Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

Più che un tema è la proposta di un cambio di paradigma. “Sessismo democratico” è espressione che ricolloca nel contemporaneo la posizione di una donna, i rischi e i conflitti da assumere. Prima ancora dell’evocazione di prime, seconde e terze ondate del femminismo, è in effetti più efficace –e ne abbiamo bisogno– di nuove narrazioni del paesaggio in cui ci troviamo ad abitare.
Nell’Introduzione Anna Simone offre gli elementi di questo paesaggio e le connessioni tra loro. Si comincia da un primo, non scontato, gesto d’orizzonte: “nell’epoca della frammentazione della sovranità, del lavoro, del diritto, del sapere, le soggettività o gli attori sociali si frammentano a loro volta” (p. 12). Un gesto che indica uno sguardo segnato dal passare delle generazioni nel femminismo. La vita di una donna viene collocata su grande scala, partecipa di questi tempi di metamorfosi violente, con tutti i rischi ma anche le invenzioni che si presentano. Non dunque s/oggetto separato, sprovvedutamente consegnato a condizioni costruite altrove, bensì lucido nell’appropriarsi del senso del proprio tempo.
Il secondo gesto consiste nel tracciare uno spazio comune ma non indifferenziato in cui si trovano i soggetti che vivono e cercano senso per le loro vite. Attraverso il concetto di “status” – che individua “disabili”, “gay”, “lesbiche”- si arriva a cogliere quelle tante situazioni che parlano sì di donne, ma in un modo che a un orecchio femminista ha un che di stonato. Lo status indica, infatti, quei processi di identificazione forzata, che viene costruita attraverso i media, le sentenze, le misure dell’inclusione. In effetti, finito il patriarcato, con le sue capacità di tracciare confini tra dentro e fuori, tra inclusi ed esclusi, tra pubblico e privato (Straniero, p. 131), il gioco si è fatto più pervasivo. L’espressione con cui nominare la famiglia di nuovi procedimenti che riguardano le donne, e altri soggetti, è quello dell’”inclusione differenziante”, per cui la partecipazione è richiesta, di più, è “l’ultima frontiera del politically correct” (Introduzione, p. 14), ma a condizioni tanto definite quanto poco dichiarate. Il quadro che viene ricostruito trova importanti appoggi nelle analisi femministe sulle nuove grammatiche del neoliberismo, a cominciare da quella che Rosi Braidotti tratteggiava nella nuova Introduzione a Madri, mostri e macchine nel 2005, quando parlava di “prolificazione reificata” della differenza.

 

Certo che si è prese da un moto di rivolta per l’omicidio di Giovanna Reggiani, eppure – come tante femministe capirono allora e come ricostruisce Caterina Peroni (pp. 112 e ss.) – i media, in alleanza con le retoriche delle istituzioni, utilizzarono quel nuovo senso comune di indignazione per innescare e giustificare politiche securitarie e neorazziste – ricordiamo lo sgombero con ruspe del campo rom che ne seguì. Ecco allora la dignità di una donna, alfine inclusa nel discorso pubblico, ma nel quadro di una ripartizione tra “amici” e “nemici”, tra “buoni cittadini” e “criminali” (Fariello e Mauriello), con tutte le azioni che ne conseguono, alfine legittimate. La mente va subito all’analoga mossa retorica che enumerò, tra le ragioni della guerra in Iraq, – una guerra che stentava a trovare argomenti di legittimità – l’oppressione delle donne islamiche a fronte della libertà di quelle occidentali.
E’ così che si ottiene l’effetto paradossale di un contemporaneo che coniuga una proliferazione discorsiva sulle donne a una loro de-soggettivazione. Ancora una volta, ma in nuova veste, a fare da misura non è la voce viva di una donna, la sua esperienza, ascoltata e potenziata da altre. Donne, alfine previste sì, incluse nel discorso pubblico, rappresentate nei media (Giomi), ma come partecipanti a un gioco dalle regole già stabilite. Risuona con nuovi e diversi e chi la domanda di Carla Lonzi: “ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo in un mondo progettato da altri?” (Sputiamo su Hegel, p. 14).
La regola del “noi/loro” – regola per eccellenza della tradizione maschile e patriarcale – trova un’altra esemplificazione, ulteriormente articolata, nei procedimenti di legge rispetto alle mutilazioni genitali femminili, praticate da migranti che vivono in Italia. Fusaschi mostra come la legge, a fronte di retoriche del rispetto della libertà delle donne italiane, differenzi oculatamente tra chi, maschio o femmina, sia coinvolto in queste pratiche: una condanna per un atto non compiuto da una donna su una bambina, un’assoluzione per un atto compiuto da un uomo su un bambino che non sopravvive (p. 143). Ma la ripartizione “noi/loro” insiste sulle stesse occidentali, le degne e le indegne, le colpevoli e le innocenti, come mostra un cambio di passo che, nel saggio, ricorda quello compiuto da Fatema Mernissi, quando respinge al mittente occidentale le retoriche sul velo: così pronte a sposare lo sdegno per le mutilazioni genitali femminili, eppure così pronte a procedere al “restyling dell’intimo”, adeguamento chirurgico dei genitali a una norma (p. 156).  – appropriata e di nuovo tutta contemporanea suona allora la domanda di Rivolta femminile: normalità stabilita ma “per il piacere di chi?”.
L’aggiornamento della plurisecolare domesticazione del corpo femminile, trattare il proprio corpo non secondo le misure che produce e conosce, ma secondo misure e regole costruite altrove, avviene anche attraverso le tecniche del parto, che spesso sono le donne stesse a richiedere. Ciò che appare come una auspicata presa in carico della decisione – nel momento in cui le tecniche sono ricevute e non elaborate culturalmente – si rivela essere un tentativo di rifuggire al dominio maschile, sì ma una decisione attraverso cui una “donna si lascia colonizzare per semplificare i processi complessi della biologia femminile” (Ferraro, p. 43).
Con la ricchezza descrittiva e narrativa delle inchieste sociologiche, arriviamo così a cogliere due spazi simbolici che si contendono conflittualmente il senso del contemporaneo: da una parte, il “postpatriarcato”, quale contesto che è stato radicalmente trasformato dalla libertà femminile, con tutto quel che di cultura e di politica ha prodotto; dall’altra, il “neopatriarcato” dove è la stessa libertà femminile ad essere oggetto del discorso altrui.

 

Il crinale che permette di districarsi tra gli sconfinamenti di questi due spazi, è quello della “voce” (Peroni, p. 117), delle donne che parlano a partire da pratiche effettive di libertà (Introduzione, p. 12). Il criterio è efficace e fine tanto quanto è severo: non è sufficiente “parlare di” donne, per essere soggetti di quel discorso. Ancora Rivolta femminile: “Più ti occupi della donna e più mi sei estranea” (Secondo manifesto, p. 8) frase che, ridetta nei termini del femminismo delle donne delle ultime generazioni, suona: all’inclusione opponiamo l’autodeterminazione. E’ questo l’aggiornamento necessario per una politica della differenza: ripartire da un lavoro sulle condizioni del senso, a partire dall’esperienza di vita e dalla presa di parola in autonomia.
Assume qui un valore specifico il contributo di uno sguardo maschile sulla ricollocazione delle donne nelle relazioni organizzate di camorra che, da una parte, assume che “non si può parlare di camorra in maniera impersonale, ma raccontando necessariamente di donne e di uomini e, dall’altra, smonta le retoriche del dilemma non sanno quel che fanno/sono criminali omologati (Sgueglia, pp. 85 e ss.). Un contributo che viene pienamente esplicitato in finale del volume:  “Non è un caso che le donne siano da tempo protagoniste in tutti quei punti di crisi (e nelle) forme contemporanee di resistenza” (Petrillo, p. 203). In effetti, se assumiamo che la distribuzione dei confini tra i sessi è indicatore dello stato dei tempi, della violenza e delle transizioni verso nuove forme di divisione del lavoro e nuove forme di vita, il sapere generato da  una “soggettività sorgiva ed eccedente” (Introduzione) diventa materia di confronto e ricchezza di analisi cui altri soggetti – non solo le donne – possono attingere e che possono sviluppare. Verso un rinnovato senso di comunanza.

 

Nella raccolta di scritti si trovano alcune indicazioni effettivamente praticate su come dare corpo e slancio generativo a questi saperi. Una prima è l’indicazione che Simone dà in apertura: a fronte dello stato di frammentazione controllata, i saperi devono tornare a rispondere a quella transdisciplinarietà che il femminismo aveva intuito come la forma migliore per rendere conto della vita di una donna, delle relazioni e scambi attraverso cui prende corpo, ma soprattutto del nesso necessario tra pensiero ed esperienza. Contro l’oggettivazione dell’argomento e la sua manipolazione attraverso strumenti di quantificazione, si ritorna infatti alla “centralità dell’esperienza”, del corpo femminile, delle sue forme di vita e della sua singolarità, esperienza che, attenzione, connota i temi di cui si scrive, ma soprattutto la posizione di chi scrive. Non sguardo esterno, dunque, ma pienamente implicato nelle relazioni che fanno il sapere. Questa avvertenza è particolarmente degna di nota nel momento in cui ci viene da una sociologa che ha come contropartita, nella tradizione anglosassone dei gender studies, quel metodo disciplinare che viene messo sotto il titolo della intersectionality, un metodo che costruisce statisticamente i propri oggetti di studio e che riduce la complessità alla risultante di intrecci tra procedure di classificazione: le donne, i disabili, i gay e le lesbiche, i neri, i trans, etc. Una perversa sommatoria di “occuparsi di” e di individuazione dei “soggetti” alla stregua di oggetti predisciplinati dal sapere.
Una seconda indicazione effettivamente operante si ritrova nel saggio di Rosa Parisi che ci racconta, attraverso la viva voce dell’esperienza, di un episodio in cui alcune donne arabe, non solo non sono oggetto di studio, ma anzi, sono le “protagoniste” dell’occupazione di una scuola elementare nel quartiere di Centocelle a Roma, che ospita circa cinquanta famiglie. Attraverso questo episodio si salta da uno spazio simbolico all’altro, senza dover ricorrere alle infinite mediazioni del pensiero reattivo (pp. 170-176). Non infinite disquisizioni sull’illibertà di donne di altre culture, non sottili distinguo tra i rischi di colonizzazione, neocolonizzazione, e conseguenti rimedi “dialogici”: piuttosto, quel fiuto politico – o orecchio per la libertà femminile vigente –  che permette di non ristare sul problema dell’inclusione, bensì sulla capacità di formulare e attuare condizioni di vita e di giustizia. Quanto cambierebbero i programmi di empowerment della nostra benemerita Unione Europea, se i progetti andassero non a oggetti – individuati come inerti e problematici – ma a soggetti che conflittualmente stanno già procedendo a un senso pieno della loro cittadinanza?
Una terza indicazione emerge, infine, dalla ricollocazione del problema della rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche. Lorella Cedroni, studiosa di lungo corso della questione, in accordo con il nuovo approccio aperto dal volume, salta tutte le opzioni che le analisi e i dibattiti lascerebbero oggi: autoescludersi perché il gioco non vale la pena, accontentarsi di surrogati, di una rappresentanza basata su uno specifico parziale, oppure accettarla alle condizioni previste dalla tradizione maschile, vale a dire omologandosi. Allungando lo sguardo oltre l’inclusione – non è del potere che le donne hanno bisogno e nemmeno del paradosso di “trasformare l’emarginazione in egemonia” – la posizione di una donna, la sua memoria almeno duplice di vinta e di liberata, alza la posta in gioco e sta su un terreno del tutto contemporaneo: “rivitalizzare la dimensione creativa – o creatrice – della politica, che offre la possibilità di “fare” e di “agire”, che ci permette di cambiare il mondo e dare inizio a qualcosa di nuovo” (pp. 186-187). Ritorna così l’apertura iniziale: di fronte a questi nuovi fatti e saperi che riguardano così da vicino le donne, la questione e l’intrapresa è dell’ordine della creazione e non dell’inclusione.

 

Recensione di Federica Giardini