• Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo?  e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo? e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Nella cornice del Festival WOOJ – Women Out of Joint organizzato dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, il gruppo di ricerca nato attorno ai testi di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile ha contribuito supportando la call “Dopo Hegel, su cosa Sputiamo?”.

    Molte e molti hanno risposto inviando brevi contributi che sono stati selezionati e pubblicati in e-book nella sezione  Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolo, corredati dai testi e dalla curatela della Redazione di IAPh Italia, Giada Ferraglioni, Sara Pierallini e Isabella Pinto, per le edizioni di “La Galleria Nazionale”.

    Con la collaborazione di Federica Giardini, Ilaria Bussoni, La Galleria Nazionale,  IAPh-Italia, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, e l’Istituto italo-latinoamericano (IILA), da oggi è possibile scaricare il libro in formato e-book in free download direttamente dalla pagina del festival Women out of Joint: il femminismo è la mia festa.

    con i testi di (in ordine di apparizione): Cecilia Milza, Nadia Rosero, Maria Teresa Sammurgo, Emanuela Gioia, Sara Pierallini, Cecilia Beretta, Rosanna Marcodoppido, Paola Menganti, Melania Mieli (Non una di meno – Roma), Maria Ausilia Binda e Daniela Pietta, Fabio Ranzolin, Valentina Faloni, Flavia Cidonio, Elena Ulivieri, Allison Grimaldi-Donahue, Giada Ferraglioni, Jonida Prifti, Fiona May Laugharn, Giulia Tomasselli, Giuseppe Molica e Claudio Kulesko, Rocio Esquivel, Julieta Obiols, Paper Ester Gonzalez, Maddalena Fragnito (#stregate #macao), Vittoria Gravina, Nicole Trigg, Nicolas Martino, Marco Battaglia, Cristina Leo, Paola Guazzo, Marianna Lunardini, Lucia Concetta Vincelli, Carla Subrizi, Valentina Greco, Elena Ascione, Martina Millefiorini, #luchanonsivende

     

     Se sputare ha significato prendere una posizione di rottura della norma patriarcale, oggi quale senso assume la riproposizione del gesto conflittuale annunciato nel testo Sputiamo su Hegel?
    Un gesto ancora contro, ma forte di un antagonismo creativo che agisce a favore di collettività che lottano per rovesciare le norme dell’ inibizione singolare. Se rivolta rimane sinonimo di liberazione, disobbedire è un atto d’amore che va ripreso e proseguito.

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    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?

    Sommario

    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?
    Introduzione

    Quel che resta di un gesto
    Redazione IAPh – Giada Ferraglioni, Sara Pierallini, Isabella Pinto

    • Disertare la norma patriarcale
      Redazione IAPh
    • Conflitto e creazione. Su un altro piano
      Federica Giardini
    • Al crocevia
      Giada Ferraglioni
    • Le veneri in gabbia
      Emanuela Gioia
    • Fuori dal binarismo di genere
      Sara Pierallini
    • Ossessionata, vivo
      Isabella Pinto

    Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolo
    Testi call

     

     

  • Claire Fontaine, Lo sciopero umano. E l’arte di creare la libertà, DeriveApprodi, Roma 2017

    Claire Fontaine, Lo sciopero umano. E l’arte di creare la libertà, DeriveApprodi, Roma 2017

    STRIKE (K. font V.II) (2005), White florescent tubes, blue gelatine, steel wall mounted or free-standing frame, movement detector and circuit-breaker. c. 650 x 170 x 150 cm.

    Sciopero umano.

    Basta con la produzione di cura!

    Sciopero.

    Stop allo sfruttamento sul lavoro e nelle case!

    Scioperiamo!

    Dalla costante produzione e mercificazione di noi stesse…

    Sciopero Umano, scrive il collettivo Claire Fontaine,

    Dalla riproduzione sociale, quel tipo di riproduzione capitalista che ci ha imprigionate nelle case, nelle relazioni normate e gerarchizzate, nell’amore, nelle nostre esistenze che anelano comunque al cambiamento.

    Lo sciopero umano è uno sciopero più generale dello sciopero generale che ha per fine la trasformazione delle relazioni sociali informali che sono alla base della dominazione (p. 38).

    Scioperiamo.

    Questo grido diventa testo, poesia, diviene appello accorato, consiglio, protesta scritta, lettera amicale.

    Ma come si agisce?

    Nel quotidiano possiamo desiderare e lottare per il cambiamento cercando la novità, quella novità che trasforma la pratica in un’agentività inaspettata, scioperando dalla norma. In questo presente che ci rende individui isolati, esperire nuove forme di relazioni sconfiggendo quell’estraneità che ci attanaglia, riproducendo continuamente categorie di inclusione-esclusione in uno scontro binario da interrompere, induce a una riforma delle nostre vite. Con l’incontro, l’interazione e l’auto-organizzazione potremmo sovvertire, nel locale, la macchina globale, la stessa che, attraverso l’utilizzo del biopotere, colonizza i nostri corpi facendoci sentire stranieri-estranei negli spazi che abitiamo.

    I saperi situati femministi, con le loro pratiche, hanno già iniziato a delineare forme di sciopero umano, attraversando luoghi, strade, piazze, riorganizzando la città e il quartiere, sia in momenti di protesta che in momenti di festa, collettivizzando il lavoro di cura e di riproduzione, condividendo i saperi dell’esperienza nel pubblico.

    Quali soggetti? (Chi protagonizza lo sciopero?)

    Fontaine riprende Agamben e parla di tutte noi come singolarità qualunque, come soggetti dello sciopero umano, egualmente amabili e temibili (p. 74). In questo libro possiamo leggerci tutte che, attraversate da differenti categorie imposte, siamo comunque sovversive e non importa essere proletarie, nere, persone liminali, comunque possiamo interrompere e irrompere in un cambiamento che sovverte l’attuale stato del potere. Non importa a quale tipo di privilegio siamo soggette, a quale gerarchia siamo assoggettate, l’importante è riconoscere e partire da quella posizione in cui ci troviamo, partire da noi per cambiare, dato che i privilegi non si annullano rinunciandovi (p. 111). Scegliere di agire un movimento che parte dai margini, instaurando alleanze nuove e costruendo nuovi spazi, nuovi linguaggi.

    Ci possiamo domandare dove possiamo attuare questa forma di ribellione e cambiamento. Nelle città? Certo. Nelle campagne? Ovunque, in forma diffusa. Non vi è luogo che non sia soggetto a trasformazione l’importante è partire da noi, prendere la vita come attività rivoluzionaria in un moto che sia dentro di noi e fuori da noi, in divenire. Fare della vita allo stesso tempo un’arma e un campo di battaglia è la particolarità di quel tipo di esistenza rivoluzionaria che Foucault chiamava “testimonianza attraverso la vita”, una militanza che prende forma di uno stile di esistenza (p. 212).

    I luoghi sono molti, sono tutti e comprendono anche i nostri corpi. Gli stessi corpi che si alienano nella totalizzazione del lavoro post-fordista che ci imprigiona in una miriade di dualismi contrastanti, in lotta con il tempo libero dalla produzione. Ma patriarcato e capitalismo, come fa notare il collettivo Claire Fontaine, ha messo tutto a lavoro, anche le emozioni che incarnate nei nostri corpi continuano a produrre e riprodurre forza lavoro.

    Il libro si compone di una raccolta di scritti che vanno dal 2005 al 2016, gli stili di scrittura sono plurimi e avvincenti. Parla di politica e parla di arte. Entrambi questi concetti cambiano forma durante l’opera stessa senza mai separarsi. L’arte si lega allo spazio pubblico e lo spazio pubblico appartiene già, spesso senza saperlo, all’arte (p. 125).

    Nuovi tipi di proteste, nuove performance, nuovi modi di stare in piazza, tutto descritto in differenti esempi, in racconti, in saggi.

    A questo punto la domanda può diventare: cosa si intende per arte?

    Il collettivo dà differenti risposte, si passa dall’Estetica relazionale di Nicolas Borriaud (p. 27), il quale vuole presentare le pratiche rivoluzionarie legate alle utopie di prossimità, ovvero alla trasformazione di alcuni momenti della nostra vita in piccoli momenti di liberazione dalla totalità omogenizzante neoliberale. Si passa, poi, a definire l’arte come uno spazio di defunzionalizzazione delle soggettività, le quali, estraneandosi da loro stesse possono vedere il mondo con lucidità. L’arte diventa dispositivo e al contempo critica dell’attuale società (p. 36). Il processo del divenire straniero è qui un atto rivoluzionario.

    Leggere questo libro porta ad attraversare differenti stati di emozione, apre nuovi interrogativi.

    …E scioperare diventa necessario.

    È possibile visitare il sito ufficiale del collettivo Claire Fontaine cliccando qui.

    Capitalism Kills (Love) (2008), Neon, framework, transformers, electronic sequencer and cables. 600 × 8000 × 500 mm Installation view at the Durham Miners Hall, Lumiere, Durham, UK 17–21 November 2011

     

  • Stefania Arcara, Deborah Ardilli (a cura di), Valerie Solanas. Triologia SCUM. Tutti gli scritti, Morellini, Milano 2018

    Stefania Arcara, Deborah Ardilli (a cura di), Valerie Solanas. Triologia SCUM. Tutti gli scritti, Morellini, Milano 2018

    di Sara Pierallini

     

    Non c’è ragione umana che deponga a favore del denaro o del fatto che qualcuno lavori, al massimo, più di due o tre ore a settimana. Tutti i lavori non creativi (praticamente tutti quelli che vengono svolti oggi) avrebbero potuto essere automatizzati molto tempo fa, e in una società senza denaro ognuna potrebbe avere il meglio di tutto ciò che desidera. (p. 67) (altro…)

  • TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI, PARIGI 15-16 Marzo 2018

    TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI, PARIGI 15-16 Marzo 2018

    Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla importante Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

    L’iniziativa, preceduta e seguita da due conferenze stampa internazionali, durerà due giorni. E’ prevista la partecipazione di molte personalità del mondo accademico di fama mondiale. La sezione avrà le traduzioni in inglese, francese, italiano, turco e curdo.

    L’importanza delle sentenze, con la discussione del Caso di Parigi e dell’omicidio politico delle tre attiviste curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez, vede come fondamentale la presenza e partecipazione di attiviste, giornaliste, accademiche, giuriste, filosofe del diritto. Il verdetto emesso dal Tribunale dei Popoli potrebbe portare ad un esito storico da rimandare alla giurisdizione sovranazionale.

    All’interno della due giorni è attesa la creazione di un Osservatorio Internazionale per la continuazione dei lavori. Qui accademiche e intellettuali potranno essere coinvolte nei lavori di fondazione.

    L’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici (IADL), l’Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia ed i Diritti Umani nel Mondo (ELDH), l’organizzazione MAF-DAD stanziata in Germania composta da Avvocati tedeschi e curdi, e l’Istituto Curdo di Bruxelles, sono gli organizzatori del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP).

    Il programma delle giornate

    Introduzione. Storia del conflitto: con testimoni d’eccezione. Sotto il profilo dei diritti culturali, dei diritti delle donne dei diritti politici e delle risorse economiche.

    Sessione II. Terrorismo di Stato: sentenza di attestazione di crimini di guerra: l’analisi della situazione interna alla Turchia per i coprifuochi di Cizre, Diyarbakir, Sirnax, la violenza contro le donne e  riferimenti all’invasione esterna in corso nello scenario geopolitico siriano.

    Sessione III: Il caso di Parigi: l’assassinio di Sakine Cansiz, Fidan Dogan  e Leyla Saylemez. Testimonianze. Prove, fatti, evidenze.

    il programma sopra sinteticamente delineato, è disponibile intero in lingua inglese qui

    Rilevanza dell’adesione e contatti

    La partecipazione è importante, anche alla luce dei massacri che l’esercito turco sta commettendo nella regione di Afrin in Siria. È possibile partecipare tramite la registrazione della presenza al Tribunale. Le conferme sono da inviare entro il 27 Febbraio.

    Per ulteriori informazioni di contatto: 

    uikionlus@gmail.com

    info@tribunal-turkey-kurds.org – http://tribunal-turkey-kurds.org/  

  • Bibliografia ragionata su economia e ecologia politica femministe

    I testi qui indicati sono suddivisi in tre gruppi di bibliografie, i cui contenuti sono indicati da tre parole chiave scelte con la volontà di spezzare la logica binaria del linguaggio patriarcale. La terza parola ha il ruolo di interrompere l’idea di alternatività e di esclusività offerto dallo schema dicotomico con cui viene strutturato il discorso. Questo metodo di suddivisione segue la proposta del gruppo di ricerca di economia/ecologia femminista (EcoPol) in Val Camonica: Natura| Cultura| Artificio,  Misura| Valore| Eccedenza,  Crisi| Conflitto| Alternativa. (altro…)

  • “Femminismo e neoliberismo” – Per una via d’uscita dalla logica indebitante e colpevolizzante del capitalismo. Intervista a Elettra Stimilli.

    A cura di Valentina Riolo

    Elettra Stimilli è ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma. È autrice di numerosi saggi incentrati attorno al rapporto tra religione e politica con particolare attenzione ai legami tra il pensiero italiano contemporaneo e alla più recente produzione filosofica francese e tedesca. I suoi scritti più recenti si concentrano sul nesso tra “debito” e “colpa” e su come concetti di natura economica abbiano anche una ricaduta fortemente morale.
    L’intervista qui di seguito fa riferimento proprio all’opera Debito e colpa (Ediesse, 2015) e nasce dalla lettura del testo in vista di un esame di filosofia morale, dall’incontro con l’autrice in occasione di una lezione tenutasi durante un corso di filosofia politica e dai vari riferimenti al femminismo e ai testi di autrici femministe presenti nello scritto in questione.
    Nella convinzione che i diversi ambiti della filosofia e i diversi femminismi possano creare un dialogo proficuo solo attraverso lo scambio, la condivisione e l’interazione: in poche parole, solo attraverso la messa in comune.

     

        Valentina: Sin dall’introduzione del testo, si può capire perché sia interessante leggere il suo lavoro con un approccio femminista. Infatti, fa riferimento all’importanza che hanno avuto le discussioni nate in occasione del seminario su “Femminismo e neoliberismo” tenutosi presso l’Università di Salerno nel 2013. Quali sono state quelle che più hanno contribuito a indirizzare le sue ricerche in vista della stesura di questo testo?

        Elettra: Quando, nel 2013, ho partecipato al seminario che si è svolto presso l’Università di Salerno, avevo già lavorato sul tema del debito per il libro Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, 2011). I curatori della Collana «Fondamenti» della casa editrice Ediesse mi avevano proposto di ritornare sul tema mettendo a fuoco il nesso tra «debito» e «colpa», come ho fatto nel libro a cui fa riferimento la sua domanda. Era il momento in cui la Grecia, insieme ad altri paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, si trovava a rischio di default. «Austerità» era la parola d’ordine che prevaleva nelle politiche economiche europee guidate dal «modello tedesco», promotore di una visione «colpevolizzante» dei paesi indebitati. Di qui il legame tra il «debito» e la «colpa» che veniva richiamato con grande naturalezza ogni giorno nei media e che mi veniva chiesto di indagare.
    Ho trovato interessante la proposta di partecipare al seminario di Salerno, anche perché le organizzatrici e poi curatrici del volume che è stato pubblicato (Femminismo e neoliberismo, Nathan edizioni, Benevento 2014), Tristana Dini e Stefania Tarantino, a partire dal lavoro di Angela Putino – pionieristico non solo in Italia – avevano avuto modo di approfondire, da una prospettiva femminista, i mutamenti radicali dei modi capitalistici di produzione e gli effetti sulle vite individuali delle politiche neoliberiste. Un confronto sulla crisi economica e sul tema del debito all’interno del dibattito femminista è risultato per me fondamentale per mettere maggiormente a fuoco le trasformazioni in atto (si pensi, ad esempio, al fenomeno della cosiddetta «femminilizzazione del lavoro»), nel tentativo di trovare trampolini di lancio per una critica al presente.
    Oltre agli interventi di Laura Bazzicalupo, Ida Dominijanni, Federica Giardini, che ho ripreso esplicitamente nel mio testo, ricordo in particolare la discussione finale, che è stata molto fertile per un confronto con l’attualità e la radicalità della pratica femminista. Credo che la prospettiva femminista, l’idea che «il privato è politico» trovi oggi un importante terreno di azione, nel momento in cui con le politiche neoliberiste si è imposta, come paradigma di governo, proprio una dimensione soggettiva, quella dell’imprenditore di sé, e sono state proprio nuove forme di indebitamento privato a generare in maniera inedita una crisi economica mondiale.

     

        Valentina: Nella parte in cui rende conto e commenta La fabbrica dell’uomo indebitato di Lazzarato, fa riferimento ad un’“asimmetrica relazione” tra le figure di “creditore” e “debitore” che starebbe alla base delle relazioni sociali: il rapporto che si instaura non è solo economico ma piuttosto morale e l’economia (capitalista) stessa è da intendersi come qualcosa che prevede la produzione e il controllo della soggettività e delle sue forme di vita. In questo senso, è possibile vedere al posto della coppia creditore/debitore quella di uomo/donna? Cerco di spiegarmi meglio: in riferimento agli stereotipi di genere, si può pensare alle donne come già “colpevoli” dalla nascita per il solo fatto di appartenere al genere femminile e per questo “in debito” perché devono colmare questo deficit nei più svariati modi (e penso alla pretesa del lavoro domestico, alla retribuzione minore a parità di ore e di lavoro svolto, alla presunta impossibilità di fare determinate cose “in quanto donne”, etc…), rispetto agli uomini che quindi nascono già avvantaggiati, “in credito” potremmo dire.

       Elettra: A mio parere, la crisi del debito ha definitivamente dimostrato come i rapporti di produzione, per acquistare valore, presuppongano e si collochino in un ambito più ampio: insieme al dominio della riproduzione e della cura, sono coinvolte relazioni etiche, morali, rapporti di forza e relazioni sociali che, pur appartenendo a pieno titolo al piano economico e politico, non si esauriscono nella sua dimensione materiale e strutturale. Allo stesso modo, dunque, possiamo dire che i rapporti subordinanti che si instaurano all’interno dell’economia materiale presuppongono le relazioni di genere, che a tutti gli effetti molto spesso prendono la forma di rapporti simili a quello tra debitore e creditore.

     

       Valentina: A p. 153 scrive: “il punto allora sta nel comprendere cosa implichi il fatto che un debito economico possa essere associato a una colpa […] una situazione difficilmente emendabile che, da un lato, si aspira a colmare, anche attraverso sacrifici, ma che, dall’altro, rappresenta il vincolo a cui sottostare come parte integrante di una comunità.”
    Restringendo il campo già alle sole dinamiche familiari e ai casi di violenza domestica supportati da una sorta di ricatto economico (per cui, ad esempio, una moglie che dipende economicamente dal marito deve sottostargli in tutto e per tutto fino a sentirsi in colpa ad ogni presunta mancanza e accettare eventuali violenze), le chiederei di commentare questa affermazione anche alla luce del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere presentato da Non Una di Meno in vista della manifestazione del 25 novembre, nel quale, ad esempio, a p. 50 si legge, tra i vari punti proposti, che, per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa, è necessario “prevedere il reddito di autodeterminazione per garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”.

        Elettra: Credo che la richiesta di un salario minimo europeo e di reddito di base incondizionato e universale, proposta nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, sia fondamentale non solo per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa e quindi per riscattare i sensi di colpa e di dipendenza che spesso caratterizzano le relazioni di genere, ma anche per riconoscere valore sociale e politico alle forme di lavoro riproduttivo e di cura attualmente implicitamente immesse nei processi di valorizzazione capitalistici e, in questo senso, indebitamente sfruttate, perché fondamentalmente concepite come “debiti” che non è possibile ripagare.
    Le condizioni che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile di cura e di amministrazione, il lavoro riproduttivo e domestico, investono, oggi, la quasi totalità della sfera produttiva. Nella trasformazione attuata dai nuovi modi capitalistici di produzione la «differenza» femminile è stata cooptata per nuove forme di prestazione lavorativa e contrattuale. Riconoscere valore a questa sfera in forma di salario, vuol dire allora non solo, come si legge in uno dei punti del Piano femminista, “garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”, ma vuol dire anche innescare un mutamento fondamentale nei dispositivi di potere che investa, in più di un senso, la vita di tutte e di tutti.
    Si tratta dunque di una battaglia in molti modi generale quella che il movimento femminista sta portando avanti a partire dal coraggio di denunciare forme di violenza sulle donne, differenti eppure ripetute nei secoli della loro storia.

     

          Valentina: Proprio a proposito del movimento femminista, avrei una domanda in riferimento di quello degli anni Sessanta e Settanta. Nel paragrafo dedicato a femminismo e neoliberismo, fa riferimento alla tesi di Nancy Fraser per cui la seconda ondata del femminismo nella misura in cui si è opposta e ha criticato il capitalismo di prima maniera, ha in un certo senso prestato il fianco ed è diventata “ancella del capitalismo contemporaneo” e sostiene che questa tesi anche se criticabile sotto diversi aspetti, mette in luce un cambiamento di cui bisogna prendere atto. In cosa lei prende le distanze da Fraser e cosa invece ammette come mutamento e come dato di fatto su cui riflettere?

          Elettra: Per quanto criticabile, credo che la tesi di Nancy Fraser – che ha visto nella “seconda ondata del femminismo” “un’ancella del capitalismo contemporaneo” – sia stata utile a portare alla luce, da un punto di vista interno al femminismo, un mutamento di cui non si può non prendere atto.
    Secondo Fraser, le rivendicazioni femministe degli anni Sessanta e Settanta hanno sicuramente portato ad un aumento del numero delle donne nel mercato del lavoro, ma questo fenomeno non è coinciso con una loro adeguata valorizzazione. Non solo le donne che ricoprono posizioni precarie, risultano comunque la maggioranza e la disoccupazione femminile resta di gran lunga maggiore rispetto a quella maschile. Non solo, dunque, le disuguaglianze e le ingiustizie di genere non sono state ancora in alcun modo colmate. Ma soprattutto quella che viene da lei interpretata come l’ondata individualistica e meritocratica del femminismo degli anni Ottanta avrebbe contribuito ad un perverso processo di coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, fondato sull’estensione di modalità comunque oppressive e frustranti, anche se non nettamente repressive.
    Forse, eccessivamente intenta a contrapporre un primo femminismo – solidarista, egualitario e anticapitalista – a un secondo – individualista, meritocratico e quindi ancillare rispetto al neoliberalismo – Fraser non prende atto fino in fondo del fatto che il nuovo processo di valorizzazione del capitale è in buona parte alimentato non tanto, o non soltanto da tendenze individualistiche e meritocratiche, quanto piuttosto dall’investimento sulle stesse capacità di cura e di valorizzazione della vita che caratterizzano il lavoro domestico. Come è stato molto bene evidenziato nel libro di Giovanna Zapperi e Alessandra Gribaldo, Lo schermo del potere (2012), la casalinga, la velina, la collaboratrice domestica immigrata o la lavoratrice della conoscenza sono tutte accomunate, oggi, dalla medesima attitudine a mettere a valore componenti soggettive, affettive e emotive.
    La prospettiva di Fraser, in definitiva, è quella di un femminismo emancipazionista, interno alle conquiste dello stato sociale, che credo siano oggi difficilmente riproducibili, vista la crisi irreversibile del progetto moderno in cui si iscrivono. Ma soprattutto credo che la sua posizione non sia condivisibile perché, nella critica al neoliberismo, Fraser finisce per depotenziare proprio gli elementi più innovativi del femminismo, vale a dire la forza delle pratiche femministe di politicizzare ambiti tradizionalmente considerati extrapolitici e extraeconomici, come il corpo, la dimensione personale e affettiva, l’ambito privato della vita domestica, oggi sempre più messi a valore e quindi, d’altro lato, potenzialmente fertili per nuove forme di resistenza.

     

         Valentina: Restando ancora su Fraser, nel suo libro fa riferimento al dialogo con Butler in cui Fraser sosteneva la differenza tra ambito economico e ambito culturale, mentre Butler sosteneva una “logica più complessa alla base della genesi culturale delle forme di potere”. Lei ritiene che Butler sia “più efficace per una lettura del presente”, ma invita anche a distinguere in questa complessità tra una “rete” in cui si potrebbe restare impigliati e delle effettive e nuove “attitudini emancipative”. Ad oggi, ritiene che ci troviamo sulla strada giusta per liberarci o rischiamo di restare impantanati in questa complessità?

          Elettra: Quello che mi ha sempre interessato nel lavoro di Judith Butler è il fatto che, pur presupponendo la rottura con la logica repressiva del potere patriarcale moderno, messa in atto dalle pratiche e dalle teorie femministe a lei precedenti, mette in discussione, secondo me in maniera molto fertile, la naturalità di genere e dell’identità sessuale, pure rivendicate da un certo femminismo, a favore di una ricerca volta a individuare un’origine culturale e una loro provenienza da pratiche sociali performative.
    Molto rilevanti sono stati per me i suoi lavori sul potere che, dalla metà degli anni novanta del secolo scorso, ha condotto in particolare sulle orme di Foucault. In questi lavori i processi di assoggettamento risultano intrinsecamente connessi alle tecniche di produzione dei soggetti. Ma mentre Foucault, agli occhi di Butler, appare interessato a individuare la materialità del potere nelle sue forme istituzionali, la sua attenzione è invece rivolta alla «vita psichica del potere», come recita il titolo di un suo famoso libro, su cui mi sono particolarmente concentrata nel mio lavoro.
    Se, da questa prospettiva, il potere non è solo ciò che reprime il soggetto, che lo domina e a cui questo si oppone, ma è anche ciò che gli dà vita e lo porta all’esistenza, oggi più che mai modalità non esclusivamente repressive vengono in primo piano attraverso il diffuso utilizzo sul piano economico e sociale di capacità creative e di cura, la cui valorizzazione, però, si fonda su un’autocritica costante che le impoverisce neutralizzandone le potenzialità e producendo nuovi forme di sensi di colpa.
    Ma se il soggetto, come sostiene Butler, è sempre condizione e strumento di ogni forma di potere, ciò implica anche la possibilità di una vulnerabilità implicita delle forme di dominio, di una critica costante, in grado di sperimentare differenti rapporti di forza, nuove pratiche di cooperazione sociale e un nuovo rapporto con il mondo e con le cose.

     

          Valentina: Come lei stessa sostiene, “è stato il pensiero femminista, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, a segnare una definitiva discontinuità con l’ordine moderno, colpevolizzante e patriarcale” (p. 166) e da ciò ne sono conseguite teorie, ma anche e soprattutto pratiche, che hanno interessato non solo la “questione femminile”, ma hanno messo a fuoco una “questione ontologica” tra ciò che si considera o meno umano. Prendendo atto di questa ampiezza di campo su cui il femminismo riflette e in cui esso opera, ritiene che oggi il femminismo sia una delle possibili vie da percorrere non solo per distanziarsi, ma per sovvertire il capitalismo e per uscire dalla sua logica colpevolizzante e indebitante attraverso la produzione di proposte nuove e alternative?

          Elettra: Credo che gli attuali movimenti femministi che, in forme e contesti differenti, esistono sul piano internazionale, siano il fenomeno politico più importante e forse, per molti versi, anche il più temuto, viste le recenti reazioni dei media. Giornali e social network sono stati pronti a parlare e a dare risalto, per lo più in termini voyeuristici o meramente securitari, alle denunce di violenza sulle donne, ma sono stati anche pronti a tacere o a non prendere troppo sul serio i numeri e le forme politiche di protesta che si sono verificate negli ultimi mesi, come è successo, ad esempio, con lo sciopero generale delle donne dello scorso 8 marzo o come è accaduto con l’ultima importante manifestazione del 25 novembre in Italia, a cui, mi sembra, non è stato assolutamente dato il rilievo politico-mediatico che meritava.

  • Cristina Morini

    cris.morini [at] gmail.com

     

    Cristina Morini è una giornalista e una ricercatrice indipendente. Si è laureata in scienze politiche all’Università di Milano e la sua attività di ricerca si concentra maggiormente sui temi relativi al genere e ai processi di trasformazione del lavoro. È stata direttora responsabile della rivista Quaderni di San Precario.

    Svolge inchieste e ricerca sociale, collabora con giornali e siti (Il Manifesto, Doppiozero, Alfabeta2, Carmilla online, Commonware, Opera Viva) ed è socia fondatrice dell’associazione Bin-Italia (Basic Income Network Italia). Fa parte della rete di ricerca analisi e discussione internazionale Effimera e coordina la redazione del blog connesso. Attualmente è parte del gruppo di ricerca europeo PIE News (Powerty Income Employement News), progetto Horizon 20/20 finanziato dalla Comunità europea oltre ad essere attiva nelle reti Euro MayDay a Milano e UniNomade.

    Insieme a quattro socie, ha dato vita al Centro Studi del Presente, centro di ricerca sociale con uno sguardo di genere

     

    Bibliografia dell’autrice

     

    Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Verona 2010

    Come ci illustra questo libro, l’attuale condizione delle donne può essere interpretata solo all’interno dell’insieme dei dispositivi di assoggettamento e di sfruttamento, di controllo e di espropriazione in atto, vale a dire nel quadro generale della razionalità politica che caratterizza la nostra epoca.

    La serve serve, DeriveApprodi, Roma 2001

    Le donne immigrate protagoniste di questo libro svelano la frustrazione del loro lavoro, i dolori e le sofferenze che subiscono quotidianamente.

    Le redazioni pericolose. Come fare la giornalista e vivere infelicemente, DeriveApprodi, Roma 2000 (con lo pseudonimo di Chiara Forti)

     

     

    Capitoli pubblicati in libri miscellanei

     

    Femminismo e neoliberismo. Italian Theory femminista e vite precarie, in Federico Zappino (a cura di), Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo, Ombre Corte, Verona 2016

    A partire da approcci teorici e politici distinti, i saggi raccolti in questo volume sostengono la tesi secondo cui la riflessione transfemminista e queer sul genere costituisca un punto di osservazione irrinunciabile per la comprensione delle razionalità con le quali opera oggi il potere.

    Autonomy, Free Labor and Passions as Devices of Creative Capitalism. Narratives from a Co-research in Journalism and the Editing Industry (con Emiliana Armano e Kristin Carls), in Giuseppe Cocco e Barbara Szaniecki (a cura di), Creative Capitalism, Multitudinous Creativity: Radicalities and Alterities, Lexington, New York, 2015

    Il libro contrappone il funzionamento normativo della creatività nel capitalismo contemporaneo con una pletora di alternative a pratiche creative radicali.

    Vignola P. (a cura di), Piccola enciclopedia precaria. Dai Quaderni di San Precario, Agenzia X Edizioni, Milano 2015

    La rivista i Quaderni di San Precario è nata alla fine del 2010 in contemporanea con il primo appuntamento degli Stati generali della precarietà, organizzato dal collettivo San Precario a Milano.

    Quel corpo sono io. Dal femminismo insegnamenti di resistenza al biopotere, in Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (a cura di), Il gesto femminista. La rivolta delle donne nel corpo, nel lavoro, nell’arte, DeriveApprodi, Roma 2014

    A partire dalle molte fotografie del gesto delle mani congiunte a formare il sesso femminile, che hanno contribuito a formare l’iconografia e l’immaginario estetico del femminismo, il libro ripercorre in modo trasversale alcune esperienze di un movimento che si è configurato come la sfida più radicale alla cultura patriarcale delle società capitaliste.

    Precarietà. Della cattura biocapitalista delle vite (e della loro potenza) in F. Zappino, L. Coccoli, M. Trabacchini (a cura di), Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti, Ed.Mimesis, 2014

    Genealogie del presente intende riaprire lo spazio di un pensiero critico in grado di svelare la profondità semantica e ideologica delle parole del discorso politico, bucando la superficie della retorica ufficiale ed esasperando le sue aporie.

    Social Reproduction as a Paradigm of the Common. Reproduction Antagonism, Production Crisis, in O. Augustin, C. Ydesen (eds), Post-Crisis Perspectives, Peter Lang, Frankfurt-New York 2013, pp. 83-98

    Post crisis perspectives si riferisce agli scenari dopo una crisi, alle sue possibili opzioni per gestirle e all’importanza nel contestualizzarle.

    Tradimenti. Il conflitto sul lavoro come lotta biopolitica, in Federico Chicchi e Emanuele Leonardi (a cura di), Lavoro in frantumi. Condizione precaria, nuovi conflitti e regime neoliberista, Ombre Corte, Verona 2011

    Il volume propone in particolare una riflessione transdisciplinare sul modo in cui le diverse forme del lavoro si inscrivono nel nuovo processo di creazione del valore fondato, ormai in modo sempre più diretto, sull’intero tempo di vita e sulla cooperazione sociale.

    Il divenire infedele del lavoro. Necessità del reddito di esistenza ai tempi del divenire donna del lavoro, in AAVV, Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Manifestolibri, Roma 2009

    Tra le macerie fumanti della società salariale, negli sconquassi di una crisi globale di civiltà, di fronte alla bancarotta conclamata delle politiche neoliberiste, la parola d’ordine del «reddito per tutti» rappresenta una via di fuga per la fondazione di un nuovo progetto sociale.

    El trabajo de Penelope: la encuesta, el trabajo cognitivo y la lecciòn biopolìtica del feminismo in AA.VV. Nociones comunes. Experiencias y enayos entre investigacion y militancia, Utiles, Madrid 2004

    Il proposito di questo libro è quello di indagare la ricerca militante e pratiche passate e future a partire dalle esperienze attuali e l’azione collettiva.

    Alla ricerca della libertà: donne e reddito di cittadinanza, in Aa.Vv, Tute Bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, Derive Approdi, Roma 1999

    Questo libro raccoglie interventi, oltre che di militanti delle Tute bianche e di AC! (Agir ensemble contre le chômage), di studiosi italiani e francesi che da un decennio alimentano la ricerca teorica su un’alternativa finora troppo sbrigativamente tacciata di irrealismo utopistico.

    Lavoro autonomo e settore editoriale: la parabola di una professione in Sergio Bologna, Andrea Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di II° generazione, Feltrinelli, Milano 1997

    Tre saggi introduttivi che inquadrano il problema del lavoro non salariato all’interno del postfordismo; alcuni casi di studio (edilizia, editoria, artigianato, ecc.) e le fonti statistiche a disposizione.

     

    Articoli

     

    Il lavoro contemporaneo e il controllo sulla vita in AA.VV., Un reddito garantito ci vuole! Ma quale? Strumento di libertà o gestione delle povertà, Quaderni per il Reddito n.3, Bin Italia Network, 2016

    Precarious passion or passionate precariousness? (con Emiliana Armano e Kristin Carls), in Quand Passion et précarité se rencontrent dans les métiers du savoir, RS&A Recherches sociologiques et antropologiques, Volume XLV, neméro 2, 2014

    Stato d’eccezione. I giornalisti, la crisi e la precarizzazione del lavoro stabile, in E. Armano, A. Murgia (a cura di), Mappe della precarietà, Vol. I, Ed. Odoya, 2012, pp- 165-180

    Life Put to Work: Towards a Life Theory of Value (con A. Fumagalli), in Ephemera, volume 10, number 3/4, November, 2010

    Segmentation du travail cognitif et rente salariale (con A. Fumagalli), in Multitudes n. 32, 2008

    The feminization of labour in cognitive capitalism, in Feminist Review, vol. 87, 2007

     

     

    Elenco dei link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

     

    I dolori della classe disagiata, Doppiozero, 5 dicembre 2017

    Uberizzazione dell’economia, Doppiozero, 9 novembre 2017

    Settantasette, quarant’anni fa la rivoluzione “qui ed ora”, Sherwood Festival 2017, GlobalTVProject, 13 luglio 2017

    È già politica: le donne e la radicalità del desiderio, Il Manifesto, 5 aprile 2017

    Le ragioni di un giorno senza donne, Il Manifesto, 8 marzo 2017

    Immaginare il postcapitalismo, Doppiozero, 26 aprile 2016

    Coworking e millenials o delle rivoluzioni addomesticate, Doppiozero, 23 dicembre 2015

    Se freelance è donna, Doppiozero, 30 marzo 2015

    Il perturbante della sessualità, Alfabeta2, 12 marzo 2015

    Rompere l’incantesimo. Una lettura di Nancy Fraser, Commonware, 28 novembre 2014

    Femminismo e neoliberalismo, Alfabeta2, 12 ottobre 2014

    Genealogia e sfide del femminismo radicale – Dibattito con Silvia Federici, Commonware, 24 giugno 2014

    La norma biopolitica e il conflitto possibile, Commonware, 13 marzo 2014

    Video “Cartografia delle lotte”: Generi e generazioni, Commonware, 5 marzo 2014

    Il maternage delle istituzioni, Alfabeta2, 2 maggio 2013

    Papi e madonne, UniNomade, 18 marzo 2013

    Parola di donne, UniNomade, 18 gennaio 2013

    Il corpo delle donne non esiste, Carmilla, 12 dicembre 2012

    Lavorare la vita: attualità della riproduzione sociale, UniNomade, 29 giugno 2012

    La riforma del mercato del lavoro (sullo sfondo, The family e un poker di donne), UniNomade, 10 aprile 2012

    Riproduzione sociale, UniNomade, 3 marzo 2012

    Se il femminismo è un brand, Carmilla, 29 novembre 2011

    Un Fronte di liberazione onirica contro i Guardiani del destino, Carmilla, 12 aprile 2011

    Il lavoro non è un dono: lavoro editoriale e gratuità, Alfabeta2, 24 settembre 2010

     

     

    Link

     

    Pagina dedicata all’autrice in OperaViva

    Pagina dedicata all’autrice in EphemeraJournal

  • Melinda Cooper

    melinda.cooper[at]sydney.edu.au

     

    Nel 2001 Melinda Cooper si laurea presso l’università di Parigi VIII dove consegue anche il dottorato. Le aree della sua ricerca riguardano gli studi sulla finanza sociale, sull’economia biomedica e sul neoliberalismo. Attualmente è professoressa presso l’Academy of Social Sciences Australia e direttrice del Biopolitics of Science Research Network presso l’università di Sydney.

    Riveste il ruolo di editrice del Journal of Cultural Economy con Martijn Konings alla Stadford University Press book series Currencies: New Thinking for Financial Times.

     

     

    Bibliografia

     

    Family Values: Between Neoliberalism and the New Social Conservatism, Zone Books, New York 2017

    In questo libro l’autrice scava nella storia delle leggi americane mostrando come l’ethos liberale della responsabilità personale sia sempre stato sostenuto da un più ampio imperativo di responsabilità familiare.

     

    Waldby, C. (con), Biolavoro globale: Corpi e nuova manodopera, traduzione e cura di Angela Balzano di Clinical Labour. Tissue Donors and Research Subjects in the Global Bioeconomy, DeriveApprodi,  Bologna 2015

    Melinda Cooper e Catherine Waldby con questo libro mostrano come la bioeconomia si sia sviluppata a partire dalle capacità biologiche insite nei corpi stessi, e in particolare nei corpi delle donne.

     

    La vita come plusvalore: Biotechnologie e capitale al tempo del neoliberismo, traduzione italiana di Life as Surplus: Biotechnology and Capitalism in the Neoliberal Era, OmbreCorte, Verona 2013

    Indagando gli sviluppi delle tecnologie del DNA ricombinante del 1970, le politiche dell’amministrazione Bush sulla ricerca sulle cellule staminali, l’autrice fa risalire l’utopia del libero mercato alla crescita delle sue contraddizioni interne e alla privatizzazione delle scienze della vita.

     

     

    Capitoli in libri miscellanei

     

    Experimental postsocialism: The Chinese hospital as export zone and knowledge park, in David Bray, Elaine Jeffreys (Eds.), New Mentalities of Government in China, (pp. 159-181). Routledge Abingdon 2016

     

    Reproduktion neu denken. Leihmutterschaft zwischen Vertrag und Familie (Rethinking Reproduction – Between Contract and Family Law), in Melinda Cooper, Catherine Waldby, Felicita Reuschling, Susanne Schultz (Eds.), Sie nennen es Leben, wir nennen es Arbeit: Biotechnologie, Reproduktion und Familie im 21, Jahrhundert, (pp. 49-78), Edition Assemblage, Munster 2015

     

    The Law of the Household: Foucault, Neoliberalism and the Iranian Revolution, in Vanessa Lemm, Miguel Vatter (Eds.), The Government of Life: Foucault, Biopolitics and Neoliberalism, (pp. 29-58), Fordham University Press, New York 2014

     

    La crisis financiera de Heidegger. Acontecimiento, decision y emergencia en el Heidegger tardio, in Miguel Vatter and Miguel Ruiz Stull (Eds.), Politica y Acontecimiento (Policy and Event), (pp. 193-221), Fondo de Cultura Economica, Chile 2011

     

    Marx Beyond Marx, Marx Before Marx: Negri’s Lucretian Critique of the Hegelian Marx, in Pierre Lamarche, Max Rosenkrantz, David Sherman (Eds.), Reading Negri: Marxism in the Age of Empire, (pp. 127-147), Open Court Publishing Company, Chicago 2011

     

    The Silent Scream: Agamben, Deleuze and the Politics of the Unborn, in Rosi Braidotti, Claire Colebrook, Patrick Hanafin (Eds.), Deleuze and Law: Forensic Futures, (pp. 1-142), Palgrave Macmillan, Baskingstoke, UK 2009

     

    Monstrous Progeny: The Teratological Tradition in Science and Literature, in Christa Knellwolf and Jane Goodall (Eds.), Frankensteins Science: Experimentation and Discovery in Romantic Culture, 1780-1830, (pp. 87-98), Ashgate, Aldershot, UK 2008

     

     

    Articoli

     

    M., McFall, L. (con). Ten years after: it’s the economy and culture, stupid!. Journal of Cultural Economy (2017), 10(1), 1-7

     

    Waldby, C., (con), Authors’ Response to Reviews of Clinical Labor. Work, Employment and Society (2016), 30(6), 1044-1047

     

    Secular Stagnation: Fear of a Non-Reproductive Future, Postmodern Culture: an electronic journal of interdisciplinary criticism (2016), 27(1)

     

    In Vivo Economies: Temporalities of Life and Value, Journal of Cultural Economy (2015), 8(3), 257-259

     

    Resilience and Uninsured Risk, Resilience: International Policies, Practices and Discourses (2015), 3(2), 133-136

     

    Money and the Shadow Workforce: Rethinking Labor and Liquidity, S A Q: The South Atlantic Quarterly (2015), 114(2), 395-423

     

    Double Exposure – Sex Workers, Biomedical Prevention Trials, and the Dual Logic of Global Public Health, S & F Online (2013), 11(3), 1-11.

     

    The Pharmacology of Distributed Experiment – User-generated Drug Innovation, Body and Society (2012), 18(3-4), 18-43

    Workfare, Familyfare, Godfare: Transforming Contingency into Necessity, S A Q: The South Atlantic Quarterly (2012), 111(4), 643-661

     

    Waldby, C., (con), From reproductive work to regenerative labour: The female body and the stem cell industries, Feminist Theory (2010), 11(1), 3-22

     

    Mitropoulos, A. (con), The Household Frontier. Ephemera: theory and politics in organization (2009), 9(4), 363-368

     

    Waldby, C., (con), The Biopolitics of Reproduction: Post-Fordist Biotechnology and Women’s Clinical Labour. Australian Feminist Studies (2008), 23(55), 57-73

     

     

    Elenco dei link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

     

    Articolo su Libcom.org, Living The Dream Amidst A Non-Binding Postal Survey On Same-Sex Marriage, ottobre 2017

     

    Intervista con Melinda Cooper: Interchange – In the Name of the Family: The Moral Uses of Welfare, WFBH Radio, Bloomington, Indiana, 19 settembre 2017

     

    All in the Family Debt, Boston Review, giugno 2017

     

    Intervista con MIT Press, Five Minutes with Melinda Cooper (Part 2), marzo 2017

     

    Intervista con MIT Press, Five Minutes with Melinda Cooper (Part 1), marzo 2017

     

    Intervista con Chuck Metz, This is Hell! live radio broadcast, Chicago 2017

     

    Federico Zappino, Sulla maternità surrogata, il lavoro culturale, dicembre 2015

     

    Paolo B. Vernaglione, La produzione della vita, alfabeta2, maggio 2015

     

    Angela Balzano, Biolavoro, Il corpo al lavoro, cheFare, febbraio 2015

     

    Angela Balzano intervista Melinda Cooper e Catherine Waldby, autrici di Biolavoro Globale. Corpi e nuova manodopera (DeriveApprodi, 2015)

     

    Surrogacy, drug trials and commercialising human bodies, The Sydney Morning Herald, 17 agosto 2014

     

    Tissue Culture Art – Relics, Living Dolls and Meat. Art in the Biotech Era, (pp. 154 – 162). Adelaide, Experimental Art Foundation, Australia 2008

     

    Ciclo di conferenze, Regenerative Life. In Sickness and in Health: Ethics-Power-Practice 2002

     

     

    Link

     

    Pagina dell’università personale della docente

     

    Standford University Press, Book series Currencies: New Thinking for Financial Times

  • Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Loredana Rotondo, è autrice di docufilm e programmi radio e tv, militante femminista e sperimentatrice appassionata. Entra nel 1968 alla Rai per concorso come sceneggiatrice e programmista. Viene assegnata ai programmi radiofonici (1969-1972) dove è responsabile del primo programma con telefonate in diretta (Chiamate Roma 3131). Con la riforma Rai del 1975, negli anni in cui si passa da una modalità monoculturale a un modello pluralistico e di sperimentazione, Loredana è a Rai 2, diretta in quel momento da Massimo Fichera. Di quegli anni fanno parte alcuni dei programmi che hanno segnato la storia della televisione: Fatua, incongrua e scucita (1976); Riprendiamoci la vita (1977); Processo per stupro (1978): film-documentario d’inchiesta, diffusosi in tutto il mondo, realizzato in modo collettivo, riprende un processo durato diversi giorni, mostrando quanto succedeva nei tantissimi processi per stupro che si svolgevano in Italia. Segue AAA Offresi (1981): docufilm sulla prostituzione, realizzato dalle stesse autrici di Processo per stupro. Il programma non andrà mai in onda, bloccato dalla censura. Loredana, assieme a Massimo Fichera e alle cinque donne che con lei avevano realizzato il programma, è accusata di violazione della privacy e rinviata a giudizio per sfruttamento della prostituzione. Saranno assolte con formula piena nel 1994.

    Tra il 1999 e il 2004 realizza tre serie particolarmente innovative de La Storia siamo noi, costruendo un gruppo di registe/i che introducono nella formula già consolidata della serie spunti incisivi di innovazione linguistica. Nel 2002 nasce la serie Vuoti di Memoria, che si concluderà nel 2007. Si tratta di venti docufilm dedicati a figure luminose e misconosciute della nostra cultura, scomparse da poco. La serie rappresenta l’approdo di una ricerca costante, portata avanti dall’inizio dell’esperienza di Loredana.

    Sono passati quindici anni dalla prima messa in onda di Vuoti di Memoria alla Rai. Descriveva figure di donne e di uomini da non dimenticare, che hanno attraversato il loro tempo senza mai smettere di lottare, con forza e autenticità. Ricordarle riempie ancor oggi le nostre vite. Sapere del nesso tra passato e presente, riconoscere che la memoria è sempre processo sociale condiviso, è la motivazione che ci ha spinte a incontrare Loredana Rotondo.

    Le abbiamo chiesto, in un dialogo ininterrotto durato due ore, di svolgere e riavvolgere insieme a noi i nastri e i fili della sua vita che l’hanno portata a creare enormi spostamenti nei linguaggi e nella realtà.

    La nostra conversazione comincia così, all’improvviso, mentre osserviamo il tavolo al centro della stanza. Un tavolo basso, e quasi invisibile: è infatti ricoperto di libri, moltissimi libri. Saranno un centinaio, in ordine sparso l’uno sopra l’altro e disposti in modo concentrico. Autori diversi, generi diversi e stili diversi. Veniamo attirate da un’edizione particolare de L’arte della Gioia. Da Goliardia Sapienza a Vuoti di Memoria il passo è breve.

    Alessia: Prima di incontrarti abbiamo visionato molto del tuo lavoro. In particolare, rispetto all’operazione fatta con Vuoti di Memoria, ci sono sorte molte domande.

    Loredana: Il nomero 0 della serie Vuoti di Memoria è dedicato a Goliardia Sapienza, grande scrittrice e a mio parere anche grande attrice, non a caso ha insegnato recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo la morte di Goliardia, avvenuta nel 1996, suo marito Angelo Pellegrino mi aveva fatto leggere L’ Arte della Gioia, pubblicata senza fortuna alcuna credo nel 1999. Avevo subito capito che si trattava di un’opera importante, che ho letto d’un fiato, senza riuscire a smettere. A Rai Educational, prima di salutarci per l’estate, avevamo fatto una riunione organizzativo-editoriale in cui era spuntata l’idea di lavorare su figure importanti, morte da poco. L’idea non mi piaceva, mi rimandava alla tristezza dei necrologi dei giornali. Nel corso dell’estate, però, dopo la lettura de L’arte della gioia, la figura di Goliardia si era conficcata al centro dei miei pensieri, me la sognavo persino di notte. Così, dopo le vacanze, alla fine di Settembre con Massimo Fichera ho proposto di fare riferimento a figure della nostra cultura non riconosciute sufficientemente in vita piuttosto che ai “soliti noti”. Nasce così l’idea di Vuoti di Memoria, il format di Rai educational in onda dal 2002, dedicato a figure luminose della nostra cultura: si tratta di 11 uomini e 9 donne, assolutamente misconosciuti. Tanto misconosciuti che alcuni dirigenti Rai non sapevano neppure chi fossero. Ad esempio, di Goliardia Sapienza e Carla Lonzi mi chiedevano «Chi sono queste “carneadi”?».

    Federica: Una domanda che volevamo farti era proprio come è stato il tuo rapporto con l’istituzione della Rai, come sia stato possibile starci tutta intera. Perché tu ci sei stata tutta intera e i risultati si vedono. Però come è stato, cosa ha comportato? Che ambiente era?

    Loredana: Per rispondere a questa prima domanda sull’istituzione Rai e il mio essere donna, posso raccontarvi sistemando la mia esperienza “storicamente”. Devo premettere che ho imparato a tenere un filo dentro le mie esperienze in modo da poterle accumulare, tenendo tesi il senso e gli esiti e la cifra professionale e politica. Ho cercato di non disperdere mai tutto questo bolo che ho continuato a masticare nel tempo, nel lavoro, nell’esperienza e che è anche il frutto di un esercizio di lettura critica di quello che si fa. Adesso ve ne posso parlare proprio rintracciando questo filo, questo senso della continuità e questa economia della non dispersione dell’esperienza. Questa possibilità di accumulare credo sia preziosa, per chi la fa, ma anche per la condivide con te, soprattutto se dentro un’ipotesi politica che è proprio quella della relazione, del lavorare insieme. Vi è dunque la necessità di cercare di non disperdere tutto questo, di tentare strade nuove poggiandosi però sui risultati consolidati, anche buttando via esperienze meno riuscite o rimaste meno capaci di produrre chiarezza o consapevolezza.

    Per venire ai fatti, io sono entrata in Rai tra il ’69 e il ’70, periodo del ’68, della politica, del femminismo. Ero stata in America durante il movimento pacifista contro la guerra in Vietnam, “Blowing in the wind”, i primi movimenti femministi, Woodstock e molto altro, e questo mi aveva già dato il senso di qualcosa che stava profondamente cambiando nel modo di vedersi e di essere donne, affermando cose che rispetto alle donne in Italia erano veramente esplosive. Quindi io avevo già sentito questo sapore di grande novità. Dopo aver fatto un concorso, in Italia, alla Rai ho fatto la programmista; ho cominciato dalla radio perché non avevo una grande esperienza visiva e perché la radio era un mezzo estremamente stimolante: è infatti molto più capace di promuovere il pensiero astratto, di suscitare e stimolare figure che lo spettatore costruisce in qualche misura in modo autonomo; per me è stata una esperienza formativa estremamente importante e propedeutica per quanto riguarda il senso e la qualità della programmazione radio-televisiva. In America all’epoca si faceva la radio anche nelle università e già usando il telefono. Mi sono trovata quindi a proporre un programma con il telefono insieme a Luciano Rispoli, in quel momento dirigente del settore al quale ero stata assegnata, il varietà. Rispoli aveva sentito parlare di una radio europea che faceva i programmi con il telefono: ci presentammo a una riunione con tutta la dirigenza di quel momento e proponemmo di aprire i microfoni della radio alla voce pubblica, alle persone, alla gente comune. Considerate che all’epoca tutto quello che passava per radio era molto impostato – per la dizione, l’ufficialità – in modo che ci fosse questa sensazione di una voce autorevole, dall’alto, prestigiosa. Era proprio l’Ipse dixit la radio. Ricordatevi che viene dall’esperienza del fascismo. Ed erano per lo più le donne a chiamare: perché erano a casa, la mattina. Il programma fu subito molto connotato da un linguaggio di genere o comunque, come diremmo oggi, sessuato, anche per le problematiche affrontate. Noi invitavamo le donne a raccontare i loro problemi e cercavamo di trovare in qualche modo delle risposte. Tutto questo far venir fuori dalla radio i dialetti, le emozioni, le storie di vita, fuori dall’ufficialità del linguaggio, fece uno scalpore impressionante e mostrò che era necessario aprire occasioni di espressione a un pubblico differenziato sul piano delle classi, dell’età, del genere.

    Quando è nata la proposta di Chiamate Roma3131 ero molto giovane e i colleghi più anziani della radio di Torino, in tono un po’ irridente, mi hanno chiesto con un accento piemontese: “Ma chi vuole che le telefoni, dottoressa Rotondo?”.

    Invece, da un milione di ascoltatori del mattino, dopo sei mesi arrivammo a sei milioni, avevamo sestuplicato l’ascolto. Non è che la quantità di ascoltatori faccia la qualità, la cosa è più complicata di così, però sicuramente fu una grossa sorpresa e l’occasione per grandi riflessioni e novità. Poi però per me, che ero la curatrice di questa trasmissione, Chiamate Roma 3131 cominciò a diventare un rovello, un’occasione per pormi dei problemi che mi procuravano un malessere piuttosto acuto anche se non ben definito. Perché tutto questo dire, parlare, in forma quasi di almanacco, aveva in sé la potenza e la freschezza della rottura degli schemi linguistici. Però era anche la manifestazione di quante difficoltà e quanti problemi – concentrati e specifici – fossero connessi alla vita delle donne.

    Mi resi conto che questo bisogno di parlare, e questa difficoltà nel trovare risposte soddisfacenti o idonee diventava quasi uno spettacolo fine a se stesso. Cercai di trovare delle soluzioni, risposte più competenti. A quel punto ho detto: chiamiamo ancora più esperti! Mi son guardata in giro e mi sono detta: se c’è un problema psicologico chiameremo lo psicologo; se c’è un problema religioso, il sacerdote; se di salute, il medico. Ma mi rendevo conto piano piano che le risposte erano tutte dentro quello che oggi chiameremmo l’ordine simbolico maschile. Ancora oggi è forte, ma immaginate all’epoca! Per me fu motivo di sconcerto. Mi resi conto infatti che, a fronte di tutta quella voglia di dire e di trovare delle risposte, c’era come un riflesso, un intento normalizzante e io in qualche modo ne ero tramite. Questa per me fu forse una delle prime illuminazioni femministe. Forse una donna, mi dissi, risponderebbe diversamente. Allora cominciai a cercare donne competenti ed esperte, ma appunto di nuovo con mio grande sgomento mi accorsi che ce n’erano pochissime in grado di avere credibilità; cercai di trovarne alcune che potessero dare risposte in parte alternative a quelle che venivano mediamente dalle professioni gestite con un’ottica maschile ma, insomma, ne ho trovate pochissime. Quando sono andata a proporle mi hanno detto: “eh, ma sa…ma chi sono queste? Lei ci deve portare nomi di chiara fama!”.

    Ci furono anche altre questioni. Questo modo di fare, di parlare, il dare questi spazi che all’improvviso permettevano alle donne di tirare fuori tutto il loro disagio, cominciò a dare fastidio. Mi si disse: “Questo programma non facciamolo in diretta, registriamolo. Lo differiamo di qualche minuto, almeno così si può controllare meglio, perché magari qualcuno può dire qualche parolaccia”. In dieci mesi non era mai venuta fuori un’espressione che non fosse più che consona. Tutte queste preoccupazioni mi fecero via via sentire estranea a quel lavoro. E mi dimisi perchè sentivo che c’era qualcosa di essenziale che mi sfuggiva, o almeno non mi era chiaro. Mi sono accorta che il meccanismo finiva per essere censorio, sia sul versante – diciamo – della pura comunicazione, sia per come i problemi delle donne venivano visti, trattati e spettacolarizzati. Per cui andai a lavorare a Radio 3 dove, per dire, si potevano incontrare Elsa Morante, Moravia, Alfonso Gatto, Pasolini. Insomma, c’erano trasmissioni importanti, culturali. Lavorai persino con Vittorio Sermonti a un’edizione radiofonica del Decamerone. Ma lavorare ai cosiddetti “programmi culturali”, prestigiosi ma fermi nella chiave maschile, mi faceva comunque sentire in una sorta di limbo.

    In estrema sintesi, diciamo che anche nei momenti peggiori ho tentato di fare esperienze non troppo in contraddizione con il mio essere donna. L’istituzione non è sempre in grado di accogliere il bisogno di una donna di rimanere aderente a se stessa. Però può succedere: bisogna provare, soprattutto quando sono in atto movimenti storici importanti, e sicuramente se c’è una rivoluzione culturale in corso. Non si può dire a priori che l’istituzione non lo permetta per definizione. In certe condizioni bisogna forzare l’istituzione a tenerne conto, soprattutto se si tratta di un servizio pubblico come la Rai. Il discorso sui diritti certo non è sufficiente, ma talvolta necessario. Lo stesso discorso, a mio avviso, vale per l’emancipazione: non basta, ma ha prodotto i suoi effetti e non è sempre in tensione oppositiva rispetto alla liberazione.

    Approdare alla differenza sessuale è stato molto liberatorio e molto bello, perchè ha costituito un punto di svolta che dava risposta a tutta una serie di problemi rimasti come arenati, sospesi. È servito anche per vivere in chiave non personale ma politica la complessità di quel tempo. Non ho mai accettato l’idea che se lavori in un’istituzione allora non sei utile al femminismo o non puoi essere femminista lì dove stai. Allora da dove puoi esserlo, da dove agisci? Sei esule, sei un’estranea, sei priva di un contesto? Personalmente non ho potuto che essere femminista nell’istituzione.

    Federica: Questo è stato evidente nella realizzazione di Processo per stupro…

    Loredana: Penso di si. Processo per stupro è stata una grande fatica, perchè si è trattato di far collaborare due istituzioni “granitiche” come la Rai e un Tribunale su un tema così delicato e mai prima affrontato. Lo sforzo è stato premiato da un grande successo di pubblico e di critica1. Il pubblico televisivo ha rintracciato in quel racconto, in quella narrazione, un linguaggio differente. La diversità del messaggio, prodotto da un gruppo di donne, in quel contesto, con uno sguardo autonomo, fu molto ben accolta dagli spettatori non solo a livello quantitativo. Processo per stupro ha circolato per il mondo, con feedback sempre positivi. Si era prodotto evidentemente qualcosa.

    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)
    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)

    Non era stato facile produrlo, né riuscire a metterlo in onda. Fu essenziale il rapporto con il direttore di Rai 2 di quel momento, Massimo Fichera. Un uomo di cultura, entrato alla Olivetti giovanissimo, che aveva una serie di posizioni politiche e professionali che lo portavano a coniugare il rapporto tra servizio pubblico televisivo e società e a capire il ruolo storico dei movimenti. Sono andata da lui a dirgli: “Mi devi firmare questa lettera di richiesta di permesso per andare a filmare un processo per stupro al Tribunale di Latina”. “Ah – sorride – mi vuoi inguaiare così”?, dice, e io gli rispondo: “Tu sei il direttore, se vuoi me lo firmo io.” C’era una dimensione di rispetto nella differenza. Si era reso conto della provocatorietà di questa scelta, di andare in quel luogo per documentare esattamente quello che nelle nostre riunioni femministe si diceva, ossia che durante i processi per stupro è la vittima a diventare imputata e deve essere lei a rendere conto dei suoi comportamenti. Ecco un uomo che si rende conto di star facendo un’operazione che può metterlo in difficoltà rispetto al suo genere, ma che per una questione di onestà intellettuale e acutezza politica ci mette la firma. E che poi, a sua volta imputato, si viene a sedere vicino a te nel Tribunale quando tu sei accusata, insieme ad altre cinque donne di aver violato la privacy dei clienti di una prostituta, di aver fatto la tratta delle bianche e di aver sfruttato tu la prostituzione2.

    Non è detto che nell’istituzione non si rivelino luoghi o incontri in cui si possono produrre certe alchimie. Dunque l’istituzione non è totalmente impermeabile al cambiamento. Queste opportunità noi le abbiamo cercate. C’era un forte movimento in piazza, certo.

    Alessia: Hai parlato dello stare dentro l’istituzione Rai come dimensione non esclusivamente personale – avendo inoltre responsabilità verso il pubblico – e hai detto anche che c’è qualcosa che permette di non disperdere l’esperienza, uno stare a contatto con i processi di consapevolezza e con i movimenti. Mi chiedo allora quali sono le relazioni che hanno accompagnato e attraversato questo percorso. C’erano forme di forza che si davano nelle relazioni, con altri e con altre, dentro la Rai?

    Loredana: Per me frequentare i luoghi delle donne e partecipare in modo costante alle attività del movimento è stato fondamentale. Non mi sono mai fatta mancare libri, incontri collettivi, relazioni, riviste, convegni. Proprio da un convegno internazionale sulla violenza contro le donne (che si è svolto al “Governo Vecchio” nel ’77) è nata l’idea di Processo per stupro.

    Non meno importante però è l’aver vissuto il contesto della Rai assieme a colleghe, compagne di lavoro, donne che sentivo affini, e poi con quelle che sapevo essere dichiaratamente femministe, per esempio Laura Valle, Lucia Luconi, Tilde Capomazza… Tra di noi facevamo delle riunioni, c’erano dei gruppi anche dentro la Rai. Lucia Luconi, che ha lavorato tanti anni dopo con me a Vuoti di Memoria, è anche il filo delle relazioni.

    Lei per me è la figura di una donna capace di una libertà misteriosamente e meravigliosamente necessaria. Serena, allegra, limpida. Due giorni dopo Processo per stupro Lucia Luconi fu seguita da un gruppo di gentiluomini, otto, fino a casa. Uscita dalla Rai, è stata violentata da questi otto signori sulla porta di casa, nella zona di Monte Mario. Anni dopo, quando è riuscita ad elaborare questa esperienza, ha scritto un libro che la racconta quasi in forma di sceneggiatura e di film (Venticinque minuti una notte. Autopsia di una violenza, Serarcangeli 2008). Lucia reagì bene, ebbe il coraggio di denunciare, venne in Rai, facemmo un’assemblea molto partecipata, da uomini e donne. Mi raccontò che era tornata dai suoi familiari a Carrara, dove aveva avuto un rapporto particolarmente importante con suo padre. Non lo ha vissuto come vittima: ha restituito questa esperienza in maniera estremamente forte. In qualche modo Lucia Luconi è stata violentata al posto mio e delle altre cinque donne: è difficile non pensarlo. C’è sempre questa sorta di imbarazzo, questo peso, questa responsabilità; forse il senso di colpa che noi sempre ci portiamo dentro. Tra noi, tra lacrime e sguardi di grande rispetto e affetto e di sorellanza vera, abbiamo ripercorso tutta quella vicenda, anche alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione della presentazione del suo libro. La nostra relazione ha contato. A lei non è mai venuto in testa di pensare che sarebbe dovuto toccare a qualche altra, e a me non è mai venuto di sottrarmi al fatto che questa cosa è accaduta e che io vi avevo avuto parte.

    Successivamente abbiamo lavorato insieme per anni a Rai Educational. È stata la cura e la regia di alcune puntate di Vuoti di Memoria.

    Lucia mi ha scritto dei messaggi prima di morire di SLA, qualche tempo dopo. Lei è una delle donne centrali della mia esperienza: perché neanche un attimo ha avuto un tentennamento, non mi ha mai dato l’impressione di non essere assolutamente salda nella sua soggettività, nel suo buon diritto e sicura del fatto che quello che ci è successo era esperienza storica. Avendo questi riferimenti è più facile gestire la relazione anche nei momenti più drammatici.

    Alessia: Ci sono stati casi di censura?

    Loredana: Si, ma siamo state molto sostenute, io e il mio gruppo di lavoro, quello con cui abbiamo fatto Processo per stupro e poi AAA offresi che come sapete è stato censurato la sera stessa in cui sarebbe dovuto andare in onda. Una cosa molto pesante: c’è dentro tutta una retorica della prostituzione (pensate, ad esempio a Fellini, a La città delle donne). Non avete idea di che quadro distorto e patetico sia, e comunque mantenuto nell’invisibilità. Noi non solo volevamo portare alla luce il fenomeno ma anche mettere sotto osservazione il cliente, quando di solito ci si concentra sulla prostituta. Ma la prostituta è una e i clienti sono qualcosa come quaranta al giorno. Complessivamente, per il numero di prostitute – 80mila in Italia, se non ricordo male – si calcolavano 8-9 milioni di “utenti”3. Presumo ci sia una certa piega del comportamento maschile che io attribuisco a una sorta di miseria sessuale, che sicuramente incide anche nel loro modo di vivere la sessualità, anche nelle coppie, in cui è in gioco quello che si chiama amore ma in cui all’uomo viene richiesto il protagonismo, la gestione dell’atto sessuale. Guai se una donna è titolare del suo desiderio. Finchè anche gli uomini non saranno contenti del fatto che le donne abbiano un desiderio sessuale autonomo – che niente toglie, anzi semmai si pone in un confronto fruttuoso e piacevole e divertente – non credo che sarà possibile una forma di amore che non risenta di certe storture. Per carità, non ero e non sono una sessuologa; mi limito ad esprimere opinioni maturate nel tempo, dentro questo magma oscuro che si accende – a tratti e a pezzi – sulla prostituzione.

    Malgrado, come credo, si siano fatti passi avanti giganteschi da allora, ancor oggi sul tema della prostituzione scatta ancora una sorta di autodifesa generale e noi facciamo ragionamenti che sono in parte iperliberisti – “Ma si, ognuna fa quel che vuole” – e banalizzanti. Non abbiamo raggiunto il cuore della questione. Meno che mai a quell’epoca. Per questo ti trovavi di fronte donne che ti chiedevano “Ma perché sei andata proprio a vedere la scena della prostituzione?”. Perché? Per il fatto che quando parti dal discorso sulla violenza, è quasi automatico che si vada a vedere chi è il violentatore, che tipo di esperienza sessuale ha, perché vede la donna come un oggetto, perché la usa a questo modo, perché riesce a spezzarla fino a reificarla e a vivere il suo corpo come scisso.

    La censura di AAA Offresi è stata fortemente emblematica. Nel momento in cui però viene riconosciuta, anche da chi non è d’accordo con te, la tua onestà intellettuale, il fatto che non ci vuoi speculare, che non ne fai una questione di scandalismo spicciolo per l’audience, che non hai neppure violato il codice penale, in qualche modo vai a mettere in difficoltà l’immaginario sessuale maschile corrente. Anche gli uomini in fondo, forse, oggi sanno che così non va bene, quindi qui si tocca anche la loro contraddizione. Non si possono più coprire e rassicurare l’uno con l’altro. Ho come l’impressione che oggi alcune di queste maglie si siano allargate perché il movimento, o meglio i movimenti delle donne qualche contraddizione l’hanno aperta. Nè va sottovalutato che alcuni gruppi di uomini da qualche tempo riflettono molto seriamente su questi argomenti.

    Federica: Abbiamo visto il documentario del 2004 su di te, Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai. Mi ha colpito la tua affermazione circa l’uso delle tecnologie, che apre dei varchi laddove il potere crea staticità.

    Alessia: Infatti su questo, una domanda molto concreta. Nel documentario hai sottolineato il passaggio all’uso del videotape: certi passaggi nell’uso delle tecnologie a cosa hanno portato materialmente? Sto pensando a quanto oggi la digitalizzazione sia un altro momento con cui fare i conti. Ma mi interrogo sul modo in cui venivano creati e ideati i format, e su questo nuovo uso dello strumento. La domanda è: cosa significa maneggiare uno strumento piuttosto che un altro? Che consapevolezza prevede, come cambia lo sguardo?

    Loredana: Tante domande, tutte interessanti. Potrei rispondere in sintesi che significa poter affrontare nuovi contenuti, nuove relazioni, nuove forme di organizzazione del lavoro e quindi più ampia possibilità di produrre nuovo linguaggio. Qualche esempio: Chiamate Roma 3131 ha arricchito la specificità del mezzo radiofonico ma, come già detto, ha presentato diversi inconvenienti; con Processo per stupro il videotape, nel lontanto ’78 e per la prima volta in Italia, ha consentito di entrare in modo non intrusivo in un’aula di Tribunale, mostrando come una vittima di violenza sessuale veniva trasformata in imputata. Un altro esempio potrebbe riferirsi a Riprendiamoci la vita, una rubrica televisiva (TV2) del ’76, prodotta internamente alla Rai con i tradizionali mezzi cinematografici. Durante la lavorazione, mi resi conto che l’organizzazione del lavoro condizionava la qualità dei contenuti. Per superare questi limiti abbiamo cercato di trovare e di mettere via via a punto un modo di lavorare diverso e particolare.

    Alessia: Il passaggio al videotape è dunque avvenuto dalla radio, questo è interessante!

    Loredana: In effetti è stato un continuo passare ad altri linguaggi. Durante l’esperienza della produzione di Riprendiamoci la Vita (un titolo che parla da solo, e che devo molto al pensiero femminista), Loredana Dordi ed io abbiamo aperto un discorso sulla salute delle donne. Loredana, la regista, era passata per Rivolta Femminile, aveva conosciuto Lonzi. In quel periodo avevamo tutte un po’ “il morbillo”, ci si contagiava! Questo progetto, girato – come detto – in pellicola, fu da noi presentato nelle riunioni di programmazione come molto interessante per il pubblico, soprattutto femminile (facendo riferimento a Chiamate Roma 3131, in cui le donne spesso parlavano delle proprie patologie). Ma qui partivamo dall’idea che per salute si deve intendere il benessere psico-fisico delle donne collocato nel complesso della sua realtà sociale, anche ambientale. Questo ci permise di raccontare la condizione delle donne in una pluralità di situazioni. Volevamo cominciare dalle campagne, per poi muoverci verso le industrie e la città. Insomma, la prima edizione (ce ne furono due) fu girata in Emilia Romagna, in Puglia e in Campania, dove, ad esempio, erano molto visibili le differenze nel modo di portare a lavoro le donne. Chi sceglieva e selezionava queste donne? Per esempio, in Puglia era il caporale. Il caporalato c’è ancora, e noi fin da allora ne avevamo chiaramente messo in rilievo gli aspetti deteriori e violenti. Avevamo sottolineato in modo iperrealistico quali erano le brutture di questo modo di rapportarsi al lavoro di migliaia e migliaia di braccianti.

    Devo molto alla regista Loredana Dordi, che aveva fatto il Centro Sperimentale di Cinematografia. Io non mi rendevo neanche del tutto conto di quanto fosse importante la sua competenza per me, perchè venendo dalla radio ne sapevo poco; è allora – durante la realizzazione di Riprendiamoci la vita – che ho cominciato a capire come si poteva usare l’immagine, un linguaggio forte e pieno di simboli, e a capire quanto i simboli siano scottanti, perchè non hanno un’efficacia limitata – il simbolo ti esplode in testa, può andare in tutte le direzioni – e ho scoperto la bellezza del linguaggio visivo. Non è stata una mia scelta intenzionale, ma per mia forma mentis ho sempre lavorato sull’esperienza acquisita e sulla continuità. Intanto perchè trovavo soddisfacenti gli esiti e poi perchè evidentemente ho proprio io un’attitudine, una tensione, una passione alla sperimentazione del linguaggio. Perchè sono un’esteta a cui piace frequentare – come peraltro facevo – il FilmStudio, piuttosto che altri luoghi? No, onestamente no. Ma perchè ho scoperto, facendo, che se tu, assieme ad altre, sei portatrice di una soggettività che buca la storia, e se tu ti sei salvata da una prima esperienza come quella di Chiamate Roma 3131 proprio perchè hai trovato gli agganci con tutta una serie di altre donne che hanno i tuoi stessi problemi in altri contesti, e te le trovi nel piccolo gruppo, te le trovi nel collettivo, nel pensiero diffuso, esteso, nelle cose che leggi, negli incontri con le donne, etc., ti dici “allora non sono io che c’ho il difetto! Vuoi vedere che tutto questo è il prodotto di un certo ordine simbolico?”. Questo ti consente di rilanciare le sfide con più forza, con più convinzione, e con il sostegno di questa sensazione di essere come dentro a una ragnatela, a una rete che ti sostiene, in uno di questi soffioni che se ne vanno in giro, ma la singola spora non va da sola. A quel punto ti senti sostenuta dal fatto di essere una nuova soggettività che emerge, che cambia il senso di tante cose perchè le vede a modo suo e non può fare a meno di farlo. Perchè è una necessità che mi ha spinto, io non posso negarlo. Non avrei potuto vivere diversamente questa esperienza, anche nei momenti peggiori. La mia fortuna è stata che in quel momento c’erano tante donne coinvolte, tante donne appassionate e pensanti. Pensiero che circola, elaborazione incessante, ricchezza da spendere qui ed ora.

    Durante il processo per AAA offresi, in cui noi autrici eravamo imputate d’aver sfruttato la prostituzione, la Casa delle donne di Via del Governo Vecchio ci ha sostenute molto e costantemente. Ho avuto il sostegno di Franca Ongaro Basaglia, di Dacia Maraini, che sono venute a testimoniare. Ma anche di uomini: su tutti, Cesare Musatti, un uomo di 95 anni4, e anche Alberto Moravia, che hanno ritenuto di venire al processo e prendere posizione. Certo, è anche fortuna trovarsi ad emergere in un certo momento e riuscire a galleggiare perchè intorno ci sono delle condizioni favorevoli. Nel movimento, la tua soggettività è così desiderosa di affermarsi perchè è tutto nuovo, tutto da scoprire, tutto da inventare! È il tuo rapporto con la conoscenza che cambia. Sputiamo su Hegel. Sapete, quando c’è questo, quando leggi Irigaray che ti dice delle cose che cinque anni prima non avresti immaginato, ti rendi conto che c’è un pensiero che cresce, un’onda montante che arriva direttamente fin dentro alle meningi, e anche nel cuore.

    Questo da una parte. Dall’altra, c’è anche il fatto che poi ti arrangi con quello che hai, nel senso che dentro la Rai, stabilito che per fare una produzione interna devi passare attraverso 100 pezzi di carta, e 80 persone ti devono dare l’autorizzazione, e poi c’è la troupe che a una certa ora ti dice “No basta” – “Ma sta partorendo una donna, non le posso dire di aspettare!” “Eh ma noi dobbiamo andare a mangiare!”… capisci che bisogna trovare un’altra organizzazione del lavoro. Esistono dei mezzi che te lo possono consentire?

    Ancora una volta la fortuna vuole che io incontri qualcuno che già se ne serve: un mio collega, tuttora caro amico, il regista Sergio Rossi. Sergio fa una cosa che si chiama Fatua, incongrua, scucita, su una donna in un ospedale psichiatrico, e usa il videotape. Mi fa vedere il lavoro fatto, che nasce ad uso interno per gli psichiatri democratici dell’epoca con cui collabora: povero di mezzi, ricco di emozioni, in cui forma e contenuto si fondono con sorprendente novità. Effetti speciali? No, l’esatto contrario. Insomma, ecco quando qualcosa ti dà da pensare. E penso “Ma io sto dentro la Rai, ma perché non provo a mandarlo in onda?”. Va in onda, ma non solo: viene pure invitato a Parigi in un convegno internazionale di professionisti della comunicazione visiva sul linguaggio sperimentale (Input).

    Che cosa significa questo? Questo: io sono un nuovo soggetto? C’è una nuova tecnologia? Come funziona? Come si produce in questo modo? Si fa un appalto esterno, quindi io non devo più passare per la mediazione tecnico-strutturale della Rai; il videotape lo teniamo noi in mano, non un operatore con un ruolo puramente tecnico. Era un altro modo di lavorare, un altro modo di stare addosso alle cose che si espresse compiutamente l’anno dopo nel programma Storie di vita sull’emigrazione, realizzato nel 1977 con Sergio Rossi ed altri. In conclusione, il passaggio dalla pellicola al nastro magnetico ha consentito di ridurre fortemente i costi. Mentre quello che si girava in pellicola doveva essere molto pensato prima, e realizzato in un tempo limitato e a costi molto alti, il videotape dà la possibilità di girare in modo quasi infinito, consente di andare in una realtà senza grandi luci; permette di stare in un luogo a lungo e di creare una relazione nel contesto in cui si va. Quindi tanto tempo, un fattore che permette di creare anche relazioni di fiducia. Ti vedono lì, vedono che hai un interesse che è voglia di sapere, senza un’idea già precostituita. Se vai a girare e hai pochi minuti a disposizione e devi dire molte cose in uno spazio limitato, per forza quasi sempre non puoi non avere già un’idea preconcetta: vai lì, sei un paracadutista che arriva, si prende quello che gli serve per dimostrare la sua tesi e torna a casa. Invece se ci vai disposta a farti cambiare da quello che succede, è tutto un altro modo di stare nella realtà. Una realtà che non parla da sola, quindi comunque ti assumi la responsabilità del tuo punto di vista, delle cose che dici, di quelle che non dici. Perchè tu hai un vantaggio, ma non devi abusarne. Alle volte non sai ancora che ne stai abusando. Vi sono stati alcuni casi, uno in particolare: io sono stata male ma… una donna mi aveva raccontato di aver abortito in campagna. Mi ricordo, lo raccontava in un modo incredibile: “Sai, stu criatur’, io l’agg’ tirat’ fuor’, l’agg’ pulizzat’”. Io l’ho mandato in onda, perchè era bello, era poetico, ma il marito si è infuriato quando l’ha vista, e l’ha tenuta in casa 40 giorni! La quarantena, come se io l’avessi contagiata con una malattia! Le avevo promesso che sarei tornata, anche se normalmente noi siamo come i marinai o i soldati di ventura, non torna mai nessuno. Io sono tornata a ringraziarla in un paesino vicino Napoli. Lei non ce l’aveva con me. Abbiamo avuto uno scambio in cui io ho sentito che l’avevo in qualche modo danneggiata, ma non me ne ero resa conto. Forse potevamo presentare quel fatto in un modo meno diretto. Forse non ci avevo pensato abbastanza. Sono cose che facendo questo mestiere bisogna sapere. Nel momento in cui presenti una donna violentata, o una serie di altre cose che non sono facilmente vivibili e compatibili con la loro diffusione, una cosa è fare discorsi teorici, un’altra è viverli nella realtà. Sono tutte cose di cui si dovrebbe tanto discutere, anche tra colleghe, fare proprio dei seminari su questo. Ci sono delle virtù che bisogna avere per fare questi mestieri che non sono solo tecniche o estetiche ma anche etiche e politiche. Forse è vero che servirebbe una patente per fare questi mestieri, come mi pare dica Popper.

    Ma torniamo al nostro discorso. Una formula: NS, nuova soggettività, + NT, nuove tecnologie, con tutte le opportunità che esse offrono. Per esempio: devi tagliare e cucire, il montaggio diviene molto più complesso, più ricco di spunti. E cosa produce questa formula?

    NS + NT = NL. Nuovo linguaggio.

    Se tu, partendo dal tuo essere già differente, portatrice di differenza, usi queste tecniche che a loro volta comportano delle differenze (nel modo di procedere, di produrre, di girare), la somma di tutto questo è probabilmente la possibilità di produrre nuovo linguaggio.

    Alessia: l’impressione, dopo aver visto diversi format, è quella di veder emergere da alcune donne una tensione politica dello strumento espressivo utilizzato. Per esempio, nel lavoro su Amelia Rosselli, c’è il mezzo espressivo della poesia come visionarietà, che è poi nient’altro che visione del mondo. E Amelia dice: “Ha senso rinnovare la visione del mondo”. Anche Marisa Fabbri parla del suo essere attrice con una consapevolezza fortemente politica del suo tempo: parla del teatro come il luogo in cui attraverso l’espressione dell’umanità si danno modelli di comportamento e come il luogo in cui si rinnovano, attraverso la messa in scena e la sperimentazione di altri gesti o abitudini sedimentate, in un processo di consapevolizzazione politica forte, in un percorso che non è solo crescita tecnica. Guardando alle storie di Fabbri e Rosselli abbiamo pensato che Vuoti di memoria condivide con le figure di cui parla il loro scopo politico, e questo è anche per il lavoro fatto sulla forza dell’immagine in Vuoti di memoria, che aveva una tensione alla visionarietà.

    Ci hai dato questa formula, che è frutto di una ricostruzione di quella sperimentazione, del suo senso. Però, quel che mi sembra di percepire, è che anche nella sperimentazione c’era comunque una enorme consapevolezza di ciò che si stava facendo, uno stare appieno in un processo storico. Nel vedere Vuoti di memoria, quest’idea di consapevolezza si ha molto chiara. Mi ha impressionato molto quando nel lavoro su Amelia Rosselli durante la lettura di una sua poesia, con voce molto profonda, si staglia una serie di immagini che raccontano quello che la voce sta cercando di dire.

    Loredana: …anche quella è sperimentazione. Ed è proprio l’esito ultimo di un processo. Tu dici “consapevolezza”: è giusto. Forse succede quando vita, lavoro e politica giocano insieme; e poi c’era la convinzione che operando secondo un desiderio di narrare fuori dai meccanismi rassicuranti di alcune forme stilistiche standard, si potevano trovare nuovi modi. Il fatto che accadesse, ti confortava, ti portava a dire “voglio riprovare”. E poi non lo fai da sola, ma ragionando in redazione. Io non avrei mai potuto fare la giornalista, rincorrendo sempre l’ultima novità, saltando di palo in frasca. Non ho quella prontezza. Per ogni argomento, ogni tema che mettevo in piazza durante le riunioni di definizione della linea editoriale, ero stata a studiare, ero stata in campagna a riflettere, a pensare a come poter fare per realizzare quel che volevo. Certo è un continuo lavorìo, però se tu porti avanti una ricerca, non ti lascia mai quel pensiero. Una continuità c’è e io rintraccio in Vuoti di memoria il momento compiuto di un percorso. Perché lì c’è la telecamera che racconta la storia con una certa linearità, segue l’evento; poi c’è il videotape che sfrutta i momenti emotivi, li coglie e li integra poi nella fase del montaggio. Già l’immagine nasce in parte sdoppiata, perché un uso del videotape consente degli interventi parziali, frammentari, emozionali, emozionanti.

    Federica: mentre vedevo Vuoti di memoria su Paola Levi Montalcini5, qualcuno tra coloro che raccontavano di lei aveva gli occhi lucidi. Questa cosa mi ha colpita. Ho rintracciato una differenza abissale rispetto al tipo di documentario a cui ero abituata in cui non ci si emoziona, semmai si è indotte (quasi con forza) all’emozione dal registro narrativo. Invece stavolta mi stavo emozionando assieme a qualcuno che si stava emozionando. Riusciva a essere un’esperienza sì, che descriveva una vita, ed era anche un momento in cui stavo imparando qualcosa, ma oltre a quello mi sentivo emotivamente coinvolta, davvero. Davvero lì ho sentito il “quasi ineffabile” di cui si parla nel documentario su di te6.

    Loredana: …e forse anche un pochino ti rappresenta. Come donna senti quel discorso e quelle immagini come congeniali. Quella è la cartina di tornasole, la controprova che non c’è malessere, disagio, sghembità rispetto a quello che ti viene proposto, ma senti che c’è un’aderenza al tuo essere. Vuoti di Memoria è vero che cerca di ricostruire vite, più che opere.

    Federica: una cosa totalmente imprevista, travolgente.

    Loredana: Produrre imprevisto, essere imprevisto è quel che Carla Lonzi ci dice che dobbiamo fare. È bello quando succede. Perché non puoi programmare di fare una cosa imprevista. Puoi creare le condizioni e un po’ fare come i rabdomanti. Quando accade è il massimo. Non solo: il montaggio, la struttura linguistica di Vuoti di memoria, ha una sua complessità e una sua originalità. Innanzitutto per la qualità delle sue registe. Prima fra tutte Gianna Mazzini (che aveva lavorato con me anche alla costruzione alla Rai del Progetto Donna). Gianna ha portato un sacco di novità, costruito uno stile. Lei per prima usa un doppio registro di racconto realizzato con due telecamere di formati diversi. Lei sostiene che, quando si racconta la vita di qualcuno c’è sempre un sacco di roba che rimane fuori, inespressa, invisibile. Per superare questo senso di insufficienza, Gianna ha introdotto nel linguaggio di questi documentari l’uso di due telecamere con caratteristiche ed effetti d’immagine diversi. Una telecamera ad alta definizione e una piccola macchina digitale, una “telecamerina”. Alla prima ha dato la responsabilità del racconto ufficiale, alla seconda ha affidato la parte emotiva del racconto, quella che spesso rimane fuori.

    Volevamo che ci fossero non solo le parole dei testimoni e la loro emozione, ma anche la nostra emozione. Oggi sono parecchi a girare così. Ma Gianna è stata la prima. Mi ricordo con quanta difficoltà la Rai ha recepito questa novità. Non era prevista. La ragione del noleggio di una camera in più, e per di più con quelle caratteristiche, non veniva proprio capita. Era il contraltare tecnico della difficoltà di capire perché parlare di persone molte delle quali sconosciute. Nel gruppo di regia c’era anche un uomo. Lavorando con noi in redazione ha dovuto prendere atto e fare i conti con la percezione che esista e agisca una differenza. Mauro Morbidelli (regista di alcuni Vuoti di Memoria, ad esempio quello dedicato ad Anna Maria Ortese) ha svolto un lavoro in cui si è confrontato con i risultati, non solo formali, che avevamo raggiunto e che, dice lui stesso, ha provato talvolta a imitare.

    Alla fine, tornando allo schema linguistico di Vuoti di memoria, fateci caso: è come se ci fosse una fettuccia su cui alcune cose sono messe in maniera lineare; però poi ci sono degli insert, che possono evidenziare, in certi momenti, o rendere prevalenti un suono, un’immagine, una modalità della ripresa; una zoomata dentro una fotografia: non è una fotografia morta, ma un rimettere in vita una fotografia, attraverso questo “entrare”.

    Il nostro montaggio riesce a costruire un intreccio di suoni: perchè la musica c’è, e conta, e in certi momenti prevale, e dà degli stimoli; e poi c’è la fotografia; e poi c’è la pittura; la telecamerina che aggiunge quella cosa che ti sposta, e quindi ti spiazza. Dal terreno della narrazione lineare all’uscita emotiva. Le alterazioni: noi ne abbiamo fatto un uso relativo, ma nel montaggio puoi alterare l’immagine. Puoi scurire una sequenza, farla diventare color seppia; puoi modificare i tempi della ripresa. È un modo per suggerire qualche cosa, che diventa contenuto attraverso il fatto che tu hai elaborato quell’immagine già nel corso della ripresa: hai cioè già pensato che ti serve alterata, è un filtro tecnico-emotivo contestuale alla ripresa, che talvolta può persino riuscire a trasfigurare la realtà.

    Non è dunque un procedere lineare. Non c’è la voce fuori campo che fa la cucitura, che riempie i vuoti che tu non sei stata capace di riempire. Tutto questo complesso di stimoli e di elementi del discorso realizzano un testo complesso che credo che sia poi la cifra che caratterizza Vuoti di memoria. Abbiamo lavorato tanto in redazione, discussioni e riflessioni sul cosa e il come e il perchè del format scelto. Non posso non ricordare a questo proposito l’ottimo contributo di Daniela Ughetta. In realtà tutti noi della redazione per più di tre anni ci siamo scambiati il frutto di questo lavorio. È diventato un modo di raccontare specifico, nostro, che è nato da quel momento, da quel preciso stare insieme, da quell’impostazione. Da cosa nasce cosa, da relazione nasce relazione. E i contenuti e le relazioni si contaminano e questo modo riesce a rendere non uniforme, ma condiviso, il modo di fare. Ciascuna ci mette il suo: la sua sensibilità, la sua capacità. Però si sente che Vuoti di memoria è percorso da una unitarietà, che nasce da tutto quel che vi ho detto, che viene e avviene prima, durante e dopo.

    1 Ricerca Mesomark n.6795, luglio 1980; Prix Italia 1979; Processo per stupro venne inoltre mostrato al Moma, che lo ha acquisito nei suoi archivi.

    2 Loredana fa riferimento alla denuncia che ha fatto seguito al programma, mai mandato in onda, AAA Offresi. Il documentario, censurato dalla Rai in seguito all’intervento della ommissione parlamentare di vigilanza, raccontava l’attività di una prostituta francese, Veronique, osservando la prostituzione da un posizionamento inedito, centrandosi sulla figura del cliente. Era il 1981. Vi furono aspri dibattiti, un processo durato tredici anni e il sequestro della pellicola, per anni nelle mani del Tribunale di Roma perchè “corpo del reato”, restituito infine alla Rai dopo la definitiva assoluzione. Tuttora non è mai andato in onda.

    3 Cfr. G. Blumir, A. Sauvage, Donne di vita – Vita di donne, Mondadori 1980, libro da cui erano partiti Loredana e le sue colleghe.

    4 Studioso, psicologo e psicanalista, è il fondatore della psicanalisi italiana.

    5 Pittrice, sorella gemella di Rita.

    6 Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai, documentario del 2004 realizzato da PorticoTV. Visibile on line sul sito www.women.it.

  • Maria Giovanna Lenci – Tre generazioni a confronto

    Maria Giovanna Lenci – Tre generazioni a confronto

    Il personale è politico. Questa fu l’illuminante intuizione delle donne che dal 1970 in poi iniziarono a riunirsi in gruppi autonomi di discussione, dando così vita ai primi collettivi femministi italiani. Asserire, infatti, che il personale è politico permise alle donne di mettere da parte il concetto di emancipazione, la cui spinta si era ormai esaurita già nel 1946 con il raggiungimento del diritto di voto, per tendere al concetto di liberazione, nel quale non c’era solo la volontà di studiare, lavorare e avere parità di salario rispetto gli uomini, ma ancor più la necessità di ridiscutere diritti civili e ruoli consolidati da secoli. In questa ottica, non solo il personale di ogni donna poteva essere raccontato in gruppi di autocoscienza, affinché l’esperienza privata fosse punto di partenza per ridiscutere la situazione politica, ma quella discussione politica poteva trovare realizzazione non solo a livello teorico, ma soprattutto a livello pratico, nella vita vera e reale di ogni donna, apportando cambiamenti sul fronte delle leggi, del diritto di famiglia ed, in ultima istanza, della qualità della vita di tutti, donne e uomini.

    Le innovazioni apportate dall’approvazione del nuovo diritto di famiglia nel 1975, quali per esempio la separazione nel matrimonio tra rito religioso e rito civile, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio, la depenalizzazione dell’adulterio femminile, la comproprietà dei beni acquisiti dopo il matrimonio e la patria podestà riconosciuta anche alla madre, furono i primi cambiamenti profondi che il movimento femminista apportò all’assetto patriarcale della società. A questo seguirono la cancellazione dal codice penale dell’attenuante per i delitti d’onore e l’abolizione dell’obbligo per le minorenni di accettare il cosiddetto “matrimonio riparatore”, fino ad arrivare alle leggi su divorzio e aborto (e alla vittoria del NO ai successivi referendum abrogativi rispettivamente del 1974 e del 1981), alla legge su consultori e asili nido ed infine alla proposta di legge presentata nel 1980 sul riconoscimento della violenza sessuale, non più come semplice “offesa al pudore”, bensì come reato contro la persona, quindi perseguibile penalmente (salvo vederne l’approvazione solo nel 1996).

    In dieci anni il femminismo italiano modifica la società patriarcale con un vento di cambiamenti travolgenti per le donne e per le famiglie. Ciò che era impensabile solo dieci anni prima si era realizzato per merito di un lungo periodo di lotte, purtroppo forse irripetibile. Talmente irripetibile da essere addirittura dimenticato. Nulla infatti si sa nello specifico delle vittorie femministe degli anni Settanta e, se escludiamo le donne che parteciparono a quel periodo di fermento, le intellettuali che ne hanno studiato il pensiero, le tante associazioni attive sul campo a difesa della donna, le adolescenti e le giovani donne degli anni Duemila in maggior parte neanche immaginano che ci sia stato un tempo in cui ad adolescenti e giovani donne come loro molto o quasi tutto di ciò che loro oggi vedono come diritto acquisito non era allora concesso non solo dal padre o dal marito, ma, cosa ben più grave, dalla legge e dallo Stato.

    Il movimento femminista con l’inizio degli anni Ottanta va disgregandosi, probabilmente perché molto era stato fatto e la spinta della lotta stava venendo meno. Ma se quelle donne dal politico sono rientrate nel personale, cosa ne è stato della generazione successiva e cosa ne è o ne sarà di quelle a venire? Perché per loro (per noi) il monito del personale che diventa politico non ha avuto e non ha l’importanza che dovrebbe?

    Se negli anni Settanta la spinta femminista era al suo culmine, successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, ha prevalso un femminismo di tipo accademico, lontano dalla scena pubblica e quindi lontano dal poter creare un cambiamento reale nella vita del Paese. La strada intrapresa va verso “una disgregazione e frammentazione del soggetto collettivo femminista, che non riesce più a influenzare le scelte politiche e a mantenere un ruolo rilevante nel dibattito pubblico” (Monica Pasquino, Femminismo e femminismi dagli anni Ottanta al XXI secolo, in Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, a cura di Maria Serena Sapegno, 2011).

    Nella mia esperienza di vita (sono nata nel 1980) non ho trovato nelle mie coetanee la spinta verso un movimento femminista a cui in cuor mio tendevo e tendo. Ci è mancato il senso di appartenenza a quella condizione di donne che avrebbero dovuto continuare sulla strada delle loro madri e nonne per non vederci derubate di quei diritti a lungo sofferti ed oggi dati per scontati.

    Le donne sono rientrate nel loro personale, senza agire più in un’ottica collettiva, ma guardando ognuna alla propria individualità. Credo che la forza del movimento femminista stesse nell’unione di donne diverse per provenienza geografica e sociale, ma unite nella loro identità di donne appunto. Negli anni Settanta l’unione tra donne era motivata forse anche dal fatto che poco avessero da perdere, ma tutto da guadagnare nel lottare per una società diversa, che le rispettasse. Oggi il senso di appartenenza è offuscato da ciò che si possiede nel proprio piccolo e le donne non sono più in grado di scendere in piazza unite.

    Si dovrebbe invece fare nostro il monito del personale che si fa politico, si dovrebbe ripartire da quel punto, a mio parere.

    “Non possiamo davvero pensare che ognuna debba studiare la storia delle donne prima di cominciare a parlare, ma proprio perché una rivoluzione c’è stata – l’unica riuscita del secolo scorso, a quanto pare (Touraine 2009) – oggi è sufficiente mettere a confronto non tanto o non solo ciò che una donna poteva o non poteva fare, quanto ciò che era impensabile e che è avvenuto.” (Eleonora Mineo, Il nostro futuro prossimo. Dialogo con Carla Lonzi, in Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, 2011)

    E l’impensabile è avvenuto grazie alla forza delle donne, punto di partenza di ogni decisione, mobilitazione, cambiamento.

    Il concetto di forza femminile è un concetto spesso sottovalutato e quasi mai preso in considerazione, sia se si parli di forza fisica sia se si parli di forza intellettuale. Il sistema patriarcale ha attribuito alla donna unicamente il concetto di forza morale, intesa come insieme di tolleranza, pazienza, accondiscendenza e mansuetudine. Questa attribuzione è eterodiretta, proviene dall’uomo e indica il desiderio dell’uomo, cioè come l’uomo vorrebbe che la donna fosse. Ma il punto più importante della filosofia femminista è proprio in questa questione: le caratteristiche che una donna dovrebbe incarnare non devono provenire da un’attribuzione maschile, ma devono essere individuate dalle donne stesse ed è necessario che ogni singola donna possa scegliere per sé stessa ed agire in questo modo la propria identità come meglio crede e come più le è confacente. Il problema dell’identità femminile e della concretizzazione della sua forza, intesa come manifestazione di sé stessa e delle proprie inclinazioni, scelte, motivazioni e decisioni, è una questione che mi sta particolarmente a cuore. Condizionamenti culturali, violenza epistemica, aspettative su sé stesse scaturite da elementi esterni sono gli avversari contro cui combattere e il punto sta nel capire quale sia lo spazio che noi donne dobbiamo andare ad occupare per annullare la forza di tali condizionamenti e violenze simboliche. Rifacendomi all’intervento di Alessandra Chiricosta nel quinto incontro del seminario, vorrei menzionare il paragone che lei fece con le Arti Marziali: così come in un combattimento la forza che serve per annientare l’avversario deve essere misura a sé stessa, deve essere equilibrio, allo stesso modo è necessario che le donne imparino a conoscere sé stesse e le proprie caratteristiche rimanendo sempre in equilibrio, con autenticità e senza giudizio. La pratica della liberazione si può concretizzare unicamente nel momento in cui sono io, e nessun altro, ad attribuire a me stessa la forza nella quale mi identifico, la forza che mi appartiene e che mi può guidare verso lo spazio dell’autonomia libera da qualunque violenza.

    Andarsi a prendere questo spazio dovrebbe essere l’obiettivo di noi donne e cercare la giusta forza per farlo dovrebbe essere l’oggetto di discussione principale: la forza che noi donne dovremmo mettere in campo è ancora la stessa che hanno messo in campo le nostre madri e nonne? Dobbiamo agirla nello stesso modo e negli stessi spazi, con le stesse modalità o dobbiamo trovare un registro diverso, solo nostro, che ci identifichi, oltre le nostre individualità, come generazione di questi anni?

    “Non si tratta di smantellare quanto di prezioso è stato fatto da chi ci ha preceduto – sarebbe una sorta di matricidio rinnovato – ma noi arriviamo dopo, e a volte ci sembra che si voglia far quadrare il presente con il passato, come se i conti debbano per forza tornare. Il presente ha linee di modificazione totalmente imprevedibili, che è necessario sperimentare se si vuole avere una propria misura. L’esperienza in prima persona del presente può dare la possibilità di elaborare, prendere posizioni diverse che richiedono invenzioni di nuove pratiche, che non cancellano quelle vecchie, ma allargano il campo, aumentando la ricchezza dell’agire politico.” (Laura Colombo, La passione di esserci, in Diotima, L’ombra della madre, 2007).

    Il femminismo voleva permettere alle donne di scegliere in base alle proprie inclinazioni chi essere e come esserlo ognuna per sé stessa e la responsabilità di agire in base alle proprie singole decisioni è una presa di coscienza che comporta non solo una scelta individuale, ma anche una scelta collettiva, ed è in questa scelta che dovremmo riuscire a ripartire da quella intuizione iniziale per cui “facendo dello sguardo dell’altra su di sé un’opportunità preziosa per il riconoscimento e l’affermazione della propria soggettività, si attuò una trasformazione culturale profonda nella relazionalità femminile, da vivere giorno per giorno. Facendosi politica.” (Paola Stelliferi, Il femminismo a Roma negli anni Settanta. Percorsi, esperienze e memorie dei collettivi di quartiere, 2015)