2033 – un esercizio collettivo di fabulazione speculativa

2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

Ho 45 anni, ho una casa, ho un lavoro, una famiglia. Mi sento una persona completa eppure agli occhi del mondo sono sempre inadeguat*. Ho aspettato il mio momento, dopo la laurea nei tempi stabiliti, lavori sottopagati, ho faticato per raggiungere i miei obiettivi. Ho cercato di rispettare i canoni che in quel momento mi sembravano quelli giusti da seguire. Ma non era mai abbastanza. La mia carriera professionale è fiorita oltre ogni aspettativa. Ho dedicato anni alla mia formazione, accumulando diplomi e titoli prestigiosi. Ho raggiunto posizioni di leadership, guadagnando rispetto e riconoscimento nel mio campo. Ma, nonostante tutto questo, c’è ancora una voce interiore che mi dice che non sono abbastanza. Il successo che ho ottenuto sembra sempre essere lontano dal raggiungere i miei stessi standard di perfezione. Mi chiedo se il mio successo sia solo frutto del caso o se sono veramente meritevole di tutto ciò che ho ottenuto. Ora, non voglio che queste pressioni siano le mie, voglio crearmi il mio spazio. Devo ricordare che il valore di una persona è definito dalla sua capacità di amare, di crescere e di imparare. Di seminare nel mondo. Nel prossimo decennio, mi impegnerò a coltivare l’accettazione di me stess* e a concentrarmi sulle cose che realmente contano nella vita. Riconoscerò che il senso di inadeguatezza può essere un motore di crescita, ma devo imparare a non farmi schiacciare da esso.

Inondazione di sostanza blu:
– “arriva, allerta, parliamoci, che cosa desiderano….ci dico qui ci investe, mi investe, muoversi”
– “incontro vite, avvolgo, infetto e nutro altr*, chi siete?”
– “io sono ciò che noi siamo, viviamo eppure conviviamo, stiamo qui insieme ad altr* e con altr* viviamo il tempo”- “anche io sono eppure siamo, nella nostra molteplicità siamo uno, che fai/fate dunque qui?”
– “parassitiamo, ci muoviamo in simbiosi, radici, ife, tentacoli, addensamenti di senso, linee di fuga…ci incrociamo, mischiamo, meticciamo…rizomi”
In questo nuovo incontro alcun* si trasforman in altr*, altr* nascono.

Torno sui miei passi, cercando le orme. Mi sposto sui bordi e perimetro la mancanza di quanto resta. Le case sono diventate pozzi da cui sale un odore stantio. La voce che getto all’interno degli spazi vuoti, un tempo familiari, mi torna addosso come un’eco violenta, non trova ostacolo né contenimento. Il mondo è diventato un fossile: i boschi si sono seccati. Solo qualche piccola pianta pioniera cerca di sollevarsi, ma il peso delle ceneri che oscurano l’aria fa apparire anche loro come sterpi prive di vita. Lancio un grido per mettere alla prova il vuoto dell’aria, l’assenza e la paura che incute questo nuovo mondo disabitato. Mi sono estinta anche io, sulle piane deserte, nelle buche scavate per i cadaveri, tra i corsi d’acqua prosciugati. Cammino dentro alle aule di una scuola abbandonata. Anche qui il vuoto è così opprimente che riesco a sentire lo sfaldarsi dei muri, il rumore dell’intonaco crepato. Guardo i ricordi dell’aula, ripenso al momento in cui ci hanno chiesto di scegliere tra noi e i ragazzi, e li vedo dire decisi che sì, noi non avevamo bisogno di loro, noi bastavamo a noi stessi. Aspetto seduta al centro dell’aula, sul pavimento polveroso. Chiedo scusa, scusa, mille volte scusa per il male che gli abbiamo fatto, tradendoli, per l’assenza di cura. È così che mi sono estinta anche io.

Sono passati 10 anni da quando mi sono scoperta malata. La mia vita incanalata finalmente sui “binari giusti” ha pian piano cominciato ad andare in pezzi. Le relazioni amicali di una vita si sono pian piano rarefatte, figuriamoci la relazione da poco iniziata: in un attimo svanita. Il lavoro su cui tanto avevo investito negli anni, anche quello rischiava di essere perso e senza la sicurezza di uno stipendio, la casa. Ma soprattutto la mia autonomia, la mia capacità di disporre del mio tempo e del mio corpo. Il mio corpo è diventato precario, con un avviso di sfratto pronto ad essere reclamato. In 10 anni ho imparato pian piano a confrontarmi con la precarietà del mio vivere, un giorno alla volta. Non so se avrò e come saranno i prossimi 10 anni. Continuo, strenuamente e pervicacemente, a concentrarmi su quei piccoli passi che tanto fatico a fare. Sulla precarietà di questi tempi ho costruito nuove relazioni, nuovi impegni, nuove aspirazioni. Magari sapranno resistere maggiormente rispetto a quelli precedenti perché nati con meno pretese.

2033. Ho 37 anni. Razioniamo l’acqua? Siamo in quei futuri così detti distopici in cui i ricchi son sempre più ricchi e la Terra sempre più arida e triste? Siamo più stati capaci di riscoprirci solidali?
Aggiungi tempo alla zuppa istantanea e l’organico riprenderà spazio.
Forse questo è un pensiero rassicurante in qualche misura. Sicuro qualcosa mi sopravviverà. Un fungo che svilupperà la sua coscienza? Il polpo che crea mondi? Le sirene con gli oceani sempre più caldi e densi?
Devo ritrovare il coraggio. Il coraggio di creare mondi e la fiducia di lasciare una nuova vita qui. 10 anni sono troppi per la mia fantasia. Si aprono immagini drammatiche, logiche performative perché io a quella fantasia non ci voglio davvero rinunciare. Io mi voglio felice e realizzata.Con le mie amiche in una comune o anche solo nella stessa città, come ci eravamo promesse. Tra l’Emilia e la Toscana, o forse verso il Friuli diceva L. La nostra storia nacque nelle montagne trentine, davvero credo di averci chiuso? Una famiglia, una figlia. O forse tre, due gemelli. Ah il mio corpo distrutto dal parto. Bleah. 3 creature, sarei fuori dalla statistica, alla grande. E con I? Aiuto. Nono non esiste, sono troppi anni. Andrò dove la vita mi porterà, senza troppi piani, galleggiando tra la realtà, non posso creare futuri ora. È tutto troppo vero già solo nella parole. Questa è la terza storia che scrivo.

Ora non c’è più. Sono di nuovo sola. Eppure c’è ancora, in quel dolore che avverto nella materia di me, un tempo trafitta, infetta, ferita. C’è ancora nella forma di me che prima non c’era, e ora c’è. Prima ero solo calamaro, ora sono anche suolo, anche cielo stellato. Siamo con-presenza, com-penetrazione, che è stato rifugio, che è, che potrà essere rifugio. In imprevisti nodi polispaziali e politemporali.

Non riesco a muovermi. Sono costretta nella mia gabbia di solitudine, incasellata fra tante altre che vivono la mia stessa condizione. Le mie giornate sono sempre uguali. Scorrono lentamente, scandite dal continuo assaggio della violenza che poi mi porterà alla morte. Dall’allevamento intensivo alla tavola di un essere umano. È arrivato il giorno, mi fanno salire sul camion. Poi, all’improvviso, la luce. Scappo, anzi corro. Libera. Ed ecco il rifugio. Ora mi sento al sicuro, circondata da altri animali tutti diversi ma accomunati da uno stesso percorso. Mi trovo a vivere una condizione a cui non ho mai pensato: quale sarà la mia storia adesso che non sono più costretta a vivere un destino imposto da altri?

Il mondo è fermo e vivo. Tutto è immobile. La grande macchina del capitale non produce più. Finalmente. C’è il silenzio dei suoni meccanici e artificiali. Il cielo è violent. Piove da mesi una pioggia d’acqua finalmente scarica di tossicità. I terreni sono paludi morbide e oscure. Trovo posto e protezione. Sprofondo e continuo a scendere. Non devo e non posso essere qualcosa di singolo. Sono superficie riflettente e riflessa, un prisma di immagini di me, di altri, di ora, del tempo passato. Sono ciò che sarà.

EST: Unite sin dal gioco. Sorelle, non di sangue, ci dicono. Ma cos’è sangue? Linfa che scorre? Legate da una scelta non compresa, ma la sorellanza è un legame che sa sempre ritrovarsi nel tempo.
OVEST: La paura di pensarsi sol- Una vita insieme ora incerta? Siamo cambiat-, trasformat-. Dobbiamo cambiare strade. Cosa ne faremo con questa paura di pensarci divers-?
DENTRO: Quercus. Con tutte queste emozioni precarie facciamo mondo.

Siamo nate a caso nel vaso del caosSfuggendo al tempo che ci voleva coltivare
Né pianta né pulce ma pulce gravida di pianta
E pianta gravida di pulce
Nell’humus brulicante al di là di ogni aspettativa
Che si nutre di sottosuolo e di passati possibili
Funamboli di un presente immaginato

Ho sempre pensato che vedere volare sempre più solo farfalle bianche fosse perché le loro ali avessero perso i colori per colpa dell’inquinamento. Ora non vedo nemmeno più quelle. Forse mi è sembrato di scorgerne una otto giorni fa, ma non ne sono sicura. Oggi il vento soffia da nord, la mia somateca si sta lentamente scoprendo del proprio soffice muschio scintillante e ammetto di percepire un leggero frescolino agheggiarmi le membra. Intorno a me solo gelido deserto. Tutta d’un tratto, nonostante la stringente solitudine, inizio ad avvertire un dolce tepore che mi rimembra qualcosa di familiare. Percepisco di non essere tanto più sola, sento qualcuna avvicinarsi e non mi rimane nulla se non accoglierla. Sono parecchi i momenti in cui velatamente rimpiango di aver resistito così tanto, ma in questo attimo forse mi sto rendendo conto che aver speso tutte queste energie e non essermi lasciata abbattere è valso a qualcosa, è valso a ritrovare questo incontro tanto anelato per un tempo infinito. Scelgo di resistere, di sopravvivere, perché questo tepore ritrovato non mi fa più essere sola. Il gelido deserto ricomincia a vivere di calore.

Contraendomi, rapida e violenta come avevo imparato a fare, ne vivevo di nuovo il distacco. La mia coda sottile da un lato, io dall’altro, loro tuti lontani. Rapaci, serpenti, ratti, mi volevate ieri, mi volete oggi, allora io di nuovo mi accorcio, questa volta senza difetto. Precaria come lo sono già stata, come sarò ancora, abbraccio il mio tempo maturo, ed integra, senza una coda, scorgo il possibile come mai prima.

Molti anni fa c’è stata una fine che è durata milioni di anni. È passato il tempo carnivoro del progresso. La fine per noi, vermi della terra, è solo un passaggio lungo quanto il nostro corpo. Ci siamo e non ci siamo più, passiamo lasciando zone umido-materiche aggreganti di cui la fine si nutre. Sappiamo da sempre che la nostra esistenza non è una promessa ma una trasformazione. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo imparato a digerire e rigenerare microplastiche. Insieme alle nostre cinque coppie di cuori, ai sei reni abbiamo imparato a trasformare le nostre due cavità dello stomaco: il gozzo dove conserviamo le microplastiche per digerirle e il ventriglio dove le trituriamo. Moltə lombrichə di noi, durante questo passaggio, sono divenutə nutrimento della terra, ma da loro abbiamo imparato tanto. La fine è stato un inizio: imparando a digerire microplastiche e generare plasticompost abbiamo aiutato molte specie verdi compagne a finire e iniziare altrimenti. È con il loro aiuto che abbiamo imparato a costruire umidità nel mondo del Grande Caldo. Sappiamo da sempre che la precarietà è mortifera quando è sfruttamento della vulnerabilità dellə altrə ma vitale quando diventa mutuo-aiuto.

Cammino per strade di cemento, con le scarpe strette per non fare uscire l’acqua che ad ogni mio passo ma rumori osceni di carne, di pelle, di corpo. È tutto stretto. L’elastico tra i miei capelli, i pantaloni sulla vita, la camicia inamidata sul mio petto che non mi fa respirare, che non mi fa pensare, che non mi fa sentire l’enorme peso che nascondo tra le scapole. Con gli occhi bassi lascio che le ore scorrano mute senza ascoltare e senza guardare perché so che un solo sorriso allargherebbe le piaghe sulla mia colonna. Sono come mi vogliono loro, io non sono. È tardi quando mi incammino per casa con pozzanghere di piedi e la saliva ferrosa tra i denti. Poi un urlo spezza la sera. Una creatura umana lascia un pezzo del suo ginocchio sulla ghiaia e incrocia il mio sguardo spaventato. È un movimento impercettibile dell’aria quello tra la sua bocca e la mia schiena ma dalla mia pelle si fanno strada delle piccole dita. E allora ignorarlo non è più un’opzione. Lo calmo con rivoli di sangue che volano dal mio bacino. E poi scappo, corro, verso il marrone, verso il verde, verso il buio del bosco in cui noi possiamo essere. Senza vestiti con caviglie di radici liberiamo uno stormo di mani, migliaia di braccia come ali, come rami e li affondiamo affamati nel suolo, profondo, sotto tra la vita e la morte. Prova concreta delle carezze che incontriamo, dei dolori che condividiamo, del contatto di cui ci nutriamo.

La crisi energetica, la crisi climatica, la crisi alimentare. Tutti eventi che hanno portato alla precaria condizione dell’umanità nel suo complesso. La sovrapproduzione e l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali a disposizione di tutti noi sono state una delle cause principali del disastro che incombe sul nostro destino comune. Oggi, a dieci anni di distanza, l’umanità sta mantenendo la promessa dipreservare e conservare l’ambiente, mantenendo il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C attraverso la promozione di un’economia verde, sostenibile e rinnovabile. Ancora oggi, mi unisco a questo appello di tutti coloro che chiedono maggiori sforzi e politiche positive per rendere il mondo un posto migliore per le generazioni future. Madre Terra.

Mentre osservavo il mare avanzare verso di me mi sentii sollevata. Davanti a quella che millenni di narrazioni mi avevano insegnato a chiamare fine non avvertivo più la linearità del tempo. Andavo incontro all’acqua come lei correva incontro a me e ad un tratto eravamo la stessa materia, nient’altro che due espressioni della stessa esistenza, due stadi diversi della medesima vita. Mi domandavo di cosa esattamente quel momento dovesse essere la fine. Del mondo? Della specie? La mia? Eppure ero certa che smettere di respirare e smettere di esistere fossero due storie differenti. Non avevo mai temuto il mutamento e, mentre i miei polmoni si riempivano d’acqua, mi persi estasiata ad immaginare la mia prossima forma.

Redazione

Del comitato di redazione fanno parte le responsabili dei contenuti del sito, che ricercano, selezionano e compongono i materiali. Sono anche quelle da contattare, insieme alle coordinatrici, per segnalazioni e proposte negli ambiti di loro competenz (...) Maggiori informazioni

Isabella Pinto
Isabella Pinto

Isabella Pinto, si occupa di narrazione, letteratura, scrittura&lettura diffrattiva e di ecologia politica trans/femminista/queer/multispecie. Attivista dei movimenti studenteschi e sociali, dei movimenti per il diritto all’abitare, del Teatro (...) Maggiori informazioni