Cristina Bianchetti, Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale, Donzelli, Roma 2016

Recensione di Federica Castelli

Corpi, spazi, relazioni: elementi che permettono di leggere una città, di viverla, e di comprenderla. Sono anche gli elementi che permettono di progettarla in un modo diverso, non astratto; un modo che va oltre le opposizioni dicotomiche, capace di far fronte ai mutamenti radicali del contemporaneo e alle trasformazioni urbane legate all’intervento neoliberista sulle città.
Spazi che contano, di Cristina Bianchetti è un libro fittissimo e denso, e al contempo pieno di aperture verso nuove piste d’indagine; un libro fatto di percorsi che si intrecciano e si distanziano.
La sua proposta si avvia con l’analisi dedicata alle nuove riduzioni funzionaliste in cui rischiano di rimanere intrappolate le visioni e gli approcci contemporanei alla città. Distante dal nuovo realismo degli anni Ottanta – che cercava di restituire materialità al progetto, contro le visioni dell’urbano tutte immaginifiche o meramente burocratiche – oggi il progetto, commenta Bianchetti, rischia di rimanere preso nelle maglie di un nuovo funzionalismo riduzionista. La riduzione funzionalista guarda alla città in modo disincarnato, e pensa i comportamenti che vi prendono vita come ridisegnabili a partire da un potere impersonale; ha fiducia nei sistemi gerarchizzati, organizzati e strutturati; affida il potere ai tecnici, che incarnano il potere impersonale della legge e del mercato, un potere che prende i soggetti dall’esterno, li sovrasta. Una visione che si intreccia con l’abbandono dell’idea di sfera pubblica e società civile, in nome dell’utopia del potere impersonale del mercato.
Questo approccio segna un prepotente ritorno della statistica, dei dati, della misurazione, mobilitate dalla ragione neoliberista. La ricaduta sullo spazio urbano è violenta ed evidente: uno spazio generato dall’infittirsi di indicatori, norme, standard, che finiscono per ridefinire gli spazi e i comportamenti. La città è plasmata a partire da una serie di regole selezionate da esperti; regole che non vengono dalla società, non sono costrutti sociali, bensì prescrizioni eteronome, esportabili, e che si pretendono neutre. L’onnipotenza degli indici, sul piano materiale, esperienziale e politico, è palpabile: registriamo nelle nostre vite un moltiplicarsi incessante di prescrizioni e divieti, sia a livello individuale che collettivo. Il neoliberismo incide infatti non solo nella composizione dell’economia ma anche sul piano delle vite intime, delle passioni, degli interessi e dei modi di abitare. Il progetto urbano fa fronte a questo cambiamento appiattendo i soggetti e i territori, considerandoli replicabili, codificabili, assoggettabili a norme. Il processo di de-urbanizzazione e desertificazione degli spazi si accompagna così a una de-soggettivizzazione, un riduzionismo applicato agli individui, resi simili alle figurine dei progetti urbani.
La riduzione funzionalista, come ogni astrazione, non riesce a cogliere alcune dinamiche fondamentali delle materialità incarnate. Non riesce, infatti, a rendere conto del progressivo e inesorabile sovrapporsi delle sue dicotomie fondamentali: familiare/estraneo, individuale/collettivo, domestico/esotico, privato/pubblico; inoltre, non è capace di guardare ai corpi come ad operatori di relazioni complesse con lo spazio. L’attenzione al corpo non inserisce solo carne e materia nel progetto, ma rappresenta anche un modo per pensare la socievolezza, l’aggregazione, le relazioni tra i soggetti. Infine, il funzionalismo contemporaneo non sa misurarsi con le attuali forme molecolari e sconnesse della sovranità e del conflitto, dove il conflitto si fa orizzontale, si muove da un luogo all’altro e, a differenza dei conflitti agiti dalle generazioni precedenti, non si muove secondo opposizioni antagonistiche, ma pone l’entre nous come forma di relazione conflittuale, e la sovranità si disfa in tante micro-sovranità diverse, che convivono e si intrecciano con la dimensione macro delle dinamiche globali economiche e politiche.
Un progetto che non sa tenere conto di questi elementi è vano, inutile, puramente ideologico.
Il volume ruota attorno a questa opposizione, tra l’astrazione del progetto contemporaneo e l’esperienza corporea e relazionale dei soggetti che attraversano la città. Un’opposizione che si fa più stridente alla luce delle crisi (economiche, politiche, sociali) degli ultimi anni. Le crisi producono infatti territori friabili, eterogenei, non ordinabili, imprevedibili nei desideri e rivendicazioni.
Al cuore dell’analisi di Bianchetti, troviamo soggetti – “soggettività incarnate” diremmo noi – relazioni e pratiche. Temi che ci sono molto a cuore. Questo spostamento di piano permette di rovesciare la riduzione funzionalista, e dona centralità alla condivisione e alle nuove esperienze di condivisione urbana.
Tradizionalmente considerata come caratteristica delle società arretrate – laddove l’individualismo disporrebbe un’evoluzione, poiché il singolo non è più portato ad allinearsi su scopi condivisi e credenze comuni – la condivisione, sostiene Bianchetti, riscrive oggi il rapporto tra sociale e pubblico (p. 34), producendo nuovi urbanesimi. La condivisione mette in scena la provocazione di una nuova urbanità, concepita fuori dalla polis (p. 39), teatralizzando le costrizioni e i formalismi della città degli individui. Produce un ribaltamento dei valori del mercato e dell’individualismo e un ribaltamento dell’esperienza della città del neoliberismo. Autorganizzazione versus tecnocrazia neoliberista. Per questo, la condivisione ha un carattere politico anche quando non rivendica il piano della politica e si dichiara estranea alle istituzioni e, a volte, alla società.
I luoghi della condivisione sono luoghi di micro-sovranità opposte alla sovranità sovranazionale e globale del mercato. La loro importanza non va letta secondo i criteri di durata, frequenza, entità, ma alla luce della loro capacità di ribaltare i valori e le gerarchie della città moderna. (p. 33) Si tratta di spazi densi di valori e di relazioni, veri e propri “spazi che contano” e che si scagliano contro le logiche elitarie, esclusive ed escludenti, contro le gated communities, le gerarchie oppositive tra centro e periferia, tra città compatta e sprawl, tra luoghi di degrado e di conservazione. Queste pratiche aprono varchi e fessure, smascherano teatralizzandolo l’orizzonte normativo del reale (“Lo fessurano con le loro provocazioni: piccoli colpi di scena che ci aiutano a capire dove siamo”, p. 114) ed esprimono l’irriducibilità dello spazio al funzionalismo.
Su queste modalità dell’entre nous Bianchetti non è però celebrativa, attenta al fatto che spesso esse hanno portato anche a forme antiurbane (o di secessione da città e società). Inoltre, dichiara l’autrice, spesso queste forme non riescono ad uscire da dinamiche antagonistiche, in cui il “Noi” si costruisce in opposizione a un “Loro” da cui ci si distanzia, intrise di un lieve sentimento di presunta superiorità morale; a volte producono disarticolazione, nicchie, luoghi che “si dicono aperti a tutti, ma dove lo stare con altri è soprattutto lo stare tra pochi” (40), dove ci si oppone a ciò che non si riconosce come proprio. Il rischio che Bianchetti ravvede c’è, e va riconosciuto. Eppure, alcune delle pratiche emerse negli ultimi anni hanno saputo accedere a un visione non oppositiva del conflitto, non antagonistica. Questi luoghi hanno saputo far proprio il pensiero delle donne sul conflitto e le differenze, mettendo in pratica delle vere schivate rispetto al piano dello scontro e della dicotomia identità/alterità, sulle orme delle schivate agite dalle pratiche femministe e dal pensiero di autrici quali Angela Putino e bell hooks.
Bianchetti vuole rimettere al centro del progetto le forme dell’abitare, i modi dello stare in pubblico,
contro l’idea novecentesca della città come corpo di individui singoli (p. 25). Nella città divenuta città diffusa, in cui la dispersione è l’esito visibile di processi che parzializzano, paralizzano e dissolvono in episodi singoli l’abitare e in cui si dà corrosione dei legami collettivi e crisi dei vincoli politici, delle appartenenze, delle comunità, Spazi che contano vuole spostare lo sguardo sulla città verso i legami orizzontali dell’abitare, produrre, del proteggersi.
L’autrice guarda alle forme contemporanee della città e ai mutamenti dello spazio pubblico come a dimensioni profondamente interconnesse. Il progetto urbanistico, sostiene, è infatti progetto dello spazio pubblico (p. 49). Per questo avanza la proposta di ripensare lo spazio pubblico a partire dai differenziali di proprietà, accessibilità, diritto (p. 48).
Oggi lo spazio pubblico ha sciolto i propri legami con la sfera pubblica, svincolandosi dal suo potere simbolico (p. 52), riempiendosi di azioni e di pratiche slegate tra loro. L’idea novecentesca di spazio pubblico compatto e omogeneo deflagra in una miriade di azioni che ne ridisegnano i contorni del “pubblico minore”, azioni che sono come le machines de guerre di Deleuze e Guattari. Queste azioni procedono secondo nuove modalità di relazione, orientate da valori prima che da razionalità. Frontiere mobili tra intimité, extimité e public, in queste pratiche giocano soprattutto i corpi – corpi che attraversano lo spazio pubblico – e i desideri e le passioni, che ricoprono una funzione attiva nella definizione dello spazio pubblico (p. 60).
Lo spazio pubblico, sostiene Bianchetti, è anche lo spazio dei diritti: diritti che non cadono dall’alto ma sono frutto della dimensione plurale e sostantiva tra gli umani, che ha come referente la società e non lo Stato. Per questo il diritto non è statico ma sempre negoziato nello spazio. Il diritto oggi, sostiene, non ha più bisogno di trascendenza, di aggancio nell’universale astratto, a un principio esterno di legittimazione (con buona pace di Benjamin, Derrida e Arendt). Ha però ancora bisogno di una prefigurazione spaziale (p. 94). La via è dunque quella di guardare alla capacità degli individui come produttori di diritti localizzati per uscire da una visione dei diritti come valori intangibili, etico-politici, e per accedere all’idea di un diritto che riplasma costantemente se stesso, arrivando all’ossimoro di un diritto che è indeterminato e mobile (come a Les Grottes a Ginevra: un proliferare dei diritti individuali; particolarismi, preferenze individuali e beni comuni si intrecciano, ma anche luogo contraddittorio di controversie e conflitti di prossimità). Si producono così nuovi diritti, che non riguardano più un’idea generale di giustizia, ormai frantumata dal neoliberalismo. In questo quadro ritorna prepotente il tema del diritto all’abitare, e i diritti universali tornano sulla scena sui corpi dei migranti, come diritti negati, in una tensione drammatica e non risolta tra individualismo e universalismo, appartenenza locale e cittadinanza.
Così lo spazio pubblico deflagra e cambia statuto (p. 55). Ripensare lo spazio pubblico con un approccio relazionale che riconosca un valore e una funzione conoscitiva dello spazio alle relazioni è dunque oggi un’urgenza. Al centro di questo approccio c’è il corpo, e le passioni prima dei diritti. Questo approccio relazionale ed emozionale mette in discussione l’unitarietà del concetto di pubblico. Questi “spazi eterogenei, cavi, abrasivi, frammentari” (p. 61), sono spazi desideranti, intimi, vissuti come fossero interni – Urban interiors – mettendo in crisi l’impersonalità attribuita solitamente allo spazio pubblico del Novecento (omogeneo, razionale, unitario). Sono spazi delimitati ma elastici, che seguono logiche non facilmente ricostruibili. Spazi che hanno a che fare con le tensioni le emozioni e i desideri dello stare in pubblico. La sfida che questi luoghi agiscono è l’accettazione della frammentazione, la messa in rilievo della cura e l’attenzione alle passioni agite nello spazio pubblico.
La città di cui ci parla Cristina Bianchetti è una città che si regge sul gioco mai definitivo tra usi e spazi, movimento negoziale, reciproco adattamento, in cui lo spazio acquisisce i suoi caratteri dagli usi, dai corpi, dalle passioni. Una città opposta a quella pensata dalla riduzione funzionalista, che sottrae l’elemento della corporeità dallo spazio e dalla società (p. 113). Lo spazio è spazio delle pratiche, delle relazioni, corpi. Nonostante il neoliberismo.
Attenzione ai corpi, alle relazioni tra soggetti, al desiderio, alle passioni, opposizione all’universalismo: la postura assunta da Cristina Bianchetti è una postura femminista. Eppure. Bianchetti nomina già dalla prima pagine del suo testo il debito con la tradizione e le pratiche del femminismo, soprattutto per l’attenzione che il femminismo ha riposto nel nesso tra corpi, soggetti, pratiche. Una tradizione che, però, l’autrice dichiara di non amare molto. Contraddizione stridente tra una distanza dichiarata e una vicinanza nella postura, nello sguardo. Cos’è dunque questo rifiuto? Come interrogarlo? Il femminismo, se inteso come etichetta e non come postura, fa ancora paura? Occorre aprire a un lavoro di riflessione politica condivisa sulle rappresentazioni del femminismo elaborate dal patriarcato. Ma si tratta di un nodo – ahimé – che va molto oltre le possibilità di una recensione.

Federica Castelli
Federica Castelli

Federica Castelli ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia ed è attualmente assegnista di ricerca in Filosofia Politica presso l'Università Roma Tre. È redattrice di DWF – Donnawomanfemme, rivista de (...) Maggiori informazioni