W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

ORA E POI DI NUOVO
 
Un ago o un piccolo uncino di metallo, vecchi fili da ricamo. Un nodo, dentro-giro-fuori, polso e dita perfettamente sincronizzati in un gesto sapiente. E nel frattempo un paio di commenti sottovoce, una risata, un colpetto di tosse. Un’azione ripetitiva, ora e ancora e poi di nuovo. Un risultato strano e imprevisto. «In una galleria d’arte di Verona, Esposta, che era stata aperta da due amiche di Diotima, era stato organizzato tempo fa un seminario per lavorare creativamente per fare centrini: si trattava di usare stoffe stampate per individuarvi un possibile disegno diverso da quello suggerito dalla stoffa stessa, costruirci sopra una storia, metterci un’invenzione propria. Mia madre era una bravissima ricamatrice; così non ho mai potuto imparare bene a ricamare, perché il confronto con lei era annichilente per me. Sono andata al seminario organizzato da Esposta, con la scatola dei fili da ricamo ereditata da mia madre, e ho ricamato un centrino con una strampalata Pippi Calzelunghe, che tiene in mano un guinzaglio con un animale non ben identificato e uno strano aquilone (o uno scudo, non so bene…)».
La vita quotidiana, si sa, è consuetudine monotona, azione automatica, economia di concetto, tregua per l’intelligenza. O forse no, suggerisce Wanda Tommasi nel suo libro Oggi è un altro giorno. Pagine di pensiero rigoroso, d’accordo, ma animate da episodi significativi, annotazioni ordinate e poi intuizioni improvvise. Un libro di filosofia che asseconda le cadenze del giorno e della notte, e che proprio per questo si legge con gran disinvoltura, godibile come due chiacchiere con l’autrice davanti a una tazza di the.
Con intonazione spesso più narrativa che smaccatamente sistematica, Tommasi compone una filosofia della quotidianità prendendo in prestito brani esemplari di Marguerite Duras, Virginia Woolf, Carla Lonzi, Sylvia Plath. E poi ancora Franz Kafka e Luigi Meneghello. Certo, non trascura di affinare gli strumenti teorici analizzando, puntuale e all’occorrenza critica, le concezioni del quotidiano rintracciate in Aristotele e Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Simone Weil e Maria Zambrano. Ma preferisce affidarsi alla letteratura più che al saggio filosofico.
Per delineare i tratti di una filosofia della via di ogni giorno, chiarisce innanzitutto Wanda Tommasi, occorre «conferire legittimità al pensiero che deriva dall’esperienza, quella che facciamo giorno per giorno. E comporta di porsi al di qua di qualsiasi specialismo, eppure anche nel luogo in cui gli specialismi ricadono, nella misura in cui vengono incorporati nella prassi quotidiana». Nel bel mezzo, ma soprattutto al di qua ossia prima, scrive: si tratta di un sapere presupposto, anteriore, radice forte e nerboruta di qualunque altra cognizione e competenza. Un sapere felicemente vincolato alla sostanza corporea: «per un cambiamento simbolico che, a differenza della concezione patriarcale, non faccia dicotomie fra alto e basso, spirito e materia, anima e corpo, occorre mettere al centro la vita, nella sua materialità e spiritualità insieme. Occorre mettere al centro i bisogni – di cibo, di aria, di amore -, bisogni che tutti abbiamo. Niente può avere senso – né arte , né filosofia, né politica – se il semplice fatto di essere vivi non ne ha».
E per non tradirne la materia e il significato, l’autrice analizza il sapere dell’esperienza quotidiana inserendo qualche dettaglio delle sue giornate, a casa con la penna e il quaderno o all’università con le colleghe. Di fatto «si può benissimo cucinare una minestra e intanto mettersi a scrivere. Anzi, il fatto che una donna sia legata a pratiche quotidiane può aiutarla a dare al suo pensiero una concretezza e un radicamento di cui molti pensatori, per quanto affascinanti nella purezza della loro astrazione, non sono capaci». Sì perché genio creativo e attitudine alla riflessione, specialità dell’intelletto maschile, volteggerebbero fuori dell’angusta vita quotidiana, votata esclusivamente alla riproduzione e alla cura, alla fatica del corpo che è faccenda da donne. Accudire, allevare, sfamare: noiose azioni sempre uguali a se stesse, funzionali ma dell’ordine della contingenza e dell’opinione, del dubbio, dell’opacità. Niente di plausibile nell’azione pratica, senz’altro niente da spartire con la scienza smagliante e universale, svincolata dalla necessità: per evitare confusione, allora, è prudente tenere separati corpo e spirito.
Funziona per davvero? Certo che no.
Per necessità e per amore, invece, la sapienza quotidiana tiene tutto insieme. In effetti, la reiterazione dei gesti da effettuare giorno dopo giorno per accudire la vita ci fa patire peso e fragilità dell’esistenza, confermando che siamo implicati in un ritmo biologico che si perpetua sempre uguale a se stesso. Beh, tutto sommato una certa uniformità è rassicurante, eppure abbiamo bisogno di colpi di scena, accadimenti piccoli e fortuiti. Dal momento che «l’esperienza è mia», puntualizza risoluta Wanda Tommasi, non possiamo fare a meno di mettere in discussione doveri e regole, rimuginare, escogitare: un’azione abituale non è mai ripetizione schietta perché variazioni minime inaugurano prospettive nuove e grandi, «un varco per la libertà». Pertanto «anche il gesto ripetitivo di cucinare una zuppa», sminuzza-sciogli-mescola-cuoci-aspetta, «acquista una sorta di sacralità. Un rito, una cerimonia nel silenzio della casa, in uno stato di abbandono meditativo». Come, in un rituale, la ripetizione di determinati atti non produce mai il medesimo effetto ma apre a un’ulteriorità, allo stesso modo ogni giorno ricominciamo da capo, ora e poi di nuovo, ma con un sottile «ritocco sapiente», un’azzeccata rifinitura simbolica. L’invenzione irrompe nella monotonia, il fatto ordinario è un avvenimento incredibile. Ecco perché «la spiritualità dell’esistenza è custodita dai gesti materiali di cura della vita e non è separabile da essi».
La casa è luogo primissimo del quotidiano, solido punto di partenza. Incombenze del corpo, sollievo del pensiero, custodia del sentimento. Tanto più che «il rapporto di una donna con la casa rimanda al rapporto con la propria madre. La madre ci ha trasmesso, attraverso i gesti quotidiani di cura, un certo atteggiamento nei confronti dell’esistenza, se è stata sopraffatta dal peso del quotidiano o lo ha affrontato con slancio». Per far fronte ai compiti di ogni giorno, nel bene e nel male, facciamo riferimento alla disposizione, al metodo e alle azioni di nostra madre. Il salotto delle preziose, una stanza tutta per sé, un bilocale o un villino sistematicamente connesso al World Wide Web: la casa, spazio riempito di atteggiamenti e traiettorie, si trova «nel centro della vita quotidiana e la madre è nel centro fisico e simbolico della casa».
Anch’io, che scrivo queste pagine, sono a casa. E mentre batto svelta la tastiera, tengo un occhio puntato sul mio primogenito che termina i compiti e un orecchio alla finestra, aspettando che il pulmino della scuola mi recapiti il piccoletto. E una fiacca lavatrice risciacqua in sottofondo. Ora e poi di nuovo domani.
La casa e, fuori, la strada e la città.
Per le donne, tante, che hanno pronunciato il doppio o il triplo sì, anche il lavoro è luogo del quotidiano, necessità e opportunità preziosa insieme. Donne che assumono un piglio manageriale per farsi strada e donne che mettono in gioco competenze relazionali squisitamente femminili come strumenti del mestiere. «Le donne devono fare di se stesse, della propria soggettività e delle proprie relazioni la misura regolativa del rapporto con il lavoro» e «prendere parola a partire da sé, mettendo in gioco la propria esperienza singolare nella sua irripetibilità». Così il lavoro diviene condizione di libertà e di senso. Wanda Tommasi racconta anche qualche dettaglio delle sue giornate: «tendo a fare del mio luogo di lavoro all’università il posto più simile possibile alla mia casa, sia con la presenza di una pianta che lo renda vivo e con la disponibilità dei generi di conforto come il the e un liquore, bene indispensabile nei momenti di sconforto, sia con la qualità delle relazioni». In pratica, «mi porto a casa il lavoro, ma trasporto la mia casa nell’università, nelle relazioni con colleghe e i colleghi, che spesso sono anche degli amici». Nell’ambiente di lavoro le relazioni forniscono una misura vivente per arginare la profusione di burocrazia e direttive, sciolgono obblighi che costringono alla riproduzione delle sole modalità previste. Le relazioni alleggeriscono, accomodano, sbrogliano, trasformano l’esperienza lavorativa quotidiana producendo mutamenti inaspettati. E se il presente è instabile e il futuro una minaccia, se la nostra condotta viene costantemente sorvegliata, se l’invasione di specialismi immiserisce il buon vecchio sapere comune per rimpiazzarlo con la figura dell’esperto, secondo l’autrice conviene «puntare sulle relazioni dirette, faccia a faccia». Una passeggiata con un’amica anziché una seduta dal terapeuta, dunque.
E intanto scorre il tempo, perentorio e scandito dai rintocchi delle campane. Oppure il tempo simultaneo della comunicazione telematica, o il tempo nevrotico del tragitto casa e lavoro, o quello appagante di un incontro, o quello barboso di una riunione, o il tempo solitario dei luoghi affollati e della fantasticheria, o il tempo scintillante del momento opportuno. Un’occasione imperdibile per riattivare i fili giusti della memoria, l’apertura lieta alla circostanza tutta presente: vale a dire la contingenza, quella di cui il pensiero filosofico ha tentato disperatamente di sbarazzarsi, e che la sapienza quotidiana coglie sempre al volo.
Giorno dopo giorno apparecchiamo la tavola, posate a destra e piatti e bicchieri, e simbolicamente anche noi stessi, tra conformismo e intime obiezioni, interpretazioni imposte e dissimulazioni ironiche. Fino a quando con fatica e sorpresa urtiamo contro «uno strato di roccia su cui la vanga si piega», dove finzione e convenzione si interrompono, dove sta la vita, ora e poi di nuovo. E dal momento che oggi è un altro giorno, scrupolosamente pianificato ma qualche volta avvincente, perché fatto di materia e cadenza più e meno regolare, intelligenza e volo del pensiero, consistenza e sogno, «è necessario trovare almeno un filo che attraversi diagonalmente le diverse aree e che congiunga i singoli vissuti, puntuali e irrelati, in un disegno che illumini e faccia senso», conclude Wanda Tommasi. Un vecchio filo da ricamo per cucire una Pippi Calzelunghe con un animale al guinzaglio e un aquilone, per esempio.
Recensione di Chiara Turozzi