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    di Elisa Camodeca

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    “Questo brano è figlio del periodo paradossale che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ancora oggi.
    Ho scelto di usare la musica in questo progetto a tema Refugia, poiché non rappresenta solo un metodo narrativo, ma è un filo che ci unisce, un collegamento tra tuttu noi, capace di abbattere ogni muro e barriera. Nella composizione ho voluto evidenziare il Tempo, usando la ripetizione di note. Il mio intento era quello di rievocare il suono delle gocce d’acqua che cadono al suolo, in un connubio tra natura e senso di impotenza.”

  • Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Le promesse dei mostri. per una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata, è un saggio scritto da Donna Haraway nel 1992, e proposto ora, per la prima volta, in italiano grazie alla casa editrice DeriveApprodi e alla traduzione di Angela Balzano. Gli altri testi di Haraway a cui faremo riferimento in questo articolo sono l’edizione italiana di Manifesto cyborg, scritto e pubblicato in inglese nel 1985, ma arrivato in Italia nel 1995, per le edizioni Feltrinelli, grazie alla traduzione di Liana Borghi; e l’edizione italiana di Staying with the trouble. Making Kin in the Chtulucene, scritto e pubblicato in inglese nel 2016, e parzialmente pubblicato quest’anno in italiano (sono stati elisi i capitoli 5, 6 e 7 dell’edizione originale) dalla casa editrice Nero, con il titolo di Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, e la traduzione di Claudia Durastanti e Clara Cicconi.

    Come recita la prima frase del saggio: “Le promesse dei mostri è un diario di viaggio, un tentativo di mappare i paesaggi mentali e terreni di ciò che può valere come natura in alcune lotte locali e globali” (Haraway 2019: 37), laddove lo scopo del viaggio è “scrivere la teoria, cioè di produrre una visione informata per capire come muoversi e cosa temere nella topografia di un presente impossibile ma fin troppo reale, alla ricerca di un ancora assente, ma forse possibile, presente alternativo” (ibidem), metodologia per certi versi simile alle “cartografie” di Rosi Braidotti, e da cui la filosofa italiana deve aver preso più di qualche ispirazione. Al centro del discorso troviamo la “natura”, che nel pensiero harawayano si delinea sia come topos, la terra intesa come luogo comune (40), sia come tropos, ovvero figurazione, costrutto, artefatto, movimento e dislocamento (41). Per far emergere questa doppia articolazione, la proposta di Haraway è quella di mappare la natura indossando le lenti di un artefattualismo dinamico.

    Cosa significa artefattualismo? Significa principalmente che la natura è fatta, nel senso che è al contempo finzione e fatto. Questo vuol dire che, ad esempio, gli organismi sono oggetti naturali, ma non nascono, piuttosto vengono costruiti da determinati attori collettivi, in determinati luoghi e tempi, attraverso determinate pratiche tecno-scientifiche. Questo elemento costruttivo avvicina pericolosamente il pensiero di Haraway al paradigma postmodernista, in cui la realtà soccombe alla forza dei segni. Tuttavia Haraway, cosciente di questa vicinanza, interpreta il postmoderno non tanto come una decontesualizzazione tecnologica, a cui ne conseguirebbe la derealizzazione dell’esperienza, quanto piuttosto come un particolare tipo di produzione della natura: il mondo intero è rifatto a immagine della produzione di merci (41-44).

    Per questo motivo Haraway si chiede se sia possibile collocarsi in posizione differenziale rispetto al prodigio postmodernista, pur tuttavia rimanendo fedele alla sua tesi iniziale: la natura è un artefatto. Rispondere a questo interrogativo richiede due rovesciamenti correlati: il primo è la liberazione dalle narrazioni celebrative della storia della scienza e della tecnologia come paradigmatiche del razionalismo; il secondo è la riconfigurazione delle attrici/ori nella costruzione delle categorie etno-specifiche di natura e cultura, laddove le attrici e gli attori non iniziano né finiscono in “noi”. Il fatto che il mondo, per “noi”, esista come “natura” indica piuttosto un particolare tipo di relazione con molti attori/trici umani, non solo organici, non solo tecnologici. Conseguente a questo doppio rovesciamento è la critica all’altra caratteristica nefasta dell’iperproduzionismo postmodernista, laddove quest’ultimo, in stretta correlazione con il naturalismo trascendentale, rifiuta la capacità di agire di ogni altro elemento che non sia l’Uno, e desidera produrre e riprodurre solo l’immagine speculare di sé stesso, motivo per cui questo paradigma può solo fingere di fare la differenza. Di contro, secondo Haraway, la natura è sì fatta, ma non interamente dagli esseri umani, piuttosto è una co-costruzione tra umane/i e non-umane/i (46).

    Solo riconoscendo una capacità di azione che travalica i confini dell’Uno possiamo seguire Haraway nel viaggio che ci porta nell’articolazione di un artefattualismo dinamico, differenziale e oppositivo. In questo quadro la narrazione della natura assume nuova centralità, utile per mostrare la molteplicità di elementi umani e non-umani che concorrono alla generazione della realtà. Ricollegandosi alla lettura che Terence Hawkes fa degli attanti teorizzati da Algirdas J. Greimas (funzioni e non personaggi), Haraway propone una visione “pubblica” della natura, in cui diversi elementi, umani e non-umani, concorrono alla narrazione della vita collettiva (47). Da questo punto di vista è necessario anche mettere a critica la trama del fallologocentrismo propria dell’uomo costruttore-di-utensili e utensile, figura posta alla base del produzionismo e dell’umanesimo, come? Traslando il motto di Simone de Beauvoir, “donne non si nasce, si diventa”, per cui, di conseguenza, gli organismi non nascono ma sono fatti (47).

    Nello specifico, l’artefattualismo harawayano mostra come gli organismi siano costruiti in quanto oggetti di sapere, per mezzo di pratiche di discorso scientifico, ad opera di attrici/ori particolari e sempre collettivi, in momenti e luoghi specifici. Per dare corpo a questa affermazione Haraway trasla il concetto di “apparato di produzione letteraria” di Katie King, in “apparato di produzione corporea” (48). Con “apparato di riproduzione letteraria” King intende l’emersione della letteratura all’intersezione tra arte, affari e tecnologia, in modo tale da mettere a fuoco l’oggetto poetico (poem) in quanto oggetto di valore, ma anche (s)oggetto dotato di agency. In questo orizzonte, Haraway rileva anche i limiti dell’identificazione (immedesimazione), che si basano su logiche di appropriazione, incorporazione e tassonomie, in favore di meccanismi che inducono l’affinità, come i rituali della poesia, della musica e certe forme di pratica accademica, ovvero in favore di un’unità politico/poetica, di cui aveva già parlato in Manifesto Cyborg(Haraway [1985]1995: 49).

    Haraway parla dunque di natura sia come luogo comune sia come potente costruzione discorsiva, che si concretizza nelle interazioni tra attori semiotici e materiali, umane/i e non. Ne sono concreto esempio i cosiddetti “corpi biologici”, i quali emergono all’intersezione tra ricerca biologica, scrittura, pubblicazioni, pratiche mediche ed economiche, produzioni culturali di ogni sorta, incluse metafore, narrazioni e tecnologie di visualizzazione. Secondo Haraway, entrare in questo nodo di intersezioni vuol dire avere a che fare con i linguaggi dinamici che si intrecciano attivamente nella produzione del valore letterario, divenendo trickster in un mondo che è attore e attante spiritoso.

    Se gli organismi sono incarnazioni biologiche, è anche vero che emergono da un processo discorsivo, laddove la biologia è un discorso e non il mondo vivente in sé. Inoltre, come ha mostrato recentemente Karen Barad, riprendendo alcune intuizioni di Haraway, gli esseri umani non sono gli unici a decidere di tali discorsi, poiché anche gli strumenti tecnologici usati per “osservare” concorrono alla costruzione degli oggetti scientifici “osservati”. E ancora, va specificato che questo tipo di costruzione discorsiva non coincide con una variante della costruzione ideologica, poiché i corpi sono storicamente determinati, dinamici, possiedono diverse specificità e gradi di efficacia, provocando diversi tipi di impegno, intervento, e quindi discorsi (48).

    Fin qui il percorso delineato da Haraway è composto dall’artefattualità della natura, dall’apparato di produzione corporea, e, aggiungiamo ora, da una certa corporalità della teoria: questo vuol dire identificare l’esperienza con un processo di semiosi (De Lauretis 1984), e dunque dislocare la scienza dei segni lontano dalla psicanalisi, e vicina alla tecnologia (intesa foucaultianamente come confusione tra sociale e tecnico).

    Un altro tassello da aggiungere al discorso politico degli anni ‘90 di Haraway, è quello che risignifica ciò che si intende per riproduzione. Riprendendo Zoe Sofia, la quale sostiene che ogni tecnologia è una tecnologia riproduttiva, Haraway propone di sostituire la terminologia della riproduzione con quella della generazione: infatti, visto che gli “oggetti” della cultura della scienza sono le forme di vita, raramente, con riproduzione, si intende il “clonare” ciò che già esiste. A differenza dell’autopiesi dell’Uno e del medesimo, l’artefattualismo differenziale di Haraway diffrange, componendo fantasie a interferenza. Queste modalità sono strettamente imparentate con le inappropriabili altri/e di cui parla Trinh Minh-ha. In questo contesto essere inappropriati/bili significa trovarsi in una razionalità diffrattiva e non riflettente (55). Il pensiero di Zoe Sofia viene ripreso da Haraway altresì per diffrangere le narrative della nascita dell’Uno maschile e patriarcale, contrapponendovi piuttosto l’allegoria femminista differenziale e diffrattiva dell’identità inappropriata/bile, che nasce in un mondo fantastico chiamato “altrove”. Per comprendere meglio questo passaggio è necessario sostare ulteriormente sulla processualità della diffrazione.

    La diffrazione non produce “il medesimo” semplicemente perché lo disloca, come fanno la riflessione e la rifrazione. La diffrazione è alternativo alle pratiche di riproduzione del “medesimo” perché è una mappatura di interferenze, ovvero disegna una mappa di luoghi in cui gli effetti della differenza si manifestano. (56) È allora dal punto di vista della metodologia proposta da Haraway, e al riparo dal tecnoutopismo proprio dell’ultimo decennio del Novecento statunitense, che vale la pena prendere in considerazione le varie alterità inappropriate/abili che vengono interpellate de Haraway nel tardo capitalismo, in quella specifica collocazione che prende il nome di “posizionamento della soggettività cyborg”.

    Inoltre, con la mole di discorsi nati attorno all’Antropocene, sta oggi riemergendo l’urgenza di mettere in crisi il dualismo Natura e Società, o natura e scienza, proprio del sistema neoliberista patriarcale, e di cui troviamo già traccia in Le promesse dei mostri. Proponendo di situare le tecnoscienze all’interno degli studi culturali, già negli anni ’90 Haraway apre al continuum naturcultarale grazie a una diversa analisi delle narrazioni, capace di animare una narrativa diffrattiva, ovvero una storia basata sulle differenze, che resistere alle modalità scientifico-oggettive-patriarcali (in cui si agisce come ventriloqui per l’alterità). Da questa prospettiva, l’obiettivo è narrare una possibile politica di articolazione piuttosto che di rappresentazione (87).

    Nel perseguire questo scopo, Haraway propone una meteodologia che prende spunto dal quadrato semiotico di Grimas, eletto a dispositivo artificiale che genera significati e, al contempo, rumore di fondo. Il quadrato di Haraway è suddiviso in quattro parti, e la filosofa si muove al suo interno in modo orario, dal quadrante A al quadrante non-A (71). I primi tre quadranti, A, B e non-B, raccontano una storia a partire da figurazioni popolari di natura e scienza, che a prima vista possono apparire convincenti e amichevoli, e tuttavia, per mezzo della loro diffrazione, si rivelano essere segnate da profonde strutture di dominazione e oppressione. Ma Haraway non si accontenta di decostruire, e in modo creativo, propone immagini differenziali/opposte, dando vita a narrazioni/pratiche che potrebbero promettere qualcosa di diverso.

    Proponiamo di seguito una descrizione approfondita del primo quadrante (A), mentre andremo veloci sul secondo (B) e il terzo (non-B), per sostare infine sul quarto e conclusivo quadrante (non-A).

    Nel quadrante A siamo nello “Spazio Reale” chiamato “Terra”. Qui Haraway diffrange una pubblicità colonialista e tropicale della Gulf Oil Corporation, che recita “Understanding is Everything”, e raffigura un tocco tra due mani: quella di una donna bianca e quella di uno scimpanzé, immagine commerciale che fa riferimento agli speciali televisivi della National Geographic Society — finanziati dalla stessa multinazionale petrolifera –, e in particolar modo ai famosi reportage di Jane Goodal. “Eccoci al cospetto di una scienza naturale, codificata come inconfondibilmente femminile, che contrasta gli eccessi strumentali di un complesso militare-industriale-tecnoscientifico, in cui il codice della scienza è pregiudizialmente antropocentrico e maschile” (72), sostiene Haraway, per mostrare come il messaggio salvifico della natura per mano di una donna occidentale e bianca funziona come Pink-Green-Washing di una delle industrie petrolifere più potenti e distruttive al mondo. Con un’analisi articolata e approfondita delle narrative tossiche sottese a questo spot, Haraway mostra successivamente come, nel mondo mercificato moderno e postmoderno, le narrative siano di due tipi: la scienza che parla per la natura, e la natura come portatrice di un messaggio salvifico.

    Rimanendo nel quadrante A, si può abbandonare questa doppia narrazione, dice Haraway, guardando ad un’altra pubblicità colonialista e tropicale: una storia contenuta nella rivista “Discovery” dal titolo Tech in the Jungle (Agosto 1990). Siamo in Amazzonia, e l’articolo è accompagnato da una grande foto a colori che ritrae un indiano Kayapo con in mano una telecamera, durante una protesta per proteggere la foresta in cui vive. “Discovery” invita a leggere questa immagine come il dramma dell’incontro tra “tradizione” e “modernità”, narrazione che lungi dall’essere un resoconto fedele della realtà, conferma l’esistenza di queste stesse categorie epistemologiche.

    Diversamente Haraway propone nuove forme di relazioni e solidarietà con la pratica dell’uomo Kayapo, esplorando altre possibili narrazioni, che articolano diverse pratiche di relazione umano e non-umano (indigeno e telecamera). Sulla scia di Susanna Hecht e Alexander Cockburn, Haraway inizia col diffrangere la foresta amazzonica, criticando la narrazione di “paradiso sotto campana” (81) e, passando a visualizzarlo come esito dinamico della storia umana e biologica, sostituisce il paradigma di “salvezza della natura” con le politiche per la “natura sociale”. Il che vuol dire, ad esempio, non chiedere parchi nazionali o riserve recintate, ma tentare una diversa organizzazione tra terra e persone, “che sappia ristrutturare il concetto di natura attraverso la pratica della giustizia” (ibdem).

    Ecco allora che si fa più chiaro come la natura contro cui si scaglia Haraway è il costrutto prodotto dall’Uomo Bianco Occidentale, che crea altri costrutti a sua immagine e somiglianza. Di conseguenza, da questo denso saggio emerge la necessità di narrare un’Amazzonia che non è mai stata vuota di cultura in quanto natura, ad esempio riconoscendo le popolazioni indigene che vi abitano da tempo, e i loro stili di vita. A questa storia si aggiunge quella dell’attivista Chico Mendes, che da questi popoli proveniva e che fu ucciso per la sua visione poetica/politica capace di mettere in relazione diversi attori e attanti che vivevano la foresta, rivendicando potere decisionale su di essa, perché persone e foresta sono elementi costitutivi di una relazionalità sociale, e non perché possedevano il potere di rappresentarla. Attraverso una serie di pratiche politiche e di lotte, come la costruzione della Forest People’s Alliance — che Hetch e Cockburn hanno chiamato “ecologia della giustizia” –, Haraway mostra come il “punto fondamentale è che la Biosfera amazzonica è un’entità collettiva irriducibilmente umana/non-umana” (86), in cui Natura e Giustizia non sono una dicotomia oppositiva, piuttosto un groviglio interrelato, elemento material-semiotico.

    Qui la questione non è, come propone Joe Kane, quella di rispondere alla domanda chi parla per il giaguaro?— molto simile ai pro-vita quando asseriscono chi parla per il feto?, ovvero domande che si fondano sulla politica semiotica della rappresentazione, e quindi su tecniche di distanziamento che rifondano l’autorevole dominio del rappresentante (88-89), in cui l’autorialità spetta solo a quest’ultimo —  piuttosto si tratta di guardare ad attrici/tori e attanti con un approccio alternativo, per fondare un altro modo di lavorare nelle scienze, una altro modo di lavorare con i saperi, e situandosi nel quadro di alcune specifiche lotte.

    Visto che gli attanti sono entità collettive che fanno cose in un campo d’azione strutturato e strutturante, la questione è porsi l’obiettivo di costruire pratiche di articolazione, piuttosto che di rappresentazione. La politica di articolazione di Haraway — pratica culturale che prende la produzione dei saperi come terreno di conflitto — è immediatamente operativa. Il primo esempio si riferisce alla foto dell’indigeno Kayapo che lotta per mantenere il suo stile di vita non moderno con una telecamera in mano: “potremmo benissimo dire che l’uomo stia forgiando un nuovo collettivo di umane/i non-umani, in particolare formato dalle/ai Kayapo, da videocamere, terra, piante, animali, pubblico vicino e lontano; potremmo affermare che non vi è alcuna violazione di confine. Lo stile di vita non è non-moderno (più vicino alla natura); la fotocamera non è moderna o postmoderna (nella società). […] Dove non esistono natura e società non esiste piacere, non vi è più posto per il divertimento che deriva dal rappresentare la violazione del confine tra di esse” (95). In questo modo Haraway diffrange l’idea di confine patriarcale, aprendo contemporaneamente a zone liminali, naturculturali, in cui si producono nuovi tipi di azioni e responsabilità.

    Il quadrante B, ovvero “l’altro spazio” o l’extraterrestre, mostra come esso sia codificato in modo del tutto generale, in opposizione al costrutto della “natura” terrestre. Lo “spazio” non riguarda le origini dell’umanità sulla terra, ma il suo futuro, allocronico tempo-chiave nella storia della salvezza. Lo spazio, così come i tropici, sono figure utopiche e topiche negli immaginari occidentali, le loro caratteristiche dialetticamente opposte stanno a indicare origine e fine della creatura, la cui vita materiale si suppone sia al di fuori di entrambe: l’uomo moderno o postmoderno (98). In modo simile alla metodologia usata nel quadrante A, Haraway diffrange e articola una nuova narrativa, passando per il primo essere mandato nello spazio (lo scimponauta HAM) e per le rappresentazioni dello spazio durante la Guerra Fredda, luogo principale della guerra finale simulata raccontata dal punto di vista maschilista e patriarcale (103), con la conseguente codificazione sovra-determinante del genere della cultura patriarcale nucleare, che ha assegnato alle donne della responsabilità della pace, “mentre lascia che gli uomini si trastullino con i loro pericolosi giocattoli di guerra senza dissonanza semiotica” (105). Di contro Haraway racconta di alcune pratiche di Environmental Action, dalle Mother’s and Others’ Day Action alle Surrogate Others del Nevada, quale connubio di eco-femminismo e pratiche di lotta non-violente, che hanno dato vita a una politica di articolazione, con l’obiettivo di contrastare i test nucleari e la minaccia della guerra atomica, ma anche la necessità che gli uomini si prendessero cura della terra, così come questioni legate ai diritti umani e all’antirazzismo (107-109).

    Nel quadrante non-B, caratterizzato dai discorsi su uno spazio interno del corpo umano — il sistema immunitario –, Harway diffrange le narrative del corpo biomedico. Come già era avvenuto in Manifesto Cyborg, ciò che interessa Haraway è capire come funzionano le narrative del normale e del patologico quando il corpo biologico e medico viene simbolizzato e operato in quanto testo codificato, organizzato e costruito alla stregua di un sistema di comunicazione, ordinato da un network fluido e diffuso che funge da comando-controllo-intelligenza (Haraway [1985]1995: 145-146). Nella narrativa del sistema immunitario governata da semantiche della difesa e dell’invasione (Haraway [1992] 2019: 113), i conflitti sono sorti per determinare cosa può considerarsi soggetto e cosa attore (110). Di nuovo, applicando la visione diffrattiva alla soggettività (116), Haraway propone come esempio di politica semiotica di articolazione la lotta contro l’AIDS, per come agìta da ACT UP, ovvero praticata come simpoiesi e teoria delle reti, piuttosto che come logica della guerra (119-122).

    Il quadrante finale, il non-A, ovvero lo spazio virtuale alla fine del viaggio, la SF, è caratterizzato da una figura-guida, Lisa Foo, personaggio di un racconto di fantascienza di John Valery. Nella riscrittura proposta da Haraway, la questione dell’articolazione assume le sembianze del potere di produrre connessioni proprio dello spazio virtuale, nonostante esista il rischio che queste producano un’incapacità di agire nel mondo reale. Haraway ci mostra allora come il narrare nuovamente la figura di Lisa Foo, ovvero rilevare come il personaggio poteva muoversi altrimenti nella storia, serva a “smantellare le logiche di chiusura della nefasta misoginia razzista” (130). Il saggio si chiude con l’immagine di un dipinto di Lynn Randolph del 1989, Cyborg, usato anche dalle edizioni Feltrinelli per la prima pubblicazione italiana di Manifesto Cyborg, come possibile narrazione di un’alterità inappropriata/bile: “Una tale cyborg non ha struttura aristotelica. Non è la dialettica servo-pardone a risolvere i conflitti tra risorsa e prodotto, passione e azione. L(u)ei non è utopica né immaginaria; l(u)ei è virtuale. Generata, insieme ad altre/i cyborg, dal collasso reciproco di tecnico/organico/mitico/testuale/politico, viene costituita dentro e fuori ogni figura da articolazioni di differenze critiche” (135). Di conseguenza la teoria “modesta” di Haraway ha lo scopo di mostrare i mutamenti di metafore e confini posti alla base di una sapere e una politica della speranza per questi tempi mostruosi.

    Riprendendo il pensiero di Gloria Anzaldua, il solo piacere promesso è quello connesso alla rigenerazione possibile in zone di confine meno mortali e cancerogene.

    Dopo questa carrellata di strumentazione analitica mi ritrovo a domandarmi: per chi è stato tradotto questo testo denso e difficile di Donna Haraway? A giudicare dallo stato in cui versa il sistema universitario italiano, fortemente de-finanziato, con il turn-over bloccato, le porte della ricerca sbattute in faccia a quasi il 90% degli assegnisti di ricerca, un sistema che si regge per il 59% su lavoratori precari (VIII indagine ADI, 2018), il pensiero femminista di provenienza statunitense non è esattamente lo strumento per fare carriera in questo ambito. A fungere da ironica e paradossale conferma della marginalità del pensiero di Haraway nei dibattiti italiani, è la presenza della filosofa statunitense nella genealogia della scrittrice italiana più influente nella contemporaneità, Elena Ferrante, e al contempo meno studiata nel Belpaese.

    Piuttosto, anche conoscendo committenti della traduzione e traduttrice, mi sembra che questa pubblicazione si rivolga a quanti vivono liminalmente il mondo accademico, magari in connessione con i molteplici focolai di lotta, o con gli ambiti artistici più innovativi, oltre alle tante che si interessano, per diversi motivi, al pensiero femminista. Forse anche per questo motivo mi sento tuttavia libera di proporre un piccolo esperimento, sia per mettere a verifica gli strumenti proposti da Haraway con una lotta di cui ho potuto fare esperienza diretta, sia per interrogarmi su come, sempre grazie agli strumenti che rintracciamo in questo testo, sia possibile vedere con altri occhi le pratiche di coinvolgimento e responsabilità che esulano dai vari centri nevralgici delle lotte che di volta in volta emergono, utile a delineare un’ipotesi di nostrana politica di articolazione piuttosto che quella di rappresentazione, e facendo tuttavia leva sul potere della narrazione.

    Prendo quindi spunto dalla lotta del Teatro Valle Occupato di Roma, nata nel 2011 grazie a un gruppo di lavoratori dello spettacolo e alcune attiviste del movimento studentesco, per protestare contro i tagli alla cultura e al depauperamento, materiale e simbolico, di chi opera all’interno di questo settore. La lotta del Teatro Valle Occupato ha visto una partecipazione eterogenea, impossibile da rappresentare nella sua totalità, quindi secondo la grammatica dell’Uno, ma da cui possono emergere molti esempi di pratiche di articolazione. Anzitutto la spinta propulsiva accumulata grazie alla vittoria del referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare di Stato ha reso visibile la relazione vitale e postumana prodotta da un teatro; come l’acqua e come l’aria, dicevamo.

    Ma la relazione con lo spazio del teatro, il più antico di Roma, è stata una relazione soggettivante anche per via della relazione di “cura” e “affetto” stabilitasi tra luogo fisico e persone durante i tre anni di occupazione, generando una relazione tra umano e non-umano che esula dalle politiche culturali estrattive proprie del neoliberismo all’italiana, e di cui grida vendetta ora il Teatro Valle, spazio vuoto nonostante sia stato da anni istituzionalmente “riaperto”.

    Se l’occupazione è diventata famosa a livello mediatico per via dei grandi personaggi del mondo della cultura che lo hanno attraversato, da Peter Brook a Judith Malina, passando per Amitav Ghosh (solo per citarne alcuni), non meno importanti sono stati, su un altro piano, i tentativi pratici di decolonizzare quello spazio, e al contempo le nostre modalità di costruire la lotta politica, come quando il Teatro Valle diventò il luogo in cui si poterono incontrare alcune associazioni eritree, il Coordinamento Eritrea Democratica, e i parenti di molte delle vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre del 2013.

    O ancora, quando il Teatro Valle Occupato ha ospitato, in sinergia con altri luoghi culturali della città di Roma e d’Italia, uno dei primi eventi di sensibilizzazione sulla terribile questione dei femminicidi (Notte rossa contro il femminicidio, 2013), in cui alcune attrici dell’occupazione hanno incarnato e reso tangibile la violenza maschile agita sul corpo delle donne. Un evento che era stato già preceduto dal Festival “Da Mieli a Queer” dedicato alla sperimentazione artistico/politica di uno dei fondatori del movimento omesessuale italiano, Mario Mieli. Dunque, senza avere l’obiettivo di rappresentare quante/i/u lottano contro la violenza sulle donne e di genere, articoliamo una narrazione che includa entrambe le modalità e posizioni politiche.

    Questo è forse allora un primo tentativo di diffrangere la narrazione tossica sul Teatro Valle Occupato, che oscilla tra la versione mainstream, in cui si racconta come azione scellerata di un gruppo di giovani okkupanti annoiati dalla vita borghese, e la versione svalutativa di quanti non hanno avuto modo di sperimentare una forma organizzativa che si è arrischiata ad agire una politica di affinità piuttosto che di identità, un compostare, come suggerisce nella postfazione di La promessa dei mostri Antonia Anna Ferrante, ricollegandosi altresì all’ultimo libro di Haraway (Haraway [2016] 2019).

    Grazie a questa applicazione dell’artefattualismo differenziale di Haraway abbiamo mosso un primo passo per vedere come, nello spazio material-semiotico del Teatro Valle Occupato, sono saltate molte dicotomie tradizionali: dalla dicotomia casa/teatro, a quella di artista/fruitore, passando per quella di cittadino/immigrato e quella di umano/non-umano. Nel momento in cui riusciamo ad abbandonare le narrative catastrofiste e svalutative, ecco dischiudersi i lati generativi e rigenerativi delle politiche di articolazione, laddove lo strumento della narrazione diventa centrale per non cancellare le differenze (elemento proprio del paradigma delle politiche di rappresentazione), e dunque dargli finalmente voce. Una danza simpoietica di molteplici modi di fare aggrovigliati con molteplici modi dire.

    Isabella Pinto, Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri, in “IAPh-Italia”, 26/11/2019 https://www.iaphitalia.org/donna-haraway-e-la-lotta-del-teatro-valle-occupato-sulluso-politico-di-le-promesse-dei-mostri/

  • Preciado a Roma – maggio 2018

    Preciado a Roma – maggio 2018

    di Sara Pierallini

     

    Paul B. Preciado, autore di Manifesto Contra-Sexual (2002), acclamato come “Il libretto rosso della teoria queer” e autore di Terrore anale (2018) è stato due giorni in Italia, a Roma. Questo report, sicuramente emozionale, porta con sé il mio tentativo di riprodurre due serate di dialoghi, criticità, dibattiti e amicizia passate in compagnia alle mie compagne del collettivo di autocoscienza.

     

    19/06/2018

    Basilica di Massenzio, Festival delle letterature. Luogo formale. Preciado legge: Un appartamento su Urano.

    Con molta ironia, Paul affronta il tema del transgenderismo, del binarismo di genere e del desiderio sessuale partendo da sé, come nella migliore tradizione femminista, diventando il protagonista indiscusso del suo racconto. Trascriverò qui gli appunti tratti dalla sua narrazione.

    Paul descrive un suo sogno, nella trama dei fili che si viene a creare ci espone le sue perplessità e problematizza alcuni concetti attuali dell’eteronormatività neoliberista.

    “[…]La mia vita onirica si è manifestata con la forza di un racconto di Ursula Leguin: ero in macchina e il mio autista era Dominique Fernández. Mi trovavo in un momento della mia vita in cui non sapevo da che parte del mondo vivere. Nel sogno ci trovavamo a guardare il cielo e, in particolare, i pianeti del sistema solare dove, su ognuno, avevo in affitto un appartamento. Chiaramente la mia situazione economica era insostenibile. Meno chiaro era il fatto che Dominique, nel mio sogno, fosse diventato un esperto in questioni immobiliari dell’universo extraterrestre. Probabilmente i suoi libri sul turismo esoterico mi avevano inspirato a trasformarlo nella sua professione.  Intento a guardare le stelle con me cominciò a spiegarmi:

    • Io sceglierei un appartamento su Marte, inoltre terrei l’appartamento sulla Terra e quello su Saturno, ma lascerei quello su Urano. È troppo lontano! –

    Non sono un esperto di astronomia e non conosco né la posizione, né la distanza dei differenti pianeti del sistema solare, ma consultando la pagina di Wikipedia noto con sorpresa che si tratta di uno dei pianeti più lontani dalla Terra, più di Nettuno e Plutone e dei pianeti nani come Cerere, Haumea, Makemake e Eris.

    Urano è stato il primo pianeta scoperto con l’aiuto di un telescopio otto anni prima della rivoluzione francese. Fu utilizzata una lente costruita dallo stesso astronomo e musicista che lo vide per la prima volta, osservandolo nel giardino di casa sua in via New King, n. 19, un 13 marzo. Il suo nome era Frederick William Herschel. Tuttavia, alla visione del pianeta, non sapeva se effettivamente si trattasse di un astro enorme o di una cometa senza coda. Lo chiamò Georgium Sidus, la stella di George, per consolare il Re dalla perdita delle colonie britanniche in America. L’Inghilterra aveva perso un continente ma, in compenso, aveva guadagnato un pianeta. Grazie a Urano, Herschel poté vivere di una pensione reale molto generosa, ma per colpa dello stesso pianeta dovette allontanarsi dalla musica per stabilizzarsi a palazzo, in modo tale che il sovrano potesse avere la certezza di non perdere anche la sua nuova conquista coloniale. Per colpa di Urano, si dice che l’astronomo impazzì dedicando tutto il resto della sua vita a costruire il telescopio più grande del XVIII Secolo. Morì a sessantaquattro anni, esattamente il tempo che impiega Urano per compiere un giro del Sole. Si dice che il telescopio fosse così grande che la famiglia lo utilizzò come refettorio per celebrare il suo funerale.

    I fisici contemporanei, con lenti più potenti di quella creata da William, descrivono Urano come un gigante gelato di ghiaccio, metano e ammoniaca. Si tratta del pianeta più freddo del sistema solare con venti che possono superare i 900 km/h. Di fatto non possiamo dire che le condizioni abitative di questo pianeta siano idilliache, devo infatti ammettere che Dominique aveva ragione, dovrei lasciare l’appartamento su Urano. Ma il sogno di Urano diventa per me come un virus nel cervello. Non solo voglio viverci, ma diventa, per me, il tetto solido del mondo, il limite della volta celeste, ciò a cui più anelo.

    In molti riti greci Urano è visto come il luogo degli Dei; il luogo lontano ed etereo che, seguendo la semantica del sogno, è dove gli dei avevano il loro appartamento. Nella mitologia greca questa narrazione diventa allo stesso tempo sia una storia fantascientifica che anticipa le tecnologie di riproduzione e di trasformazione del corpo apparse solo nel XX e nel XXI Secolo, sia una telenovela nella quale i personaggi si dilettano nell’agire una grande quantità di relazioni non normate, promiscue. Per esempio, viene narrato che Gaia finì con lo sposare suo figlio Urano e che dalla loro unione incestuosa e poco eterosessuale, nacque la prima generazione di Titani, Oceano, Coio, Creio, Iperione, Iapeto e Kronos. Urano è, quindi, allo stesso tempo, figlio della Terra e padre di tutti gli altri. Non è chiaro quale fosse il problema di Urano, ma ciò che è certo è che non è l’esempio di un buon padre, infatti Gaia convince i suoi figli a praticare su di lui un’operazione anticoncezionale definitiva. È possibile osservare questa scena rappresentata nel Palazzo Vecchio di Firenze, nel mezzo del soffitto della sala degli Elementi. Un’ opera di Giorgio Vasari, compiuta durante il XVI Secolo dove Crono castra il padre e dai genitali asportati di Urano nasce Afrodite, Dea dell’Amore. Ciò che comprendiamo dal susseguirsi di queste vicende mitologiche, è che l’amore nasce grazie alla disconnessione dei genitali dal corpo, da una esternalizzazione della potenza genitale.

    Questa concezione delle relazioni non eterosessuali appare citata anche nel Simposio di Platone, opera che inspirerà Karl Heinrich Ulrichs a coniare il termine uraniano nel 1864, per riferirsi agli amori, che egli stesso denomina, del terzo sesso. Per spiegare meglio le esistenti possibilità di desiderio sessuale e di genere, Ulrichs taglia in due la soggettività separando l’anima dal corpo e inventando una combinazione di anima e corpo che possa permettere a una persona di amarne un’altra in un modo differente da quello normato. La segmentazione anima-corpo riproduce, nell’ordine dell’esperienza, l’epistemologia binaria della differenza sessuale: ci sono solo due soluzioni, maschile o femminile.

    Gli uraniani non sono né malati, né criminali, ma anime femminili imprigionate dentro corpi maschili che si sentono attratte da anime maschili. All’epoca questa forma di amore poteva condurti alla forca e continua ad essere illegale in 34 paesi di cui 30 hanno la pena di morte come atto risolutivo di un amore altro e reso illegale; tra questi troviamo Nigeria, Pakistan, Iran e Qatar.

    Ulrichs non parlò da scienziato, ma in prima persona. Non disse “esistono persone uraniane” ma dichiarò di essere uraniano e lo affermò in latino nell’agosto del 1867, dopo essere stato condannato al carcere per aver scritto libri, successivamente dichiarati proibiti, davanti a un congresso di 500 giuristi e membri del parlamento tedesco. Insomma, davanti a un pubblico ideale!  Heinrich Ulrichs scrive nel suo diario che alcuni parlamentari entrarono nella sala dell’Odeon di Munich e cominciarono a gridare e a sbraitare contro di lui:

    • Chiudete la sessione! Chiudete la sessione!

    Annota anche, però che vi erano una o due voci che si ergevano per contrastare questo rumore assordante con un:

    • Lasciatelo parlare!

    Nel mezzo a questo caos alcuni parlamentari si fermarono ad ascoltarlo.

    Ulrichs fu uno dei primi uraniani europei ad affermare pubblicamente di voler avere un appartamento su Urano. Il primo infermo sessuale e criminale che prese la parola per denunciare la norma esistente. Difese il diritto a praticare la sodomia tra uomini.

    Il 6 maggio 1868, Karl-Maria Kertbeny, attivista e difensore dei diritti delle minoranze sessuali, inviò una lettera a Ulrichs dove usa per la prima volta la parola omosessuale per riferirsi agli uraniani. Nella lettera difendeva le pratiche sessuali tra persone dello stesso sesso, dicendo che erano tanto naturali come quelle eterosessuali, termine, anche questo, utilizzato per la prima volta nel testo suddetto. Per Kertbeny omosessualità e eterosessualità erano due forme naturali di amare, ma per i rappresentanti della legge e della medicina del XIX Secolo, l’omosessualità era codificata come infermità e criminalizzata. Non sto parlando di storia, infatti le nozioni omosessualità e eterosessualità si convertiranno presto in tecniche biopolitiche di gestione della sessualità e della riproduzione durante il XX Secolo. L’omosessualità sarà ritenuta un’infermità sessuale nei manuali psichiatrici occidentali fino al 1975.

    Credete di essere omosessuali o eterosessuali? Questa distinzione coglie l’identità umana?

    Permettetemi di dire che omosessualità e eterosessualità non esistono fuori da un’epistemologia binaria, coloniale e capitalista che privilegia le pratiche sessuali riproduttive al fine di una più efficace ed efficiente strategia di gestione (e controllo) della popolazione, della riproduzione della forza lavoro e della riproduzione dei/lle consumatori/trici. Ciò che si riproduce è capitalismo non è vita!

    Ma se omosessualità e eterosessualità non esistono, cosa siamo? Come amiamo? Immaginiamolo!

    Torno allora al mio sogno e capisco che la mia condizione trans è una nuova forma di essere uraniano, non sono uomo, non sono donna, non sono eterosessuale, non sono omosessuale e neanche bisessuale, sono un dissidente del sistema sesso-genere. Sono la molteplicità del cosmo racchiusa in un regime epistemologico e politico binario. Sono un uraniano ai confini del capitalismo tecno-scientifico.

    Mi è stato assegnato il genere femminile alla nascita, hanno detto che ero lesbica. Decisi di auto-somministrarmi dosi regolari di testosterone senza mai pensare di essere un uomo. Non ero transessuale e il testosterone non era la mia cura, semmai il contrario. Prima mi somministrai ormoni e dopo divenni transessuale. Ho accettato di definirmi transessuale e infermo mentalmente di modo tale che il sistema medico legale potesse riconoscermi come corpo vivo umano. Ho pagato con il mio corpo il nome che porto!

    Non ho la necessità che aveva Ulrichs di affermare che sono un’anima maschile dentro a un corpo femminile. Non ho anima, sono il cosmo e ho un appartamento su Urano. Senza dubbio è lontano dalla maggior parte delle regole, ma non così lontano da non poter essere raggiunto da ogni persona che voglia. Vi aspetto!”

     

    20/06/2018

     

    Tuba Bazar, Bazar erotico, luogo transfemminista, informale. Stavamo facendo aperitivo davanti al locale, sulla strada, e Preciado ne era visibilmente impressionato:

    È meraviglioso, questa è una forma di riappropriazione critica della strada ed è la prima volta in vita mia che posso fare una presentazione e vedere nello stesso istante i mondiali di calcio. Questo pure è quasi un atto di resistenza dato che voi siete qui a guardarmi, mentre il mondiale è proiettato dalla parte opposta.

    Durante la presentazione ci descrive in particolare due libri. Il primo è Manifesto Contra-Sessuale (Il Dito e la Luna 2002) e il secondo è Terrore anale, Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale (Fandango, 2018). L’autore ci teneva molto a sottolineare come i suoi libri siano parte della sua vita e che inevitabilmente descrivono momenti e necessità di quel dato periodo di tempo in cui sono stati scritti. In particolare, Manifesto Contra-sessuale, il suo primo saggio, tagliente e inappropriato sia per l’editoria che per un contesto accademico, ha una storia di scelte politiche, scelte che alcuni chiamano impropriamente fortuna. Questa storia riguarda e ha riguardato le persone che hanno avuto la volontà di innescare il cambiamento, di entrare e proporre in contesti politico-culturali la propria teoria strampalata, azzardata, spaventosamente posizionata che ha messo in campo il gioco e un nuovo modo di vedere i corpi agenti. Una di queste persone che hanno circondato Paul B. Preciado era Guillaume Dustan editore di una collana di libri fuori dal normale e attivista, in Francia, il quale decise di pubblicare il suo libro. Per questa ragione, in un momento successivo, il filosofo deciderà di dedicargli Testo Tossico. Un altro importante contributo per la nascita di questo libro furono le conversazioni con Derrida, il professore con il quale Paul collaborava. In quel momento la loro ricerca si basava sulla conversione di S. Agostino da libidinoso a casto, pensata come fosse dovuta a un cambio di sesso. È stato da questa ricerca che con Derrida nacque l’idea di scrivere un manifesto la cui prima parte fosse dedicata all’analisi del dildo. Una piccola bomba a orologeria dentro alla semiotica del sesso.

    Manifesto Contra-sessuale vuole anche instaurare un dialogo tra il mondo accademico e il mondo dei movimenti politici per parlare, finalmente, di sessualità, riappropriandosi di un linguaggio e di pratiche in disuso o vietate, come per esempio l’utilizzo del dildo. Questa protuberanza, in realtà, non è da vedere come rappresentante dell’industria dei giochi sessuali, ma è, più propriamente, un’estenzione sintetica del sesso. Un dildo può essere, infatti, qualsiasi cosa, anche una persona, un oggetto, un libro, una qualsiasi tecnica. Come reinventare un nuovo linguaggio, una nuova pratica? Il filosofo vuole andare oltre:

    La grande domanda del manifesto, anche se a quel tempo non ne ero ancora del tutto cosciente, era se fosse stato possibile cambiare. Se non fosse possibile, l’attivismo politico non avrebbe senso dato che quest’ultimo si definisce come un progetto di trasformazione sociale. La domanda reale, l’unica domanda del Manifesto è se la rivoluzione, nel senso micro-politico e soggettivo del termine, sia possibile.

     

    L’ultimo libro, Terrore Anale (2018), è un piccolo saggio scritto come postfazione a una nuova edizione del libro “Desiderio Omosessuale” di Guy Hocquenghem (Roma, 1973) per i mercati francese e spagnolo. Il testo fu ispirato dalla rilettura di questo saggio e dall’attivismo politico degli anni settanta, quando la sessualità stava al centro delle pratiche politiche.

    Oggi vi è una necessità di tornare a quelle pratiche, ma con un ardore differente, creando un nuovo linguaggio, decolonizzando e derazzializzando i corpi per una rivoluzione sessuale, queer e transfemminista. Ma attenzione, Paul ci fa notare come questo tipo di pensieri non si possano posizionare a sinistra, o meglio, nel pensiero delle sinistre europee le quali hanno storicamente escluso, dai loro processi di cambiamento e di trasformazione politica, qualsiasi critica dei processi riproduttivi, allontanandosi dai femminismi, dalle rivendicazioni omosessuali e transessuali. Di conseguenza, queste nuove sinistre al potere, in ambito sessuale, sono conservatrici. Infatti, nel libro fa notare come le politiche pubbliche si siano evolute in un senso di castrazione. Preciado parla di persone dall’ano castrato e di corpi privati, privatizzati, oppressioni dovute a un connubio tra capitalismo e regime eterosessuale, patriarcale.

    Scrivere, raccontare e agire pratiche politiche sessuali, di corpi performativi anticonvenzionali, di riappropriazione e creazione di spazi pubblici, collettivi, può essere questo l’inizio di una rivoluzione, di una rivoluzione con la r minuscola, come dice Hocquenghem, perché sempre su scala locale. La scala delle marginalità che producono nuovi immaginari.

     

    Una piccola bibliografia consigliata:

    vedi l’intervista di Rachele Borghi su iaph italia

    • Hocquenghem, G., El deseo Homosexual, Editorial Melusina, 2009
    • Preciado, P., Terrore anale, Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale, Fandango Libri, Roma 2015
    • Preciado, P., Testo tossico, Sesso, droghe e biopolitiche nell’Era farmacopornografica, Fandango Libri, 2015
    • Preciado, P., Manifesto contra-sessuale, Il Dito e la Luna, 2002
    • Witting, M., Le guerrigliere, Lesbacche incolte, Bologna 1996
  • Le parole per Silvia. Una quasi-recensione a MDLSX  Di Anna Simone

    Le parole per Silvia. Una quasi-recensione a MDLSX Di Anna Simone

    Quando parla l’esperienza accade sempre qualcosa di autentico e potente, qualcosa che resta. Sapevo bene a cosa andavo incontro quando sono andata a vedere MDLSX all’Angelo Mai, lo spettacolo di Silvia Calderoni – una produzione Motus – e in parte sapeva anche lei cosa avrei potuto dire e pensare. Eravamo emozionate, io perché finalmente potevo vederla in scena, lei perché desiderava e temeva assieme a me.

    “Sono preoccupata, lo so che non ti piace Preciado” e io “no, non capisco perché pensi che non mi piaccia, semplicemente non è la mia esperienza”. Ecco, l’esperienza. MDLSX è una narrazione esperienziale ed è questo che rende unico tutto lo spettacolo o forse solo tutta quella voglia di mettere in scena una vita, come atto terapeutico e ironico allo stesso tempo. Potremmo scrivere lunghe prolusioni sul senso e sul portato degli scritti di Preciado, di Judith Butler, di Foucault e della traduzione scenica della massa emotiva presente nel romanzo Middlesex di Eugenides, poi trasposti in questo spettacolo, ma andremmo fuori traccia. La potenza scenica di Silvia è quella di un corpo che parla, ma non nega l’esistenza di tutto quel che complica rispetto alle parole che impariamo leggendo e studiando perché lei non fa dell’ideologia queer una bandiera dietro cui trincerarsi, ma solo un modo per trovare le parole per dirlo, per dire la vita, la propria esperienza, quell’entrare e uscire dal corpo che tutte e tutti abbiamo vissuto a vario titolo tra infanzia e adolescenza, etero e no (corpi grassi, acne, brufoli, eccesso di magrezza…).

    Silvia non nega di venire da un paese di provincia, non nega di doversi misurare con dei genitori che possono anche non capire, ma non per questo vanno messi al bando, non nega di misurarsi con suo fratello, non nega niente della sua storia. Ci sta dentro, tutta, e la attraversa come si fa stando in una barchetta nell’oceano, con la stessa forza che ogni tanto cede alla disperazione. MDLSX è una storia di amore complicata, persino divertente ed esilarante in alcuni momenti, come d’altronde lo sono tutti “i disastri”. Il suo corpo sta lì, sulla scena, come in una lunga seduta psicoanalitica dai toni pop che lavora a metà tra la parola fendente e l’alleggerimento, lì a dirci ciò che lei è stata ed è, spogliandosi di tutti quei “dover essere” che bloccano, limitano il desiderio sino a non sentirlo più. “E quindi? Dimmi!”. “E quindi sei stata fantastica Silvia, mi hai emozionata e provo a dire perché”.

    Da giorni, forse mesi, chi viene dagli studi sulla norma eterosessuale e dalla differenza, come nel mio caso, fa fatica a trovare le parole per dire cosa e come nominare tutto quello che sta accadendo attorno ai dibattiti contemporanei sulle unioni civili, sul gender-no gender e sulla famosa questione degli “uteri in affitto”. La fatica viene da almeno due o tre elementi complessi, ma non per questo intraducibili: è davvero possibile collocarsi nei dibattiti polarizzati che, in quanto tali, mettono a tacere l’esperienza favorendo la parola astratta su sesso e genere? E’ davvero possibile stabilire una linea di demarcazione netta tra femminismo e queer? Se la mia esperienza di genere corrisponde con il mio sesso e l’esperienza di un’altra/o no perché devo negarmi di dire la mia verità per paura di essere tacciata di “essenzialismo” o “omofobia” e perché l’esperienza di Silvia o di Preciado vengono usate per collocarsi in questo o in quell’altro femminismo se alla fine tutto ciò che conta è solo far parlare il corpo contro ogni tentazione di scindersi?

    Lo spettacolo di Silvia è potente, oltre che per le ragioni sopra descritte, perché rompe tutti i canoni narrativi, non solo quelli dell’eteronormatività, della creazione del “mostro” – come ci ha insegnato Foucault ne Gli Anormali– , ma anche e soprattutto perché scompone luoghi comuni non cedendo mai fino in fondo alla parola astratta e ideologica. Le parole si usano ma solo per riportare la narrazione di una vita nell’unico luogo, tempo e sapere che ci rende potenti: il dirci e farci singolarità al di là dei cartelli identitari, perché è solo ed esclusivamente questo a renderci differenti e non conformi, eccedenti dicevamo una volta. Spostarsi sulla nostra singolarità, infatti, è gesto intelligente proprio perché ci toglie da ogni forma di cristallizzazione che talvolta attraversa le parole del femminismo. Il punto, infatti, non è e non può essere la traduzione volgare della differenza in corpo biologico etero-normato, ma al contrario è quel fare la differenza a partire dalle parole che la nostra esperienza ci indica a determinare lo scarto. La rivoluzione vera avviene quando le parole, così come l’afasia, coincidono con il sentire del corpo e dell’esperienza sino a farsi pensiero.

    Silvia, in un punto preciso del suo spettacolo, verso la fine, dice: “Io sono questo, sono sempre stata questo”, ma quel “questo”, proprio perché è un divenire, non approda mai ad una identità ideologicamente costruita, è il “questo” della sua singolarità e della sua esperienza, quasi innominabile, potente perché vero, forte perché incarnato, emozionante perché lontano anni luce dalla parola astratta. Quella parola astratta e scollegata dal corpo e dall’esperienza che in Carla Lonzi e nel suo gruppo costituì il primo passo per riappropriarsi di sé e del proprio desiderio sputando su Hegel e sulla dialettica servo-padrone, cioè su quel gesto nefasto di trasformare la propria differenza, la propria eccedenza in un processo di normalizzazione, per diventare come il padrone, per prendere il suo posto, come molto emancipazionismo spesso fa e non solo tra le donne, anche nei movimenti LGBTQ. Il corpo e la grana della voce di Silvia Calderoni la seguono incessantemente in tutto lo spettacolo arrivando fin dentro le viscere di ciascuno perché non altro da lei e si mostrano attraverso una piccola telecamera che sembra assumere il ruolo della cosiddetta funzione specchio, cioè quell’atto del guardare, del guardarsi, che spesso diventa difforme rispetto alla stessa narrazione performante. Talmente difforme da impressionarci, impaurirci. Esattamente come accade quando ci dicono cose che poi non combaciano con quello che vediamo, sentiamo, esperiamo. Il linguaggio performativo, infatti, può darsi sia come gesto che si scollega dal sé andando ad assumere tonalità prestazionali, sia come gesto che rompe ogni canone narrativo proprio perché traduce il sé. Jacques Lacan diceva che la donna non esiste. È vero, la donna come costruzione sociale non esiste, così come non esiste il gender e il no gender perché già frutto di un ordine discorsivo prodotto dialetticamente. Il salto, e Silvia con MDSLX salta, è un altro. E’ quel coraggio di essere se stessi, più o meno sempre, cioè quel coraggio che ha sempre reso l’esperienza femminista, nelle sue forme molteplici, un sapere che andava a minare le fondamenta di ogni infingimento linguistico. “Fare della propria vita un’opera d’arte” insegnava Lonzi e Silvia in MDLSX lo fa benissimo. Anzi, potremmo dire che Silvia è un’opera d’arte.