto e tutto quello che manca da fare, ci riempie di allegria. L’allegria è il combustibile della nostra rivoluzione femminista. Non ci arrendiamo davanti al colpo che cerca di disanimarci. Sappiamo tutto ciò che ci manca. Dobbiamo organizzare e dare base in ogni territorio alla marea femminista, non per incanalarla ma per ampliarla e potenziarla. Dobbiamo affinare le esperienze di base territoriali, attraverso la formazione politica femminista. Dobbiamo dialogare di più con le esperienze storiche di resistenza. Dobbiamo rivoluzionare la nostra vita quotidiana, uscendo dalle comodità che ancora ci offre un sistema che ci invita a negoziare la sopravvivenza di ognuna, in modo individuale, offrendoci briciole. Dobbiamo pensare alle molte forme di controllo alle quali siamo sottomesse: l’amore romantico, il consumismo, il controllo digitale, la manipolazione delle emozioni da parte dei grandi mezzi d’informazione, la creazione della paura.

    Non rinunciamo nelle nostre lotte alla felicità che nasce dall’incontro, dall’amicizia, dall’amore, dalla solidarietà, dal desiderio, da una sessualità non addomesticata, dal nostro essere e stare nella natura, dalla nostra identità e cura verso i fiumi, i boschi non deforestati, le montagne non perforate. Cerchiamo di mettere insieme le nostre energie e le nostre diverse spiritualità, in un’azione rivoluzionaria collettiva, che nasca dai dolori e che però si trasformi in ribellione.

    Trasformiamo la crisi in opportunità. La rivoluzione femminista, delle donne, delle dissidenze di fronte al patriarcato si alza … La marea inonda i cuori delle donne del popolo, e insieme vinceremo. Per noi, per le sorelle cadute in queste rivoluzioni, per quelle che verranno a rivoluzionare queste nostre rivoluzioni.

  • Maschio bianco, maschio nero

    Maschio bianco, maschio nero

    di Francesco Raparelli

    Senza dichiarare guerra al machismo reazionario che sta prendendo in ostaggio il mondo, non c’è maschile alternativo che possa affermare nessi duraturi con le lotte femministe.

     

    Il compito più visionario rimane tuttavia quello di ri-concettualizzare la mascolinità, affinché nella cultura, nella nostra vita di tutti i giorni, vi siano modelli di trasformazione capaci di aiutare i ragazzi e gli uomini che lavorano alla costruzione di un proprio sé, alla strutturazione di nuove identità.

    bell hooks

     

    Uomini a me molto cari, oltre i sessanta, da quando padroneggiano WhatsApp, mi inviano spesso meme che ricevono da amici, conoscenti, o conoscenti di conoscenti. Meme, barzellette, battute. Per quanto riguarda i meme, uno più di tutti mi ha colpito: una barca in mare – scena nota e bersaglio tanto del governo giallo-verde quanto delle formazioni neofasciste – carica di bellissime ragazze nude; in questo caso, chiarisce il meme, gli italici maschi sarebbero più che felici di aprire i porti, magari di accogliere in casa. Tra le barzellette, tantissime, prevalgono quelle sulle mogli che tradiscono, spesso con il migliore amico del maschio in questione. Addirittura una volta mi hanno inviato una lunga fila di immagini, relative ai mondiali di calcio in Russia: donne nude, tette sode dipinte con i colori delle bandiere nazionali; arriva la volta dell’Italia, e c’è Vladimir Luxuria che fa il bagno al mare.

    Molte e molti penseranno: cosa c’è di nuovo? Non si tratta dell’immaginario della commedia sexy all’italiana, quello così caro a Berlusconi e ai balletti di Arcore? Vero. Eppure, i tre casi citati indicano un passaggio tutt’altro che innocuo. Nella commedia sexy all’italiana era l’uomo medio, brutto e con la pancia, Lino Banfi solitamente, che ambiva e praticava il tradimento con la bella attrice di turno. Ora, invece, emergono altre verità: i migranti insidiano il nostro sesso, che bello sarebbe se al loro posto arrivassero tante donne nude e disponibili; le mogli, e le donne in generale, sono stronze perché tradiscono, soprattutto se l’amico ha più soldi; negli altri paesi del mondo le donne sono e fanno le donne, da noi prevalgono trans e froci (che sono anche i politici, la casta, i corrotti).

    Sono certissimo che chi mi inoltra quanto sopra descritto non ne condivide contenuti e valori. Quanto meno nella sua esistenza concreta, nella sua lunga biografia, che conosco. Eppure riceve e inoltra, continua la catena. Si crea dunque un flusso, prende forma un ambiente fatto di immagini e parole, di offese e risentimento, di riscatto e violenza. Un “tappeto” sensibile che solletica il maschio che invecchia, e che magari si è in parte impoverito; che sicuramente ha perduto speranze e illusioni, politiche quanto personali. Ma non si tratta solo di senilità, pure questione decisiva. Risentimento e violenza riguardano i maschi tutti, anche quelli giovani che non sono più disposti ad accettare il tradimento della “propria donna”. Giustamente, Alberto De Nicola sostiene che il neoliberalismo porta con sé non solo la diffusione a dismisura della forma impresa, come chiarì già Foucault nel 1979, ma anche della proprietà. Quella del maschio che prende schiaffi dal mercato e dalla vita, sarebbe la donna. Quando lasciato o tradito, magari per il conoscente che ha più soldi (o “virilità”), c’è una sola cosa da fare: «metterla al suo posto»; lei, e i figli, che comunque sono della madre. Così, in Italia, una donna ogni due giorni muore per mano di un uomo, assai spesso di un ex. Maschi che condividono un senso comune: quotidianamente alimentato dalla Lega e dalle sue politiche, ci mancherebbe; ma anche dalla «tempesta di merda» che colonizza silenziosamente la loro attenzione, trasforma modi di sentire e percezione.

    La violenza dell’uomo di casa, o di quello in divisa, non è mai un caso mediatico e politico. Può capitare, ma ultimamente non capita proprio più. Il “caso”, quello che rilancia giornalisti pruriginosi e grande schermo, riguarda sempre e solo i femminicidi compiuti da migranti, possibilmente africani. I fatti ultimi di San Lorenzo, a Roma, insegnano. E Salvini deve aver studiato con attenzione i modelli americani di governance, perché sa che uno stupro fatto dai “negri” è il lasciapassare per la militarizzazione dei territori, la ruspa che cancella solidarietà e cultura, lasciando intatti narcotraffico e criminalità organizzata, spianando la strada – metaforicamente come letteralmente – alla valorizzazione immobiliare. Fortunatamente per noi tutti, in Italia e nel mondo c’è il movimento femminista a chiarire che stupri e femminicidi non hanno passaporto: riguardano i maschi, bianchi o di colore, dentro e fuori casa. Da marxista non pentito, so che questa verità ce l’hanno insegnata le donne che lottano, e solo loro.

    Mentre il corpo di Desirée scompare, perché figurati che gliene frega ai reazionari di un’adolescente sofferente, prende il sopravvento il colore della pelle degli assassini, pusher e stupratori. Non ci si chiede perché i maschi stuprano e uccidono le donne, ma quale sia la sessualità delle “bestie” africane. Torna in superficie, con tutta la sua violenza, la competizione sessuale tra maschi – lo testimoniano, d’altronde, decine di articoli spazzatura in merito del Giornale e di Libero. Mi ricordo allora di una vecchia canzone di Vasco Rossi, che un pò tutti ascoltavamo negli anni Ottanta: «è andata a casa con il negro la troia». O piuttosto delle clip porno in cui il marito bianco (con la pancia) è tradito dalla moglie scafata col mandingo (ovvero l’uomo nero, statuario, con l’enorme pene).

    Conosco la precisazione del militante: quella di Salvini è speculazione politica, si colpisce il «nemico della patria» per eludere i problemi (economici) che contano. Giusto. Desirée come Pamela Mastropietro (a Macerata), la grande occasione per Salvini di prendersi Roma – ora che Raggi scricchiola. Giustissimo. Ancora: c’è in ballo, spesso, la gerarchizzazione secondo la linea del colore dello spaccio. Vero. C’è anche qualcosa in più, però, che ha a che fare tanto con il nuovo (globale) attacco patriarcale e le politiche pubbliche contro le donne (tra le italiche vicende ultime: il DdL Pillon; le mozioni consiliari contro la 194 di Verona e Roma) quanto con la produzione di immaginario. Problema, quest’ultimo, assai rilevante per la alt.right US e Steve Bannon, e che noi(maschi di movimento), invece, con troppa facilità mettiamo da parte o affrontiamo superficialmente. Nell’immaginario, scriveva Sartre alla fine degli anni Trenta, c’è sempre e soprattutto una capacità di nullificare la realtà. Nel bene, con l’immaginazione possiamo prefigurare mondi a venire, sollecitando la trasformazione del presente. Nel male: non c’è realtà dello sfruttamento quotidiano che possa convincerti che il problema fondamentale della tua vita non sia il “negro”. «È andata a casa con il negro la troia», e non con l’amico di Alfredo…

    Una femminista degli anni Settanta, prendendo la parola durante la toccante manifestazione dello scorso venerdì a San Lorenzo, ha avanzato una proposta forte: sono decenni che le donne non smettono di lottare contro la violenza maschile, è giunta l’ora che gli uomini facciano la loro parte, magari con un grande corteo silenzioso. L’idea a me piace molto, e magari è piaciuta anche ad altri – me lo auguro. Stai a vedere che qualcosa di simile può accadere in tempi non lunghi… Corteo o non corteo, però, ciò che non è più rinviabile è un lavoro collettivo sulle parole, sulle immagini, sul senso, sulla sessualità, sul fantasma. Senza uno scavo che sappia prendere seriamente l’inconscio, e far emergere in primo piano quel maschile alternativo che pure, tra molte difficoltà, è incarnato da tanti, si rischia di essere ininfluenti. Che l’immaginario e il fantasma sono un campo di battaglia, i movimenti se lo ripetono dal Sessantotto. Che la battaglia che conta, oggi, si gioca sul terreno nefasto del machismo reazionario è verità – tra gli uomini – ancora da conquistare.

    Un rischio c’è, bene esser chiari da subito. L’inconscio è fatto e sempre da fare, collettivo e singolare nello stesso tempo. Accade tra la natura e la storia (come chiariva Elvio Fachinelli), facendo saltare la distinzione. Se è così, il lavoro sull’inconscio (uso la parola lavoro non casualmente) non è ripiegamento nell’interiorità, che tra l’altro non esiste, ma contributo decisivo, se non premessa, per la lotta di classe contemporanea. L’inconscio è una materia potenziale – costituita di affetti, «forme vitali», immagini e segni – che sta tra gli individui. Di più: degli individui, costituisce la singolarità; che è impersonale, preindividuale. In questa materia che sempre già siamo, che ci fa e che facciamo, dobbiamo mettere le mani. Per salvarci.

    (articolo già apparso su DinamoPress)

     

    Francesco Raparelli è nato a Roma nel 1978. Laureato in filosofia politica presso l’università la Sapienza, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’università di Firenze, con una tesi dedicata alla genealogia del concetto di ‘singolarità’. Da sempre attivo nei movimenti studenteschi e precari, ora anima le Camere del Lavoro Autonomo e Precario di Roma. Nella primavera del 2012 ha partecipato, come autore e ospite in studio, al nuovo programma televisivo di Sabina Guzzanti Un due tre… Stella. Esc, l’atelier autogestito di San Lorenzo (Roma), è la sua ‘casa’. Per i titoli di Ponte alle Grazie ha pubblicato La lunghezza dell’Onda. Fine della sinistra e nuovi movimenti (2009) e Rivolta o barbarie. La democrazia del 99 per cento contro i signori della moneta (2012).