• Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte – tr. it. Angela Balzano, DeriveApprodi, Roma 2014

    di Anna Simone

    Dal sito di Alfabeta

    In una società come la nostra, prevalentemente basata sulla crisi prodotta dal neoliberismo, determinata dalla non-etica della prestazione e della concorrenza, dal malessere prodotto dai processi di individualizzazione e scomposizione sociale, dall’aumento esponenziale della vendita di psico-farmaci, dall’impoverimento generalizzato, dalla gabbia d’acciaio prodotta dal debito collettivo e individuale, dalla supremazia della quantità sulla qualità, dall’aumento del tasso suicidario per ragioni economiche e da un sistema di valutazione basato sulla “meritocrazia”, ovvero un sistema che “premia” solo chi sa vendersi meglio nel mercato sottostando ciecamente alle sue regole, azzerando definitivamente la cultura dell’esigibilità dei diritti sociali, un titolo come Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, 2014) potrebbe persino apparire ostile, se non fosse che l’autrice porta il nome di Rosi Braidotti.

    Sul tema, infatti, si scrive da più di un decennio, a ridosso della grande rivoluzione analogica e a ridosso dell’avvento della bio-genetica, delle bio-tecnologie, delle neuro-scienze, del successo delle scienze psico-cognitive, la cibernetica e via dicendo, ma l’approccio si è sempre collocato su un doppio binario: o l’accettazione esaltata della nuova realtà, o la critica radicale. All’interno di questa letteratura, invece, leggere il nuovo libro di Braidotti – che peraltro non avevamo il piacere di leggere in Italia dal 2008 – può generare un respiro, un sollievo, ma anche qualche punto di domanda, come vedremo più avanti.

    La sofisticata ricostruzione epistemologica di Braidotti, infatti, pur collocandosi sempre al presente e nel presente resta prepotentemente legata ad una certa idea di intendere la ricerca e la scrittura che non prescinde mai né dal corpo, né dall’esperienza. Questa postura, propria di molto pensiero della differenza, incarnata da una scrittura densa e intervallata da una miriade di esempi, in Braidotti incontra sempre un esterno, ovvero un grande tema della contemporaneità, togliendo ogni dubbio sulle critiche ad un approccio femminista che non tiene mai conto dei grandi mutamenti sociali in relazione alle stesse trasformazioni del sé.

    Ma ha anche una specificità perché Braidotti, fin da Madri, Mostri e Macchine, ha sempre fatto suo l’approccio rizomatico e in divenire di Deleuze e Guattari, producendo a sua volta una “differenza” rispetto ad altri autori maschi che hanno fatto la stessa scelta epistemica, collocandosi dentro e oltre Marx. La differenza è data soprattutto dalla postura epistemica: fuori da ogni dualismo l’autrice riesce sempre a dare conto anche di ciò che produce “striature” nello “spazio liscio” del perenne divenire, riesce sempre a situarsi a partire dal corpo e dall’esperienza – come dicevamo -, riesce ad avere sempre una tensione etica, non esce mai dal bisogno di chiarire dove può collocarsi una nuova soggettività in grado di essere responsabile e rivoluzionaria insieme. Affermativa e dentro l’avanguardia, ma mai assertiva e imperativa, la parola di Braidotti chiarisce subito due punti essenziali prima di scendere nelle declinazioni possibili di quel che lei definisce “condizione postumana”.

    Intanto l’impossibilità di scindere il dato dal costruito, ovvero la natura dalla cultura, contro l’ipotesi socio-costruttivista secondo cui tutto è solo cultura. Concentrandosi sui processi di naturalizzazione e di culturalizzazione prodotti dalle bio-tecnologie e dalla biogenetica è possibile, infatti, disvelare le pratiche e gli ordini discorsivi che rendono merce i corpi o pezzi di corpi nel mercato, così come assumendosi la logica secondo cui non v’è biopolitica senza tanatopolitica si rifiuta il principio di rimozione permanente sull’inumano o sul disumano presenti nelle società globali (guerre, gestione della paura, il fantasma del nucleare etc.). Ma c’è anche di più. Questo bisogno di collocare le varie declinazioni della complessità generata dalla condizione postumana diventa, per Braidotti, un’occasione fondamentale anche per riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali, nonché sul ruolo delle Università. Il volume, infatti, si compone di quattro parti, tutte collegate tra loro: il postumanesimo in tutte le sue declinazioni, il postantropocentrismo, l’inumano (ovvero le tanatopolitiche) e le scienze postumane.

    Con l’ambizione riuscita di tracciare un grande quadro di riferimento l’esito di questa ricerca tocca da vicino anche la postura politica da assumere dinanzi a queste radicali trasformazioni dell’umano, della vita e dei saperi. La “politica affermativa” di Braidotti – come abbiamo già detto mai liscia e messianica, ma sempre caratterizzata da un alto livello di complessità – si attesta, come sempre nei suoi lavori, soprattutto su due linee: il ripensamento delle soggettività nel postumano e la necessità di tradurre la politica attraverso una nuova etica pubblica. Ma è proprio qui che collocherei i miei punti di domanda: da cosa può essere data la misura nell’epoca della dismisura prodotta anche dal postumano? Situarsi criticamente nell’oltre, inventando una nuova etica, è davvero così facile se la governance neoliberale e il capitalismo, sempre più veloci di noi, svolgono in prima battuta una funzione antropofagica sia dell’umano che del suo desiderio?

    Insomma, al di là di ogni bisogno e desiderio di produrre nuove politiche affermative dentro la condizione postumana, non sarebbe anche utile capire quanto, di fatto, l’estrazione di valore e plusvalore, dentro la logica dell’accumulazione del capitale, tocchi e produca prepotentemente il senso stesso della vita e della morte? Qui le strade tornano ad essere due: o una nuova etica pubblica dentro la linea del divenire e delle metamorfosi prodotte dalla condizione postumana, come suggerisce Braidotti, o la sottrazione, la resistenza, il conflitto per difendere quel che resta dell’umano, nel senso della sua irriducibile materialità. Io propenderei per seguire entrambe le strade perchè non è detto che sia sufficiente seguire l’avanguardia per produrre potenza critica al suo interno. La storia recente e la crisi della nozione stessa di società, così come la crisi irrevocabile delle scienze umane e sociali, ci raccontano una storia un po’ più tragica.

  • Silvia Neonato – Cercatrici di Libertà. Recensione a Gisella Modica, Le donne della Cattedrale, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2014

    Mara balbetta eppure non puoi smettere di ascoltarla. Quando dice la propria opinione all’interno della Cattedrale occupate dalle donne senza casa di Palermo e osa parlare di desiderio. Oppure quando, al centro sociale Zeta (ovvero Zonaextraterritorialeautogestita), vuole discorrere con la variegata umanità che ci vive. Conta fino a tre, respira, le hanno suggerito alla Società delle Estranee. Mara esegue. E poi balbetta ugualmente. Ma ciononostante procede, a volte a tentoni, tra le pagine del libro e nella vita e, instancabile, racconta di sé e delle altre: Vincenza la proletaria, ad esempio, “professionista” nell’occupazione di case da anni, madre di tanti figli, di cui due piccoli in carrozzella, che si sventaglia nell’afa della chiesa e predica, spiegando alle altre come si deve lottare, sicura che prima o poi ce la faranno ad avere un appartamento. Vincenza loda Mara, l’unica di noi che la casa ce l’ha, spiega, ma si occupa dei nostri problemi. E, anche se è comunista, è una brava ragazza.
    Dentro Zeta, Mara incontra invece due femministe storiche, Livia e Alessandra, separatiste, perse tra i libri delle stanze color cipria tappezzate di foto di Virginia Woolf. Donne che lavorano sul simbolico. “Cosa vuol dire?”, si chiede Mara, attratta e respinta al tempo stesso. Lei è reduce dal G8 di Genova e si sta ancora medicando le ferite. Non tanto la caviglia distorta durante una carica della polizia, quanto piuttosto l’angoscia della violenza e dei soprusi, le grida e gli scoppi, le vetrine spaccate e i lacrimogeni. Se non fosse per quelle donne di Zeta, le Estranee, che la aiutano a accettare l’abusiva che è in lei, Mara non riuscirebbe quasi a uscire di casa. Trova la spinta a reagire con le donne della Cattedrale e a Zeta, una specie di Ufo calata tra i vicoli di Palermo, dove si è avventurata con la sua stampella. Eccola nella Kalsa, dove anche i bambini e i nonni spacciano cocaina e sui muri delle case c’è scritto “W la mafia e santa Rosalia”.
    Gisella Modica, studiosa femminista, socia della Sil e della Biblioteca delle donne Udi di Palermo, redattrice del nostro Letterate Magazine, ha ora pubblicato Le donne della Cattedrale, storia privata e politica di Mara e di tante altre. Con qualche uomo sullo sfondo, come nel caso dei militanti di Zeta che lottano contro la mafia e fanno teatro coi profughi sudanesi.  O come i mariti, amici e fidanzati che fanno capolino tra le pagine. Mara parla spesso di e con Giorgio, comunista rigoroso che la aiuta sempre e che a Genova l’ha trascinata via quando lei era rimasta paralizzata in mezzo alla guerriglia di piazzale Kennedy. Chi è davvero per lei?
    Una donna che la affascina è la strabica Angela, settima figlia di una madre amatissima, perduta precocemente durante un intervento all’ospedale di Palermo per via di un black out elettrico. Mara, che dalla sua mamma agiata e psicanalista fugge come può, la ascolta rapita raccontare della sua infanzia felice anche se poverissima. Nella Cattedrale occupata con lei riscopre i cunti, le storie in dialetto che la sua nonna Margherita le raccontava e che Angela ha imparato invece da sua madre, con la quale intrattiene un dialogo costante nutrito anche di consigli e segni in arrivo dall’al di là. Angela è signorina, vista la vitaccia di sua sorella Giacoma, madre di cinque figli. E infatti, pur essendo senza casa, da Giacoma ha resistito pochi giorni, la loro madre a lei, che era la più piccola, ha insegnato a cercare una vita migliore. Come la cercano le altre intorno a lei.
    Nel bel racconto corale di Gisella Modica tutto ruota intorno alla protagonista, ma tutto mantiene contemporaneamente il proprio ritmo e linguaggio. Dal dialetto di alcune all’aria rarefatta che si respira con le pur partecipi Estranee, dai quartieri residenziali, dove Mara vive, alla Kalsa coi suoi magnifici palazzi antichi semidiroccati, dal movimento antagonista di Genova fino a Zeta, dalla teoria della differenza di Milano a Elisa, la femminista che viene dal ’68 e che ora, a Palermo, mette a disposizione delle più giovani il proprio sapere e il cuore. “Il segreto della convivenza in questa casa è che ciascuno parte da sé”. Che sia questa pratica politica il segreto del futuro? Al contrario per Alice, giovane impiegata in un call center, il partito, la lotta di classe vengono prima del femminismo: appena può, corre dalle occupanti per evangelizzarle e tacitare Mara, che ormai parla di desiderio femminile. Per Debora, che ha fatto la fuitina per sposarsi un uomo che ha scoperto tre volte buono, cioè stupido, conta ora soprattutto vestirsi alla moda e in Cattedrale è l’occupante, diciamo così, più elegante.
    Le personagge si inseguono e discutono, si ritrovano per poi lasciarsi di nuovo, in un fluire limpido e armonico delle vicende e dei progetti, dei sogni e delle sconfitte, delle vittorie e degli amori. Sono tutte militanti, ciascuna a suo modo, secondo l’età, la classe sociale, le scelte fatte e subìte. Sono tutte ben scontornate, pulsanti, reali. E ci parlano di noi e dei nostri tempi, dei decenni passati e dell’oggi con i piedi ben piantati nella vita, ma senza perdere mai la poesia del comunicare con gli altri, i lettori e le lettrici, gli amici, le compagne, i genitori. E questa è la piacevolezza in più che ci mette l’autrice, colta narratrice delle gesta delle donne.
    Il finale è sorprendente. È forse un allarme lanciato alle femministe e quindi anche a se stessa?
  • Cinema/ Hannah e il male assoluto

    Hannah Arendt – un film di Margarethe von Trotta con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen.  durata 113 min. – Germania, Lussemburgo, Francia 2012

    di Irene Melis

    http://www.societadelleletterate.it/2014/02/uno-4/

    Hannah Arendt, il film diretto da Margarethe Von Trotta datato 2012 e uscito nelle sale a gennaio 2014, delinea la figura della filosofa, storica e scrittrice di madrepatria tedesca attraverso la descrizione degli accadimenti occorsi tra il 1960 e il 1964, periodo nel quale svolse il ruolo di inviata speciale del New Yorker al processo contro Adolf Eichmann (il gerarca delle SS catturato rocambolescamente a Buenos Aires dal Mossad e trasferito a Gerusalemme per essere processato).

    Per Arendt, ebrea internata in un campo francese, ma scampata all’Olocausto con una provvidenziale fuga negli USA nel 1940, il processo a Eichmann è l’occasione per fare i conti con un passato che incombe ancora sulla sua vita e su quella degli ebrei sopravvissuti alla persecuzione e che attendono giustizia.

    Coglie l’evento come opportunità per capire meglio, dal vivo, attraverso il contraltare accusa/difesa, senza una visione pregiudiziale, il ruolo di un uomo accusato di essere uno degli artefici delle dinamiche di annientamento tipiche del regime nazista.

    Lei, autrice del fondamentale Le origini del totalitarismo (1951), trattazione inedita e innovativa dei regimi totalitari, ritiene che assistere al processo che mobilita la comunità internazionale possa essere illuminante per capire le ragioni di un aguzzino responsabile della sezione IV-B-4 (competente sugli affari riguardante gli ebrei) che aveva il ruolo di coordinare il trasferimento degli ebrei.

    L’ingresso in aula di Eichmann, il suo prendere appunti durante l’interrogatorio, le sue risposte documentate efficacemente nel film con immagini video dell’epoca, mostreranno ad Arendt una persona diversa da quella che immaginava e da quella che l’accusa cerca di descrivere: non Satana, non un mostro, non un leader che aveva ideato un piano, ma un mero esecutore di ordini, un burocrate che meticolosamente protocolla e lavora pratiche il cui oggetto è il trasferimento di centinaia di migliaia di persone ai forni crematori.

    Gli sguardi di Arendt (interpretata da Barbara Sukova e valorizzata da Von Trotta con primi piani di intensa meditazione e una prossemica che ne mette in risalto l’inquietudine via via che si rende conto del grigiore di Eichmann) segnano come pietre miliari la trama del film e la genesi del tanto atteso reportage sul processo al nazista.

    «I filosofi non sono mai puntuali!» commenta stizzita l’assistente del diretto e del New Yorker quando viene affidato il ruolo di inviato speciale del quotidiano ad Arendt.

    Ha ragione.

    L’articolo che, è il caso di dire, Arendt partorisce dopo una lunga gestazione («Non ho avuto figli perché da giovane scappavo da un mondo che implodeva e poi ero troppo vecchia per averne») è l’elaborazione di un travaglio personale e di un mondo: quello di quegli amici che la sostengono, di quelli che la abbandonano, dei lettori che la insultano e degli ebrei che leggono nelle sue parole accuse e mancanza di condivisione.

    Arendt non cade nella trappola della condanna sic et simpliciter di un persecutore perché scopre che Eichmann «non era stupido, era semplicemente senza idee, lontano dalla realtà» e legge in questa rivelazione che «la mancanza di idee è molto più pericolosa di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo».

    Per Arendt banale non è il male ma la persona che lo ha commesso, che non si è posta domande e non si è «stupita per quanto stava accadendo».

    Il linguaggio burocratico di Eichmann («Mi occupavo solo di trasporti»), mero esecutore di ordini, che non pensa, non riflette, non si pone alcun dubbio, è per Arendt una lezione sugli effetti dei regimi totalitari che fabbricano uomini che non erano «né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali».

    Questa scoperta sconquassa la vita di Arendt che, nel riportare fedelmente anche le testimonianze di alcuni leader del mondo ebraico che svelano complicità imbarazzanti, paga in prima persona ricevendo attacchi di grande violenza che la sua fedele allieva Lotte Kölher ordina quotidianamente per tema, nelle lettere di insulti provenienti da tutto il mondo.

    Il film mostra anche la sincera amicizia della scrittrice Mary McCarthy, il sostegno mai mieloso del marito poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher, il rapporto con l’amico Kurt Blumenfeld (che non la perdonerà per gli scritti sul processo) e, attraverso brevi ma intensi flash back, il suo passato da studentessa all’Università di Marburg nella quale ebbe come docente il filosofo Martin Heidegger che la coinvolgerà anche dal punto di vista sentimentale e sul cui silenzio all’avvento del nazismo si interrogherà molto.

    Arendt è una donna forte che mette in pratica la libertà dell’agire nel pubblico, che affronta i contestatori, che spiega lucidamente le ragioni della sua analisi sul processo che utilizzerà come materiale fondante del saggio La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963) in cui sviluppa il concetto di male assoluto (argomento solo accennato nel suo volume sul totalitarismo).

    Dopo la serie di articoli del New Yorker, chiamata in causa, dalla stampa e dalla stessa Presidenza dell’Università che la invita alle dimissioni, Arendt non si sottrae e afferma la centralità del pensiero e dell’azione durante una memorabile lectio magistralis in cui espone l’elaborazione del suo pensiero che tanto sconcerta i più e che, come insegna Socrate, è frutto in particolare del «dialogare tra sé e sé», un esercizio che se praticato previene derive come quella del Reich.

    Un film necessario, come la verità che costituisce il principale presupposto delle vicende umane per conoscere, comprendere ed esprimere giudizi e comunicarli autorevolmente nello spazio comune, relazionandosi con la vita degli altri. Come fa Hannah Arendt.
  • Relazioni tra Generi e Violenza – Pedagogika XVII, 2 (2013)

    Di Giancarla Codrignani

    I tempi che viviamo sono pieni di ambigue difficoltà: la “società dell’immagine” ha mantenuto nel 2013 un’attenzione forte sui fenomeni che vanno dai maltrattamenti in famiglia al femminicidio, ma l’informazione non può “restare sul pezzo” per sempre.

    Per questo è necessario conservare i materiali finalizzati a quella trasformazione del costume che riguarda le relazioni di coppia e familiari, per reggere sul lungo periodo. Infatti, si tratta di contrastare un costume secolare, se non millenario, per cambiarlo e di non illudersi per aver scoperchiato la fogna.

    Partendo dalla consapevolezza che il nostro sempre criticabile Occidente affronta l’impegno trasformativo della relazione tra i generi partendo da situazioni migliori rispetto a paesi più o meno lontani in cui le donne – anche se in qualche modo in cerca di emancipazione (penso alle arabe saudite a cui è vietato guidare che manifestano al volante) – restano subalterne anche giuridicamente.

    Infatti abbiamo responsabilità anche nei confronti delle molte altre che in “luoghi difficili” non godono della relativa libertà che noi abbiamo conquistato: proprio mentre la crisi sembra paralizzarci non possiamo mollare perché rischieremmo di perdere tutte quante in misura maggiore. E, come per tutte le vertenze che abbiamo aperto nel passato e che apriremo ancora, non si tratta di ottenere benefici solo per il nostro genere, ma trasformazioni positive per tutte le società.

    Tra i materiali da conservare e utilizzare ancora a lungo il quaderno “Relazioni tra i generi e violenza” di Pedagogika (n. 2/2013), resta prezioso per “decostruire – come dice Maria Piacente – con pazienza una storia millenaria che, da sempre, ha sottoposto le donne, i bambini e le bambine, gli anziani alla virilità del maschilismo”. Senza questo processo prioritario di dialettizzazione anche giuridica dei diritti, difficilmente i poteri pubblici potranno “disegnare nuovi spazi di libertà e di cittadinanza per uomini e donne”.

    Forse non è male usare la lunga locuzione “violenza maschile contro le donne”, perché si tratta, non casualmente, di “uomini” che maltrattano, fisicamente e/o psicologicamente fino ad ucciderle e ad accettare – perfino in diritto, dal momento che fino a pochi anni fa in Europa lo stupro era quasi ignorato dai tribunali in quanto reato “contro la morale” – che accadano violenze che nascono all’interno di rapporti che, perfino nel caso della prostituzione, rientrano nelle relazioni costitutivamente inermi.

    In pochi anni è cambiata la percezione che le donne hanno delle relazioni con gli uomini: finalmente le denunce e il coraggio di affrontare in tribunale lo stupratore (ed eventualmente la di lui madre) hanno dimostrato la trasversalità della violenza in tutti i ceti sociali, le età, i luoghi. Tuttavia l’eco prodotta dall’informazione via via crescente può non impedire alla paura suscitata dalla libertà delle donne di mettere in crisi non tanto l’identità dei ruoli (che sono chiaramente invenzione sociale storica), quanto la legittimità dei poteri, oggi inequivocabilmente “proprietà” di un solo genere.

    Il Fondo delle Nazioni Unite per la Donna (UNI-FEM), ritiene, anche se i dati in questo campo sono tutti ipotetici per la difficoltà di accertamento in materia, ricorda che il 33% della popolazione femminile mondiale subisce maltrattamenti all’interno della mura domestiche e l’OMS conferma che almeno una donna su sei ha subito aggressioni fisiche o sessuali da parte del proprio marito o partner. Se perfino in Svezia ogni dieci giorni una donna muore in seguito ad abusi subiti da parte di un familiare o di un amico, risulta evidente che il femminicidio è diventato un crimine contro l’umanità e necessita una normazione autonoma. Il fatto che non solo il femminicidio ma anche lo stalking possano rientrare nei reati comuni, anche se con aggravanti penali, è un rischio insito nella concezione del diritto, da sempre inchiodato sul concetto della “persona neutra”, che condiziona la legge ad erogare alle donne benefici (per esempio in materia di lavoro o di maternità) e non diritti specifici. Perfino nella nostra Costituzione appare contraddittorio replicare i diritti del lavoratore per la cittadina lavoratrice in un articolo che ambiguamente inserisce la differenza di genere nell’”essenziale funzione familiare” propria della donna (art. 36). Come se negasse all’uomo una qualunque funzione familiare essenziale…

    Questioni ideologiche, dunque, che iniziano con la subalternità della donna alle esigenze pulsionali (anch’esse, non si sa perché “superiori”) dei maschi e finiscono con la volontà di dominio, il sessismo, la schiavitù, il razzismo, l’economia capitalistica, i nazionalismi, i fascismi. D’altra parte è stato Freud a dare al sesso il primato dell’aggressività umana e a simbolizzare nell’arma il pene. Anche gli uomini che non fanno parte dei “maschi selvatici”, come Pietro Barbetta, convengono che uccidere la propria compagna “strangolandola, a botte, col veleno, con il gas, con l’arma da fuoco, è un atto di guerra. Guerra contro il genere, la generatività e la generazione”. Basta ricordare gli stupri sulle donne del nemico in Bosnia per confermare che solo l’odio può produrre questa violenza, che, oggettivamente, fa del corpo maschile un’arma da guerra. Sono, d’altra parte, gli stessi mezzi di comunicazione di massa che perpetuano modelli considerati come naturali e “universali” (non si dimentichi che nel 1912 fu definito “universale” il voto concesso a tutti i maschi maggiorenni). Di fatto riproducono nell’educazione di bambini e bambine i principi di una diversa percezione del sé, disvalore nelle bambine e presunzione di superiorità nei maschietti. Modelli-trappola, sia perché tramandano una falsa idea della bontà delle donne come base della loro arretratezza, sia perché comportano per la donna ambiziosa e meno “domestica” l’obbligo dell’”omologazione” e la perdita delle potenzialità storiche di poter acquisire per tutti una diversa consapevolezza di vita.

    Anche la maternità, la parte più “naturale” della femminilità, diventa una trappola: per un genere la maternità diventa l’identità; per l’altro genere la paternità non è mai destino, mai responsabilità “di genere”. Non che le donne non possano essere cattive madri (le mammechioccia,le persecutorie, le castratrici, senza dimenticare che siamo infanticide e che in India e in Cina il costume chiede la soppressione di chi nasce colpevole di essere femmina); ma non si tratta di natura o destino. Lo spiega bene la tradizione romana antica: per la donna il valore è il matrimonium, il fare figli; per l’uomo il patrimonium, la proprietà di tutti i beni, compresi i figli, gli schiavi e, ovviamente, il corpo della donna pagato con la dote.

    Dalla carenza di autonomia personale derivano le perplessità femminili sul valore effettivo della cittadinanza, messo in crisi da non pochi articoli del codice e da regole che, per esempio, restringono la stessa “parità” salariale facendo della donna lavoratrice un cattivolavoratore perché disturba il processo produttivo se vuole un figlio. La stessa partecipazione politica, che chiede alle donne collaborazione organizzativa di aiuto e non di progettazione, si scontra con la scomodità dei diritti specifici e seleziona donne affidabili e disposte all’omologazione al modello unico. Che potrebbe essere anche vantaggioso nel breve periodo, se non fosse destinato a restare improduttivo rispetto alle esigenze di rinnovamento sociale richieste dai processi della modernità.

    Gli uomini dell’associazione “Maschileplurale” sono impegnati nella ricerca di una diversa identità maschile, più consapevole della propria parzialità e critica verso il patriarcato ancora storicamente presente. Proprio perché ritengono che la violenza maschile contro le donne non possa venire relegata nella pura sfera criminale o patologica, chiedono che si estenda la lotta contro la resistenza del virilismo.

    Sono tutti spunti di problemi complessi – da affrontare in forme selettive ma senza tregua nei prossimi giorni e anni – elaborati dagli studi di autori seriamente impegnati, come Tamar Pitch, Maria Rita Bartolomei, Barbara Mapelli, Anna Maria Piussi, Michele Greco, Laura Pigozzi, Cristina Papa, Nicole Janigro, Daniela Danna. Come si diceva, un numero di Pedagogika da trasportare dentro il 2014.

  • I. Dominjianni – Hannah o del Pensare

    Fu durante un convegno sul quarantennale del Sessantotto, più di cinque anni fa, che Margarethe Von Trotta mi anticipò che stava lavorando a un film sulla vita di Hannah Arendt. Ardua scommessa, pensai e le risposi provando a immaginare come si potesse restituire la complessità della vita, del pensiero e della persona di Arendt in un film di due ore. Ma Margarethe le scommesse, se non sono ardue, non le prende nemmeno in considerazione; e fino a quel momento le aveva vinte tutte: con Anni di piombo (Leone d’oro a Venezia 1981), con Rosa Luxemburg (1986), con Rosenstrasse (20013).
    Ha vinto anche questa. Presentato al festival di Toronto del 2012, Hannah Arendt (coproduzione Germania-Lussemburgo-Francia-Israele) è uscito nel frattempo con acclamazione di critica e di pubblico negli Stati uniti (uno dei dieci film migliori del 2013 secondo il New York Times) e in tutta Europa salvo che in Italia, dove pare che le sale non ritengano commestibile la storia di una ignota filosofa: un bel sintomo dello stato dell’arte nel nostro paese. La distribuzione (Ripley’s film e Nexo Digital) approfitta dunque della Giornata della memoria per mandarlo in 70 sale e 19 città il 27 e 28 febbraio prossimi, e della ripubblicazione per Feltrinelli de La banalità del male per diffonderlo in formato digitale. Il resto lo faranno scuole, università e circuiti culturali interessati.
    In coppia con la cosceneggiatrice americana Pam Katz (ma sono donne anche la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Böler), Von Trotta sceglie gli anni fra il 1960 e il 1964 per condensare vita e pensiero di una delle protagoniste assolute del Novecento. Reincarnata in una strepitosa Barbara Sukowa, Hannah vive a New York dal 1941, dopo la fuga in Francia dalla Germania di Hitler nel ’33, l’internamento nel campo di detenzione di Gurs e l’esodo oltreoceano con la madre e il secondo marito, Heinrich Blücher, il comunista tedesco autodidatta incontrato a Parigi e sposato nel ’40.
    Sfondando – giustamente – il confine fra privato e pubblico che Arendt mantenne come un punto fermo della sua filosofia, il film restituisce assieme la dimensione personale e politica di Hannah, le amicizie e l’insegnamento, gli amori e il pensiero, incastonati fra la decisione di andare a Gerusalemme per seguire il processo a Eichmann e il discorso tagliente tenuto alla New School per rispondere agli attacchi suscitati dal suo reportage del processo sul New Yorker, con le tesi esplosive sulla ”banalità del male” perpetrato da Eichmann nonché sulla ”cooperazione” dei vertici della comunità ebraica tedesca con le deportazioni.
    Esplosive allora e dopo (Von Trotta: «io stessa ho potuto recepirle appieno solo dopo la caduta del Muro di Berlino»), perché insopportabili tanto per la cultura antinazista, rassicurata dall’idea della mostruosità eccezionale di quel male di cui Arendt svelava invece la banale normalità, tanto per la comunità ebraica, rassicurata dalla certezza dell’innocenza assoluta delle vittime. Non solo la comunità intellettuale newyorkese ma tutto il mondo affettivo di Hannah ne resta terremotato: i colleghi che la invitano a dimettersi dall’insegnamento, gli amici ebrei che le voltano le spalle, Hans Jonas, il più antico fra loro, che l’accusa di far prevalere in lei l’arroganza dell’intelligenza tedesca sulle radici ebraiche.
    È il nocciolo anti-identitario e ”non allineato” del pensiero di Arendt che ci convoca e ci parla tutt’ora, ogni giorno e in ogni circostanza in cui la certezza dell’appartenenza va a discapito della comprensione dei fatti. Così come tutt’ora ci parla la battaglia di Hannah per non rinunciare alla pubblicazione del suo reportage sul New Yorker: allora come oggi, c’è sempre un caporedattore o una caporedattrice zelante (per inciso, uno dei personaggi più vivi del film) che ti dice che pensi troppo liberamente per vendere, o che sei troppo filosofa per fare del buon giornalismo.
    C’è nel film questo nocciolo, che si forma nella testa di Hannah durante il processo al criminale nazista che «siede nella gabbia di vetro come un fantasma e non è per niente terribile»; ma non c’è solo questo. C’è l’amicizia di Hannah con Mary Mc Carthy (Janet McTeer) e Lotte Köhler (fonte diretta della sceneggiatura), quell’amicizia femminile che fu un filo d’acciaio della «non femminista» Arendt ed è un filo d’acciaio della filmografia di Von Trotta, da Sorelle a Anni di piombo a Rosenstrasse. C’è il controverso rapporto d’amore fra Hannah e il suo maestro Martin Heidegger, una sorta di passato che non passa e che non cessa di tornare, fra la gratitudine e l’incubo, nei ricordi e nel sonno, irrinunciabile malgrado e contro l’adesione di Heidegger al nazismo.
    C’è, ancor più irrinunciabile, il rapporto con la lingua materna, che s’impone negli esuli contro l’inglese ogni volta che c’è da discutere di qualcosa in cui ne va di se stessi (il film alterna infatti le due lingue, e per fortuna non sarà doppiato in italiano). C’è infine e soprattutto, come ha notato il NYT, non solo il pensiero ma il pensare di Arendt, quella sua peculiare capacità di fare la spola fra i fatti e la teoria, fra l’evento e il concetto, che ne ha fatto la grandezza e che Barbara Sukova lascia srotolare fra una sigaretta e l’altra, fra una nottata alla macchina da scrivere e un riposino diurno sul divano, vita activa senza soste e missione senza tempo.
    Erano i favolosi anni Sessanta, quando a New York si poteva ancora fumare perfino in un’aula della New School, e chissà se pure per questo il pensiero volava più libero.
  • Antonio Ciocca, Stefania Marinelli, Federico Dazzi (a cura di) Anoressie: patologie del sé corporeo, Franco Angeli, 2013

    Il libro esplora i fenomeni legati alla fondamentale relazione mente-corpo, allargando il vertice di osservazione al dil là della patologia psicosomatica tradizionalmente intesa e approfondendo il concetto del Sé corporeo inteso come la base della nostra identità.
    Nel libro si sostiene che le sole ragioni estetiche, sociali o culturali non sono sufficienti a spiegare fenomeni così inquietanti che ci mostrano come il corpo, il nostro corpo, possa diventarci così estraneo, alieno o addirittura nemico, al punto tale da spezzare il senso profondo della nostra identità, quello che siamo e sentiamo di essere. Dunque il libro tratta non solo di anoressia restrittiva, bulimia, o anoressia e bulimia come un ciclo continuo ma anche di altre forme di estraneità. Estraneità del corpo – fobie e deliri dismorfici, panico, autolesività -, ma anche della mente – intolleranza della realtà, ossessività, intellettualizzazione, situazioni limite e borderline -.

     

    Antonio Ciocca, Introduzione
    (Bibliografia)
    Federico Dazzi, Stefania Marinelli, Presentazione
    Parte I. Psicopatologia
    Antonio Ciocca, Il corpo, noi stessi
    (Il sé corporeo; La dissociazione; Ma cos’è il corpo per una ragazza anoressica?; Dora: un caso di anoressia?; Il valore integrativo della sensorialità; Come trattare il corpo?; Un altro passo clinico; La seduta; Dalle sedute successive; Commento; Considerazioni finali; Bibliografia)
    Stefania Marinelli, Il lavoro dell’interpretazione
    (Premessa; Transiti dell’interpretazione: holding, sintonia e campo di elementi; Nota sull’indefinitezza adolescenziale e la relazione con il corpo; Interpretare come svolgere (Hermann) o prima di svolgere; Interpretare come riempire e irrorare per depersonificare i contenuti informi e concreti; Bibliografia)
    Alessandra Ginzburg, La separazione fra fisicità e corporeità nella relazione disarmonica corpo-mente
    (Un corpo troppo vasto per poterlo accudire; La ribellione del corpo negato; La macchina del tempo; Il corpo come bussola; Bibliografia)
    Sabrina Di Cioccio, La memoria del primo colloquio nella clinica dell’anoressia-bulimia: l’esperienza di un segno “-” al terrore di cose nuove
    (La domanda: “Il sintomo resta!”. La risposta: “Non importa!”; Ripetere e/è ricordare?; Quello che manca, quello che c’è; Bibliografia)
    Federico Dazzi, Camillo Loriedo, Il rapporto con il cibo nei soggetti con disturbi del comportamento alimentare: il ruolo del gusto e dell’olfatto
    (Bibliografia)
    Walter Procaccio, Il gerundio presente e i disturbi dell’alimentazione
    (Corpo e processo; Circa la processualità e il bisogno di mangiare…; Conclusioni; Bibliografia)

    Parte II. Clinica
    Stefania Marinelli, Pantagruele: alcune differenze nel ragionamento clinico a proposito delle personalità anoressiche e bulimiche
    (Premessa; I due volti dell’identità vuota; La crisi; Rifiutare il rifiuto; Pantagruele; Identificazione con l’esperienza di assenza: incorporazione e ingestione; Fantasma di assenza e processi identificativi: personificazione, alone, rito; Ps e D; La discriminazione; Assenza, corpo; Conclusioni; Bibliografia)
    Ester D’Onofrio, Giulio Cesare Zavattini, Anoressia nervosa in adolescenza. Modelli di attaccamento e funzione riflessiva: il caso clinico di Sara
    (Introduzione; Caso clinico; L’intervista sull’attaccamento; Conclusioni; Bibliografia)
    Maria Pia Chiarelli Vassallo, “Guardare e riguardare le stesse cose fino a che non cominciavano a parlare da sé” (S. Freud, 1913-1914)
    (Il senso di “essere” per creare uno spazio corpo-mente; Adolescenza e disfunzione somato-psichica; Esempio clinico 1; Esempio clinico 2; Alcuni contributi di autori contemporanei; Esempio clinico 3; Esempio clinico 4; Kafka e l’equivoco dell’impresa del digiunatore; Bibliografia)
    Giancarlo Di Luzio, Disturbi alimentari psicogeni: “eclissi” del sé ed esperienza del corpo
    (Premessa; Il “sentimento negativo di Sé”; Eclissi del Sé; I riflessi della “eclissi” del Sé sulla esperienza corporea; Conclusioni; Bibliografia)
    Silvia Cimino, La regolazione affettiva nella prima infanzia e l’interazione alimentare madre-bambino
    (Abstract; Introduzione; Le teorie del temperamento infantile e la relazione madrebambino; La regolazione affettiva infantile nell’interazione adultobambino; I sistemi intersoggettivi di comunicazione affettiva; L’alimentazione infantile in un’ottica intersoggettiva; Difficoltà alimentari nell’infanzia: scacchi e rotture interattive; Bibliografia)

    Parte III. Approccio terapeutico
    Antonio Ciocca, Il corpo, àncora della mente. Gli atti autolesivi nelle anoressie e bulimie
    (Violenza ed esistenza; La distruttività nelle anoressie; Gli atti autolesivi; Sylvia Plath; Il corpo e l’angoscia; Munch e Bacon; Dissociazione e conflitto; Il caso Anna Maria; Il valore integrativo della fisicità; Bibliografia)
    Domitilla Cataldi, Dal corpo controllato al corpo vissuto: il rapporto corpomente nella terapia
    (Bibliografia)

    Parte IV. Studio-ricerca
    Roberto Esposito, Il sé corporeo e gli studi neurofunzionali
    (Il neuroimaging: la visualizzazione indiretta dell’attività cerebrale; Il neuroimaging: studi delle funzioni cognitive; Studi sull’anoressia e bulimia: schema ed immagine corporea; Struttura del body self; Primi studi sull’anoressia e schizofrenia; Bibliografia).

  • Sandra Burchi e Teresa Di Martino (a cura di), Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro – Prefazione e Indice

    Sandra Burchi e Teresa Di Martino (a cura di), Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro – Prefazione e Indice

    Prefazione di Federica Giardini

    Sandra Burchi e Teresa Di Martino hanno curato la prima pubblicazione della redazione di Iaph Italia (Roma: Iacobelli, 2013).

    A oltre vent’anni dalle teorie sulla “femminilizzazione” del lavoro, su cui tanto hanno investito pensatrici militanti e studiose, come si colloca il pensiero femminista? Quali sono le condizioni materiali delle donne nell’Europa dell’austerity e delle rivolte? Quali sono le attività a cui attribuire valore? Come pensare la ricchezza oltre il denaro? Come immaginare politiche di trasformazione delle condizioni di vita e non solo di tutela e inclusione? E ancora: ripartire dal lavoro o no?

    Sulla relazione tra donne e (non) lavoro si è detto e scritto molto negli ultimi anni. E’ ormai chiaro che la posta in gioco non è quella di trovare misure di inclusione o di escogitare tutele, ma di pensare una giustizia che a partire dalla posizione di una donna sia valida per tutti. Quando i principi costituzionali della cittadinanza cominciano a scricchiolare, quando il sistema del lavoro si rivela incapace di rispondere alle esigenze di una società, pensare a partire da una cittadinanza mai veramente compiuta, può offrire risorse di analisi e aprire a nuovi orizzonti.

    Le autrici di questo volume prospettano la possibilità di scombinare alcune equivalenze che hanno dominato il campo degli studi sul lavoro – cittadinanza/lavoro, denaro/lavoro, presenza nel mondo/lavoro – aprendosi uno spazio teorico fatto di orizzonti, crinali e strati, come un paesaggio.

    Il volume sviluppa i temi emersi dalla Giornata di studi promossa nel marzo 2012 dalla redazione Iaph Italia “Lavoro o no? Crisi dell’Europa e nuovi paradigmi della cittadinanza”.

     

    INDICE

     

    Orizzonti. I paradigmi 

    Carole Pateman
    Il contratto sessuale
    venticinque anni dopo. Democrazia, lavoro, reddito di base

    Ina Praetorius

    Il reddito di base incondizionato nell’economia post-patriarcale

    Florence Jany-Catrice e Dominque Méda  

    Oltre il PIB . Alla ricerca di nuovi indicatori

    Maria Pia Lessi
    Diritti generativi. Quando la giustizia nutre la vita

    Antonella Faucci
    ABC del diritto sul lavoro. Dalla Costituzione, indietro e in avanti

     

    Crinali. Vite in contraddizione

    Alessandra Gissi
    Il «lavoro che non esiste». Cittadine/lavoratrici tra marginalità e diritti nell’Italia repubblicana

    Anna Simone
    Nuovi universali. Cittadinanza senza lavoro/lavoro senza cittadinanza

    Jules Falquet
    Lo specchio delle allodole. Analisi femministe sul capitalismo finanziario

    Claudia Bruno e Sandra Burchi
    Da qui dentro, da qui fuori. Lavorare a casa

     

    Strati. Genealogie e aperture

    Pina Nuzzo
    Cogliere lo scarto. Rappresentazione del femminismo e femminismo qui e ora

    Annalisa Murgia
    Il lavoro scompare, insieme alle rose. Nei labirinti della precarietà

    Marina Piazza
    Nel corso dei tempi

    Eleonora Forenza
    Femministe al lavoro. Del reddito di autodeterminazione

    Giordana Masotto
    Le differenze dell’Agorà. Pratiche dell’agire politico

    Maria Pia Pizzolante
    Ultime generazioni. Reinventare il lavoro

    Elena Doria
    Tra vecchie e nuove pratiche. Il mutualismo

    Diversamente occupate
    Diritto universale alla maternità. La misura di un corpo che si espande

  • Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013

    Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013

    E’ difficile recensire l’ultimo libro di Vita Cosentino, è difficile dire di un racconto così personale e quotidiano, di quello che accade dopo uno scontro violento tra una “lei” e un avversario invisibile, come lo definisce Luisa Muraro. Tam tam è la storia della protagonista, l’autrice, narrata in terza persona. Ma è una storia breve, gli ultimi due anni di vita, una vita del tutto nuova, che non è una nascita bensì una lotta per rimanere viva. E’ la storia di Vita dopo la malattia invalidante che l’ha colpita. Un racconto che vede protagonista lei, il marito e le sue amiche, compagne di vita e di militanza, ma che mette in primo piano il corpo, un corpo pesante, così ingombrante che le toglie anche le energie mentali: “Fatica a concentrarsi, comincia a leggere un libro e poi un altro e li lascia a metà. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso” (p. 85). Partire da sè in questo caso non può ridursi a uno slogan femminista, si tratta non solo di ri-partire dal proprio corpo, ma anche di conoscerne i limiti e di prenderne le misure. Il problema non è solo non poter fare la vita di sempre –  costantemente in giro, tra una riunione e l’altra, a quel convegno, a quell’assemblea, alla Libreria, a Verona – ma anche stare in piedi ai fornelli, andare a fare la spesa, un cinema, una mostra. Tutto diventa complicato: camminare, trovare luoghi senza barriere architettoniche, parcheggi coperti. Un limite che è anche una scoperta: Vita scopre il piacere di sedersi sulla panchina sotto casa e salutare il vicinato, la soddisfazione di lavorare con le mani (come da bambina), di sentirsi a casa in un bar dove la riconoscono. E’ come se questa faticosa ricerca di una misura nuova le aprisse un nuovo mondo, le svelasse anche i limiti di quel mondo che aveva sempre abitato. “Ha passato tanti anni in quella casa sempre correndo da un’altra parte […] La casa era in una specie di terra di nessuno. Così almeno la sentiva lei…” (pp. 97-98). Risuona. E mi chiedo: è davvero necessario che il corpo si fermi? Nelle riflessioni politiche con le mie compagne c’è sempre il desiderio di riappropriarsi di spazi e tempi che diano ascolto ad un corpo troppo spesso dimenticato, messo a tacere, trasportato di qua e di là. Lavoro, tempi frenetici, politica militante. Sì, ma c’è dell’altro. “Era sempre alla ricerca di qualcosa. Sì, ma cosa?” (p. 98). Una domanda a cui l’autrice non risponde, forse perché una risposta non c’è, forse perché ognuna ha la sua. Tam tam – un ritmo evocato e raccontato nel quotidiano – è una storia che destabilizza. Non è il racconto di un dolore – anche se se ne legge molto – ma è piuttosto la storia, semplice e complessa allo stesso tempo, di una lenta e paziente ricerca di sé, di un sé fatto di passato e presente, che prende le misure per “rifarsi una vita salvando quella di prima” (p. 11), lasciando spazio ai miracoli del quotidiano e alle scoperte di un nuovo modo di stare al mondo.

  • Judith Butler, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (nuova ed. a cura di Federico Zappino) Mimesis, Milano 2013 – Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma 2013

    Judith Butler, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (nuova ed. a cura di Federico Zappino) Mimesis, Milano 2013 – Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma 2013

    di Alessandra Pigliaru 

     

    L’assoggettamento, suggerisce Foucault, appare come una forma di dipendenza originaria che non abbiamo la possibilità di stabilire in anticipo ma che ci fonda, certo paradossalmente ma – a quanto pare – inesorabilmente. Così quel potere che sentiamo schiacciante fuori di noi è certamente un’esperienza tra le più dolorose. Tuttavia è importante essere consapevoli che la costituzione stessa del soggetto conversa proprio con (e di) quel potere. Lungo questo crinale si inserisce The Psychic Life of Power: Theories in Subjection (1997, Stanford University Press), una delle riflessioni più dense e interessanti di Judith Butler intorno al potere. Tradotto per la prima volta in Italia nel 2005 da Meltemi, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (Mimesis, pp. 248, euro 20) esce ora in un’edizione completamente rinnovata a cura di Federico Zappino.

    La tesi principale di Butler è piuttosto disturbante giacché rimanda ad una complicità ambigua che il soggetto intrattiene con il potere e che difficilmente si può estirpare. Una doppia traiettoria fa del soggetto un paradosso temporale: se da una parte il potere indica la qualità di sottomissione del soggetto, dall’altra ne connota lo stesso divenire. Benché Foucault abbia intrapreso la strada del riconoscimento della relazione tra soggetto e potere, è pur vero – secondo Butler – che non ne ha saputo scandagliare interamente le forme così come i domini psichici.

     

    Torsioni e ripiegamenti

    Per indagare una teoria del potere insieme ad una teoria psichica, Butler problematizza l’ortodossia filosofica e psicanalitica, proponendo un interrogativo politico e sociale che ragioni intorno alla soggettivazione critica. Occorre però discutere di un punto centrale: nelle due posture che il potere assume in capo al soggetto (nel suo fondarlo, e dunque precederlo, e nel suo essere agito) non vi è alcuna necessità teleologica. Né ontologica. Ciò con cui ci si scontra è piuttosto un’ambiguità e una plasticità del soggetto stesso che – da subito competente del potere – è già in colloquio con esso. Se infatti la soggettivazione è sottomissione e insieme costituzione del soggetto, esiste una possibilità attraverso cui il soggetto stesso può emergere. Spesso, ricorda Butler, si fa riferimento ad un attaccamento appassionato nei confronti della propria sottomissione ma l’argomento andrebbe indagato con cura perché viene invocato proprio da coloro che vorrebbero minimizzare e depotenziare la rivendicazione degli oppressi. Secondo la filosofa, l’attaccamento è prodotto dallo stesso potere, adducendo e figurando una torsione del soggetto stesso che si manifesta come ripiegamento. In queste maglie fittissime, quell’attaccamento diventa una possibilità di emersione dello stesso soggetto se – da un piano puramente filosofico – ci si sposta a «socializzare» il piano psicanalitico. Riconoscere l’attaccamento determina infatti la consapevolezza che nell’alveo di quella soggettivazione esiste qualcosa che sfugge alla definizione netta e rassicurante che da Hegel arriva a Foucault passando per Nietzsche e Freud. C’è infatti un amore smisurato che mostra la nostra stessa vulnerabilità e che si prostra e si rivolta conducendoci in una melanconia che è poi prodotta dalla perdita; nel domandarsi le responsabilità del soggetto che si lascia sottomettere non si tiene conto della forma psichica che quel potere assume. La coazione a ripetere dell’attaccamento si comporta come una nevrosi, il rifiuto (o forse sarebbe meglio dire: quel che ne resta) invece – dopo la consapevolezza – scompagina lo scenario repressivo del regime regolatore nell’impossibilità ad approfittarsi di noi. L’esistenza di un soggetto anteriore allo sfacelo è paventabile? Cioè l’interruzione di questo circuito che soggioga è pensabile? Butler risponde così: «sono orientata a sostenere che il soggetto che si oppone alla violenza morale, anche a quella contro se stesso, sia il prodotto di una violenza già consumatasi, senza la quale egli non sarebbe potuto emergere». E in effetti, dalla dialettica servo-padrone passando per la coscienza infelice proposte da Hegel, si introduce il prodromo di ciò che inchioderà Foucault e il dibattito a lui coevo. Cioè quel soggetto non è analizzabile solo come produzione ma anche come forma di interiorizzazione.

     

    L’Io in perdita

    Nella torsione che segna l’illuminarsi della coscienza, si deve poter distinguere la volontà dal desiderio. È in fondo la prima che configura ciò che Nietzsche individua come «cattiva coscienza» e che va a puntellare l’auto-rimprovero della norma di cui discetta Althusser. Seppure nell’irrinunciabile dettato teorico, la filosofa – anche qui come in molto suoi libri – sembra andare in cerca della debolezza  di ogni fonte da lei scandagliata per trovare, infine, un inedito punto di avvistamento. All’altezza de La vita psichica del potere tuttavia non ve n’è uno che possa dirsi più saldo degli altri; sarebbe meglio parlare di crocicchio, apparentemente senza via di uscita, entro cui il soggetto affiora, nello sfondo di una violenza già consumata, insieme all’ambiguità di una perdita che non si sa nominare e che, proprio per questo, inchioda l’io in uno stato di perenne melanconia. È quest’ultima a possedere un nome prestabilito e una sua utilità nell’economia butleriana; serve infatti per indicare lo statuto frastagliato del soggetto che diventa Io nel suo ripiegarsi.

     

    Escrescenze «logiche»

    Nella prefazione, Zappino spiega bene in che termini la melanconia si possa ricondurre al genere in una prospettiva della critica queer. E spiega anche come l’intero testo conservi esso stesso una tonalità affettiva melanconica. Più che soluzioni alla morsa del potere, Butler ne fotografa l’esiziale e doppia dislocazione, permanente in una forma psichica che non solo viene interiorizzata ma che sembra guidare lo stesso desiderio e le stesse relazioni. In questo dramma – catastrofe pervasiva già in atto – non c’è posto per nessuna forma parodica; piuttosto la domanda che ci si potrebbe porre è: davvero il soggetto è solo un prodotto, seppur complesso, del potere? E davvero la melanconia avverte unicamente del mancato attaccamento sessuale? In una prospettiva di plasticità del genere a cui Butler ci ha abituato sembra di poter rispondere di sì (su questo e sul futuro del soggetto queer si interrogano con competenza Federico Zappino e Lorenzo Bernini in appendice al volume). Non c’è naturalità e non c’è determinismo, ciò è pur vero nel discorso della filosofa. Certo che però a pensare lucidamente che anche il dissenso critico, le strategie di liberazione e lo stesso desiderio, sono nient’altro che propaggini di quel soggetto, «escrescenza della logica», che decreta la propria nascita come una voragine della fine, viene quasi da chiedersi se non sia perfettamente inutile continuare a interrogarsi sulla vulnerabilità della condizione umana. Che se allo stringente orizzonte ontologico si sostituisce la relazionalità bisognerà pure sostanziarla affinché non sia una finzione anch’essa, come un atto narcisistico. Si potrà cioè concedere all’alterità tutta la sua incontenibile imprevedibilità nel luogo di quella relazione? Ma Judith Butler questo lo insegna, profondamente. Altrimenti non si chiederebbe, in un suo recente e bellissimo librino, A chi spetta una buona vita? (Nottetempo, pp. 80, euro 7). Pubblicato in collaborazione con il blog «il lavoro culturale», viene curato da Nicola Perugini ed è il discorso della filosofa in occasione dell’attribuzione del Premio Adorno 2012. Si tratta di un piccolo gioiello di chiarezza e sintesi politica che prende avvio da  un’affermazione del filosofo tedesco contenuta in Minima Moralia: «Non si dà vita vera nella falsa». Chiedersi cosa sia una vita buona e se la si possa condurre entro il perimetro di una vita cattiva, non ha una mera accezione morale, bensì consiste in un ragionamento più ampio che metta in relazione la moralità e la teoria sociale. Secondo Butler, Adorno si domanda in che modo il dispositivo del potere possa condizionare, fino a sconvolgere, le nostre riflessioni sulla forma di vita migliore. Si potrebbe cominciare dalla propria di vita, ma la questione dirimente per Butler è anzitutto quali siano le vite da considerare tali. In ultima istanza, si gioca una partita più alta e scomoda: quali sono le vite alle quali l’amministrazione della biopolitica non riconosce il lutto? Forse quelle tantissime esistenze che, ancora prima di ulteriori costruzioni, sono già perdute o morte. In questo passaggio umbratile sono numerose le esistenze indegne di lutto che, non trovando spazio nella scena politica, si stringono in «forme di insorgenza pubblica». C’è una noncuranza di fondo che attiene ad una mancata condizione di supporto. Chi non è degno di lutto non è neppure degno di considerazione, e viceversa; non potrà beneficiare di libertà di espressione politica, di alloggio, di sostegno economico né di forme di riconoscimento sociale. Ritornando alla domanda iniziale, come si fa a condurre una vita buona se quella stessa vita è già invisibile, intercambiabile e del tutto dispensabile? Qui rientra la questione della riflessività dell’Io. Anche in un orizzonte neoliberista come quello presente, o in un sistema violento come quello dello Stato di Israele. Cioè, io ho la forza sufficiente per emergere nel campo del possibile? Se sì, devo poter dare seguito a qualunque risposta ne derivi, e poi – si potrebbe aggiungere – decidere come stare in quel campo. Devo soprattutto comprendere che la mia vita si staglia in un tessuto relazionale più vasto che è piagato dal dominio, sì, ma che al contempo può essere la scena di un riconoscimento. Per Butler «anche in condizioni di minaccia estrema, le persone compiono tutti i gesti possibili di supporto reciproco».

     

    Anonimi nel mondo

    Così, se l’invivibilità può essere ascritta alla categoria della precarietà, non sembrerà peregrino segnalare desideri che non si fermano alla sopravvivenza ma che tendono alla vita buona: «anche il solo pronunciare un nome può costituire la forma più straordinaria di riconoscimento, specialmente quando si è diventati dei senza-nome, quando il proprio nome è stato sostituito da un numero, o ancora quando non si è degni di essere chiamati in nessun modo». Allora la vita buona solleva le battaglie per la sopravvivenza in un senso più alto, che comprenda quantomeno la vita organica e che attenga ad una visione sociale e di interdipendenza ma soprattutto che consideri la relazione fra me e gli altri. Sempre e in una molteplicità di emersione. La resistenza alla invivibilità non significa esclusivamente dire di no ad un sistema di vita che non corrisponde, deve essere invece incarnata nei corpi e plurale e poter implicare l’incontro con chi non è degno di lutto. La resistenza in tal senso aspira ad una più ampia narrazione rappresentata dal combattimento della precarietà e della diseguaglianza differenziale. Una forma di scontro in cui non si espunge la vulnerabilità ma anzi se ne fa risorsa perché diventi vivibile, in una condizione critica di democrazia radicale.

     

     

    (“il manifesto”, 5 settembre 2013)

  • Sara Garbagnoli e Vincenza Perilli (a cura di), Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia, Quaderni Viola, nuova serie n.5, Alegre, Roma 2013

    Sara Garbagnoli e Vincenza Perilli (a cura di), Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia, Quaderni Viola, nuova serie n.5, Alegre, Roma 2013

    di Silvia Nugara

     

    La nuova serie della collana Quaderni Viola edita da Alegre si propone di mettere a disposizione “delle donne che desiderano fare politica per le donne” – così in quarta –  materiali per conoscere la storia e l’attualità delle riflessioni femministe attraverso dossier monotematici.

    Dopo aver riflettuto su lavoro (Lavorare stanca, 2008), razzismo e sessismo (La Straniera, 2009), lesbismo (Orgoglio e pregiudizio, 2010) e lotta sindacale nella crisi (Sebben che siamo donne, 2011), questo quinto volume è dedicato non a un tema ma a un filone di pensiero: il femminismo materialista francese. Con questa denominazione si fa riferimento a un gruppo di teoriche il cui lavoro, al di là dei diversi problemi esplorati e degli apparati concettuali elaborati da ciascuna, si è impegnato a restituire la dimensione culturale, storica e ideologica delle divisioni dicotomiche e gerarchiche attraverso cui sono organizzati sesso (uomo/donna), sessualità (etero/omo) e razza (bianchi/neri; noi/loro). Come testimonia il titolo del libro, tale impresa anti-essenzialista si staglia sullo sfondo dell’“affermazione più sovversiva e liberatoria dei discorsi femministi” (Introduzione, p. 6) enunciata da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso: “non si nasce donna”.

    Dopo un’articolata ma sintetica sezione introduttiva, il volume è strutturato in cinque parti, ognuna dedicata a una figura di rilievo del gruppo raccoltosi attorno alla rivista Questions féministes a partire dal 1977: Christine Delphy, Colette Guillaumin, Nicole-Claude Mathieu, Paola Tabet e Monique Wittig. Le curatrici hanno scelto di dare voce alle stesse autrici pubblicando di ognuna un articolo rappresentativo (inedito in italiano) preceduto da un saggio di inquadramento teorico (di Perilli su Delphy; di Renate Siebert su Guillaumin; di Valeria Ribero Corossacz su Mathieu; di Gabriella Da Re su Tabet e di Garbagnoli su Wittig) e seguito da una breve scheda bio-bibliografica.

    Come spiegano Garbagnoli e Perilli nell’apertura intitolata Non si nasce (donna). La denaturalizzazione come “questione femminista” (pp. 8-11), il materialismo di queste pensatrici va ben oltre l’accezione marxiana e prende a oggetto dell’analisi la compenetrazione tra rapporti materiali e di senso nelle relazioni di dominio che fa sì che la loro naturalizzazione, operante attraverso l’iscrizione nei corpi, nel linguaggio, nelle categorie mentali e istituzionali delle gerarchie sociali, sia tanto efficace. Il materialismo di queste femministe produce, in tal modo, la comprensione del rovesciamento da causa a effetto attraverso cui operano le diverse forme di oppressione. Ciò che è socialmente appreso come origine dell’oppressione (la forma di un sesso, il colore della pelle, e così via) ne è, in realtà, l’effetto: il “sesso” (la “razza”) non è un dato, un’essenza, una proprietà inerente ai soggetti che ne esprimerebbe la natura, ma un marchio – feticcio marxiano – socialmente pertinente ed efficace perché cristallizza, nascondendoli, presistenti [sic] rapporti di dominazione e sfruttamento (p. 9).

     

    Questo libro costituisce quindi un importante invito alla lettura di pensatrici francesi da noi ancora poco tradotte e studiate (per esempio, tra tutte solo Monique Wittig figura nell’antologia Le filosofie femministe di Cavarero e Restaino). In Italia, infatti, il ruolo di maggior rilievo è stato giocato dal femminismo della differenza e, per quanto riguarda il pensiero transalpino, tanto da Psychanalyse et Politique con cui le materialiste erano in polemica, quanto dalla triade Kristeva-Irigaray-Cixous tramite una triangolazione con gli Stati Uniti e quel French Feminism di cui Paola Di Cori ricostruisce in modo avvincente la parabola intellettuale nel saggio French Feminism: tra Christine Delphy e Gayatri Spivak. Appunti (pp. 13-20).

    La riflessione materialista si articola in modo dinamico ed evolutivo lungo tutti gli assi portanti del femminismo dagli anni Settanta a oggi: il rapporto tra lotta di classe e lotta contro il patriarcato (si pensi alle analisi di Christine Delphy ne L’ennemi principal); le relazioni tra biologia, cultura e soggettività e quindi la diade sesso-genere; le relazioni razzismo-sessismo-classismo prima che emergesse il concetto di “intersezionalità” (si vedano in particolare i lavori di Colette Guillaumin a partire da L’Idéologie raciste del 1972 e di Paola Tabet); la violenza contro le donne (Delphy e Nicole-Claude Mathieu); il lesbismo (particolarmente creativi e pugnaci sono gli scritti letterari e teorici di Monique Wittig) e l’analisi politica dell’eterosessualità (su cui la redazione di QF si divise dando luogo nel 1981 a Nouvelles Questions Féministes); la riproduzione come lavoro nell’economia capitalista globale (l’antropologia di Paola Tabet); gli aspetti problematici delle pratiche politiche identitarie e della nozione didifferenza ma anche di approcci post-identitari come il queer (Nicole-Claude Mathieu).

    L’impresa denaturalizzatrice di queste teoriche costituisce una rottura epistemologica che ha richiesto l’elaborazione di nuove griglie concettuali attraverso cui leggere – ma soprattutto immaginare (“spensare” dice Guillaumin) – la realtà perché, come spiega Delphy nel suo saggio del 2001, qui riproposto, Pensare il genere: problemi e resistenze:

     

    per conoscere la realtà, e dunque per eventualmente cambiarla, bisogna abbandonare le proprie certezze e accettare l’angoscia, temporanea, di una accresciuta incertezza sul mondo; […] il coraggio d’affrontare l’ignoto è la condizione dell’immaginazione e la capacità di immaginare un mondo altro è un elemento essenziale dell’approccio scientifico: essa è indispensabile all’analisi del presente.(p. 29)

     

    Da ciò deriva l’elaborazione di ottiche d’analisi nuove. Per esempio, Maria Gabriella Da Re ricostruisce come Paola Tabet in Les mains, les outils, les armes, del 1979, analizzi la divisione sessuale del lavoro non domandandosi “chi fa che cosa” ma “chi fa con che cosa” mettendo perciò in luce non tanto le classiche “limitazioni naturali delle donne” quanto piuttosto il loro “sottoequipaggiamento”.

    Le rotture epistemologiche richiedono anche un vocabolario nuovo, ragione per cui il materialismo francese è anche una fucina di innovazioni terminologiche mai accessorie: Christine Delphy abbandona il concetto statico ed essenzialista di “condizione della donna” in favore della più esplicita nozione di “oppressione”; Colette Guillaumin elabora la distinzione tra ”razzismo autoreferenziale” e “razzismo eteroreferenziale”; Nicole-Claude Mathieu parla di “sesso sociale” e Guillaumin di “sexage”; Paola Tabet concepisce l’idea di “scambio sessuo-economico” e Monique Wittig fa del linguaggio un terreno di elezione per immaginare e costruire quell’utopia androgina per cui lavorò tutta la vita.

    Se la riflessione su natura e cultura, su sesso e genere, su genere e non genere attraversa tutti i testi qui raccolti, particolarmente interessante risulta la scelta delle curatrici di proporre in appendice il saggio della storica francesista americana Joan Scott intitolato Genere: usi e abusi (pp. 159-166) che insiste sulla dimensione evolutiva della nozione di genere e riprende in gran parte la lectio tenuta a Padova nel febbraio 2013 al VI congresso della Società Italiana delle Storiche.

    Per concludere, di questo Quaderno Viola non inganni l’agile formato: si tratta di un volume denso e ricchissimo, un compendio di cui si sentiva la necessità e forse per questo è stato tradotto un po’ troppo di corsa, corredato da una bibliografia indispensabile per l’approfondimento. I saggi introduttivi e gli articoli antologizzati lasciano infatti a chi legge la voglia di consultare analisi di più ampio respiro in cui trovi spazio non solo il pensiero ma anche l’esperienza, dimensione fondamentale proprio di quel Secondo Sesso sotto il cui segno questo lavoro si iscrive.

     

    Indice del volume:

    Introduzione

    Premessa. Redazione Quaderni Viola 5

    Non si nasce (donna). La denaturalizzazione come “questione femminista”. Sara Garbagnoli e Vincenza Perilli

    French Feminism: tra Christine Delphy e Gayatri Spivak. Appunti.Paola Di Cori

     

    Parte prima. Christine Delphy

    Christine Delphy: per un femminismo materialista, tra teoria e pratica.Vincenza Perilli

    Pensare il genere: problemi e resistenze. Christine Delphy

    Scheda bio-bibliografica: Christine Delphy

     

    Parte seconda. Colette Guillaumin

    Colette Guillaumin: un breve ritratto. Renate Siebert

    Razza e Natura. Sistema di marchi, idea di gruppo naturale e rapporti sociali. Colette Guillaumin

    Scheda bio-bibliografica: Colette Guillaumin

     

    Parte terza. Nicole–Claude Mathieu

    Per un’anatomia politica dei sessi: l’antropologia materialista di Nicole-Claude Mathieu. Valeria Ribeiro Corossacz

    Sesso e genere. Nicole–Claude Mathieu

    Scheda bio-bibliografica: Nicole–Claude Mathieu

     

    Parte quarta. Paola Tabet

    Paola Tabet e la costruzione sociale della disuguaglianza tra i sessi.Maria Gabriella Da Re

    Lo sfruttamento della riproduzione. Paola Tabet

    Scheda bio-bibliografica: Paola Tabet

     

    Parte quinta. Monique Wittig

    Monique Wittig: l’eterosessualità come presupposto. Per una semiologia politica del senso comune. Sara Garbagnoli

    Non si nasce donna. Monique Wittig

    Scheda bio-bibliografica: Monique Wittig

     

    Appendice

    Genere: usi e abusi. Joan W. Scott (Introduzione e traduzione di Sara R. Farris)

     

    Bibliografia