Comitato Donne TerreMutate – L’Aquila, tre anni tra insistere e resistere

pubblicato su Leggendaria n.94, luglio 2012
«Era nella possibilità degli abitanti dell’Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe più il mucchio di macerie transennate che continua a crescere».
Così scrive Luisa Muraro nel suo ultimo libro Dio è violent (p. 36). Abbiamo letto tutte insieme la frase di Luisa Muraro ed essa ha suscitato reazioni – in ognuna di noi – diverse. C’è stata anche chi ha detto, come Nicoletta:
«È vero! Abbiamo reagito in pochi, la maggior parte della città ha accettato quello che veniva proposto, Anzi, dopo il terremoto, sembra essersi accentuata la divisione fra chi si è impegnato ancora di più di prima; e chi ha voltato definitivamente la testa da un’altra parte».
Loretta ci vuole riflettere meglio:
«Quando ho letto il libro della Muraro ho pensato che i cittadini aquilani non hanno fatto tutto quello che dovevano. Non dovevamo far costruire le case del progetto C.A.S.E. Oggi, vedendo come stiamo, è indubbio che quello sia stato un errore. Cosa avremmo dovuto fare? andare nei cantieri e impedire che costruissero, ma era davvero possibile? Siamo dovuti andare dappertutto per impedire che venissero smantellati gli uffici e spostati altrove, che la città venisse svuotata. È utile raccontare tutto questo, aldilà di quel che ha scritto lei. Le donne possono dire quel che è successo a L’Aquila».
Torniamo a quei giorni. 
«È facile parlare soltanto e parlare adesso – dice Simona, che pure non vorrebbe rispondere “a nessuno, abbiamo comunicato così tanto in questi anni!”- Parlare ora, in un tempo mutato a livello politico, forse non così profondamente, ma comunque mutato. E siccome il nostro è un paese privo di memoria, si fa presto oggi, dopo tre anni da un evento di proporzioni inimmaginabili, ad affermare e stabilire come si dovesse fare, quali potessero e dovessero essere le reazioni giuste delle aquilane e degli aquilani. Abbiamo voluto, in questi anni, guardare agli eventi di altri luoghi di conflitto, per ascoltare quel che è accaduto a Vicenza, a Viareggio, nella Val di Susa, a Giampilieri in Sicilia dopo l’alluvione. Le abbiamo volute conoscere queste esperienze, e le abbiamo volute  condividere per farle diventare parte e risorsa delle nostre modalità di resistenza in un territorio in altro modo ferito. Pur consapevoli che queste esperienze, fra cui la nostra, non erano generali, o condivise in tutta l’Italia. Altrimenti, avremmo preso la posizione di chi vede sempre e solo quello che non c’è, quello che manca. Dare valore alla resistenza che c’è stata a L’Aquila, seppur parziale, significa creare un legame importante con quelle altre realtà; e non assimilare tutta la città de L’Aquila all’Italia passiva e acquiescente che ha votato, accolto e riconosciuto come capo carismatico mister B. per quasi vent’anni».
«Non ci dimentichiamo che il terremoto aquilano arriva nel momento di massimo potere di B., con la Protezione civile di Bertolaso in procinto di diventare una S.p.A. dedita solo agli affari» – osserva Luciana, convinta che il libello di Muraro possa essere occasione per rimettere a fuoco l’esperienza aquilana, peraltro ampiamente narrata dalle donne de L’Aquila in questi anni: «E la popolazione subito dispersa, quasi deportata, approfittando dei primissimi giorni di smarrimento dopo il trauma e di persistente panico per il succedersi delle scosse».
«Il dolore e la ferita erano tanto profonde che in quel momento se fossero arrivati i marziani sarebbero stati accolti. Io sono tornata presto, dopo quaranta giorni, ma tornata dove? a Tornimparte, paesino a venti chilometri da l’Aquila, dove vivo tuttora. L’Aquila non è responsabilità delle aquilane/i. L’Aquila è degli abruzzesi, degli italiani che hanno accettato la violenza militare inflitta agli aquilani. Non siamo noi responsabili di quanto è accaduto!»
è l’appassionata invettiva di Serenella.
Ci diciamo pure, fra noi, che a L’Aquila c’è stato chi, per riflesso conservatore, per abitudine alla passività e a forme di assistenzialismo, ha accettato come sono andati i fatti. Che non ha contestato la visione che gli veniva rimandata di “popolo imbelle”. Che ha accolto come un dono le “casette” di B&B. E non ci ha visto le trappole. Ma a L’Aquila tante altre e tanti altri hanno esercitato, contro il “potere di ordinanza”, la militarizzazione della città e l’esproprio del territorio, una violenza giusta? Preferiamo chiamarla una legittima ribellione. Nelle tendopoli, violando i divieti non scritti e arbitrari che ne impedivano l’accesso a chi non ci abitasse. Nella zona rossa, abbattendo le transenne e occupando le vie e le piazze abbandonate. Portando ogni domenica, per mesi, nel centro storico chiuso le carriole per rimuovere macerie e riprendersi la città: le carriole venivano sequestrate, le persone identificate e denunciate in continuazione. Nonostante la durezza dello scontro, Filomena lo ricorda così: «Un periodo di entusiasmo straordinario».
A Collemaggio, gli spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico sono stati occupati dal “Comitato 3e32”, che ha realizzato CaseMatte, da tre anni luogo di incontri, iniziative musica e socialità. Luogo su cui si concentrano interessi immobiliari di pura speculazione. Lo stesso in seguito all’Asilo Occupato, in centro storico, struttura di proprietà comunale. Ventimila persone hanno bloccato per ore l’autostrada nel giugno del 2010. Quasi diecimila hanno manifestato a Roma il 7 luglio dello stesso anno. 
«Quel giorno – dice Simona – abbiamo avvertito una grande solitudine, ben volentieri avremmo accolto persone da altre città, che con la loro presenza ci restituissero il senso di una battaglia condivisa contro la militarizzazione della città e l’abbandono agli sciacalli. Diventando così una battaglia di tutto il paese contro ciò che può accadere ovunque, quando a una disgrazia naturale si sommano interessi criminali. Noi abbiamo sempre pensato che L’Aquila fosse un laboratorio, e un esperimento di controllo sociale e di espansione economica per le lobby affaristiche. Purtroppo continua a esserlo».
«Sono tre anni che raccontiamo quello che viviamo. Le proteste le abbiamo fatte, e tante. È stato molto faticoso farle. Poi qualcuno ci ha rimproverato di essere lamentosi. Sgarbi, per esempio, ha dichiarato di recente: “L’Emilia reagirà, non come l’Abruzzo che si piange ancora addosso”. Il confronto con gli emiliani lo sento imbarazzante e umiliante. La ricostruzione deve essere in capo allo Stato, altrimenti che ci sta a fare!»
Lina mette il dito nella piaga. A tre anni e più dal terremoto, L’Aquila non solo viene citata ad esempio di una incapacità di violenza giusta, ma messa a confronto (impietoso) con l’operosa Emilia. E invece l’esperienza aquilana potrebbe essere già stata utile in più di un caso. Racconta Orietta:
«Mi ha molto colpito una notizia da Trento,  dove era in corso il Festival dell’economia. Quest’anno hanno invitato esponenti del governo, perché sono “tecnici”; ma quando hanno saputo che per lo sbarco dei politici la città sarebbe stata militarizzata, il direttore del Festival ha detto: No grazie. Errani, governatore dell’Emilia, ha detto chiaro e tondo “No ai commissari”. Allora a qualcosa è servito l’esperimento che noi abbiamo subito».
Da Mirandola, Raffaella ce lo conferma: 
«Sono di Mirandola e sono una donna terremotata. Sono fra le fortunate che non hanno perso persone, casa, lavoro… Ieri parlavo con una amica e mentre guardavamo i nostri figli giocare ci siamo chieste “come sarà la nostra vita adesso?” Ci chiedevamo … “chissà cosa hanno fatto le donne dell’Aquila? Come sono andate avanti?” per questo vi scrivo, perché a noi sta passando (un po’) la paura del terremoto ma sta venendo la grande paura del futuro… Noi stiamo qui. Lavoriamo. E vogliamo andare avanti. Come facciamo? Se avete un secondo di tempo…Vi diciamo già grazie… e vi diciamo anche scusa per non avervi aiutato abbastanza nel 2009…».
Concludiamo rinnovando il nostro invito. «Venite a vedere L’Aquila com’è»: per capire l’entità e la qualità di ciò che quotidianamente viviamo. E l’intensità della forza che esprimiamo per il solo fatto di continuare a “resistere e insistere” (vedi anche http://www.corriere.it/27esimaora/Laquila/index.shtml ). Sono venute centinaia donne di tutt’Italia il 7 e l’8 maggio del 2011, in due giornate straordinarie in cui si è camminato, guardato, discusso, condiviso; e scambiato il piacere di stare insieme, di vivere riti, stanze di lavoro, spettacoli (http://www.laquiladonne.com/fotogallery/).  Giornate in cui quella solitudine del luglio 2010 è stata spazzata via. Come pure si aprono spazi di respiro, di vita, ogni volta che andiamo in una città italiana per quella “staffetta”, nata dalle giornate del maggio (già diciotto staffette: le ultima, a Senigallia e a Macerata il 20 e il 21 aprile; e, dall’8 al 10 giugno, a Bolzano e a Merano). E andremo a Mirandola.
Donne di tutta Italia condividono, infatti, con noi il progetto della Casa delle Donne. Lo sentono come cosa propria, ce l’hanno detto in tante. Una Casa nel centro storico distrutto – o nelle sue vicinanze – per tornare ad abitare un luogo di pratica femminista, allargando il cerchio alle donne Terre-mutate di tutta Italia.
Redazione

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