Manuela Fraire – Il lungo viaggio di Medea fino a noi

Manuela Fraire – Il lungo viaggio di Medea fino a noi

Mi sono chiesta fino a pochi giorni fa a cosa mi sarebbe servito l’incontro con questa donna feroce. L’epilogo  continua a suscitare in me un senso di estraneità, come se l’atrocità della tragedia mi imponesse di mantenere una distanza di sicurezza.
“Ha ragione Christa Wolf, mi sono detta, non resta che riscrivere la tragedia inventando un epilogo che lascia  pulite le mani di Medea.
L’unica volta che Freud menziona Medea è nel  caso Dora – il più famoso dei casi d’isteria della storia della psicoanalisi.
 “Medea era ben soddisfatta che Creusa attirasse a sé i due bambini  (i figli suoi e di Giasone cioè) ed ella certo non faceva nulla per disturbare la relazione del padre di quei bambini con la ragazza.”(Freud: Opere 4 , p. 351)
E’ proprio nel caso Dora che Freud comprese, troppo tardi, che la sua giovane paziente era attratta dalla moglie dell’uomo che aveva tentato di sedurla molto più che da lui. Dora su questa opacità di Freud interrompe infatti l’analisi. L’inconscio di Freud anticipa forse il messaggio mai decifrato del mito:  l’attrazione o meglio il bisogno  della benevolenza che Creusa sente per Medea. Come spiegare altrimenti l’ingenuità con cui Creusa accetta il dono esiziale di  Medea?
Di Creusa la tradizione trasmette volti diversi anche se il più popolare resta quello  di una giovane donna “vittima” del potere magico di Medea che le invierà la veste nuziale destinata a bruciarla viva.  E’ singolare che nelle molte riscritture del mito il rapporto che intercorre tra Creusa e Medea è visto tutto e solo nell’ottica della rivalità attorno alla figura di Giasone. Medea incarna nel mito l’altra, l’alterità, la pulsionalità ingovernabile. In questo senso l’isolamento nel quale vive Medea a Corinto è quello riservato e destinato dalla “civiltà” all’eccesso sempre radicato nella sessualità umana.  Quando incontra Giasone è una sacerdotessa sacra ad Ecate signora di  un mondo femminile chiuso e terrifico, vergine intoccabile e maga sapiente.
Il mito di Medea  ha avuto nella nostra cultura una funzione non paragonabile a quella del mito di Edipo poiché non vi è nell’epilogo né il pentimento né la morte e dunque il mito manca la sua funzione catartica. E’ un fatto che la versione del mito data da Euripide è passata quasi indenne attraverso i secoli sicchè dobbiamo fare l’ipotesi che in questa sua veste abbia attirato e continui ad attirare  la mente umana.
 La continua messa in scena del mito testimonia  che c’è in esso un contenuto enigmatico che attende una decifrazione. Ma come sappiamo ogni decifrazione lascia dietro di sé un resto- indecifrato- che appartiene al futuro e non al presente.
Cosa  dice oggi il mito di Medea ad una donna? Sicuramente resta il mito che rappresenta il delitto più orribile: l’uccisione del proprio figlio.
Lo scandalo che il mito di Medea non smette di suscitare non sta nell’impazzimento di Medea per il tradimento di Giasone, altrimenti la stessa sorte sarebbe dovuta toccare ad altre figure femminili prima tra tutte Fedra  che manda a morte il figliastro ma per mano del padre: questo sì che fa la differenza. La passione femminile diventa orrifica quando si associa al potere di vita e di morte e non quando prende la strada della vendetta. Perché Medea non ha allevato i figli di Giasone nell’odio del padre? Perché non ne ha fatto i suoi vendicatori?
La mano della madre che uccide il figlio appartiene allo stesso corpo che di quel figlio  è stata la prima dimora. Il patto che una donna stabilisce con il proprio corpo procreatore non è lo stesso che stabilisce un uomo poiché egli non possiede un corpo  che è ad un tempo contenitore e matrice dell’altro. Ma qual è la condizione perché il potere generativo femminile non sia messo al servizio della pulsione di morte?
Il mito di Medea indica bene di quale isolamento Medea prima gode onnipotentemente e poi soffre orribilmente: Medea non ha nel suo intorno una donna che si incarichi di fare da tramite tra lei e il mondo dell’uomo.
I casi di infanticidio che sono sui giornali mettono in rilievo sempre l’isolamento delle madri che finiranno per uccidere i figli. Ma non è il padre che manca a queste donne, non in quella fase della vita del bambino in cui la madre gli fa da specchio. Lacan ha mostrato l’importanza che l’esperienza del rispecchiamento ha nello sviluppo dell’Io. Lo specchio di Lacan riflette insieme madre e figlio, è cioè la loro immagine combinata che permette al piccolo di ri-conoscersi.Ma quell’esperienza è resa possibile solo se è già esistita nella vita della madre bambina, una bambina riconosciuta dalla propria madre.
Medea pronuncia parole terribili:
”Maledetti figli di una madre detestabile, possiate crepare voi e vostro padre, e che questa casa precipiti in rovina.” (Euripide)
 nelle quali oggi è possibile rintracciare il fallimento del processo di rispecchiamento con la propria madre. Quella detestabile è sempre innanzitutto la propria madre poiché è a lei che è rivolta la prima domanda ed è nel rapporto con lei che viene a mancare la risposta.
La tradizione mitologica assegna a Medea  come madre – tra le altre- la stessa Ecate\Persefone di cui diviene sacerdotessa e cioè un rapporto con una madre che mantiene sui figli potere di vita e di morte?
Medea infatti non viene allevata per il focolare domestico ma per restare la sacerdotessa di Ecate , dea tremenda e crudele, antichissima. Dea dei parti e degli aborti, dei legami ancestrali di sangue, dei filtri che rendono fecondi e possono però anche dare la morte. Ecate nella mitologia è paragonabile ai buchi neri che si trovano nell’universo: concentrazioni di energia, pieni assoluti, attrattori di ogni corpo che si avvicini loro.
Non c’è dialogo ma sottomissione nel rapporto con  una madre simile e così la lingua di Medea più che  un  “dire”  è un “maledire”: serve a slegare e non a fare relazione.
Il mito di Medea continua a nutrire  la componente misogina della nostra cultura . Molti uomini in fondo la pensano ancora come Giasone <. tutte le donne sono eccessive per natura “… pensate che se funziona il letto funziona tutto (…). Ma se la faccenda va storta ciò che era ottimo…diventa abominevole. Bisognerebbe proprio fabbricarli in un altro modo i figli e che la razza delle donne non esistesse; gli uomini così non avrebbero più guai” ( Euripide) Sessualità ed eccesso vanno dunque insieme, ambedue pericolosi e ingovernabili.
Una riscrittura femminile di Medea se non serve ad assolvere né a temperare l’atrocità del mito essa non tuttavia può non risentire della rivoluzione simbolica compiuta dalle donne negli utimi 40 anni.
“ Volevo scrivere una Medea- scrive Maria Inversi, drammaturga- che fosse il frutto della mia maturità di donna prima ancora che di artista.(…) a  Nutrice, trait d’union del tutto, delle differenze… ho affidato la capacità di far agire l’amore che divenendo intermediario e capace d’accoglienza, ha il potere di sedare, capire, ricomporre e sottrarre al caos dei sentimenti.”
Oggi una donna ha un ascolto e uno sguardo modificati dalle relazione con altre donne che le permette di  utilizzare chiavi inedite per leggere un mito come Medea: una donna  a cui non resta che la via della distruttività per compensare la ferita tremenda inferta all’amore di sé che resta  inelaborata,     e quindi agita  poiché è di lei e non con lei che parlano le donne che la circondano.
“…le femmes ont aujourd’hui des objectifs positifs en ce qui le concerne elle- memes et non pas seulement des objectifs negatifs de lutte contre la domination masculine.” ( Alain Touraine, 95)
Redazione

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