Federica Castelli – Questo corpo è politica. Toccarsi, scontrarsi, creare, occupare: la piazza come luogo di radicalità.

[in Dwf – Gli spazi dell’agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto, n. 97, 1, 2013]

Certo è che le donne amano la rivolta.
Louise Michel

 

Accade una sera, attorno ad un tavolo, che mesi di studio, di letture, di interviste, si trovino davanti al vuoto di una risposta che non avrei saputo dare, se non avessi lasciato cadere i miei libri e i miei appunti, per radicarmi di nuovo nella mia esperienza e nell’esperienza delle altre donne con cui faccio politica. Perchè studiare per mesi cosa significa per un corpo di donna ritrovarsi in piazza a protestare, ad occupare, a lottare, non ha nessun senso nel momento in cui ti sganci da quello che per te, davvero, significa essere in piazza, ogni volta; soprattutto, quando ti allontani da quella domanda, che forse mai avevo guardato in faccia pienamente: Perchè scelgo di andare in piazza?
Davanti a questo interrogativo, mi rendo conto innanzi tutto di una cosa. I corpi, l’esperienza, tutto quello che muove una piazza dall’interno: le relazioni, il contatto fisico,  i muscoli, l’adrenalina, la rabbia, la forza, la gioia, il dissenso, così come la paura, e le contraddizioni percepite sulla nostra pelle; quando parliamo della politica, della nostra politica, che è fatta di relazioni, mediazioni, di corpi in presenza e di scambio, la dimensione estesa e collettiva della piazza a volte sembra scivolare nel silenzio, forse perchè troppo immediata, manipolabile, troppo grande per noi.
Eppure torniamo in piazza, ogni volta. Eppure, sentiamo quel bisogno inaggirabile di incarnare il nostro dissenso, o la forza della nostra politica, in una presenza fisica e materiale.
Sappiamo che abbiamo bisogno di essere lì, e che esserci ci farà stare bene. Si, anche fisicamente. Quella sensazione di piacere che ci coglie nell’essere tra le altre e gli altri non la sappiamo spiegare con la testa. O meglio, la testa da sola non basta. Personalmente, quando provo a spiegarlo, mi viene naturale fare un gesto davanti a me, con le mani: come ad indicare qualcosa che mi viene dalla pancia.
Forse una risposta può essere questa: siamo soggettività incarnate e non sappiamo, perchè non vogliamo, distanziare la nostra politica dai nostri corpi.
A portarci in piazza c’è spesso un desiderio di sentirsi parte di qualcosa, di mettere in comune un’esigenza con estranei, ma non solo: c’è anche il desiderio di trovare un modo nostro di esprimere il dissenso o la protesta aldilà della presenza numerica. Una donna in piazza non si sente solo una quantità, un corpo tra gli altri. Avverte qualcos’altro: sulla sua pelle, dentro di sé, nella sua testa, così come nella gambe che pesano e sulle spalle arrossate da zaini troppo pesanti. Non pensiamo alla nostra presenza come ad un mero fattore numerico, come se la piazza fosse un termometro del dissenso, in cui più gente c’è e più le cose possono cambiare. Per questo ci sentiamo frustrate quando la nostra presenza non produce cambiamento, quando non avvia scambi, non intesse relazioni, non crea nulla di nuovo. Non seguiamo la logica dei numeri. Una piazza che non tiene conto di questo, che non ha la capacità di stare sulla potenza del nostro “il personale è politico”, non funziona, non ci parla.
Rifiutiamo la pura teatralizzazione dei corpi in piazza, la mera presenza, senza il supporto di alcuna pratica, senza relazioni. In piazza ci stiamo tutte e vogliamo portarci tutto.
Ma cos’è allora che cerchiamo nella piazza?

Provo ad allargare lo sguardo. La città, come luogo di lotta, concentra persone, individui, esigenze e contemporaneamente il potere politico che determina la loro vita. La piazza, allora, è un pieno, uno spazio aperto tra le vite e affari individuali. Non è uno spazio vuoto, anonimo, neutro, né per noi nè per le istituzioni. In piazza, godiamo tutte e tutti di un rapporto “intimo” con quello spazio, un rapporto di vita, che influenza e interagisce con il momento dello scontro. Accade allora che, per un momento, il momento del corteo, della manifestazione, del conflitto, quello spazio comune viene improvvisamente e temporaneamente ridisegnato. Pur rimanendo le stesse, ora le strade e la piazza si caricano di un senso diverso, che le trasforma, le muta, le abita, le fa sue.
Le pratiche di protesta ridisegnano e risignificano lo spazio urbano. Chi manifesta, chi occupa, dà vita a nuove pratiche spaziali urbani, compiendo gesti inaugurali, che fondano nuove comunità, generando nuove pratiche e nuovi comportamenti.
Veniamo da un recente risveglio, da due anni che ci hanno portato nelle piazze. In tutto il mondo, come in un contagio, scendendo in piazza, occupando, manifestando, si è portata avanti una lotta condivisa contro il furto della nostra vita operato dai meccanismi globali del capitalismo, verso l’ideale di una democrazia fatta di autodeterminazione, mossi da una politica fatta di relazioni, scambi in presenza, non rappresentativa, fatta di autogestione delle risorse, fatta di comune.
Il 2011 ha coinvolto tutte e tutti in questa urgenza condivisa di resistenza come riappropriazione e restituzione, di spazi, luoghi, ma soprattutto della capacità di agire e fare politica a partire dalle esistenze. Da piazza Tahrir, alle acampadas spagnole; da Occupy Wall Street alle occupazioni romane, i movimenti si sono aperti ad una politica relazionale, di critica e rifiuto della rappresentanza, che avvicina lotte di donne e uomini per una dimensione comune, per un’etica della cura.
Nella piazza occupata c’è la radicalità di un agire nuovo, e del radicarsi nelle pratiche. Quello che accade in una piazza, durante un’occupazione, un corteo, ma anche durante uno scontro, non si iscrive nella logica della sovranità, non mima il potere. Napolitano, nel suo recente discorso di insediamento,  parla di una contrapposizione tra piazza e Parlamento, una contrapposizione sterile, non democratica, deviante, nonostante appaia “avventurosa”. “Non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti […]”. Questo discorso salta nel momento in cui la piazza fuoriesce dal discorso della rivendicazione, della richiesta alle istituzioni, per aprirsi alla creazione di una concreta dimensione alternativa rispetto alla società che ci è data. Ciò che piazze come quelle egiziane o del movimento Occupy hanno portato nel discorso comune è innanzi tutto una radicalità che costringe a pensare tutti, smuovendo così l’immaginario. Si è operato un rovesciamento delle dinamiche della crisi attraverso la costruzione (simbolica e concreta) di una nuova comunità, cercando di creare e vivere il tipo di società in cui gli occupanti vorrebbero vivere, in miniatura. Ne è nata una comunità nella città, strutturata secondo regole nuove, differenti. Nel cuore della società, si agisce l’alternativa, si pratica una cittadinanza radicata altrove, con un’interlocuzione differente. I giorni di rivolta hanno dunque innescato nuovi spazi di soggettivazione e nuove pratiche di relazione, dalla forte valenza simbolica e dall’immenso potenziale trasformativo, i cui effetti immediati parlano di un nuovo modo di intendere la politica in termini di partecipazione e responsabilità
La piazza parla attraverso le sue pratiche. Laddove non si riduca alla mera presenza, una piazza è radicalmente altro: è riprendersi, risignificandole, parti della città, strade, piazze, e così dare vita ad un nuovo immaginario. La piazza diviene luogo simbolico e performativo, in cui realizzare e portare avanti una dimensione di vita condivisa e comune a tutte e a tutti.
In quel momento, allora, senti quella piazza, quella strada, come anche tua.

In piazza, certo, accade anche che vi sia violenza. E allora la questione del corpo risalta in tutta la sua centralità. La questione della violenza, agita e subita, apre la politica alla consapevolezza del suo radicamento.
Nello scontro fisico c’è la radicalità del processo che una donna fa su di sé. Quando una donna sceglie di stare in una piazza violenta, durante gli scontri, opera un doppio strappo rispetto al simbolico che la circonda: in primo luogo, verso l’esterno, rispetto alla retorica comune, che ci vuole perenni vittime, incapaci di gestire la violenza, che possiamo solo subire in virtù di una forza limitata rispetto a quella maschile; in secondo luogo, verso l’interno, rispetto alla propria autopercezione, fuori dal terrore della violenza che solo si riceve, e che in piazza non fa distinzioni di genere. Occorre che questo strappo simbolico possa essere reso visibile e che possa essere riconoscibile a tutti, soprattutto alle altre donne, per aprire ciascuna di noi alla consapevolezza che la violenza e lo scontro, in quanto possibilità umane, sono modi di agire accessibile anche al femminile. Tutto questo però viene perso nel momento in cui la violenza agita dalle donne non viene assunta nella narrazione, ma viene negata, descritta come mimesi, surrogato e complemento di quella maschile, obliando così la rivoluzione che una donna opera in sé stessa nel momento in cui decide e sente di non volersi precludere la possibilità dell’agire violento.

Nelle occupazioni, negli scontri, nei cortei, vogliamo che quella piazza ci rappresenti, parli di noi, del nostro modo di fare politica, delle nostre relazioni, ma anche dei nostri bisogni, della nostra fatica. Vogliamo che quella  piazza sia riconoscibile, che parli alle donne in piazza e alle donne fuori di essa. Questa è l’interlocuzione che cerchiamo. Il potere non ci interessa. Torna centrale allora la questione dell’agire che ci rappresenta in piazza in quanto donne. Questo agire non è definibile a priori, ma ha bisogno di radicarsi ogni volta nel suo contesto, nella pratica politica quotidiana delle donne, nelle loro relazioni, nella politica che agiscono nei loro luoghi.

Dagli scontri alle occupazioni, la dimensione della piazza obbliga a pensare la politica nel suo intreccio con i corpi: corpi che si espongono, che lottano, che si incontrano, In questo senso, la piazza è una risorsa per non obliare la fatica, il conflitto e l’esposizione agli altri, compagne, compagni, rappresentanti delle istituzioni. Messa in circolo con la politica delle relazioni, innesca un processo virtuoso di continuo radicamento. Una piazza chiama in causa il corpo, quello vero: nella sua esposizione, nella sua vulnerabilità, nel suo saper creare comune, attraverso le relazioni, attraverso il contatto fisico. Questo fare del corpo un luogo del comune, amplifica la potenza dei corpi singoli, mantenendolo però in un contesto umano e materiale. Il corpo, dunque, non solo come questione della politica (dall’esclusione alla centralità nella governance biopolitica), ma anche come luogo di sua costruzione. Il corpo, da una parte, è segnale incarnato di protesta, dall’altro, è segno della possibilità di un’alternativa.Le azioni e le pratiche che ogni singola protesta mette in atto, allora non vanno lette come puro esercizio di presenza, luogo non mediato della politica. Perchè già la scelta di esserci, di esporsi, di agire, radicando nel corpo la propria individualità e le proprie scelte politiche, rappresenta uno specifico atto politico.

Per questo un corpo in piazza ha valore. Esso testimonia non solo di una presenza, ma è, innanzi tutto, l’esporsi in prima persona, esserci fisicamente, dire no col proprio corpo, e il luogo per costruire nuove realtà, nuove pratiche, nuovi immaginari. La piazza è un luogo politico perchè il corpo è politico: un luogo non mediato, strumentalizzabile, non esaustivo, ma che può entrare in circolo con la politica di relazione che facciamo nei nostri luoghi.

Letture consigliate:

V. Brigida, C. Cartolano, Horreyya! La rivoluzione delle donne egiziane. Se non ora quando?, Editori Riuniti, Roma 2012

F. Giardini, Politica dei beni comuni. Un aggiornamento, in “DWF- Saper fare comune 2”, n. 94, 2012, pp. 49-59

V. Mercandino, Intorno al 14 dicembre. Avere un corpo, in “DWF – Questo sesso che non è il sesso”, n. 1 (89), 2011, pp. 17-22

R. Paoletti, Erotica, politica, in “DWF – Questo sesso che non è il sesso”, n. 1 (89), 2011

A. Pirri (a cura di), Libeccio d’oltremare, Ediesse, Roma 2011

G. Sarra, Sull’uso della violenza, in F. Giardini (a cura di), Sensibili Guerriere. Sulla forza femminile, Iacobelli, Pavona 2011, pp. 102-114

Writers for the 99%, Occupying Wall Street. The Inside Story of an Action that Changed America, OR Books LLC, New York, 2012 (trad. it., Occupy Wall Street, Feltrinelli 2012)

S. Žižek, The year of Dreaming Dangerously, Verso, 2012 (trad. it., Un anno sognato pericolosamente, Salani, Milano 2013)

Federica Castelli
Federica Castelli

Federica Castelli ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia ed è assegnista di ricerca in Filosofia Politica presso l'Università Roma Tre. È stata visiting researcher presso l'EHESS e l'Université Paris (...) Maggiori informazioni