• Si può vivere senza amore?

    Si può vivere senza amore?

    Note sullo spettacolo di e con Tony Allotta, La vita davanti, andato in scena presso il Teatro Argot Di Roma.

    di Anna Simone

    Se è vero che nella società della prestazione la dimensione performativa del sé risponde più al “dover essere” che al “come” desidereremmo vivere; se è vero che oggi la parola tende a trasformarsi sempre in comunicazione senza significazione; se è vero che la politica urlata, in grado solo di trasformare saperi e conoscenze in mere opinioni non ha più nulla da dirci; se è vero che il femminismo per potersi rigenerare continuamente necessita sempre di nuovi linguaggi, più prossimi ad un corpo che parla, gesticola, traduce e trasmette nuove emozioni affrontando temi cruciali come le relazioni, l’amore, la storia sociale incarnata da uomini e donne che l’hanno materialmente fatta; e se è vero che l’unico pensiero che vale si dà attraverso l’esperienza, allora “La vita davanti”, lo spettacolo bellissimo di e con Tony Allotta -andato in scena nei primi giorni di marzo presso il Teatro Argot Studio, nell’ambito della settimana “Sassolini. Perimetri, partiture, riscritture” a cura del collettivo Isola Teatro di Roma- può anche essere recensito da me, ovvero da una sociologa, anziché da una critica teatrale. E non solo perché Erving Goffman, un classico della sociologia, ci ha insegnato che ogni forma di interazione tra attori sociali si manifesta attraverso la cornice di una “scena”, esattamente come accade in teatro, ma anche e soprattutto perché per ricostruire un senso fondativo e denso in questa nostra società, un po’ malata, i linguaggi dell’arte risultano essere più che mai indispensabili, una sorta di nutrimento da cui partire per rigenerare immaginazione e simbolico. La scena dello spettacolo di Tony si presenta scarna: v’è una scala con uno striscione arrotolato, di fronte –all’altro capo del palcoscenico- v’è una poltrona, per terra tra i due poli una scritta fatta di tanti pannolini appallottolati su cui si legge “Love Mi”.

    Le luci si accendono e l’attore-autore, con gli abiti di un ragazzino, appollaiato sulla scala comincia il suo monologo che si fa subito fittissimo, potente, come il suo corpo che comincia a transitare avanti e indietro tra la scala e la poltrona, toccando con gli occhi e la parola tutti gli spettatori. Corpi che contano e corpi che parlano, direbbe Judith Butler. E così comincia la storia iperbolica e complessa di Mohammed, altrimenti detto Totò, bambino-adolescente-ragazzo-uomo musulmano abbandonato dalla madre prostituta presso l’appartamento-orfanotrofio di Madame Emma (la poltrona è il suo trono). Tony Allotta, completamente solo in scena, non perde mai un colpo, parla perfettamente in un italiano arabizzato fantastico, una sorta di linguaggio senza lingua, districandosi con il suo corpo parlante tra un pezzo di storia e l’altro, al punto da non capire neanche più se sta raccontando pezzi della sua storia personale (“Sono cresciuto con tante donne” –mi ha detto poi-), pezzi della storia di Totò, pezzi della storia della madre biologica, pezzi della storia degli altri bambini che vivevano con lui, pezzi della storia di Madame Emma, pezzi di una storia sociale fatta di povertà e di una vitalità costretta a reinventarsi continuamente per non cedere alla disperazione, nella Parigi degli anni ottanta, pezzi di un mondo complesso, quello delle migrazioni. Pezzi che lui tiene assieme trasformandosi in simbiosi con essi in una vicenda complessa, eppure così semplice. Tra risate e lacrime, il tempo di questo spettacolo passa in fretta, e attraversa profondamente tutti gli spettatori e le spettatrici. Perché? Perchè trattasi, al fondo, di una grande storia d’amore. Una storia d’amore che Tony Allotta mutua, reinterpretandola e facendola sua, dal meraviglioso racconto -che leggerò grazie a lui-, “La vita davanti a sé” di Emil Ajar (Roman Gary). Un testo che parlandogli ha trasformato poi in parola per lui e per noi, direi per la società intera. E così, all’improvviso, nel bel mezzo della storia, si srotola lo striscione sulla scala e la domanda diventa più secca, quasi mozzafiato: “Si può vivere senza amore?”. Sempre all’improvviso, e nel bel mezzo della storia, quel “Love mi” scritto con i pannolini viene distrutto dallo stesso Tony-Totò trasformando gli stessi pannolini appollottolati in una sorta di arma soft, simbolicamente “merda” da lanciare contro gli spettatori, i quali a loro volta rilanciano. E’ la “merda” che c’è sempre, in ogni società che stigmatizza, giudica, riduce a corpi minori i migranti, e in ogni storia d’amore, specie se non canonica, regolare, borghese. Ma è anche la “merda” che inevitabilmente arriva persino nelle storie d’amore più belle, una sorta di significante –direbbero gli psicoanalisti- che attraversa le condizioni materiali di chi racconta e di chi è raccontato, della società, dei rapporti di coppia, dell’amicizia. Però, e qui c’è la vera grandezza di questo spettacolo, quella “merda”, quel significante, in questo spettacolo non diventa mai rancore, vendetta, cinismo, ma solo desiderio e voglia di fare comunque e in ogni caso della propria vita, di qualunque vita, anche di chi vive in uno slum, un’opera d’arte. Il piccolo grande Mohamed, cioè Totò, è un immigrato abbandonato da sua madre e Madame Emma, che lo alleva insieme ad altri bambini è un’anziana prostituta ebrea scampata ai campi di concentramento di Aushswitz. Due storie complesse, figlie del novecento e di tutti i mali del mondo, quantomeno negli effetti che hanno generato. Mentre la madre biologica, quella donna che ha abbandonato suo figlio, è una prostituta. Tecnicamente in sociologia potrebbero essere vite “devianti”, ma nella realtà e nella trama affettiva delle persone che non si incontrano mai per caso, così come Tony Allotta non ha incontrato per caso il racconto da cui ha tratto questo spettacolo, trattasi solo di biografie non conformi in una storia e in una società che esclude, stigmatizza e conforma. E allora torniamo alla domanda: “Si può vivere senza amore?”. Si può vivere d’amore anche se si ha una vita difficile, se si è musulmani a Parigi, se si vive in un orfanotrofio con una prostituta che diventa mamma comunque, anche se non è la madre biologica, si può vivere d’amore incontrando contingentemente personaggi curiosi, da bar, che però insegnano tanto della vita e si può amare anche un ombrello, quando l’umanità sembra sparire all’improvviso perché essa stessa impaurita dall’amore e da corpi non conformi? Sì, si può amare comunque, se non si cede al risentimento. Un racconto che, come si legge nel concept: “Ci pone davanti a scelte e domande universali: la scelta di quale sia la nostra età o se una nostra età esista; la scelta del nostro credo o se non sia meglio nessun credo e la conoscenza dell’altro come credo; la scelta di sapere chi sia veramente la nostra mamma o se serva saperlo; o se si possa rinunciare ad avere anche un’idea di Mamma e poi scegliere magari un ombrello come migliore amico”.

    Uno spettacolo importante, denso, che ogni teatro dovrebbe mettere in calendario e che tante, tantissime persone, dovrebbero vedere per la sua originalità, per la sua forza, per la imponente tenuta scenica di Tony Allotta. Perché le migrazioni, il rapporto madre-figlio, non importa se biologico o no, le relazioni, lo stesso amore sono il nostro mondo. Un mondo che ha bisogno dei linguaggi dell’arte, di questi linguaggi dell’arte, per ritrovare la densità perduta nell’oceano delle narrazioni tossiche e prive di qualsivoglia forma di empatia, con sé e e con l’altro, che attraversano il presente. Dunque grazie a Tony Allotta.

  • Thomas Casadei (a cura di), Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo, Giappichelli, Torino, 2015   

    Thomas Casadei (a cura di), Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo, Giappichelli, Torino, 2015  

    di Ilaria Boiano

    Se in prima battuta il pensiero femminista si è volutamente posto in alternativa e fuori dalle discipline ufficiali, progressivamente negli ultimi anni si registra la ricerca di un confronto da operare all’interno delle strutture tradizionali di produzione del sapere, ridefinito come mainstream, entro il quale confluire con la finalità di far prendere al fiume principale nuove e diverse direzioni (v. Miranda Fricker, Jennifer Hornsby, The Cambridge Companion to Feminism in Philosophy, 2000).

    Non si può tuttavia trascurare che la prospettiva femminista, anche a seguito di questo nuovo posizionamento, è rimasta comunque confinata entro i margini ristretti dei cosiddetti “cultural studies” (Adriana Cavarero, Franco Restaino, Le filosofie femministe, 2002, p. 224), insieme eterogeneo in costante mutamento che ingloba anche gli studi di genere (gender studies), considerati, però, “un’altra cosa” rispetto alle antiche e nuove scuole, pratiche di pensiero e di ricerca, specie in ambito filosofico-giuridico.

    Il volume Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo, curato da Thomas Casadei, invece, chiamando a dialogare studiose da tempo impegnate in un’attività di ricerca influenzata dalla prospettiva femminista, traccia una mappa delle riflessioni prodotte sul rapporto tra genere e diritto nel contesto accademico, soprattutto in quello angloamericano, senza tralasciare le esperienze maturate nei luoghi di produzione del diritto.

    I contributi raccolti nel volume sono organizzati dal curatore a partire da interrogativi cruciali per questo nostro atelier sul femminismo giuridico: esiste e quali sono i tratti di una teoria femminista del diritto? Quali risposte questa teoria può offrire alla società contemporanea?

    Intorno alla prima domanda il curatore chiama a dialogare Carla Faralli, Susanna Pozzolo e Orsetta Giolo. Faralli apre l’opera ripercorrendo «la storia dei diritti» e, al contempo, del progressivo svelamento dell’esclusione delle donne dal loro godimento attraverso il pensiero e l’azione politica di Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft e Harriet Taylor che hanno preparato il terreno per il riconoscimento giuridico dell’uguaglianza formale. L’uguaglianza sostanziale è stata invece questione affrontata, evidenzia l’autrice ricordando le traiettorie tracciate da Iris Marion Young, Martha Minow, Carol Smart, Carol Gilligan, Joan C. Tronto e Catherine MacKinnon, solo nel contesto del «femminismo della differenza», o più correttamente, della sexual difference. Dopo un’istantanea sulla scuola scandinava di Women’s Law rappresentata da Tove Stang Dahl, l’autrice segnala la scarsa ricezione nella ricerca italiana dei Women’s studies, in particolare in ambito giuridico dove comunque rilevano i contributi significativi di Letizia Gianformaggio e Tamar Pitch che l’autrice non manca di menzionare, rinnovando alla comunità scientifica italiana l’invito rivolto da Martha Nussbaum al contesto accademico tradizionale «di non arrendersi alla tirannia dell’abitudine» (p.13).

    Continuando il percorso nel pensiero femminista sul diritto, nei saggi di Susanna Pozzolo Una Teoria femminista del diritto. Genere e discorso giuridico e di Orsetta Giolo Il giusfemminismo e il dilemma del confronto tra le culture, si pone la questione definitoria della teoria femminista del diritto, ripresa poi dal curatore nella sua postfazione: all’espressione “femminismo giuridico”, per la quale ha optato questo nostro atelier, nel volume si preferisce quella di “giusfemminismo”, che secondo Casadei consente meglio «di collocare la riflessione femminista […] nell’orizzonte di riflessione filosofico-giuridico».

    Pozzolo, riprendendo il saggio di Ann Scales del 1981 Towards a feminist Jurisprudence, si interroga sulle finalità del giusfemminismo, individuando quale compito primario quello di «far luce, di chiarire ciò che rimane nascosto, denunciando l’artificialità culturale della normalità». Individuando come idea di fondo delle diverse varianti della feminist legal theory quella «di porre in luce le strutture nient’affatto neutrali determinate dalla società patriarcale per tentare di ridirigere il diritto, modificandone il fine in modo da liberare le donne dalla discriminazione e dalla subordinazione», l’autrice vede nel diritto uno strumento di cambiamento se attraversato da un lato da un’indagine volta alla sua decostruzione, e dall’altro da un tentativo di riformulazione del del ragionamento giuridico su nuove basi che tengano conto dell’esperienza delle donne, rimanendo tuttavia su un piano prevalentemente emancipazionista. L’autrice, infatti, rileva l’assenza di una politica del diritto che si ponga in continuità con la logica delle pari opportunità che ha prevalso nel secolo scorso.

    Di segno più radicale, più in linea con il percorso che questo atelier vuole tracciare, appare invece l’obiettivo che riconduce al giusfemminismo Orsetta Giolo: lo svelamento dell’origine sessista-maschile-sessuata del diritto deve condurre ad una «riarticolazione dell’impianto teorico e pratico che regge i concetti e gli strumenti giuridici in un’ottica inclusiva delle diverse soggettività». Per fare ciò, secondo Giolo, occorre superare la diffidenza che ha espresso, da un lato, il femminismo, in particolare quello italiano, verso il diritto e, dall’altro lato, il contesto accademico verso il femminismo. Giolo procede quindi a individuare le dimensioni che caratterizzano il giusfemminismo, distinguendo tra giusfemminismo teorico, metodologico e ideologico.

    Il primo, caratterizzato da una pluralità di elaborazioni, espressioni del femminismo di prima, seconda e terza ondata, si connota proprio per la sua molteplicità, caratteristica che è spesso letta come segno di sua frammentazione e «irrappresentabilità» nei termini di una teoria. Sotto il profilo metodologico Giolo valorizza l’analisi del materiale giuridico condotta svelando la falsa neutralità delle impostazioni generalmente condivise, con la volontà di individuare strumenti giuridici rappresentativi di tutti i soggetti, non solamente «quelli corrispondenti al parametro del cosiddetto neutro-maschile». Giolo mette in guardia infine sulla deriva ideologica di rappresentare «un’identità femminile “essenzializzata”, serialmente determinata, uniforme e condivisa da tutte le donne». Rischio in parte smorsato secondo l’autrice dalla via giurisprudenziale dei singoli casi, spesso preferita alla produzione legislativa. Alla luce delle considerazioni sul rischio di una deriva essenzialista del giusfemminismo, Giolo approfondisce il concetto della soggettività politica e giuridica delle donne come singole nel contesto di una società multiculturale ricordando, su insegnamento di Letizia Gianformaggio, le strategie volte a contrastare la soggettività delle donne al di fuori dei gruppi (oscurantista, assimilazionista e paternalistica dei liberali), aggiungendovi quella identitaria «che stronca sul nascere qualsiasi rivendicazione femminista rinnegando la possibilità di un’unità identitaria delle donne e quindi di un’unità delle rivendicazioni delle stesse» .

    Il giusfemminismo, nella riflessione condotta da Giolo, mostra tutte le sue potenzialità, rivelandosi valido non solo per le donne, ma «in grado di produrre un miglioramento significativo nel modo di intendere, di applicare e di vivere il diritto stesso», infatti viene messo alla prova dal curatore quale cornice teorica e approccio metodologico per affrontare questioni specifiche, valorizzando le esperienze di ricerca, professionali e politiche delle autrici.

    In tema di violenza maschile sulle donne si confrontano Barbara Spinelli e Chiara Sgarbi; Alessandra Facchi e Lucia Re rileggono il pensiero di Catherine MacKinnon interrogandosi sugli stereotipi che rischiano di generarsi dalla tematizzazione della “differenza sessuale”, mentre Caterina Botti e Patrizia Borsellino affrontano le prospettive femministe nel dibattito bioetico contemporaneo e l’attenzione ai diritti delle donne nei diversi orientamenti della stessa bioetica; Brunella Casalini e Maria Giulia Bernardini dialogano sugli stereotipi che potrebbero derivare dalla pratica/etica della cura approfondendo i concetti di vulnerabilità, dipendenza e autonomia in presenza di corpi sessuati, ma anche disabili, sia nella dimensione privata, sia in quella pubblica del lavoro, della rappresentanza e delle istituzioni (Susanna Pozzolo e Rosa M. Amorevole).

    L’insieme dei saggi raccolti permette di cogliere come il progetto sia nato e si sia sviluppato dalla diretta sperimentazione di una «postura di ascolto e dialogo» all’interno del personale percorso di ricerca e didattica del curatore, come pure nella dimensione pubblica del suo impegno politico. Così Casadei tocca due questioni particolarmente significative per questo nostro atelier: la prima è la dimensione della relazione di reciprocità e orizzontalità, attitudine per lo più sconosciuta alle strutture tradizionali di produzione del sapere e che questo atelier si propone di indagare quale presupposto metodologico per un approccio alla ricerca innovativo; la seconda riguarda la scelta/necessità di posizionarsi in prossimità dell’oggetto di indagine senza neutralizzare il coinvolgimento politico individuale finalizzato a produrre mutamento sociale, in direzione del quale convergono tutte le autrici del volume, seppure con strategie non omogenee.

    Rilevante, ma problematica nell’ottica di questo nostro Atelier, è invece la distinzione che corre lungo tutta l’opera tra giusfemminismo e femminismo giuridico. Il primo, inteso come disciplina entro cui ridefinire categorie e strutture dell’ordinamento giuridico nel suo insieme, di fatto viene messo all’opera nei contributi raccolti ancora intorno ai problemi e agli interessi delle donne, per di più attraverso il pensiero di autrici che operano in ordinamenti giuridici diversi e nel solco di una strategia di negoziazione da attuare prevalentemente attraverso la legge (con inevitabili esiti emancipazionisti). Mentre il femminismo giuridico indica nel volume l’insieme delle posizioni del femminismo sul diritto.

    Questo Atelier, invece, intende discutere e avviare ricerche intorno all’ipotesi di un femminismo giuridico inteso innanzitutto come produzione di teoria ed esperienza giuridica che, oltre a non scindersi mai, possa in sé costruire le basi di un vero e proprio approccio metodologico alla ricerca sociologica e filosofico-giuridica, nonché all’azione giuridica senza tralasciare le implicazioni con la politica. Una teoria, in altre parole, che non appiana i conflitti e non limita gli eccessi rispetto ai confini disciplinari, invitando ad una «pratica politica costitutiva di soggetti», fertile proprio perché eccedente ed eccessiva, con «ambizioni generali» di analisi e ricerca, dal momento che «il mondo è attraversato dal genere e da esso organizzato» (Tamar Pitch, Sesso e genere del e nel diritto: il femminismo giuridico, in Emilio Santoro (a cura di), Il diritto come questione sociale, Giappichelli, Torino, 2010, p. 110).

    Un’altra questione che sollecita un confronto urgente è quella del concetto di eguaglianza nel suo confronto con le differenze di cultura, ma anche con le disparità di “capacità” dei corpi: nei contributi raccolti tale confronto avviene utilizzando quale paradigma di lettura e di risposta a quello della differenza sessuale – nella declinazione prevalentemente data dal femminismo americano “culturale” che per sexual difference indica una serie di caratteristiche e atteggiamenti considerati propri del femminile. Così le molteplici differenze affrontate (tra tutte, quelle determinate dalle disabilità) risultano a loro volta costituire connotati di gruppi di soggetti che per quelle differenze si distinguono e tra loro riconoscono conducendo battaglie comuni sul piano del diritto, visto però di nuovo come strumento per appianare quelle stesse differenze costitutive della loro soggettività.

    Il diritto così è chiamato non solo a farsi due, ma a moltiplicarsi all’infinito, continuando però a mantenere invariata la propria struttura  e rispondendo solo come strategia di risoluzione di conflitti tra differenze. Uno spunto per spostare la riflessione ci viene, invece, proprio dal saggio di Giolo contenuto nel volume, che avvia un confronto con il pensiero di Letizia Gianformaggio, per la quale eguaglianza e differenza/e non solo non si escludono, «ma si implicano a vicenda, sia sul piano descrittivo che su quello normativo» (Tamar Pitch). Il punto da cui ripartire per avviare nuove riflessioni comuni è, allora, proprio questo.

  • Silvia Niccolai – Se il pensiero critico convalida l’ordine asimmetrico

    A proposito di Fare giustizia. Neoliberismo e diseguaglianze, a cura di Anna Simone e Federico Zappino, Mimesis, 2016,  intervento in occasione della presentazione del volume, Roma, Fondazione Basso, Roma, 9 giugno 2016.

     

    1.Un momento centrale nel diritto è il processo e quest’ultimo, ha scritto Alessandro Giuliani, “è la più complessa delle istituzioni, in quanto rinvia ad aspetti logici (il problema della verità e della prova); etici (l’obbligo di comunicare la verità), politico costituzionali (la posizione del giudice nei confronti del legislatore e delle stesse parti)”. Il diritto rinvia. Al modo in cui la sua funzione viene pensata, alle aspettative in esso riposte, alle mentalità e alle concezioni del mondo, della vita umana, del potere, che si alternano nel corso del tempo. Le sue diverse manifestazioni storiche rimandano, di volta in volta, a una idea di ordine e mettono in campo diverse forme della ragione, nella cornice di due grandi costanti dell’esperienza e delle aspirazioni umane, alle quali il diritto è connesso: l’ordine isonomico e l’ordine asimmetrico.

    Queste costanti incorniciano il tema della giustizia.

    L’ordine isonomico, ispirato all’eguaglianza tra governanti e governati, si riflette nella procedura orientata dalla logica del contraddittorio quale strumento di ricerca del giusto e del vero.  La logica del contraddittorio  “offre al giudice un sapere che nessuna mente individuale potrebbe pretendere di ricercare autonomamente”. Essa, che tende a conclusioni plausibili e ragionevoli, non a dimostrazioni matematiche, guida nella ricerca di una verità probabile ‘eticamente orientata e impegnata’ (Francesco Cerrone): dare a ciascuno il suo, agire secondo buona fede, non lucrare da un abuso. Riconosce come nociva e contraria alla giustizia l’argomentazione sofistica, abusiva, irrilevante e ogni alterazione della parità tra le parti. Per conoscere il giusto trattamento, la giusta retribuzione del torto, o la norma che è giusto applicare interroga, da diversi punti di vista, la natura della cosa, che è circostanziata, e per questo mutevole in diverse circostanze di spazio e di tempo.

    Una forma della ragione dialettica e controversiale è quella presupposta dal contraddittorio; significa confidare nel confronto tra opposte alternative, ‘garanzia logica ed etica della ricerca della verità pratica’, e aspirare a una verità probabile, pertanto rivedibile. Nell’ordine isonomico, in cui il diritto risalta come pratica consistente nella ricerca del giusto, impresa collettiva, sociale: ‘la prova dei fatti rinvia alla funzione assiologica della ragione, che, a sua volta, è assicurata dall’intelletto inteso nel senso classico di intuizione, senso comune, sensus recti et iniusti’. In queste condizioni la quaestio iuris è di carattere qualitativo, il fatto è capace di problematizzare la norma: la giustizia rimanda alla sociabilitas.

    L’ordine asimmetrico si riflette in un modello di razionalità formale e calcolante, in cui uno dei partecipanti al dialogo (il giudice o una delle parti o il legislatore) ‘ha una funzione privilegiata’; qui il contraddittorio è ‘un ostacolo alla ricerca della verità’, il processo è ‘indirizzato a un fine, a un risultato: il pentimento del reo, la difesa della società, la difesa dei diritti soggettivi’, e il processo si piega a  fenomeno  burocratico che svaluta il contributo delle parti perché ‘predilige la configurazione logico-scientifica della decisione giudiziale del fatto’.

    Dove regna l’utopia autoritaria di un ordine ‘senza giudici e senza conflitti’ il diritto è la catena di prescrizioni strumentali al perseguimento dei fini di governo. Fare giustizia si confonde col problema di conquistare il potere di stabilire autoritativamente ciò che è giusto.

    Ricordando le grandi costanti giulianee  non ci sorprendiamo  che il diritto sia  pervaso dalla forma mentale dei nostri tempi, che gli chiedono di farsi strumento di una logica calcolante utile al perseguimento dei fini cari al potere. Oggi impera la logica della messa a valore, che subordina tutto a sé, a  partire dallo spazio, come ricostruiscono Luca Daconto e Carolina Mudan Marelli nel loro saggio. L’ordine asimmetrico tende (nuovamente) a prevalere, alleato (nuovamente) agli abusi della razionalità economica·. Sotto pressioni di questa natura il diritto si riduce a strumento,  a tecnica del potere, onde nessuna norma, prescrizione o regola conveniente all’ordine dato, ai governanti, possa essere discussa dal punto di vista della sua ragionevolezza, congruità, giustizia, da un altro punto di vista, dal punto di vista dei governati.

    Mi interessa chiedermi se noi, gli intellettuali e le intellettuali critiche dello status quo, con le categorie d’analisi, culturali, di discorso che adoperiamo, con l’idea di diritto, e di giustizia, che abbiamo in mente, siamo in grado di, o vogliamo davvero, contestare l’ordine asimmetrico, o non tendiamo invece a convalidarlo.

    2.Le premesse dell’ordine isonomico sono riposte nell’idea che ciascuna persona abbia un suo senso del giusto e dell’ingiusto, sia essere ‘pensante e senziente’ (come direbbe un altro filosofo del diritto, Giuseppe Capograssi), capace cioè di dare un senso autonomo alla propria esperienza e che si riconosce dotato di una forza sufficiente a far valere le proprie ragioni in contrasto con quelle di altri, forza che è anche fiducia. E questo deve essere riconosciuto all’altro, all’antagonista.

    L’ordine isonomico è innegabilmente ancorato a una idea forte del soggetto, che c’è, pensa, discute, giudica, a partire da sé, nel confronto con altri.  La logica della controversia suppone che della verità, dunque della giustizia, nessuno dispone a priori: ma per lo stesso motivo suppone, anche, che siamo tutti e tutte in grado di attingerla un po’, dal nostro punto di vista, secondo la nostra esperienza.

    Il pensiero che assume che la ‘soggettivazione altro non è che assoggettamento’, che ‘il giudizio non è altro che il segno attraverso cui l’assoggettamento diventa intelligibile e la soggettività si conforma’, che  io, quando parlo, sono parlata (Zappino) è estraneo alle premesse dell’ordine isonomico. Quando risalta solo l’inesorabilità del dominio del potere sull’umano, per l’appunto assoggettato, non residua spazio per confidare nello ‘scambio del vero nel vero’ (Vico).

    Gli strumenti concettuali in cui si radica la parola ‘biopolitica’ sono capaci di disegnare in modo molto eloquente la violenta cappa in cui ci chiudono le manifestazioni odierne dell’ordine asimmetrico, ma non offrono alternative epistemiche per uscirne, anzi, si traducono nel convalidare l’ordine asimmetrico.  Solo si vorrebbe, forse, che a trionfare anziché le ragioni del potere biopolitico fossero altre ragioni, quelle di chi soffre, è subalterno, marginale.

    Quale libertà, verità, o giustizia, senza il soggetto (o: l’individuo) capace di libertà, verità e giustizia? Consapevole di questo problema, di cui del resto sono consapevoli tanti autori ai quali fa riferimento, da Foucault a Butler, Federico Zappino stacca, per salvarlo, il giudizio dall’autodeterminazione, e àncora il giudizio al corpo (anziché al soggetto), che è comunque un modo per ancorarlo all’esperienza. Mi pare che sia la prova di come ragionando di giustizia, se vogliamo continuare ad aspirarvi come una cosa che nasce da noi e non come la volontà del potere che ci viene imposta, come una domanda aperta e concreta e non una risposta prefabbricata e astratta, non possiamo che rinunciare all’idea che l’essere umano sia interamente costrutto manipolato e manipolabile e dobbiamo presumere, invece,  che sia capace di sentire il bene e il male.

    3.Per combattere l’ordine asimmetrico e far valere l’aspirazione a un ordine isonomico non basta neppure recuperare l’idea che ciascuno sente il suo bisogno di giustizia, ma occorre fare i conti con la logica della controversia, che vincola a ascoltare l’altra parte, a replicare in modo congruo, ad attenersi ad argomenti rilevanti, evitare il sofisma e ogni abuso della parola e della razionalità.

    Quando l’accento va solo sul grido di giustizia è mantenuta una visuale asimmetrica. Se sto già dalla parte di quel grido di giustizia, ho già individuato il fine giusto, e la giustizia si confonde con il fine cui tendo a cui do valore. Faccio dunque politica: confonderla col diritto è tipico dell’ordine asimmetrico. Il rischio è di ricadere nella tentazione del diritto dei poveri, così ben illustrato da Lorenzo Coccoli, “quale cornice di legittimazione che trasforma un atto di violenza in una domanda di equità”.

    Quando il diritto viene fatto equivalere al ‘frutto di una sistemazione dei rapporti di forza’, cioè al potere, come fa Stefania Ferraro nel suo saggio, residua soltanto la vecchia esigenza di conquistarlo, conquistarlo per usarlo in nome e nell’interesse degli oppressi. E’ la politica, il potere e il governo, che premono e interessano. Per dettare il diritto, secondo le più pure premesse di ordine asimmetrico. Magari per imporre, onde contrastare un regime di ingiustizia epistemica, come quello che preoccupa Brunella Casalini,  un modo di parlare, di nominare le cose e le esperienze, che non ne offenda alcune. Il disciplinamento è ordine asimmetrico anche quando (soprattutto quando?) è illuminato.

    L’uso del processo, o in generale del diritto, per fare una politica che vittimizza e stereotipizza le donne (come nel campo dei diritti umani analizzato da Michela Fusaschi); la costruzione di categorie come la genitorialità, fatte per permetter a un “giudice-psichiatra che amministra la legge in modo terapeutico” (Gabriella Petti), la de-formalizzazione del diritto, che giustamente questa autrice contesta, sono cose disprezzabili e odiose, quando servono a veicolare atteggiamenti neocoloniali o a rivendicare i diritti dei padri.

    Sono virtuosi, quando servono a rivendicare, invece, i diritti delle persone LGTBI, o di altre minoranze ‘discriminate’? In questi casi l’uso politico del processo è una strategia consolidata, e si loda la sentenza che in nome della tolleranza e del progresso fa giustizia, sacrificando a un fine politico il dovere di essere pensata in contraddittorio leale col diritto vigente, coi precedenti, con altri punti di vista.

    Lucidissima mi è sembrato il saggio di Olivia Fiorilli che, parlando del diversity management, coglie un  punto nevralgico su cui occorrerebbe lavorare molto: sono i soggetti ‘eccentrici’ quelli che oggi, quando non sanno sottrarsi al ‘desiderio di governo’ (Petti) o di ‘riconoscimento’ (Fiorilli) fanno da puntello ai paradigmi dominanti ‘antropofaghi’ del modello neoliberista.  L’ordine  asimmetrico trionfa diventando, come direbbe Antonello Ciervo, nuovo senso comune, interiorizzato dai suoi oppositori, o anche dalle sue vittime, e così eretto a idolo.

    Ancora. Il contratto è criticabile strumento di potere, perché  ‘assoggetta il desiderio al credito posseduto da una istanza terza e autorevole, che si presenta come garante’ (Marco Tabacchini).

    Che cosa possiamo dire allora del contratto usato come modo di realizzazione di diritti e desideri, o che sostituisce esperienze psico-corporee, come il contratto di maternità surrogata?

    Se serve a realizzare il ‘desiderio di genitorialità’ il contratto va bene?

    4.Spesso le analisi, e la critica, del  neoliberismo assumono un carattere neutro, si mostrano  refrattarie a tener conto che mangiarsi il pianeta, mangiare la vita, mangiare l’umano, è in primo luogo e sempre mangiare l’opera della madre, distruggerla, screditarla, e, la parola qui ci vuole, assoggettarla. Le tentazioni del neutro sono le tentazioni dell’ordine asimmetrico che rifugge la complessità di pensare la differenza.  La sua più profonda, costitutiva ambizione, è sostituire all’equità, all’eguale secondo la natura delle cose, che si nutre di differenze, il paradigma astratto, universale, oggettivante dell’eguaglianza sotto la legge.

    Scartare dal pensiero asimmetrico e recuperare le premesse dell’ordine isonomico ci fa  riscoprire queste ultime come altrettanti valori della differenza, della pluralità, della articolazione dell’esperienza.  Tutto ciò implica, oggi, una enorme revisione delle mentalità dominanti. Come suggerisce Anna Simone quando, contro i diritti di genere o le giustizie di genere di ogni sorta, paradigma neutralizzante e neutro, si appella all’idea del  giusto per tutti e per tutte, riscopre l’equità classica. La quale  è  ‘trattare in modo eguale l’eguale e diverso il diverso’.  E’ una grande risorsa.  Che, come ripeto, presuppone: dar credito alla soggettività, e alla sua esperienza, alla capacità di ciascuna e ciascuno di sentire e dire il vero rispetto a sé.

    Scartare dall’ordine asimmetrico significa, anche, scommettere sulle risorse della ragione prudenziale contro la ragione calcolante e strumentale.

    E’ calzante la distinzione che Federica Giardini fa tra misurabilità, paradigma dell’ordine ordine asimmetrico, e misura, che rinvia all’ordine isonomico, alla logica del contraddittorio, logica del probabile e del ragionevole, perché rimanda all’esperienza, quindi alla testimonianza. Della misura Federica non si nasconde l’opacità: è una parola che richiama la giustizia ‘concetto oscuro’ tra Perelman e Marcuse, ma per questo concetto transitivo, capace di rinviare ad altro, di aprirsi al pensare per possibilità che alcuni considerano tipico della logica controversiale isonomica. Pregiare la ragione prudenziale contro la ragione autoritaria significa, in effetti, accettare che, quando ragioniamo di giustizia, ci muoviamo nel campo dell’opinabile.  La lotta contro l’ordine asimmetrico comincia dal modo in cui pensiamo.

    Ed è del resto, quello che corre lungo il volume che commentiamo, anche il tema dell’abuso della razionalità economica, della separazione tra diritto ed economia, e dello scambio tra potere economico e potere politico che Giuliani, nel suo Giustizia e ordine economico (Milano, 1997), ha analizzato per come si è presentato nei Comuni medievali italiani: Giuliani ragiona in quelle pagine su come l’alterazione dell’ordine etico dell’economia, fatta di guadagni abusivi ottenuti con monopoli e intese restrittive, e di sfruttamento del lavoro (risale ad allora la teoria dei salari bassi) sia inestricabilmente legata alla alterazione dell’ordine giuridico e politico (dispotismo, uso privato del potere pubblico). Furono i giuristi comunali a cogliere come il premere degli interessi economici significasse negazione di fondamentali libertà, a partire da quelle del commercio e dell’industria (monopoli), o la libertà di accesso al lavoro (corporazioni), o la libertà della ricerca e della tecnica (divieto di tessere la lana con la seta), cioè negazione del diritto.  Portatori della cultura giurisdizionalistica del diritto comune,  essi difendevano i valori isonomici in cui si erano formati contro l’ordine asimmetrico ispirato a ‘la difesa de li averi’ con cui si stava affermandola la razionalità calcolante della modernità, e, con essa, la tacitazione del diritto in strumento al servizio del potere.

     

  • Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    di Valentina Riolo

    « È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al Dio. »

    Con queste parole si conclude l’ Apologia di Socrate, dialogo in cui Platone tratta del processo e della condanna a morte del suo maestro. Era il 399 a.C. quando Atene, la più democratica delle città greche, mandò a morte il suo uomo più giusto con le accuse di empietà nei confronti degli dèi venerati in città e di corruzione dei giovani attraverso dottrine che causavano disordine sociale.

    Socrate è una figura centrale dell’opera arendtiana e, in questo testo, l’autrice prende le mosse dal momento in cui si crea una profonda spaccatura tra filosofia e politica. La polis, luogo in cui Socrate viveva e operava non in privato e dietro compenso, ma pubblicamente e gratuitamente, lo rinnega, lo processa e lo condanna a morte. La città “non sa cosa farsene” di quest’uomo a cui viene attribuito l’aggettivo “atopos”, colui che non ha luogo, che non può essere rinchiuso in uno schema predefinito, che non vive isolato ma che non ricopre nemmeno una carica istituzionale. Frequenta l’agorà e si ferma a parlare con chiunque incontri, non per dare insegnamenti dogmatici, ma per insegnare a liberarsene: non si deve accettare il già dato come verità assoluta e certa, l’obbiettività sta nel fatto che lo stesso mondo si apre a ciascuno in maniera diversa. La verità si può comprendere solo se conosco “ciò che appare a me” e, d’altra parte, posso conoscere la verità della mia opinione solo se la relaziono con la verità degli altri, solo attraverso quell’ “essere-nel-mondo” che per Arendt corrisponde all’ “essere-nel-mondo con gli altri”.

    Nel testo è presente anche un’analisi del rapporto antitetico che si crea tra Socrate e Platone: il primo visto come iniziatore della pratica filosofica e politica, il secondo come colui che ha aperto alla metafisica come via di fuga dalla scena politica, e, dunque, reo di aver tradito l’insegnamento del maestro. Platone non tenterà si sanare la spaccatura creatasi con la condanna a morte di Socrate, ma anzi, aprirà una prospettiva del tutto nuova. Se per Socrate il filosofo, come un tafano, doveva pungere i cittadini ponendo domande affinché ciascuno fosse in grado di raggiungere la verità attraverso la propria opinione, per Platone il compito del filosofo era quello di governare la città e la verità derivava da criteri assoluti.

    “So di non sapere” significa, quindi, non poter avere una verità che sia valida per tutti e per ciascuno, la sapienza consiste nell’accettare questo limite: ognuno svilupperà un logos personale e soggettivo attraverso un continuo dialogo interiore, infatti, come si legge nel testo di Arendt, “anche se dovessi vivere completamente da solo, vivrei, per tutto l’arco della mia vita, nella condizione della pluralità; dovrei pur sempre stare con me stesso, e non c’è luogo in cui questo “io-con-me-stesso” si mostri così chiaramente come si mostra nel puro pensiero, che è sempre un dialogo tra i due che io sono”. Si mette in evidenza l’importanza cruciale del rapporto del sé con se stesso come condizione necessaria affinché si possa vivere con gli altri. L’ “essere-insieme” si sviluppa, quindi, su un doppio asse: “l’essere-insieme con gli altri uomini e con i propri pari, da cui scaturisce l’azione, e l’essere-insieme con il proprio Sé, cui corrisponde l’attività del pensare”. Tuttavia, proprio da quest’ultima attività deriva un pericolo di scissione dell’io: ognuno, essendo due-in-uno, è destinato a convivere con la propria coscienza, dunque è meglio “essere in contraddizione col mondo intero piuttosto che con se stessi”.

    Proprio per questo, come sottolineano i saggi di Adriana Cavarero e Simona Forti presenti alla fine del volume, è interessante mettere a confronto Socrate con un altro personaggio fortemente presente nelle opere di Arendt: Adolf Eichmann, funzionario tedesco processato a Gerusalemme nel 1961. Due figure opposte, due estremi: da una parte, chi vuole vivere e convivere con la propria coscienza fino al punto di accettare la morte pur di non tradirla e di non tradirsi (Socrate), dall’altra, chi vuole sopravvivere a tutti i costi, non curandosi della voce interiore e di dover passare il resto dei suoi giorni con un assassino (Eichmann). Contro la “banalità del male”, Socrate diventa paradigma di onestà e giustizia. Ma “perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio.” Allora è necessario che Socrate muoia affinché le sue idee vivano: condannando un uomo, non si uccide, insieme a lui, l’idea che ha creato e portato in atto.

  • Wendy Brown, Undoing the Demos. Neoliberalism Stealth Revolution, New York, Zone Books, 2015

    Il neoliberalismo fuori dalla storia

    Di Paola Rudan

    Recensione ripresa dal sito di “Sconnessioni precarie”, versione integrale di Il paradosso della buona vita, «il manifesto», 23 maggio 2015.

     

    Per dare alla luce il suo ultimo lavoro, Undoing the Demos. Neoliberalism’s Stealth Revolution(Disfare il Demos. La rivoluzione invisibile del neoliberalismo, New York, Zone Books, 2015, pp. 292), Wendy Brown confessa di aver lasciato incompiuto un libro su Marx. Questa variazione può offrire una chiave di lettura per comprendere il senso del volume: nel momento in cui il neoliberalismo si afferma su scala globale facendo il mondo e i suoi abitanti a propria immagine e somiglianza, non vi sono più contraddizioni immanenti al rapporto sociale capitalistico che sia possibile far valere politicamente contro il suo dominio. Non c’è più alcun rapporto sociale: l’affermazione incontrastata dell’homo oeconomicus trasforma tutti i soggetti in «capitale umano», così che il lavoro scompare dall’orizzonte del discorso e della realtà. Marx diviene inutile.

    Brown ha sempre guardato con sospetto al determinismo e alle facili teleologie di certo marxismo. Per lei l’imperativo di pensare «fuori dalla storia» è sorto dalla necessità di liberarsi dalle grandi narrazioni e dalle storie progressive che hanno prodotto e legittimato un mondo saturo di potere, dall’urgenza di scrollarsi di dosso l’attaccamento appassionato alle promesse mancate del liberalismo e affrancarsi da una politica dei valori e delle convinzioni degradata a moralismo. Politicamente impegnata senza essere immediatamente orientata all’azione, la teoria politica è stata per Brown lo strumento di una critica e di una decostruzione spregiudicate, capaci di cogliere i punti ciechi in cui l’aspirazione alla libertà si fa imbrigliare dal potere che pretende di contestare. Insieme a un uso di Marx niente affatto ortodosso, ciò le ha permesso di sviluppare alcune delle critiche più pregnanti al discorso dei diritti, all’idea del soggetto sovrano sulla quale il liberalismo ha edificato il proprio impero discorsivo e, parallelamente, alla sovranità moderna, la cui crisi ha colto nella sintomatica proliferazione di muri e confini che, lungi dall’essere prove di forza, mettono in scena l’evanescente autonomia politica dello Stato globale. Rispetto a tutto questo, il suo ultimo lavoro appare una clamorosa ritirata: nell’«oscurità» che il neoliberalismo spande sul mondo, come una forza del male di tolkieniana memoria, la nostalgia teorica prende il posto della spregiudicatezza. Se la critica è «il tentativo di comprendere gli elementi costitutivi e le dinamiche della nostra condizione» allo scopo di individuare un’alternativa percorribile, questo tentativo è condizionato dall’apparente impossibilità di trovareall’interno dell’ordine neoliberale i punti d’appiglio per contestarlo. L’alternativa non è un andare oltre, ma il ritorno a un passato sorprendentemente idealizzato: la democrazia liberale diventa l’unica speranza rimasta «per un futuro giusto e sostenibile».

    Il futuro della democrazia è il problema di fondo dell’intero volume. Il neoliberalismo non vi appare semplicemente come un insieme di politiche economiche, ma come un ordine normativo della ragione che nel corso degli ultimi trent’anni ha saturato con la propria razionalità di governo ogni ambito della vita umana. Sebbene questa riflessione si muova esplicitamente nel solco della Nascita della biopolitica, Brown non lesina critiche a Foucault. Egli ha indicato con chiarezza la necessità di liberarsi dall’ossessione dello Stato per pensare il potere come qualcosa che circola tra gli individui, ma non è stato in grado di cogliere l’esistenza di una dimensione politica irriducibile alla sovranità statale, di un popolo distinto dalla popolazione alla quale si applica la razionalità di governo. Non per correggere, ma per estendere la riflessione di Foucault, Brown si concentra perciò sugli effetti del neoliberalismo sulla democrazia, intesa non come una forma politica, ma alla luce del valore intrinseco dell’«autogoverno del popolo» in opposizione alle logiche spoliticizzanti di governance e management, che riducono il governo a tecniche di problem solving, «buone pratiche» e «standard d’eccellenza». La parte più rilevante dell’analisi di Brown sta nell’individuare i modi attraverso i quali il neoliberalismo destruttura o «economizza» la democrazia, che sono esposti analiticamente nella prima parte del volume per essere poi esemplificati nella seconda attraverso il riferimento ad alcuni casi di studio: le sentenze statunitensi relative al finanziamento ai partiti da parte delle grandi corporazioni; le politiche economiche imposte all’Iraq dopo la guerra; le trasformazioni dell’università pubblica americana e gli effetti delle politiche orientate ad attrarre investimenti sull’insegnamento delle scienze umane. La critica di Brown al neoliberalismo vuole evidenziare il modo in cui la sua razionalità di governo riconfigura le istituzioni e gli individui, che si trovano stretti in un nesso indissolubile secondo la concezione foucaultiana di un potere che produce i suoi soggetti. Così, l’«economizzazione» dello Stato – per il quale l’economia diventa modalità d’azione, fine e principio di legittimazione – comporta un radicale rovesciamento del moderno «contratto sociale»: particolarmente nel contesto della crisi e delle politiche di austerity, agli individui è imposto un sacrificio in nome del tutto che però non si accompagna ad alcuna speranza o possibilità di risarcimento. Nessuna sicurezza è garantita – se non nei termini securitari che si sono imposti dopo l’11 settembre – mentre ciascuno è responsabilizzato per il proprio successo o insuccesso, finanche per la propria sopravvivenza. Chiunque può essere «buttato giù dalla barca», scrive Brown con parole che evocano fin troppo duramente le quotidiane stragi del Mediterraneo. Ciò che più importa, tuttavia, è l’effetto antropologico di queste trasformazioni: «siamo ovunque e soltanto homo oeconomicus». L’impegno per incrementare il nostro capitale umano, per accrescere la nostra competitività, si sostituisce a quello nei confronti della vita pubblica. Così, il neoliberalismo disfa ildemos e le condizioni di possibilità della democrazia.

    Qui si trova il nucleo della critica di Brown a Foucault: la sua indecisione tra una lettura del neoliberalismo in continuità con il liberalismo e una orientata a coglierne la specificità gli avrebbe impedito di riconoscere che l’homo oeconomicus è per lungo tempo coesistito con l’homo politicus, del quale solo il neoliberalismo sta decretando la definitiva scomparsa imponendo all’Occidente una svolta «rivoluzionaria». L’homo oeconomicus neoliberale non si afferma nel XVII secolo, come ritiene Foucault. Per dimostrarlo, però, Brown non avanza fino agli economisti neoclassici, i primi a ‘inventare’ questo modello di comportamento nella seconda metà dell’Ottocento, ma al contrario torna indietro fino ad Aristotele. Fuori dalla storia della schiavitù, sarebbe stato proprio Aristotele – seguito da Arendt e da un Marx tristemente ridotto a un liberale radicale, fuori dalla storia della lotta di classe – a inaugurare una concezione della politica come «buona vita» che eccede la semplice sopravvivenza, «respingendo» l’ascesa dell’homo oeconomicus. A partire da Aristotele si afferma così una superiorità del politico sull’economico che, secondo Brown, sopravvive in forme mutate anche nel XVII secolo per diventare il segno distintivo del liberalismo tout court. Questo segno lo si può ritrovare in Adam Smith non meno che in Jeremy Bentham e in John Stuart Mill, tutti partecipi di una concezione dell’individuo come unità sovrana irriducibile a una funzione o a un riflesso del capitale.

    Alcuni aspetti di questa critica vanno certamente colti, in particolare l’osservazione che l’homo oeconomicus di Foucault si risolve in un modello «comportamentista» di cui non si trova traccia nel XVII secolo e neppure tra i grandi nomi del liberalismo. Ciò tuttavia non è forse dovuto, come ritiene Brown, alla tenace resistenza dell’homo politicus: Smith, Bentham e Mill sono infatti tra i primi e principali teorici di una concezione non tanto politica in senso aristotelico quanto sociale dell’individuo, il cui interesse non produce una completa individualizzazione, ma una connessione con tutti gli altri individui attraverso lo scambio. Siamo di fronte alla scoperta di una ‘cosa’ chiamata società – irriducibile alla società civile liberale – che mette in questione la sovranità dell’individuo non meno che la possibilità di definire il politico come una sfera separata e autonoma. Tuttavia, la revisione della genealogia foucaultiana operata da Brown non mira a verificare la definizione storica e la valenza analitica della categoria di homo oeconomicus, ma a restituire al liberalismo una perduta innocenza emblematicamente rappresentata dallo stato di natura di John Locke, nel quale ciascun individuo è incaricato del compito eminentemente politico di discernere e rendere esecutive le norme di giustizia per il comune.

    La riabilitazione del padre del famigerato individuo maschio, bianco e proprietario avviene in nome della restaurazione di un homo politicus che sarebbe più promettente dell’homo oeconomicus persino per la foemina domestica, la cui posizione di subordinazione nel regime della divisione sessuale del lavoro è intensificata dal neoliberalismo. Brown coglie molto bene il modo in cui – quando il capitale umano è interamente responsabilizzato per il proprio successo o insuccesso – le donne sono penalizzate perché maggiormente responsabili nei confronti di quelli che non possono esserlo, i loro figli e gli anziani, soprattutto nel contesto dello smantellamento dello Stato sociale. Le donne che non riescono a stare al passo della competizione sarebbero quindi soggetti «falliti», oppure – il che è lo stesso – potrebbero affermarsi come soggetto soltanto neutralizzando la propria determinazione sessuale, diventando a loro volta homo oeconomicus o ripiegando verso un più benevolo homo politicus, come Brown suggerisce. Si può quindi dire che, per lei, siamo oltre la semplice esclusione o inclusione differenziata che il discorso liberale ha storicamente imposto alle donne, perché ora il neoliberalismo le include in una distinzione tra sommersi e salvati tutta interna alla sua grande narrazione. Il neoliberalismo si rivela come il più freddo dei mostri, capace di fagocitare anche ciò che sembra contraddirlo.

    Eppure, Brown coglie la resistenza di alcune contraddizioni al regime di verità neoliberale quando imputa a Foucault l’incapacità di comprendere che «capitale e capitalismo non sono riducibili a un ordine della ragione». Se questo è vero – se è necessario capire come si intersecano «razionalità politica e costrizioni economiche», pur sapendo che il capitalismo non opera indipendentemente dal discorso –, non è chiaro come si possa contestare l’affermazione generalizzata dell’homo oeconomicus senza far valere le contraddizioni che squarciano la sua pretesa normativa. Si può ammettere, perciò, che la semantica del capitale umano cancelli il lavoro dall’ordine del discorso, ma ciò non significa che sia scomparso chi lavora sotto il dominio del capitale, per quanto lo faccia in condizioni di radicale isolamento e che non aprono immediatamente alla possibilità di una contestazione di classe del neoliberalismo. Eppure, solo in una nota Brown ricorda che il capitale umano è «subordinato a chi lo impiega», benché chi lo impiega sembri coincidere con chi ne è titolare, secondo un principio di auto-valorizzazione. Se quindi la critica femminista dell’ordine liberale aveva permesso a Brown di portare alla luce ciò che esso pretendeva di nascondere – il lavoro riproduttivo delle donne che sosteneva la figura dell’individuo sovrano – ora la sua critica foucaultiana dell’ordine neoliberale rischia sempre di supportare la sua pretesa di verità, senza indicare i punti in cui quel discorso vacilla ma ripiegando sulla speranza di poterlo contestare, o almeno di poter competere con esso, grazie a una diversa razionalità politica. Siamo fuori dalla storia perché la storia del neoliberalismo di cui la democrazia liberale è parte integrante è cancellata, pur lasciando dietro di sé un malinconico ricordo che permette di farne una speranza per il futuro oltre la disperazione del presente.

    Questa disperazione è per Brown l’effetto del «postpostmodernismo» che caratterizza la ragione neoliberale, un antiumanesimo che sancisce la fine della modernità perché abbatte ogni fiducia nella possibilità di un’alternativa e nelle capacità umane di realizzarla. La duplicazione del prefisso post – che nel suo Stati Murati, sovranità in declino (Laterza, 2010) Brown aveva lucidamente trattato come l’indicatore di «un presente che, pur introducendo una discontinuità, continua a essere strutturato dal passato» – opera qui come una cancellazione del passato. Ora, proprio perché la continuità è negata e il neoliberalismo è pensato come radicale, persino rivoluzionaria novità, diventa più difficile afferrare in che cosa consista la sua discontinuità. Il neoliberalismo, sostiene Brown, ha trasformato lo Stato secondo il modello dell’impresa. Lo Stato articola la propria azione secondo criteri manageriali e la orienta verso la massimizzazione del proprio valore in termini di capitale per attrarre investimenti. Il diritto è a sua volta «economizzato e tatticizzato», strumentalizzato per supportare la competizione piuttosto che i diritti. Alla luce della sua attenzione verso la storia del pensiero politico, stupisce che Brown non consideri che, nel pieno della modernità, Max Weber ha definito lo Stato come «un’impresa istituzionale di carattere politico», trattandolo come una connessione organizzata di poteri differenti e riconducendolo a uno specifico assetto societario. Senza rivolgersi al Marx dellaQuestione ebraica – che pure Brown ha ampiamente usato nella sua critica al discorso dei diritti – la definizione weberiana sarebbe sufficiente a demistificare l’immagine della «comunità illusoria» orientata al supporto dei diritti che il neoliberalismo avrebbe definitivamente abbattuto e imporrebbe di considerare i diritti come un problema di potere. Sembra però che il «postpostmodernismo» abbia l’effetto di riattivare l’attaccamento appassionato verso lo Stato come un possibile spazio esterno alla razionalità economica, troppo simile al «padre benevolo e imparziale» che Brown aveva duramente contestato negli anni ’90 (States of Injury, Princeton University Press, 1995). Non è forse un caso che l’estensione dell’istruzione universitaria nelle scienze umane – considerata come uno dei terreni di coltura dell’homo politicus, ora sotto l’attacco del neoliberalismo – sia vista da Brown al di fuori dalla storia delle esclusioni di classe, razza e genere che l’hanno caratterizzata e della sua funzione disciplinare, come «la più estensiva affermazione della verità della storia Occidentale» e delle sue promesse di libertà, uguaglianza e inclusione.

    Non si tratta, evidentemente, di contestare l’idea del presente come novità radicale attraverso l’affermazione di una sua assoluta continuità con il passato, ma di raccogliere fino in fondo il problema posto da Brown in merito alle condizioni di pensabilità e praticabilità di un’alternativa allo stato di cose presenti. Brown è in grado di mettere tra parentesi il rapporto storico tra democrazia liberale e capitalismo nella convinzione che gli ideali della prima – uguaglianza, libertà, sovranità popolare – siano stati storicamente in grado di produrre le ispirazioni e aspirazioni radicali che hanno ecceduto la democrazia liberale e che dovremmo riconquistare. Se riconsegniamo il presente alla sua storia, dobbiamo però domandarci che cosa ne è del rapporto storico tra democrazia e capitalismo, quale discontinuità il neoliberalismo impone a quel rapporto e se sia possibile sperare che una nuova razionalità democratica possa affermarsi indipendentemente dalla contestazione radicale dei rapporti sociali. Questo non è un problema di Brown, che si limita a constatare che lo scarto «eccessivo» tra ricchezza e povertà rende impensabile una dimensione comune, mentre accetta – qui sì in continuità con il passato – che la democrazia non abbia bisogno di una materiale uguaglianza delle condizioni. Per lei, le politiche economiche neoliberali potrebbero essere fermate e rovesciate senza che ciò interrompa i loro effetti deleteri sulla democrazia. Non stupisce, allora, che consideri il movimento Occupy in modo molto diverso da Chandra Talpade Mohanty, che nel 99% che occupava Wall Street aveva riconosciuto l’azione di una parte – il «Mondo dei due terzi» – che aspirava a contestare il dominio globale del capitalismo. Per Brown si tratta invece di una sorta di affermazione di ritorno della sovranità di tutto il popolo contro il governo di una parte (i finanzieri, veri responsabili del debito), senza che sia peraltro chiaro come soggetti interamente investiti dalla ragione normativa neoliberale abbiano potuto conquistare il desiderio di contestarla. Marx può ancora offrire strumenti alla critica, ma soltanto accessori: il neoliberalismo non è una totalità che si muove secondo un’interna necessità dialettica, ma agisce in modo asistematico, incostante, differenziato, impuro. Per comprenderlo «la genealogia è meglio della dialettica», ma la genealogia non sembra dirci nulla della sua storia e neppure delle tensioni e delle resistenze sulle quali ha dovuto affermarsi. Paradossalmente, quindi, l’ordine neoliberale si rivela ben più totalizzante di quello del capitale inteso come sistema globale, al punto che l’unica alternativa percorribile sembra essere offerta da qualcosa che sta fuori dalla sua storia, non un oltre, ma un prima del neoliberalismo. Al neoliberalismo spetta la rivoluzione; chi vuole contestarlo ha solo la scelta tra «riforma e resistenza», oppure la speranza in un «altro mondo possibile», non un ‘andare oltre’, ma un ‘tornare indietro’ alla democrazia liberale, che dovrebbe diventare la «grande narrazione» alternativa a quella neoliberale. Il compito di far rivivere la democrazia liberale con il suo homo politicus è affidato da Brown a una non meglio definita «Sinistra» e a una sparuta classe di professori universitari di scienze umane. Come questa narrazione alternativa possa affermarsi, invece, è qualcosa a cui la teoria politica non può dare risposta. Non perché mantenga una virtuosa e spregiudicata distanza dalla prassi, ma perché gli strumenti con cui pretende di criticare il neoliberalismo sono una parte essenziale del suo ordine normativo. E questo disperato paradosso è la storia della sua critica.

     

  • Ilaria Boiano, Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse, Roma 2015

    Ilaria Boiano, Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse, Roma 2015

    Di Anna Simone

    La letteratura giuridica, socio-giuridica, femminista e pamphlettistica che si è andata diffondendo negli ultimi anni attorno al tema, di grande attualità, della violenza maschile contro le donne, è spesso stata ed è ancora molto poco attenta agli innesti complessi che la lettura e l’interpretazione del fenomeno dovrebbe suscitare. Si passa da un’impostazione interamente basata sulla vulnerabilità femminile e sulla “vittimologia” ad una impostazione solo di ordine legislativo, da un bisogno linguistico di coniare nuovi termini ad una messa a tema solo gridata o di stampo “opinionista”. Il volume di Ilaria Boiano, invece, (Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse 2015), oltre ad essere il testo più completo sotto il profilo teorico, esperenziale e giuridico che finora sia mai stato scritto sull’argomento, ha il pregio straordinario di innestare teoria femminista e cultura giuridica interna ed esterna senza mai cedere alla banalità o a letture unidirezionali. Nonostante all’interno del volume, frutto di una lunga ricerca di dottorato, si possa accedere alla comprensione della genealogia dei termini femicidio/femminicidio, ormai talmente abusati dalla doxa da essere diventati quasi indifferenti all’opinione pubblica, tranne qualche processo di “notiziabilità” di un caso specifico tra altri, Ilaria Boiano mette subito le cose in chiaro: meglio usare l’espressione “violenza maschile contro le donne” per individuare meglio il chi e il cosa di cui si parla che, appunto, femminicidio. Così come colpisce in positivo il bisogno di specificare il posizionamento esperenziale dell’autrice: avvocata, studiosa di diritto penale e femminista. Una ricerca legata alla postura del “femminismo giuridico”, così come articolato e coniugato su questo sito, che tesse senso tra esperienza, discorso critico sul diritto, sulla ricerca, ma anche tentativo riuscito – con innumerevoli esempi – di torcere dall’interno la stessa articolazione solo formalista e procedurale del giuspositivismo giuridico. Citando Lia Cigarini, l’autrice del volume ci dice che aveva bisogno di rendere giustizia a “quella parte muta” di sé che spesso ci rende scisse nei luoghi dominati da una certa organizzazione del potere: “Nello studio delle varie materie giuridiche, infatti, mi mancava la parola, così come mi mancava nelle situazioni collettive di tentativi, ancora immaturi, di partecipazione politica”. Il nodo principale che si tesse in questo libro è legato, nella prima parte, a come pensare -da parola femminista- il rapporto con il diritto. Eppure la posizione critica del pensiero femminista della differenza rispetto alle leggi e al diritto non viene qui giocata come una rinuncia aprioristica ad occuparsi del discorso giuridico, dall’interno e dall’esterno. Si ingegna, invece, in una nuova articolazione di parole per tentare di rifondare lo stesso diritto, sia nell’approccio che nel metodo, lavorando più sulla sua ri-valorizzazione in un’ottica interpretativa, esperenziale -nel senso di recupero del valore della controversia-, che nell’ottica della sua interpretazione. Riflessioni già assai presenti nel filone feminist legal theory (Stati uniti, Canada, Australia), nei lavori di Drucilla Cornell e nella già consistente giurisprudenza femminista. Anche qui Boiano si assume tutta la complessità del caso. Non si affida solo alla letteratura d’oltre oceano, ma la fa dialogare con il pensiero della differenza italiano, tenendo fermo il punto comune: le donne non come “oggetto” del diritto, ma come parte in causa. Il gesto fecondo è appunto quello di “riappropriarsi” delle discipline per rovesciarle a proprio vantaggio rigenerandole. Tante, tantissime le studiose prese in esame, oltre quelle già citate: da Catherine MacKinnon e le sue tesi sul diritto come mera emanazione di una cultura solo maschile a Carole Gilligan e alle sue tesi su un’etica della giustizia basata sulla relazione, sulla comprensione, sulla cura. Così come non risparmia un suo approccio critico nei confronti della logica delle Pari opportunità, intesa come riproposizione di un neutro fondato sulla mimesi, da parte femminile, del modello maschile dell’universalismo. Da penalista Boiano attraversa anche parte della letteratura criminologica, dagli studi sulla donna come Infirmitas Sexus, agli studi lombrosiani. In ambito criminologico, ad esempio, la cultura dell’antropometria e del positivismo registra un ritorno a partire dalle nuove tecnologie usate per le indagini, così come –in parallelo- si va sempre più diffondendo la branca di criminologia soft denominata “vittimologia”. Un sapere, in altre parole, che in entrambi i casi mira a de-soggettivare i corpi e l’azione sociale. Anche qui Boiano riesce a non essere banale e a non andare con l’accetta. Distingue la “vittima” dal “vittimismo” sostenendo a giusto titolo la tesi secondo cui trattasi solo di persone offese da un reato compiuto contro di loro, riaffermando un lessico penale formatosi anche sulla cultura del garantismo. Ma il volume non si ferma qui. Esso è una miniera inesauribile di informazioni giuridiche: dati, Rapporti delle Nazioni Unite, Rapporti effettuati da commissioni UE, analisi dettagliate di come funziona il diritto internazionale e gli obblighi in materia di violenza maschile contro le donne, di come vengono usati a tal proposito i diritti umani, la violenza nei confronti delle donne usata come arma di guerra nei conflitti internazionali, la responsabilità degli Stati, il sistema di giustizia penale, la Convenzione di Istanbul, l’ordinamento giuridico italiano (la legge sulla violenza sessuale, la Legge del 4 aprile 2001 recante misure contro la violenza nelle relazioni familiari, il disegno di legge 2007 in cui si usava per la prima volta la nozione “violenza di genere”) e decreti vari -cosiddetti pacchetti sicurezza-, atti processuali interessantissimi relativi a processi sulla violenza. Insomma, un libro ricco, interessante, mai scontato, che potrebbe essere usato anche come manuale per educare alla differenza penalisti e sociologi del diritto. Oppure come libro da leggere per chiunque voglia uscire dai luoghi comuni che attraversano gli ordini discorsivi legati alla violenza maschile contro le donne.

     

     

  • Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    di Valeria Mercandino
     

    Esce nel 2014 Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, di Maria Luisa Boccia. Non è il primo libro che l’autrice scrive a partire dal pensiero e dal lavoro teorico di Lonzi. Già nel 1990, esce L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi: il primo testo che tenta uno sguardo ampio e trasversale di tutte le sue opere – dal periodo di critica d’arte al diario autocoscienziale, passando anche per le poesie più giovanili – per ricostruire quel filo stretto, annodato a volte, che per Lonzi c’è tra vita e pensiero.

    In questo suo secondo libro, Boccia è animata dallo stesso obiettivo, ma lo persegue ponendo l’attenzione su degli elementi specifici del pensiero di Lonzi che la interessano maggiormente. Il che rende il testo più agevole, snello e chiaro, sia nella struttura che nella prosa, rispetto al precedente.

    È evidente come con il trascorrere degli anni, Boccia sia entrata sempre più in sintonia con il pensiero lonziano. Ma questa non è affatto questione di una studiosa divenuta esperta sulla produzione di una intellettuale. Già dall’introduzione Boccia tiene a ribadire che non ha assolutamente l’intenzione di divenire “l’esperta lonziana”, perché questo significherebbe astrarre il pensiero fino a farlo divenire teoria staccata dal vissuto, dall’esperienza che lo ha generato.

    Ancora meno, l’autrice ha intenzione di tradire quell’aspirazione, che proprio Lonzi le ha ispirato, di intessere una relazione con una donna solo grazie il tramite della scrittura (15). L’opera scritta – sin dalManifesto di Rivolta femminile fino al diario di autocoscienza – era il canale che Lonzi aveva scelto per comunicare con le altre donne, e Boccia, anche se inizia questo rapporto dopo la morte di Lonzi, è testimone della possibilità di continuare un dialogo iniziato da un’altra tempo prima e di proseguirlo ancora con altre, altre a cui trasmettere quel che Lonzi ha ancora da dire oggi.

    L’oggi. Negli anni Novanta, la prima intenzione di Boccia era di riportare l’attenzione sulla “primogenita” del femminismo italiano che, dopo quasi dieci anni dalla sua scomparsa, se non dimenticata, era rimasta molto liminale tra i riferimenti della produzione teorica femminista italiana. Oggi le cose certamente sono cambiate: «Carla Lonzi è tornata» (10), ci dice Boccia. E per farlo, usa le parole di Vinzia Fiorino, una delle curatrici di un interessante testo del 2011, Carla Lonzi: la duplice radicalità, che per primo lavora non sulla rottura tra il periodo di critica d’arte e dell’inizio del femminismo per Lonzi, ma sulla valorizzazione dei legami esistenziali e teorici tra questi due momenti. L’attenzione su Lonzi ora c’è, lo dimostra questo libro ricco di saggi di giovani studiose e studiosi, ma anche molte altre pubblicazioni e convegni che stanno prendendo vita negli ultimi anni. E Boccia non perde il passo, anzi rilegge e rideclina le parole lonziane come a voler stare al gioco, raccogliendo in pieno le parole di Lonzi, che pone nel finale della sua introduzione: «mi incuriosisce immaginare cosa penseranno (…) le femministe del futuro, o le donne, semplicemente, che verranno» (tratto da Itinerario di riflessioni, p. 38).

    Boccia ci vuole mostrare come Carla Lonzi sia ancora presente, e necessaria, per il pensiero e la politica di oggi: passati quarant’anni, il suo stile vibrante e la sua radicalità spiazzante ci stimolano di fronte al conflitto tra l’emancipazione, i diritti e la libertà, tra la politica e la tensione alla concentrazione su di sé, tra lo stare nel mondo, la relazione e l’autenticità della propria espressione.

    Carla Lonzi, nel diario Taci anzi parla, scrive: «sono nata donna, non ho da pensare ad altro» (p. 463). Ciò non ha significato per lei essere fuori dal mondo, fuori dai dibattiti, fuori dalla politica: al contrario, ha significato essere in quelle contraddizioni mettendo al centro la sua presenza in quanto donna, marcando il discorso con la sua differenza. La sua parola incarnata – totalmente impegnata nell’aderire all’esperienza da cui scaturisce, pregna di quel conflitto che perennemente si muove da un corpo di donna – è una parola così radicale e autentica che può parlare oggi a tutte e tutti. E questo punto è ben presente a Boccia, che analizzando il momento politico contemporaneo scrive: «si conferma attuale “la ricerca di un proprio senso dell’esistenza”». E prosegue: «in nuovi modi, con nuovi percorsi, su altri contenuti e altre forme di vita» (11). Il femminismo ha aperto le porte a pratiche di resistenza e di significazione dell’esistenza nuove e rivoluzionarie. Quelle porte sono state varcate da quante e quanti ne hanno colto l’originalità e l’impellenza. Il libro di Boccia sembra consapevole e proiettato verso questa apertura, e verso un rinnovamento del contributo lonziano in questo senso.

    E proprio in questa direzione, chiarisce ampiamente il controverso tema dell’autenticità nella ricerca esistenziale della pensatrice, per fugare una volta per tutte l’accusa di essenzialismo. La ricerca di sé per una donna non attiene ad «alcun nocciolo originario e integro dell’identità». L’identità femminile, così per Lonzi come per Boccia che la interpreta, è frutto della costruzione patriarcale ed è il capestro che intrappola le donne. La ricerca del senso di sé segue quindi la modalità di uno scavo, o meglio un «logorare continuamente i legami inconsci col mondo maschile, vivendoli e prendendone coscienza» (Itinerario di riflessioni, p. 36). In questo modo, l’autenticità, lungi dall’essere il tratto essenziale di ogni donna, «poggia su un vuoto» (25), e sulla consapevolezza che parole certe su cosa e chi sia una donna sono solo quelle di matrice maschile. Questa è la base per comprendere fino in fondo la condivisione di una condizione che è comune a tutte in quanto storica e determinata; ed è, tutte insieme, da debellare. Dalla condivisione della condizione, in Lonzi, si passa immediatamente alla condivisione della via per trarre libertà: la relazione tra donne e l’autocoscienza come pratica per elaborare.

    Il nodo su cui si gioca la partita è quello della sessualità e del sesso agito: è qui che le donne hanno da sempre e più vischiosamente preso parte alla dominazione maschile, ed è qui che devono prendere parola con più forza. E proprio sull’attenzione di Boccia per questa declinazione, decisa e ferma, della formula del personale è politico in Lonzi troviamo il secondo punto di interesse dell’autrice: la relazione con gli uomini. Sin dal principio dell’opera, Boccia non nasconde affatto che questa è la questione centrale da affrontare; su di essa ruota gran parte della sua argomentazione e su di essa termina. È elemento che, anche se trattato da vicino solo nell’ultimo capitolo e nell’appendice, costituisce uno dei fili che sorregge il discorso in tutto il testo. Lo spazio della sessualità è fortemente implicato in questo senso: lì dove Lonzi elabora una differenziazione tra clitoridea e vaginale, non lo fa né per dire una parola definitiva su un’identità libera dai dettami maschili, né tantomeno per decidere quale tipo di donna abbia trovato una soluzione al conflitto con il maschile. La vaginale è colei la quale è rimasta irretita nelle scelte dell’uomo fatte per lei, e vi aderisce senza opporre un proprio principio di libertà; la clitoridea, in compenso, «non è la donna liberata, né la donna che non ha subìto il mito maschile –poiché queste donne non esistono nella civiltà in cui ci troviamo – ma quella che ha fronteggiato momento per momento l’invadenza di questo mito e non è rimasta presa. La sua operazione non è stata ideologica ma vissuta» (Taci, anzi parla, p. 92, il corsivo è di Boccia). Le due figure non sono in contrasto, ma esprimono, polarizzandole, delle posizioni che possono trovare una via di liberazione solo nella collaborazione. Se la clitoridea, infatti, rifiuta il diktat maschile e sa cosa sia lottare contro di esso, la vaginale ha dalla sua la conoscenza della relazione con l’uomo, che può agevolare la presa del conflitto con esso. Ad ogni modo, «non vi può (…) essere una soluzione personale, stabile e certa, per una dipendenza comune» (p. 33): un’alleanza tra donne con obiettivi e sentire differenti è possibile quanto necessaria.

    La questione essenziale per Boccia consiste nel prendere di petto tutte le forme in cui si concretizza il potere di ogni uomo su ogni donna: senza ciò, non è data nessuna forma di libertà per nessuna. Pena anche la possibilità stessa di dirsi soggetto per ognuna (p. 88). Quando scrive l’autrice, la questione femminicidio ha preso con forza le prime pagine di giornali, tv, siti e blog di informazione: lei, come altre, affermano con forza che, spedire agli uomini il fardello delle proprie responsabilità per quanto riguarda la violenza sulle donne non è sufficiente; le donne devono contribuire al cambiamento che la società necessita quanto prima.

    Il testo termina con un’interessante appendice, dal titolo Le donne e i giovani, che Boccia dedica a una sua analisi della situazione politica degli anni Settanta. Boccia affronta questa lettura partendo dalla lente della mancata alleanza tra movimento femminista e movimento studentesco. Qui riprende unthopos lonziano, che Boccia ha già sviluppato in differenti sedi, quello della donna, il giovane e il patriarca (dialettica con cui Lonzi riprende, analizza e sovverte quella hegeliana). In questa appendice, e grazie a questa figura a tre punte, Boccia può entrare nel merito del suo personale modo di pensare e agire il femminismo. Perché se Lonzi è stata la donna con cui lei ha elaborato il suo pensiero sessuato, la pratica femminista Boccia l’ha sempre agita nel Partito Comunista, in prima linea nel conflitto con gli uomini del partito e a tu per tu con i pro e i contro dell’emancipazione (e in chiusura di libro, quindi, si afferma esaustivamente la convinzione di Boccia che «scrivere con Lonzi è il modo che ho scelto di parlare del mio femminismo» (14). Diversamente dal rapporto tra uomini e donne, che continua a darsi e continua a essere luogo in cui agire la propria posizione sessuata, Boccia riconosce un divario tra la politica partitica e di movimento e il femminismo che, se negli anni Settanta e Ottanta si dava nel conflitto, negli ultimi vent’anni è soggetto a una biforcazione sempre più acuta che rimette costantemente in questione il senso e il significato della politica stessa. Questa divaricazione vede da una parte una risposta iperpoliticista alla crisi politica a partire dagli anni Novanta, con una netta esasperazione della delega e della rappresentanza in sede della partecipazione attiva; dall’altra una definizione sempre più stretta dei confini di azione di una politica fatta di contingenza e di presenza. E qui, Boccia conclude sulla lezione del femminismo più passata all’esterno ma forse meno compresa nella sua radicalità: il personale è politico.

    Questo testo inizia identificando la potenza del linguaggio e del messaggio lonziano nella forte stretta tra il vissuto e il pensiero: un personale che si fa politico in maniera saturante, il cui tentativo è non lasciare fuori da questo processo assolutamente niente. Con l’obiettivo di fare della propria vita la propria opera più impegnativa e più grande. E il testo termina sulla necessità di ribadire questa ricerca continua, esasperata, di tenere insieme quel che la politica, da sempre, ha innaturalmente tenuto separati: il personale e il politico. Le parole di Lea Melandri citate in conclusione, mostrano appieno qual è, secondo Boccia, la cosa da pensare per noi adesso: «la ricerca di circolarità tra personale e politico, artificiosamente tenuti separati, sembra l’ultima sponda oltre la quale o nasce un modo nuovo di esistere politicamente, o muore la politica stessa come progetto collettivo di liberazione (Melandri, 1977).

  • Marco Armiero, Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi, Jaca Book 2014

    Marco Armiero, Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi, Jaca Book 2014

    di Marta Scordino

    Teresa e le altre lottano contro la camorra, contro le devastazioni del territorio, contro uno Stato che non difende la salute pubblica e lottano per il riconoscimento delle loro rivendicazioni. Le organizzazioni camorriste, invece, da anni, hanno scelto il territorio di quella che storicamente veniva chiamata Campania felix, per le loro attività criminali, ritenendo le comunità presenti deboli, marginali, incapaci di difendersi, poiché gravate da un alto tasso di disoccupazione e mala gestione pubblica.

    In questo libro, grazie alle testimonianze raccolte e curate da Marco Armiero, emerge il contrario, emerge infatti, come le donne, in particolare, abbiano saputo avviare quel processo cha va dall’autopromozione individuale all’autodeterminazione collettiva e oltre a confutare la convinzione che quella comunità fosse priva della capacità di difendersi, in realtà, ne sfata anche un’altra, ben più diffusa e radicata, ovvero che le donne difficilmente riescano a solidarizzare tra loro.

    Le protagoniste si raccontano e ci consegnano storie di donne che non si sono adeguate a vivere in sistemi corrotti e malavitosi, donne che hanno difeso il proprio territorio e che hanno saputo introdurre quel salvifico granello di sabbia per bloccare, o almeno frenare, l’ingranaggio che porta malattia, paura, morte alla maggioranza della popolazione, e profitto e ricchezza ad una esigua minoranza. Consapevoli di quanto fosse difficile smantellarlo, non si sono arrese, hanno resistito e investito tutta la propria forza, la propria cultura e la propria determinazione per minarlo alle fondamenta. Alla paura hanno opposto solidarietà, alla rassegnazione fiducia e all’indifferenza impegno. Attraverso i racconti, le narratrici, ci introducono nelle loro vite e ci spiegano come ad un certo punto della loro esistenza si siano trovate ad un bivio: Tacere o partecipare? Hanno scelto di partecipare, spiegando che tacere, sarebbe stato dannoso per loro stesse, per la collettività e per le generazioni future, ricordando, come recitava un vecchio slogan, che “il personale è politico” e viceversa.

    Questo legame, questa interdipendenza tra la sfera privata e quella pubblica raramente le donne riescono ad ignorarli. Per tale motivo, in questa e molte altre lotte, le donne giocano un ruolo determinante perché portatrici di quella “conoscenza radicale” di cui parla Serenella Iovino, nell’ultima testimonianza, “che si assume la responsabilità etica del punto di osservazione” (p.151), e certamente perché portatrici di “bisogni radicali” il cui soddisfacimento è ineludibile e inderogabile.

    “I nostri figli, nati nelle province di Napoli e Caserta, sono destinati a vivere in media due anni in meno rispetto ai bambini di altre province italiane (dati Istat 2010). Ci pensi a quello che può succedere in due anni di vita, a quello che si fa in 730 giorni? Si ride, si gioisce, si piange, si soffre, si ama…si vive” (p.137).

    Novella Vitale, con queste parole, ci catapulta nella realtà campana, dove da anni ormai, proliferano patologie oncologiche e malformazioni congenite, a causa degli innumerevoli sversamenti illegali di rifiuti tossici effettuati, con la complicità delle istituzioni, dalle organizzazioni camorriste.

    Le voci narranti iniziano a partecipare alla lotta collettiva per motivi differenti: per rabbia, per giustizia, per solidarietà, ma l’elemento che caratterizza tutte è il cambiamento che riscontrano durante il percorso, il cambiamento della percezione che hanno di loro stesse e della realtà circostante, che ora le fa sentire parte integrante di una comunità, che se vuole, può incidere sulla realtà. La battaglia in quelle terre è ancora in corso, ma quella che si è costruita è una coscienza collettiva che, in futuro, sarà difficile ignorare o raggirare e questa, già di per sé, è una vittoria. “La gente qui da noi” – scrive Paola Nugnes – “ha dovuto imparare la lotta dai vicini, Quarto ha imparato da Chiaiano e Chiaiano ha imparato da Pianura e prima Pianura aveva imparato da Serre, da Basso dell’Olmo etc.” (p.85). In virtù di questa invisibile cinghia di trasmissione della cultura della lotta e della giustizia, ogni tentativo illecito di riproporre altrove ciò che in un luogo aveva fallito, è stato ostacolato sempre con maggiore forza e maggiore consapevolezza. “Avevo ancora uno spirito legalitario” – scrive Gigliola Izzo – “che mi spingeva a pensare che non fosse giusto occupare le strade e creare disagio a persone che non hanno colpa. Per la verità, ancora adesso provo un po’ di ansia quando partecipo a questo tipo di iniziative, anche se il mio approccio attuale è molto diverso” (p.65). Inizialmente, gli interlocutori privilegiati, al fine di ottenere la bonifica del territorio o di bloccare nuove devastazioni, sono stati quelli istituzionali, ma, come racconta Izzo, senza successo: “le innumerevoli volte che gli accordi presi con il comune, con il commissario straordinario di governo all’emergenza rifiuti e con tutte le istituzioni sono stati disattesi hanno minato per sempre il mio rapporto di fiducia con le istituzioni” (p.69). Lo Stato, a fronte di richieste relative a diritti inalienabili come vita e salute, spesso non ha fatto altro che dispiegare tutte le forze militari a disposizione, lasciando alla cittadinanza un senso di sconfitta e di abbandono: “ad Acerra il 29 agosto 2004, quando su donne e bambini si abbatté la forza inaspettata e violenta delle forze dell’ordine, fu sconfitta innanzitutto la speranza” (p.76) racconta Nugnes.

    Nella guerra dei rifiuti, Teresa e le altre, alla narrazione che le voleva connotare come vittime inermi, nonostante il colpevole silenzio istituzionale e mediatico, hanno risposto con la partecipazione, l’informazione, la sensibilizzazione e la solidarietà, sempre con la responsabilità e l’entusiasmo di dover lottare, perché “la vittoria o la sconfitta nelle battaglie per la giustizia sono vittorie e sconfitte per tutti.” (p.127).

    “Raccontare è resistere” scrive Armiero, infatti, questa esperienza di lotta, grazie a “Teresa e le altre”, potrà essere divulgata e rimanere nella memoria collettiva, contribuendo alla lotta stessa. Inoltre, questo libro, poiché rappresenta anche un tesoro di possibili e molteplici identificazioni meriterebbe di essere letto nelle scuole, in quanto strumento di sovvertimento del modello femminile stereotipato e dominante.

     

     

     

     

     

     

     

    Mi chiamo Marta Scordino e dopo essermi laureata in sociologia, ho conseguito due master universitari su “immigrazione e diritto d’asilo” e su “pari opportunità, women’s studies e identità di genere”. Sono un’attivista politica e sindacale e coautrice del testo “Le tipologie contrattuali della legge 30 nella provincia di Roma” (2006).

  • S. Weil, Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990

    di Federica Castelli

    All’interno del vasto panorama di riflessioni politiche che i primi anni del Novecento fornisce alle nostre riflessioni, gli scritti di Simone Weil, qui raccolti parzialmente seguendo due temi guida – le riflessioni sulla crisi tedesca degli anni 1932-1933 e l’analisi dell’hitlerismo – sembrano collocarsi su un piano peculiare e insolito. Distanziandosi dalle teorizzazioni politiche più categorizzanti e sistematiche che caratterizzano molte delle riflessioni del periodo, gli scritti di Weil, strettamente legati al contesto politico e sociale, pur proponendo formulazioni e intuizioni generali, si collocano nell’intersezione tra avvenimenti, esistenze, realtà sociali e riflessione sul Politico. Nonostante vi sia una forte continuità nell’atteggiamento critico del pensiero di Weil e nel legame stretto e indissolubile che intreccia tutte le analisi dell’autrice alle pratiche e all’esistenza, molti interpreti si sono impegnati a suddividere in modo netto il pensiero dell’autrice in due fasi ben distinte, seguendo i temi generali su cui Weil si concentra nell’arco della propria riflessione, la politica e il sociale nella prima fase, Dio e la morale nella seconda. Rimettendosi a tale distinzione, gli scritti della raccolta, connotati da un forte coinvolgimento pratico e attivo nel contesto politico contemporaneo all’autrice, rientrano pienamente in quella che è riconosciuta essere la sua prima fase di pensiero, in cui l’autrice lega un’inesauribile attività politica all’analisi critica delle strutture sociali e politiche. Proprio a questo proposito è opportuno considerare come questi scritti coincidano con il coinvolgimento attivo dell’autrice nelle lotte e negli scioperi operai, con il suo impegno all’interno della guerra civile spagnola e con gli anni passati in fabbrica come operaia, per potere, spiega Weil, fare reale e diretta esperienza di quel che i teorici del marxismo descrivevano nei propri testi e nei propri motti.
    Proprio in questo quadro di indissolubile intreccio tra teoria e pratica si inserisce questa raccolta
    sulla Germania totalitaria, divisa in due parti seguendo la periodizzazione degli scritti e i nodi
    concettuali su cui questi si soffermano. La prima parte del volume raccoglie delle riflessioni nate in seno ad un periodo di forte crisi economica, che, seguendo l’analisi weiliana, in virtù di un indissolubile legame che porta la dimensione economica ad intrecciarsi in modo inequivocabile con la sfera della politica, sfocia in una profonda crisi non solo istituzionale, ma anche sociale ed esistenziale. La politica, infatti, nella sua accezione più corretta e vera, si lega in Weil sempre all’esperienza concreta degli individui. La politica istituzionalizzata e burocratizzata, sganciata dalle esistenze, è, come vedremo, una degenerazione paralizzante e cancerosa.
    A partire dall’intreccio indissolubile tra questa accezione ampia di politica e la dimensione economica, che Weil riconosce come fondante della società del Novecento, l’autrice analizza le cause della paralisi sociale e politica della Germania dei primi anni Trenta, portata dalla crisi del sistema capitalistico all’inquietante bivio tra tra fascismo e rivoluzione. Difatti, spiega Weil, la crisi economica, dilagando nel discorso istituzionale in una «situazione di eccezione», porta ad un blocco del sistema politico, alla sua sclerotizzazione e allo sganciamento dalla realtà della prassi umana. La politica, allontanandosi dal presente, si sposta sul futuro, in teleologie illusorie che permettono distogliere lo sguardo dai problemi dell’oggi e in base al quale giustificare ogni azione o scelta politica. Tale sganciamento dal presente, tale decentramento dalle esistenze concrete e dalle reali oppressioni generate dal contesto contemporaneo, la cristallizzazione in affermazioni di carattere apodittico, spostate sul futuro e dunque non verificabili, in base al quale orientare le vite di oggi, caratterizzano sia l’ideologia fascista che quella rivoluzionaria, entrambe degenerazioni della politica nella sua accezione vera ed umana. Risulta evidente come, pur essendo una testimone esterna ai fatti sociali della Germania, nonostante i suoi lunghi periodi passati a Berlino, Weil dimostri capacità di analisi tale da andare a fondo nella realtà sociale tedesca tanto da poterne intuire gli esiti futuri. Nella sua analisi non solo politica ma soprattutto esistenziale dei disoccupati e dei lavoratori tedeschi, Weil mostra chiaramente il radicamento nell’esistenza della condizione di crisi economica e politica della società tedesca. Oltre al dramma della disoccupazione, i lavoratori tedeschi patiscono infatti l’oppressione della funzione, esercitata su di loro attraverso il taylorismo e la divisione del lavoro fordista, la burocratizzazione dell’industria, sezionata in consigli di tecnici e in dipartimenti non comunicanti tra loro. La fabbrica razionalizzata diviene l’eloquente specchio di una società in crisi, totalmente burocratizzata e in cui viene a mancare ogni visione di insieme che possa porre le basi di un pensiero critico.
    Approfondendo il discorso sulla crisi della politica tedesca, Weil fa un’analisi critica della burocratizzazione delle forze rivoluzionarie, che porta alla sclerotizzazione del potenziale socialmente e politicamente eversivo della classe operaia come forza politica. Tale processo porta ad un progressivo distacco dal reale da parte del partito, ad una gerarchizzazione paralizzante, all’immobilità e all’incapacità di azione politica, alla completa passività. Il partito perde la propria presa sul reale, sia a livello pratico che epistemologico. Gli slanci e le esistenze concrete che hanno originato il movimento rivoluzionario sbiadiscono in dogmi e sterili rituali politici. In tale contesto gli interessi divergono, tra il partito e la società si crea incomunicabilità. L’esistenza concreta diviene muta, mero supporto strumentale di una figura istituzionale; la rivoluzione diviene religione. Non vi è più riflessione, la rivoluzione si allontana dai bisogni, dalle forze che l’hanno originata, dando vita ad una nuova oppressione. In questo modo il comunismo diviene dogma e contemporaneamente inazione, debolezza, assenza di spirito critico e di libertà di espressione. Il partito è semplice macchina amministrativa. «Lungo tutto il corso della storia – leggiamo nel testo – alcuni uomini hanno lottato, hanno sofferto e sono morti per emancipare gli oppressi. I loro sforzi, quando non sono risultati vani, hanno sempre avuto come unico effetto quello di sostituire un regime oppressivo con un altro» (p. 164) Weil si rivolge così verso nodo fondamentale e inaggirabile di ogni analisi sulle rivoluzioni che voglia essere critica e calata nel reale, portando sulla scena la contraddizione interna ad ogni movimento rivoluzionario: il bivio tra fallimento e tradimento. Una volta che lo slancio rivoluzionario viene immesso nella realtà storica con successo, suggerisce Weil, esso, istituzionalizzandosi, lasciandosi scivolare nell’amministrazione di partito, nella burocrazia, si trova a tradire le proprie premesse, sganciandosi da esse, costringendole sotto il diktat di un futuro da inverare. La rivoluzione è uno stato temporaneo che non può, almeno secondo i parametri politici tradizionali, non sfociare nella burocratizzazione o nel dissipamento delle forze. La rivoluzione, insiste Weil, è una trasformazione attraverso la prassi, un compito pratico, che non può arrestarsi in un compito amministrativo, né in formule e parole d’ordine sganciate dal reale.«La rivoluzione scrive Weil – non è una religione rispetto alla quale un cattivo credente sarebbe meglio di un incredulo; è un compito pratico» (p.139) Vi è poi, sottolinea Weil, una ulteriore contraddizione in seno alla prassi rivoluzionaria, che ne pregiudica l’attualizzazione e che snatura ogni sentimento di rivolta che sfoci in rivoluzione; quando uno strato sociale, mosso da qualsiasi ambizione e slancio politico, dopo aver lottato per un cambiamento, si trova ad ottenere potere e viene immesso nelle istituzioni, viene preso dalla sua logica e tende a mantenerne il monopolio, qualunque esso sia, con la forza, conservandolo finché non venga scalzato dallo sviluppo storico. Ritroviamo qui la riflessione sulla forza come essenza prima dei rapporti umani, politici e non, che accompagna sottotraccia tutto il pensiero weiliano e che trova compiuta realizzazione nel suo La prima radice, del 1943. La società stessa, spiega Weil, è una forza della natura, cieca come le altre e particolarmente oppressiva. Ogni potere esclusivo e non controllato diviene per sua natura oppressivo, il cui fine risiede nel potere stesso e non nella felicità o il benessere dei membri della comunità che lo origina. All’interno di questo quadro l’adesione all’ideale rivoluzionario diviene mera accettazione di un dogma che si traduce spesso in un sacrificio liberamente accettato in nome di un’idea sradicata dall’esistenza. Proprio per questo, afferma con convinzione l’autrice, la liberazione dall’oppressione dei lavoratori non può assolutamente essere demandata o affidata ai militanti, ma deve essere opera dei lavoratori stessi. Il radicamento nell’esistenza e nella prassi rappresenta dunque per l’autrice l’unica alternativa al bivio tra fallimento e tradimento.

    Come già anticipato, il nesso tra politica e esistenza è fondante all’interno dell’analisi di Weil. La politica, in senso generale ed ampio, deve radicarsi negli individui, e nelle esistenze, non risiedere unicamente nello Stato e nella sua amministrazione. In tal senso cultura e pensiero critico rappresentano l’unico elemento salvifico e di speranza all’interno del quadro della crisi tedesca e e conferiscono dignità al popolo tedesco. Libertà e democrazia, per Weil, risiedono nel loro senso autentico solo nell’esercizio del pensiero critico libero dal dogma politico e nel radicamento concreto nell’esistenza dei singoli. Lo stesso ordine civile è fondato sulla libertà degli individui e non può allontanarsi da essa senza negarsi nei propri presupposti. Anziché la collettività, il valore supremo della politica risiede per Weil nell’individuo libero in una società libera e giusta . La libertà non si esercita però nel mero esercizio di un arbitrio sganciato da qualsivoglia costrizione (per intenderci, essa non è la «libertà di…»), ma è anzi libertà costruita attraverso il lavoro e il libero giudizio critico, reso arduo , come accennato, all’interno del contesto sociale in cui Weil è immersa dalla divisione del lavoro, non solo all’interno dell’azienda, ma che dilaga anche in campo intellettuale. L’autrice denuncia infatti la frammentazione del sapere in caselle teoriche non comunicanti, come una delle cause del torpore in cui le masse giacciono. Gli effetti della mancanza di un pensiero reale, profondo, non incasellato in ruoli e schemi, ma che voglia abbracciare il reale nella sua interezza dilagano ovunque, dalla fabbrica al partito. In particolare esso è evidente negli operai che aspettano un cambiamento dall’alto, fatalmente, nella divisione delle forze politiche, nello smembramento degli interessi politici in partiti ripiegati su se stessi, che si aggiungono al dramma di forze del cambiamento sociale logorate da condizioni esistenziali e lavorative della società. Proprio sullo sfondo di tali considerazioni si staglia la lucida analisi di Weil delle forze politiche del tempo e della loro composizione, che ne delinea limiti e promesse non mantenute. La seconda parte del volume si concentra su un’analisi dell’hitlerismo e sul suo rapporto di stretta somiglianza con la politica portata avanti da Roma ai tempi dell’Impero.Partendo da una chiara messa in discussione dell’idea di pax romana e di Roma come civiltà e patria del diritto, Simone Weil descrive Roma nei suoi accessi totalitari ed oppressivi. L’uso strumentale della propaganda, la crudeltà metodica, che ella rintraccia nella storia romana avvicinano la realtà tedesca al contesto politico romano, per il quale l’autrice ricorre a termini quali «perfidia» e «barbarie». Terribili precursori, i romani furono i primi a rivestirsi di un’aura, a concepirsi seriamente come popolo eletto destinato ad una missione, padrone e dominatore per natura, assioma di fronte al quale chiunque non voglia sottomettersi è un ribelle, da epurare o punire. L’oppressione e la conquista diventano un dovere. In Germania come a Roma, la cultura si piega al servizio del potere, oscillando tra l’esaltazione propagandistica e il mero intrattenimento privo di contenuti, fatto di bassezze e trivialità. La sottomissione che si richiede all’Impero è assoluta; in virtù della superiorità del fine politico che la classe dirigente persegue, dei suoi ideali e dei suoi dogmi, si autorizza la manipolazione delle masse, e lo Stato viene posto come unico oggetto d’adorazione. Per questo, spiega Weil, a Roma, come in Germania non c’è veramente cultura. L’individuo scompare dalle parole d’ordine della politica, dai suoi fini. È assente persino nel diritto. «Sarebbe estremamente difficile – spiega Weil – sostenere sulla base dei testi che i romani abbiano concepito il diritto come emanazione degli individui e in grado di stabilire un limite alla sovranità dello Stato nei suoi rapporti con essi» (p. 262). Scomparsa l’esistenza, la violenza è giustificata: tra i campi di concentramento, la schiavitù e il circo non vi è alcuna differenza sostanziale. Roma, come Berlino, è retta da un regime totalitario.
    Weil innesca in questo modo un andirivieni tra l’Impero e gli anni Trenta tedeschi, che prolifera agli occhi del lettore contemporaneo in un triplo movimento che include l’attualità della crisi globale. Pregio indiscutibile dell’opera weiliana, che pur sembrerebbe concentrarsi esclusivamente sul proprio contesto, è proprio questa possibilità di ampliamento dell’analisi in una riflessione che si mostra efficace ed attuale anche aldilà del periodo totalitario e fordista. Non solo infatti l’analisi di Weil mostra sconvolgenti tratti di realismo e chiarezza di vedute, tanto da mostrarsi in molteplici occasioni quasi una «predizione esatta» dall’imminente futuro dell’Europa degli anni ’30, ma porta allo sguardo del lettore le inquietanti affinità che il dramma politico e sociale tedesco intrattiene con l’attualità della crisi del sistema economico mondiale. Attraverso i suoi scritti, Weil sembra parlarci in modo pertinente e attuale anche della società post-statuale, immersa nel panorama della globalizzazione e della nuova crisi che il sistema capitalistico attraversa all’interno di esso. Esempio fra molti, l’analisi della condizione operaia, che sembra in alcuni punti coincidere con le attuali analisi sull’antropologia del precariato e sulle risonanze politiche che esso ha all’interno del quadro sociale. Come per i disoccupati tedeschi, il precariato assume oggi una dimensione anzitutto esistenziale. Citando l’autrice, «La crisi ha spezzato tutto ciò che consente ad ogni uomo di porsi fino in fondo il problema del proprio destino, ovvero le abitudini, le tradizioni, la stabilità della struttura sociale, la sicurezza; soprattutto tale crisi, in quanto non è, in generale, considerata come una interruzione passeggera nello sviluppo economico, ha chiuso qualsiasi prospettiva per il futuro ad ogni singolo individuo» (p. 39). La disoccupazione come il precariato sfibra il potenziale eversivo dei lavoratori, toglie loro l’energia per qualsivoglia dissenso. Il lavoro non viene più considerato un diritto, né un attività indispensabile alla produzione. Esso, per il lavoratore, diviene un favore accordato dall’azienda, qualcosa di cui essere indebitamente riconoscenti. In questo modo, nei lavoratori si insinua il sentimento di un privilegio accordato immeritatamente e i disoccupati vivono la propria condizione percependosi come parassiti del corpo sociale. Inutile dire infine che la riflessione di Weil risuona particolarmente al lettore moderno nel momento in cui si sofferma sulla crisi e sullo svuotamento della politica istituzionale che, sradicata dalle esistenze vere e dagli individui, si radica in modo degenerato nel personalismo politico, nell’informazione come mera diffusione di vicende personali e scandalistiche legate al mondo politico ma dai contenuti tutt’altro che politici. Nonostante l’inattualità del contesto in cui Weil scrive, quello della burocratizzazione di uno Stato-Nazione dall’accentramento crescente, che sembra pregiudicare il dialogo con una dimensione politica completamente altra com’è quella del panorama globale, in cui lo Stato-Nazione si disgrega in un intreccio indissolubile di locale e globale che rende impossibile la coincidenza di un’organizzazione statale (e non) con il proprio suolo nazionale, colpisce l’attualità della riflessione dell’autrice, che riesce a prevedere in modo impressionante alcune delle caratteristiche della nostra politica contemporanea, arrivando persino a parlare di una futura onnipervasività del potere (non solo statale), messa in seguito in rilievo da molte delle recenti analisi sulla biopolitica. Risulta così in modo evidente e concreto l’importanza dell’analisi di Weil portata avanti in questi scritti, la possibilità che essa offre oggi di leggere il presente con gli occhi del passato, possibilità feconda non tanto in virtù di un blando magistrae vitae, ma perché la riflessione di queste pagine riesce a cogliere quelle caratteristiche strutturali della società europea del secolo scorso che, seppur apparentemente superate o esplicitamente rinnegate, in realtà permangono solidamente alla base delle strutture sociali mondiali.

  • We are all clitoridian women. Dossier su Carla Lonzi, “Studi Culturali”, n. 1/2015

    di Anna Simone

    Per chi non può fare a meno di pensare Carla Lonzi come il punto, lo snodo, la parola da cui partire per risignificare ogni volta il femminismo come pensiero e pratica dell’esperienza, il “tornare” ai suoi testi equivale quasi sempre ad un “andare”, ogni volta diverso. E’ infatti impossibile pensarla dentro un “canone”, tanto quanto è impossibile ridurre il desiderio a parola definitiva e dogmatica, a negazione o rimozione del sé e del mondo nel quale la nostra singolarità agisce, lavora, pensa e ama. Se dovessi racchiudere in una parola-baule, come farebbe Alice nel Paese delle Meraviglie, questo bellissimo dossier su Carla Lonzi, appena pubblicato nell’ultimo numero della rivista “Studi Culturali” (We are all clitoridian women, a cura di Giovanna Zapperi, n. 1/2015, Il Mulino) direi che il filo conduttore degli articoli contenuti si posiziona su un crinale che “dis-facendo” rigenera, andandosi a collocare su un filo conduttore molto interessante, quello dell’arte, del femminismo e della politica come “creatività”.

    La prima mossa del dossier, di cui dà conto Giovanna Zapperi nell’introduzione è molto chiara. Carla Lonzi non è scissa, non ci sono due donne e neppure due tempi, un prima significato dal mestiere di critica d’arte e un dopo significato dalla militanza nel femminismo della differenza, ma una vita mossa dal desiderio di risignificare continuamente il rapporto che intercorre tra arte e vita andando a fare della vita stessa, per parafrasare il titolo del bel libro di Maria Luisa Boccia –assai presente anche nel dossier- un’opera. Un percorso davvero interessante anche e soprattutto perché non viene dal sapere politico o dal sapere filosofico o sociologico, bensì direttamente dal sapere dell’arte cioè da un sapere che, in sé, dovrebbe muoversi a partire dalla vita, dunque –come direbbe Carla- da un muoversi su un altro piano.

    Ad aprire il dossier, subito dopo l’introduzione, v’è il bel saggio di Claire Fontaine, un’artista che ha saputo mettere in “opera” la vita di Carla. I ritorni per chi legge sono già pensiero femminista: inciampare nelle parole è sempre pensiero ovvero gesto trasformativo; la ricerca dell’autentico è sempre scandalo dunque irruenza del soggetto imprevisto, del desiderio;  il blocco va forzato una ad una;  la grande contraddizione tra bisogno di amare l’altro o l’altra da sé e il bisogno di autonomia. Ma c’è anche del nuovo. Per Claire Fontaine, ad esempio, ripensare la sottrazione ai dispositivi del patriarcato collegando sempre il sé al mondo, vuol dire ripensare l’umano, non solo le donne o ciò che lei chiama, con una locuzione interessante ripresa da Tiqqun, “sciopero umano”. Scrive: “Nella fine della storia d’amore con Pietro Consagra raccontata in Vai pure accade qualcosa che ha una dimensione universale, Lonzi riesce magistralmente a mostrare come il personale sia politico, ma anche come il lavoro dell’artista possa diventare il peggior nemico della libertà delle donne, come l’artista sia un lavoratore più alienato di un impiegato qualsiasi, come le sue illusioni distruggano i rapporti umani, li vampirizzino o li oggettivino nel peggiore dei casi. E’ qui che la posizione femminista si manifesta come uno sciopero –che noi chiamiamo sciopero umano- contro l’organizzazione della vita maschile che tende a coincidere con la sua componente professionale”. Qui, ovviamente, si dipana tutto quel bisogno di “disfare” la critica d’arte come lavoro, così come dello stesso lavoro di artista qualora anziché fare leva autentica sul sé, assumendosi l’imprevisto come perdita e acquisizione al contempo, ci si accontenti di un ruolo, di una rappresentazione scenica del cosiddetto lavoro culturale costringendo l’altro o l’altra ad avere il suo.

    Il saggio denso di Giovanna Zapperi, invece, disfa la scissione tra le due Carla collocandosi lungo la linea di risignificazione del tempo. Riprendendo soprattutto “Autoritratto”, Giovanna ci dice che “fare la storia” vuol dire incepparsi nella stessa concezione lineare del  tempo. Rompere la linea cronologica della storia e della storia dell’arte in particolare, nell’esperienza di Carla ha voluto dire anteporre il tempo della vita a quello della stessa storia assumendosi ogni imprevisto, così come ha voluto dire risignificazione della stessa a partire da uno scombinamento, da un procedere per ordine di stimolo e di desiderio, anziché di tempo. Per dimostrarlo utilizza, come esempi, alcune forme attraverso cui la parola di Carla si è data: l’uso del registratore per le conversazioni e i dialoghi  –perché riascoltare è dare spazio all’eco in grado di trattenere ciò che si può perdere- dunque l’autenticità della relazione;  il diario non come mera trascrizione del quotidiano, ma come spazio entro cui può irrompere di tutto, come esperienza trasformativa che traduce la vita attraverso accadimenti improvvisi che rimettono in gioco tutto, “sogni, lettere spedite e non spedite, poesie, ricordi, incontri, fotografie, desideri e conflitti”; le foto, le immagini non come esposizione di sé, ma come forma narrativa del carattere intimo del sé. Tutte forme narrative che eccedono i canoni dati e che riportano a quell’esperienza della vita come opera.

    Infine il saggio di Francesco Ventrella che rimette in circolo il concetto di “risonanza”  presente nelle opere di Carla come apertura all’ascolto, al dialogo come gesto che scombina il monologo e il bisogno di “spettatorialità” a cui tende la cultura maschile di tipo patriarcale, da cui certo non possono dirsi scevre molte donne. Molto interessante anche il parallelo che Ventrella fa tra il bisogno di Carla di decostruire l’idea di cultura di massa veicolata dalla critica dell’arte e l’opera di Roland Barthes, così come torna assai bene il suo soffermarsi sulla “voce” come ciò che eccede il suo darsi solo sotto forma di supporto alla parola e alla struttura del racconto, ovvero quel bisogno di portare anche il “somatico” nel “simbolico”. E’ molto importante che questa riscoperta diffusa della scrittura di Carla Lonzi prenda tante strade, anche su scala internazionale, andando essa stessa a travalicare i confini di un sapere “proprietario” o di un posizionamento preciso del femminismo italiano che a volte fatica a rigenerarsi, così come credo sia importante che questa diffusione di testi scritti per lei possa arrivare tra le mani di giovani studiose femministe perché il rischio di un femminismo che diventa “canone”, sapere-potere, disciplina è sempre molto alto. Soprattutto nell’era neoliberista della parcellizzazione dei saperi. Certo, Carla scriveva e lavorava negli anni ’70, ovvero in un contesto assai mutato rispetto al presente, un contesto in cui il gesto politico era ancora determinante nella costruzione delle relazioni sociali e d’amore, v’era densità, desiderio di politica e di quell’autentico come scandalo un po’ ovunque, però credo sia indiscutibile anche la forza dirompente che possa avere una sua rilettura oggi. Un tempo presente in cui i bisogni materiali diventano persino più impellenti dei desideri, o un tempo in cui il desiderare stesso diventa difficile, talvolta persino impossibile è anche e soprattutto un tempo in cui occorre fermarsi e fare genealogia. E se il femminismo deve fare genealogia, non può che ripartire da lei, da quella potentissima rivolta della vita per rilanciare la politica come creatività, come spazio della relazione, ma anche e soprattutto come un farsi e disfarsi di soggetti imprevisti, di soggetti che si danno al di là della rimozione dicendo sempre la verità sul potere.