Lirio Abbate, Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il Paese dalla ‘Ndrangheta di Pasqua Teora

Rizzoli Milano 2013

 

Il giornalista Lirio Abbate nella sua personale lotta alla ‘ndrangheta si è appassionato in questi ultimi anni alle storie di donne di ‘Ndrangheta che a suo dire, la sconfiggeranno o hanno in se stesse il potenziale per farlo. Le donne ribelli  scoprendo l’esistenza di un altro mondo possibile, fatto di legami affettivi e d’amore, nel quale tali sentimenti non devono obbligatoriamente comprendere sottomissione e obbedienza alle leggi dei clan arcaicamente patriarcali, hanno deciso di uscirne a costo della vita, denunciando, testimoniando e chiedendo protezione allo Stato Italiano, divenendo così collaboratrici di giustizia.

In quel mondo dal quale hanno deciso di prendere distanza, i rituali che vi si compiono, di crudeltà e sangue, vengono messi in scena, sempre oscillanti, in bilico  tra sacro e profano,  una falsa religiosità e grottesco misticismo sui cui inspiegabilmente la Chiesa Cattolica, non ritiene esprimersi con giusto sdegno e severe scomuniche. Le regole interne sono sancite da punizioni crudelmente esemplari per tutti, ma specialmente per le donne che hanno la responsabilità di confermare quel mondo allo sguardo degli adulti ma soprattutto a quello innocente dei figli che partoriscono e complici ignare oppure no, immettono in quel mondo.

 Come l’autore ha ben specificato in un’intervista, le fimmene ribelli sono quelle che  hanno scelto di rivoltarsi contro  il sistema, generalmente detto  mafioso, a rischio di tutto. Per alcune di loro la forza e il coraggio sono scaturite dalla fiducia che, un altro mondo esisteva e così è sopraggiunto il desiderio insopprimibile di  cambiare la propria esistenza. Per tutte, l’unica via possibile ha richiesto di lasciare la vecchia identità, a volte i figli, le appartenenze, gli affetti legittimi, in una prospettiva per nulla facile, di spezzare la corda che le teneva schiave di quegli uomini e delle loro leggi, i  padri dei loro figli, solo per questo già condannati a dare continuità ad un mondo di crimini. Amare loro stesse e la loro dignità, questa l’aspirazione delle donne ribelli. Per loro la speranza di salvezza equivaleva, e ancora oggi è così,  soltanto ad abbracciare e farsi abbracciare dallo Stato che in questi casi, esso soltanto è in grado di offrire protezione e anonimato nel tentativo, non sempre certo, di aiutarle a rinascere a nuova vita.

Eppure, alcune soccombono al ricatto dell’amore per i figli e al senso di colpa che colpisce chi tradisce le antiche leggi dei Clan Ndranghetisti ed è Inevitabile per me, pensando a queste, accostare le loro tragedie a quelle delle altre donne, quelle che vivono nel cosiddetto mondo normale.  Penso a loro che sono tantissime e so che per molte di loro, tradire la cultura di provenienza, comporti un processo assai  simile: sensi di colpa forse meno drammatici, ma ugualmente non leggeri da sopportare e portarsi dentro. Magari per aver tradito la legge del padre o della madre o di Dio Padre e ciò anche quando, alla base di questi dogmi, vi intuiscano inganno, ingiustizia e orribilità. E poi penso: quando accade a una di queste donne, del mondo normale  di precipitare in un sistema di grave violenza intra-familiare e voglia ribellarsi ad un destino che l’abbia prevista irrimediabilmente senza vie d’uscita, ebbene,  chi in questi casi, la donna potrà abbracciare o sperare di essere abbracciata? Anch’essa lo Stato? E chi la metterà sotto protezione dal rischio di essere ammazzata?

Eh …  no,  per queste donne non c’è istituzione che possa rispondere al loro desiderio di cambiarsi destino, o ce la fanno da sole con l’aiuto di altre donne o non c’è modo. Purtroppo i Centri Anti-violenza svolgono una funzione di ascolto importante ma troppo spesso soltanto  minimo, a volte paradossalmente disperante poiché, dopo aver sperato in un cambiamento che non si sia concretizzato, gli stessi uomini diventano vendicativi e ancora più violenti. Ma piuttosto che  verificarsi la ricaduta nelle fauci di  Barbblù,  come a volte succede, qualche  altra volta quasi per magia o  per altre strane vie, le fanciulle e le femmine ribelli si sanno impossessare delle chiavi  necessarie ad aprire le porte, varcare le soglie dei portoni, e  poi chiamare i fratelli, le sorelle, le madri  e i padri che non dimenticano che non si rassegnano,  capaci tutti insieme di sbaragliare  l’oppressore e liberarle dalla prigionia mortale.

Ciò che fa paura agli oppressori e ai carnefici di donne e bambini,  è che si sparga la voce: … udite, udite, le femmine, hanno trovato le strade per sottrarsi allo sfruttamento, alla sottomissione e all’oppressione agli uomini. Se si sparge la voce che l’hanno fatto quelle, allora tutte penseranno di poterlo fare e sarà la fine! (…  o il principio di un nuovo mondo?).

Contemporaneamente, proprio negli stessi giorni in cui l’autore di Fimmene Ribbelli  veniva invitato a parlare della sua ricerca, negli Stati Uniti si sono liberate 4 donne e una bambina segregate da  una decina d’ anni da un pazzo maniaco. La bimba fin dal concepimento. Un folle le teneva prigioniere, terrorizzandole con botte, violenze sessuali e ogni genere di aberrazioni.

Il pazzo,  in un tranquillo condominio di  villette a schiera come ce n’è tante dappertutto, aveva creato un sistema familiare all’interno del quale i legami venivano resi indissolubili attraverso il terrore e la delirante violenza inferta sui corpi e sulle anime delle povere fanciulle.

Lasciava aperta la porta di tanto in tanto, quando usciva a fare la passeggiatina con la finta nipotina che invece era figlia dello stupro inferto ad una delle quattro ragazzine, la  più piccola. L’impossibile bravo nonno di quell’unica bambina lasciata in vita, a differenza  degli aborti procurati negli anni  a suon di calci e pugni, andava a prendere il gelato, mettendo  alla prova le giovani pluri traumatizzate  che, pur con la porta lasciata aperta, non erano in grado di oltrepassare quella linea che le separava dal mondo dei non segregati, dei non violentati, dei non massacrati di botte. E per il pazzo era l’apoteosi del suo delirio di onnipotenza oppure la prova che loro amavano stare in quel legame tra loro e con lui.

Chissà cosa è capitato a quest’uomo nella sua infanzia. Di sicuro qualcosa di diversamente folle deve essere accaduto, ma questo non lo legittima: per ognuno che vi capiti, per qualsiasi cosa che ci venga inferto c’è la possibilità di elevarsi dal dolore e dalle ingiustizie subite, identificandosi con la sofferenza e il desiderio di liberazione della vittima non con la rabbia omicidale del carnefice che provvisoriamente può occupare, invadendola,  anche la nostra carne e la nostra mente..

Quel giorno in cui delle 4 segregate, la più grande, la ragazza di 20  ha avuto il coraggio di attraversare la soglia – disposta per questo a morire – alla televisione aveva visto documentata la manifestazione organizzata dai suoi genitori in sua memoria. Essi ancora l’amavano e la tenevano presente e pulsante  nelle loro vite. Dopo 10 anni non si erano rassegnati, non l’avevano dimenticata e lei ha trovato la forza, pur di uscire da quell’inferno e vivere un’altra vita, di essere pronta a morire.

Queste fanciulle sono le nuove martiri, capaci di vivere nell’inferno senza aver commesso peccati, per questo rese vergini e immortali in nome di una speranza che non deve morire. Mai!

Nella storia dell’umanità, la storia dei grandi cambiamenti non avviene in maniera lineare e, ancor più  della filosofia, della storia dell’arte e della ricerca storica che non sono a disposizione dei più, a saper guardare bene però è la natura che grande maestra ce lo insegna: ce lo indica lungo archi temporali lunghissimi, per esempio con i sommovimenti tellurici, con gli incendi spontanei, le eruzioni vulcaniche, le esondazioni e quant’altro.  Poi, è sempre la natura che ci racconta: ci sono sorgenti che trasportano fin dall’origine materia che viene dal profondo e che viene considerata sacra, poi però si nasconde, si inabissa, ma ritorna in superficie, poi qualcuno ne fa uso per metri, per chilometri, per secoli, poi inspiegabilmente per altri decenni, secoli, scompare, ma si è soltanto nascosta alla vista dei contemporanei, ma non tutti. Infatti alcuni nel corso della storia hanno il potere di vedere l’invisibile, altri di catturare e suonare sinfonie che quasi nessuno ode e e poi altri vanno cercandole perché inspiegabilmente le odono, sinfonie e sonate alla luna che da lassù  ci illumina con la sua luce fredda e tiepida, altre volte, gialla e surreale, la luna illumina anche i boschi, i monti, le spiagge, i ruderi,  i portici delle case, le stalle, lasciando danzare sulla terra, tra noi, i fantasmi che nell’ombra tentano di riportarci alla sacra Matrix.

Dunque, oltre i casi più estremi, dove tutto diviene macroscopico ma non per questo estraneo alle realtà più largamente diffuse, lo Stato e le varie agenzie educative, certamente insieme, perchè le donne da sole non ce la possono fare, dobbiamo occuparci seriamente di creare le nuove leggi che ci aiutino nell’impegno comune e trasversale per travalicare la barbarie, soprattutto contro le donne e i bambini che ancora dimora in una grande parte del maschile contemporaneo deviato.  Occorre creare un’alta marea che duri decenni, secoli, forse di più per educare contro l’analfabetismo relazionale tra uomini e donne.

Intanto,il Papa Francesco che ama da pazzi i poveri, in questi giorni in cui imperterriti continuano,  a danno delle donne, oltre i maltrattamenti, i femminicidi, i suicidi e i suicidi simulati, imposti alle donne da  assassini oltremodo vigliacchi e criminali,  negli stessi giorni, il Papa,  nelle sue preghiere ed esortazioni pubbliche, sta invocando per lo Stato Italiano, di più, per tutta  l’Europa (così ho letto in un manifesto esposto in una chiesa del nord della Sardegna) una legge per tutelare l’embrione che dimora negli uteri delle donne che non vogliono figliare. La santa crociata non si è mai fermata, nascosta e a tratti vistosissima, è ancora violenza sulle donne, sull’immaginario di tutti uomini e donne ma soprattutto sui sentimenti e sui corpi delle donne che quando decidono di interrompere una gravidanza hanno sempre un sacco di motivi. Anche gravi, anche molto gravi.  Ci risiamo, si insiste, non si demorde, ci provano e ci riprovano, il corpo delle donne è un territorio vivente che non si vuole lasciare al nostro libero arbitrio. Non ci si interessa dei motivi che ci possono indurre all’interruzione di una gravidanza: spesso si tratta anche lì di stupri reali o simbolici, si tratta di maltrattamenti, povertà, oppure bisogno di salvarsi da una situazione opprimente e diversamente senza speranza.

Le donne, per molti motivi, anche se con dolore, in certe situazioni, non vogliono che il loro embrione si trasformi in un altro essere umano da mettere al mondo. E il mondo deve tenerne conto.

Redazione

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