Recensione di Federica Giardini

Recensione di Federica Giardini

Recensione di Matteo Martellacci
“In questi lunghissimi trent’anni abbiamo vissuto sotto l’egemonia di una potente illusione, il pensiero unico che utilizzava un criterio quantitativo della misura dello scambio: il modello della democrazia liberale occidentale, gli standard degli indicatori statistici e delle classifiche internazionali, lo scambio a mezzo del solo denaro, la negoziazione tra individui sulla base esclusiva del calcolo costi-benefici. Ora, più donne che uomini sanno che la vita ha misure che il mercato non conosce”. (dalla prefazione di Federica Giardini)Tra le realtà che non possono essere ricondotte alla logica quantitativa e astratta della società occidentale contemporanea, un posto prioritario spetta all’università. Questa è la considerazione di fondo che possiamo trovare in Università Fertile, un volume curato da Anna Maria Piussi e Remei Arnaus, in cui sono raccolti interventi di numerose docenti e ricercatrici del Centro di Ricerca di Donne dell’Università di Barcellona (Duoda) e della Comunità filosofica femminile dell’Università di Verona (Diotima).
Nel libro le esperienze personali e le teorie che ne derivano trovano una piacevole armonia, che si sviluppa negli interventi delle autrici. Per questo motivo, nonostante la delicatezza degli argomenti affrontati,Università Fertile si presenta come un volume vivace e di facile lettura, anche per chi non è ha una grande familiarità con questi temi. Un libro, dunque, rivolto alle/ai docenti, ma anche a tutte le studentesse e gli studenti, le ricercatrici e i ricercatori che vogliono dedicare un momento di riflessione alla realtà che vivono quotidianamente e rappresenta uno snodo cruciale per la propria formazione.
Le autrici dei vari testi rivolgono una forte critica al modello economicistico e aziendalistico di istruzione superiore, piegato alla logica del mercato neoliberista e allo spirito di competizione, che ha il suo apice nel cosiddetto Processo di Bologna (che in Italia ha portato all’introduzione del cosiddetto sistema 3+2 e quindi alla logica del debito/credito) e nell’istituzione della European Higher Education Area. Questo modello mostra evidenti segnali di difficoltà, che si inseriscono nella crisi più generale di una società che si è affidata ciecamente ai dettami del neoliberismo e della finanza. I punti oscuri del mondo accademico hanno però radici più lontane, che il libro vuole indagare e mettere in evidenza, e ciò emerge dal disagio di tutti coloro, sia donne che uomini, che hanno vissuto per anni un’istituzione diversa da quella che immaginavano e desideravano. Per superare la crisi del mondo accademico plasmato dal neoliberismo, ora più che mai sembra necessario ricondurre l’università alla sua natura, a un sapere utile ma disinteressato, legato alla società, alle comunità e alla vita degli individui, senza essere schiavo dell’economia e della finanza.
A tal proposito, le autrici affermano con convinzione quanto sia oggi opportuno riprendere una prospettiva teorico-politica femminile, ossia il pensiero e la pedagogia della differenza sessuale. Fin dall’introduzione, Arnaus e Piussi ci ricordano come la presenza femminile sia ormai un fatto chiaramente visibile nella sfera pubblica in generale, e ancora di più nel mondo accademico. Si è quindi parlato di una femminilizzazione dell’università, che tuttavia non ha portato un effettivo cambiamento della sua cultura e del simbolico in essa dominante. Da qui un paradosso: “nell’università ci sono sempre più donne, ma non per questo l’università come istituzione si è lasciata trasformare. Essa rimane in larga misura caratterizzata da modelli maschili di sapere, di ricerca, di pensiero, di gestione e di organizzazione del lavoro”. Perché l’università possa svolgere un ruolo innovativo e propulsivo nella società, essa deve riconoscere e valorizzare il contributo originale che le donne possano apportare, in quanto “figure centrali e imprescindibili per una società più giusta e libera, per una economia al servizio della vita, per una convivenza più civile, mediatrice delle differenze”.
Il messaggio è rivolto sia alle professoresse e ai professori, sia a chi si affaccia oggi al mondo dell’università, a tutte le studentesse e gli studenti che conoscono solo sommariamente (o non conoscono affatto) l’apporto che molte donne, a partire dalla fine degli anni ‘60, hanno fornito al processo che ha segnato la fine dell’università ottocentesca. Un’università che da allora si è aperta a nuove energie e passioni, a un nuovo legame tra vita e sapere, e che non deve e non può più essere considerata come una cittadella chiusa, arroccata. Sfortunatamente, però, nel corso degli anni l’istituzione ha perso il proprio legame con la vita comune ed è stata progressivamente colonizzata dal mercato. Scrive in proposito Antonia De vita: “Di fatto l’università (perlomeno in Italia) si è aperta solo alle aziende e ai privati, ma non al territorio, né a quelle istituzioni pubbliche significative per la propria vocazione”.
Questo stato di cose condiziona la carriera (e la vita) di chi lavora o svolge attività di ricerca in università, come testimonia nel suo brano Asunción López Carretero, che ricorda l’espressione di un collega: “Ci fanno muovere tra l’ansia e l’avidità”. L’ansia deriva dai continui richiami a una produttività priva di un senso chiaro, in cui emerge la crescente competitività all‘interno delle università. L’avidità è fortemente legata alla competitività, e spinge molti soggetti a una carriera universitaria basata sull’individualismo e sui rapporti umani strumentali e mediati dal potere. Ora, diverse autrici sottolineano che tale impostazione è molto più frequente tra gli uomini, e quindi ascoltare i contributi femminili, dare un peso alle loro voci, sarebbe vitale per recuperare un diverso senso di cosa si fa nell’università, e dare importanza a tutte le relazioni non strumentali che possono instaurarsi al suo interno. Ad esempio, riprendendo un tema molto discusso negli anni ‘70, Chiara Zamboni sottolinea come le donne che amano la politica e cercano di sottrarsi al potere possano instaurare uno proficuo scambio con ragazze e ragazzi giovani che non sono interessati al potere e amano quelle forme della politica che consistono nel partecipare, prendere decisioni.
Infine, c’è un ultimo aspetto del libro che merita d essere evidenziato, poiché può suscitare un vivo interesse nei più giovani. Tra le pagine di questo volume, infatti, studentesse e studenti potranno trovare le risposte ad alcune domande più o meno latenti, riflettere sui motivi di un disagio che avvertono durante il proprio percorso di studio. Ad esempio, il proprio impegno in università ha senso solo in vista di un ingresso nel mondo del lavoro? Il sapere, la conoscenza, devono necessariamente essere intesi come pacchetti informativi da spendere sul mercato? Sembra che ragazze e ragazzi stiano perdendo il senso del proprio tempo, spinti da un’insana competizione e da una frenetica corsa verso il futuro. Anna Maria Piussi riflette su questo aspetto nel suo intervento, ponendosi alcuni interrogativi:
“Ma chi ho oggi davanti a me quando entro nell’aula, quando parlo con una o uno di loro, durante i ricevimenti? Studenti? O giovani persone molto affaccendate (ciò che conta è altrove?), spesso schiacciate dall’ansia del futuro e della ricerca di un buon lavoro, disorientate rispetto a sé e ai propri desideri, e perciò poco disponibili allo scambio, all’ascolto, al mettersi in ricerca insieme, alla fatica di pensare, in altre parole a imparare? Se ho davanti una piccola folla di giovani che si rappresentano e autorappresentano come clienti seriali dell’azienda università, pronti a consumare pezzetti di saperi irrelati e presto dimenticati, a rivendicare i propri diritti tarati sulla contabilizzazione di tempo, esami, voti, ad attraversare frettolosamente lo spazio-tempo universitario venendo da un altrove e andando verso un altrove molto più interessante, io non sono un’insegnante”.


Ilaria Coccia

Furore come unica matrice del cambiamento, inizio dell’auto-trasformazione, liberazione dai peccati degli altri. Espressione della rabbia degna e dell’odio contro un mondo organizzato sul principio della disperazione e della mancanza. Il furore divino in cui Platone riconosceva la vera conoscenza di dio. L’espressione di una potenza femminile che è quella della creazione, di una nuova conoscenza e di una nuova vita. E’ “la furia dei cervelli” di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, un manifesto, una chiamata, un tentativo, forse il primo dopo anni di movimenti frammentati, di ricomporre e costruire, una coalizione, una nuova repubblica.
Il manifesto del Quinto Stato: un esercito di 6 milioni di lavoratori indipendenti che in Italia svolgono attività di supporto all’impresa, erogano servizi, trasmettono saperi, conoscenze, informazioni, oppure si occupano della cura e dell’assistenza alla persona; sono lavoratori a partita iva, a collaborazione, a progetto, precari, abitanti di una zona grigia che è il lavoro contemporaneo, schiavi con un’aspettativa di vita pari all’incerta durata del contratto. Ma non solo, il Quinto Stato eccede lo status professionale, la categorizzazione (para)contrattuale: è espressione di una condizione generale della società, degli indipendenti tutti – giovani e anziani, autonomi e parasubordinati, italiani e stranieri – che rivendicano una cittadinanza altra. “L’indipendenza è una maniera di vivere e, come tale, non può essere racchiusa in una categoria giuridica, professionale, in una fede e tanto meno nel “precariato”, che è ormai una condizione trascendentale della vita e del lavoro, non un soggetto specifico o universale” (p. 91).
Una chiamata ad alzarsi e a prendere coscienza, a partire proprio da chi il Quinto Stato lo compone, ad affrontare la pesante genealogia di un soggetto – l’indipendente – che non mai avuto cittadinanza, e a modificare i confini di quella cittadinanza che li vede ai margini, apolidi, vagabondi, stranieri in patria. Una rivendicazione che sfida alla radice lo stato sociale fondato sul lavoratore maschio, a tempo pieno, unico soggetto riconosciuto come cittadino perché portatore delle capacità di governo che derivano dalla produzione di beni materiali. Una rivendicazione che prende corpo, parole e pratiche anche dai movimenti femministi che hanno fatto delle donne i soggetti di rivendicazione di autonomia e autodeterminazione rispetto allo stato patriarcale. L’identikit dell’indipendente lo dimostra: difesa dell’autonomia ma anche ricerca della felicità, cura dei corpi e dei tempi, della comunità intera, pensiero del governo di sé in funzione di quello degli altri; ricerca dell’autonomia come asse di una sperimentazione che è politica del quotidiano. Indipendenza come una forma di vita necessaria per sottrarsi all’economia del mondo e per creare un’economia altra, fatta a misura di corpi autonomi dal corpo dominante. Un qui ed ora come condizione del vivere, una fuga sul posto, che porta con sé il desiderio di fondare una nuova città, un’attività che impegna la funzione riproduttiva e la vita della mente, che cede il passo al piacere della produzione.
Un processo di ricomposizione, la coalizione sociale in quanto consorzio di cittadinanza, in nome di un governo dei beni comuni come governo degli esseri umani e non come amministrazione delle cose, a partire dai principi costituenti del Quinto Stato: autonomia, indipendenza e cooperazione, su cui si fonderà la nuova repubblica che tutela tutte le attività utili alla società, e non solo il lavoro dipendente e subordinato, prendendo a modello le pratiche di cittadinanza, la creazione di nuove istituzioni per l’autogoverno, la tutela dei beni comuni, la garanzia dei diritti fondamentali e degli interessi collettivi, in due parole il diritto vivente. Un progetto ambizioso, che prende le mosse da un excursus storico-politico sulle condizioni e le scelte che hanno dominato lo status dell’indipendente minando alle basi della coscienza collettiva di ogni tempo la possibilità di rendersi cittadini autonomi sia dall’ideale socialdemocratico del servizio pubblico sia da quello liberale della gestione privata, ma che trae forza dalle relazioni, dalle esperienze e dalle biografie dei movimenti che negli ultimi anni, dalla Pantera all’Onda, dal 14 dicembre studentesco alle campagne referendarie fino all’occupazione del Valle, hanno offerto il modello dal quale è possibile immaginare la fondazione di una nuova repubblica. Il tutto attorno al denominatore comune, od operatore semantico come lo definiscono gli autori, del “bene comune”, che “risponde alla condizione generale del Quinto Stato, ne delinea l’obiettivo di massima sintetizzando una serie di complesse significazioni in una pratica comunicabile e simbolica. Con questa idea di bene comune il Quinto Stato indica il desiderio di vivere in modo ecologicamente equilibrato dove è possibile rispettare una qualità della vita, la continuità di reddito, le tutele giuridiche, le garanzie sociali per il lavoro indipendente e un’equa distribuzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, alla formazione e alla ricerca” (pag. 125). E l’occupazione dei lavoratori dello spettacolo del teatro romano sono espressione del cuore della proposta politica del Quinto Stato: intrecciare la rivendicazione di un diritto sociale (il reddito di base ad esempio) con un’istanza politica generale (restituire ad un uso comune un’istituzione culturale come un teatro).
Dall’urlo infuocato del 14 dicembre al saluto dell’occupazione del Valle “Benvenuti nella lotta che era già vostra”, ci sono frammenti, più o meno significativi, di un movimento in marcia, una marcia, non solo simbolica, che nomina la realtà attraverso le proprie esperienze e che si muove verso la conquista di un progetto preciso: ridisegnare le istituzioni, riprendersi gli spazi, immaginare un modello altro di economia e un nuovo welfare.
Vivere da indipendenti. Essere autonomi della cittadinanza. Il Quinto Stato è un atto di creazione.
a cura di Teresa Di Martino


Il pensiero femminista muove dai corpi, che coniuga al plurale senza cercarne una sintesi. E’ su questa acquisizione che si innestano le riflessioni di Angela Putino. I corpi non sono dunque un mero e indistinto dato biologico, né quell’”essere comune” sul quale si fonda la politica: “sono sessuati oltre la biologia perché toccati dal senso, in lotta”. Questo il punto di rottura del femminismo: aver proposto una politica dei corpi nell’epoca in cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.
Recensione di Nicoletta Stellino
L’insieme dei saggi di Angela Putino raccolti in Corpi di mezzo, edito nell’ottobre 2011 a cura di Tristana Dini, si concentra attorno all’analisi del concetto di biopolitica posizionato all’interno di uno schema evolutivo che pone nella nascita il momento in cui il patrimonio genetico di un individuo prende forma, determinando così in maniera decisiva quelle informazioni genetiche con cui non solo egli vive, ma con le quali si inserisce nei processi sociali e politici. Tale prospettiva è una delle tante contaminazioni che l’autrice deriva dal pensiero di Foucault, che rielabora in alcune sue parti fino a ritrovare in questo molti punti di contatto con il pensiero della differenza. Tutte le intersezioni e contaminazioni di pensiero che l’autrice mette in atto vengono fatte vivere in un nuovo insieme di relazioni senza forzature di alcun tipo.
Nel discorso biopolitico, morale e biologia si intrecciano indissolubilmente, come se l’una fosse il parametro determinante dell’altra e viceversa, per approdare ad una definizione di “sanità”, non solo in campo medico ma anche sul piano sociale, che valga per un’intera specie. La misurazione biologica diviene, infatti, parametro che certifica la competenza o l’incompetenza su tutti i fronti.
In questo contesto la sessualità acquista una rilevanza come atto del generare, soggetto a condanna come atto moralmente illecito quando con esso si dà luogo ad una generazione che devia da quella che viene intesa come normalità e che porta a ciò che viene abbassato a difetto genetico, patologia e malattia endemica.
La sessualità, in questo contesto, è sostanzialmente un fenomeno riproduttivo: le operazioni di controllo e di investimento dei dispositivi di potere hanno l’esigenza di individuare la differenza tra i sessi per rispondere ad una domanda di procreazione specifica ed esigenze definite di “salute”. I corpi delle donne diventano materiali su cui applicare tecniche che, sospendendo la sessualità e il desideri di ciascuno di loro, utilizzano il sesso femminile come mero fornitore di prodotti. Per esempio, se tra Ottocento e Novecento la sessualità veniva regolata perché con questa avvieniva la selezione, con Hitler il patrimonio genetico diviene addirittura la ricchezza di una nazione.
La biologia, in particolare la teoria evolutiva, secondo le interpretazioni foucaultiane, fornisce concetti utili ad una ideologia biopolitica come quello di adattamento: in questa ottica, solo se l’individuo sarà in grado di adattarsi alle variabili dell’ambiente in cui vive sarà possibile l’accesso a mondo degli inclusi. Putino nota come, in una tale prospettiva evolutiva, l’intento non è quello di proporre e individuare una cura, se davvero ce ne fosse bisogno, ma quello di ostacolare un eventuale contagio tra individui di dignità diverse e preservare quella “sanità” che garantisce il miglior sviluppo della specie. Logica conseguenza è la creazione di un sistema di inclusione-esclusione, visto che non a tutti è data la possibilità di essere dei sani portatori, e controllo e disciplina divengono il necessario metodo di governo. La disciplina dei corpi, infatti, viene destinata alla realizzazione di una sana specie umana.
I corpi di mezzo, dunque, sono proprio quei corpi informi che non trovano collocazione in qualsiasi definizione perché incapaci di adeguarsi, sono i corpi dei folli di cui parla Foucault o i corpi massacrati dall’ideologia nazista: sono corpi senza cittadinanza. La biopolitica diventa, in questo senso, potenziamento di mezzi e metodi di governamentalità, non tanto di repressione, ma tecnologie che incentivano un unico modello di vita.
Inoltre il linguaggio biologico, in una concezione biopolitica della realtà, si intreccia con quello economico che parla di profitti e che si muove secondo la logica dell’utile.
L’intento è ora, secondo Putino, quello di svincolarsi da una struttura che definisce a priori le norme che regolano l’inclusione e l’esclusione da una vita ritenuta degna, decostruendo un impianto fatto di forme già date e precondizionate e dando spazio ad aperture che, dirigendosi verso l’esterno, riescano a liberarsi da definizioni e schemi rigidi che posizionano i corpi fuori o dentro di esse per trovare loro un senso.
In questa direzione si inserisce anche il discorso psicoanalitico in cui, con Foucault, si individua il primo superamento del determinismo evoluzionista.
Dunque bisogna mettere i corpi in relazione, senza mai definirli: è proprio nelle relazioni che essi prendono vita. Quello che secondo Putino è necessario fare è partire dai propri corpi, dai propri modi per “espellere”, dice l’autrice, la propria interiorità; così che essi possano diventare “corpi fuori”, spazi aperti.
La realtà di oggi ci offrirebbe la possibilità di uno spazio in cui verrebbe meno il senso del corpo, inteso come unico e definito, attraverso un insieme di interconnessioni in cui i corpi vengono messi in relazione in una rete di rapporti di vicinanza, esposizione, movimento; ma ciò non accade perché vi è una tale velocità e impossibilità di relazioni, tali in quanto di numero sproporzionato, che i corpi si trasformano in una sovrapposizione che confonde tutto. I corpi sono, in questo caso, il “tra”: ciò che sta in mezzo affinché siano “trasmettitori indifferenti”.
Oggi, inoltre, sulla questione della procreazione il dibattito è caldo: lo scontro con il femminismo in tema di aborto si spiega proprio perché esso insiste sulle singole coscienze, mentre la biopolitica tende a creare un unico sentire condannando le decisioni singolari come fonti di deviazione e offuscamento.
Aver cura di sé significa ripartire da sé, dai propri corpi senza indossare una forma che ci viene imposta dal potere. Significa resistere vanificando il potere, rendendolo inattivo. É qui che Putino intreccia il pensiero di Foucault con le pratiche delle donne: il femminismo mette in scacco quel progetto politico secondo cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.
Concepire i corpi come uno e considerarlo come “incarnazione del senso globale” significa incastrarli in un’unica definizione che non esiste; significa regolarli e controllarli. I corpi, invece, dice Putino, sono sessuati “oltre la biologia”, perché è nell’esperienza che hanno un loro senso, a prescindere dai loro ruoli e dalle loro identità. I corpi sessuati sono corpi “di esperienza” che non hanno bisogno di localizzazioni o di forme precostituite che diano loro un senso, ma necessitano di spazi aperti.
Oggi il potere va intercettato non più nelle istituzioni che lo impongono dall’alto, ma deve essere ricercato nei meccanismi che provengono dal basso e si diffondono lasciando credere che siano normali, necessari e qualcosa da cui sia impossibile prescindere.
Se la biopolitica definisce cos’è il vivente, resistere significa essere in grado di dire la verità della propria vita, partendo da sé, parlando in prima persona: la cura di sé è un atto di resistenza contro l’imposizione.
I corpi non possono essere qualcosa che ci predetermina, ma essi devono essere lo spazio dei nostri desideri, delle nostre resistenze e dalla nostra esperienza. In questo modo è necessario parlare di una molteplicità di sensi, come è necessario parlare di corpi e non di corpo; parlare di corpi significa partire proprio dall’esperienza di ciascuno di essi, cioè parlare di corpi che siano, in questo senso, sessuati.

di Rosetta Stella, Dolores Cassano

Centrale in Agostino è l’essere assieme che caratterizza gli esseri umani in quanto tali, quel nesso problematico tra il sé e il mondo che sfocerà poi nell’idea arendtiana di politica come luogo di relazione e azione di concerto, di con-divisione del mondo che cambia la realtà e produce libertà. In Agostino, Arendt trova le parole per dire l’esperienza esistenziale dell’essere con altri propria della condizione umana. La formula agostiniana initium ergo ut esset, creatus est homo ante quem nullus fuit, rappresenta per Arendt un prezioso stimolo e punto di avvio.
Il punto di intersezione tra la riflessione di Agostino e quella arendtiana viene così a risiedere proprio nell’attenzione per la vita in comune che caratterizza l’esperienza umana e nella fiducia nella capacità dell’amore di cambiare il mondo. In quel che Agostino chiama Amor mundi.
Amore e Mondo, parole fondamentali dell’esperienza di pensiero arendtiana.
Soggetto e mondo per Arendt, come per tutta la filosofia a lei contemporanea, non coincidono; sono, anzi, portatori di una differenza decisiva e sostanziale. La critica del concetto di amore in Agostino permette ad Arendt di definire i termini della propria riflessione circa tale rapporto. L’amore è il punto centrale di questa relazione. Esso riconduce all’intenzionalità della struttura esistenziale del soggetto. Non solo; esso è forza generatrice e preservatrice. É cura del mondo e della comunità umana.
L’amore assume per Arendt la forma di un comportamento relazionale, tendente al bene, che eccede la sfera del sentimento. È esperienza di vita, non solo filosofica e culturale. In questo senso l’autrice si accosta al pensiero di Agostino cogliendo l’amore nella sua accezione più vasta ed ampia. Ci si avvicina all’autore in quanto portavoce di un’esperienza umana e non di una dottrina, sospendendo le questioni teologiche in favore di interrogazioni fenomenologiche e esistenziali. Il pensiero di Agostino si attualizza nella forma di una riflessione sulla condizione umana.
Arendt scorge così la valenza politica insita nel concetto di caritas così come delineato da Agostino, che apre alla comunità degli esseri umani. Nel pensiero di Agostino la comunità umana si definisce in base all’eguaglianza del creato e degli uomini in quanto creati da Dio. L’essere in comune del mondo permette all’essere umano di oltrepassare il dualismo soggetto/oggetto nel senso della pluralità, dell’interdipendenza, della reciprocità che costituisce il dato esistenziale che caratterizza tutti gli esseri umani.
Per Agostino, l’Amore è l’elemento fondamentale della ricerca interiore che conduce a Dio. Dio apre alla conoscenza di se stessi; in Dio l’umano trova il suo bonum, ciò a cui il suo desiderio tende per una vita felice. Supera il paradosso della trascendenza che porta il singolo a impattare contro la realtà esterna pur non potendo mai risolversi in essa. L’amore trascina le anime, come la forza muove i corpi, che nell’amore stesso riposano e trovano il proprio fine. Non si tratta di un impulso indefinito ma di un luogo in cui tendere. Un cammino verso la felicità. L’amore è una tensione tra le due realtà dell’amante e dell’amato e contemporaneamente componente stessa di questa relazione. Nell’amore gli elementi sono sempre tre: amore, amante, amato.
La caritas, che si differenzia dal puro appetere, dalla semplice tensione ad un oggetto determinato e finito, è amore del bene ed è caratterizzata socialmente; è biunivoca, è amore ordinato, portato avanti secondo l’ordine delle cose (che non è la legge naturale, interna alla natura umana ma il comandamento divino, esterno ad essa) rispettando l’ordine del proprio essere. Amando Dio, l’umano ama i suoi simili, e il mondo con essi. Dio e il prossimo, il mondo e il creato, infatti, non possono essere separati. Nell’Amor Mundi è proprio l’infra che si pone tra gli uomini, il mondo comune, ad essere oggetto d’amore. Si tratta di una relazione corrisposta, che non può essere oggettivata, da cui non ci si può distaccare. Senza il mondo, la pluralità degli uomini perde di senso e diviene impossibile la stessa idea di politica.
Hannah Arendt declina la riflessione di Agostino accogliendone l’implicito senso politico: l’amore per il prossimo (singolare) è possibile solo nel tessuto della comunità, in cui ogni singolo accede all’universale.
Seppur vicini nel riconoscere la centralità del rapporto tra il singolo e il mondo e la dimensione politica dell’esistenza, il pensiero di Arendt si distacca dalle riflessioni agostiniane negli esisti solipsistici, teologici, antipolitici a cui il discorso del filosofo tende. Il problema, per Arendt, è che per poter accedere all’amore del prossimo nella sua forma più pura, si deve prima amare Dio, isolandosi dunque dal mondo, trascendendolo, negandolo. Amare il prossimo in Dio significherebbe dunque passare per una fase in cui il prossimo è obliato, la relazione sociale ed esistenziale con le altre esistenze negata, assieme alla finitezza terrena, all’intera dimensione mondana.
L’amore per Arendt non oltrepassa nè trascende i limiti del mondo, ma rimane interno ad esso. Per Arendt la socialità, l’ inter homine esse, si verifica solo nel mondo, in una dimensione esistenziale in cui si stabilisce il primato delle relazioni interpersonali. Tale primato non è, come in Agostino, assegnato alla dimensione individuale e il mondo non è puro luogo di transito verso la dimensione altra del divino. Per Arendt, nella riflessione di Agostino si nasconde il pericolo di una deriva antipolitica dell’amore, nel suo salto verso la trascendenza, nell’estromissione del mondo per chiudersi nell’interiorità o in un rapporto a due (sia esso umano o divino); esso è invece forza creatrice di mondo che lo preserva dalla distruzione quando viene inteso come apertura relazionale plurale verso il mondo e la comunità umana.
Nonostante le due visioni dell’amore portino ad esiti completamente differenti, se non addirittura contrapposti, lo studio su Agostino permette ad Arendt di innestare il rapporto tra il singolo e la comunità, del soggetto con il mondo, che strutturerà in seguito tutta la sua riflessione politica sulla rilevanza del prossimo che il tema agostiniano focalizza. L’amore così non è solo la chiave d’accesso per l’interpretazione storico-filosofica e descrittiva del pensiero del filosofo. Esso innesca un pensiero, crea un posizionamento, che si colloca come idea cardine di un’intera vita e di un pensiero. Il confronto con Agostino porta al centro della riflessione proprio l’interrogazione sull’essere-nel-mondo delle esistenze concrete che fonda per Arendt la dimensione politica.