LIBERE DALLA VIOLENZA AMBIENTALE. Le violenze sui territori colpiscono anche noi

Per il benessere dei corpi e degli ecosistemi
I corpi delle donne non sono scissi dagli spazi che abitano, dai territori che attraversano e che costruiscono, dalle relazioni che intessono con altri corpi, umani e non, in presenza e a distanza, dalle economie (che subiscono e contribuiscono a creare). Vediamo la necessità di inserire nel nostro piano il tema della violenza ambientale sulle donne, su tutti gli esseri viventi e sulla natura stessa, intesa come tessuto bio-relazionale in cui siamo tutte interconnesse, perché riconosciamo nel modello antropocentrico, neutro-maschile, eterosessuale corrente un dispositivo di dominio patriarcale che impone come “naturale” un sistema di oppressione e sfruttamento dei corpi.
Definiamo “violenza ambientale” quella che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo attraverso pratiche di sfruttamento biocida, ossia attraverso uno sfruttamento che impiega mezzi e sostanze nocivi per la salute dei microrganismi animali e vegetali; è violenza ambientale quella che disegna spazi urbani e rurali attraverso logiche che non rispondono alle esigenze delle donne e nega accesso agli spazi abitativi e non; quella che nega ai territori, attraverso i concetti dominanti di sicurezza e decoro, la possibilità di autodeterminarsi, la libertà di movimento ed espressione; quella che li militarizza e occupa per sfruttarne le risorse; quella che non riconosce l’interdipendenza tra gli esseri viventi, la coappartenenza tra esseri umani e ambiente avvalendosi di una visione scientifica coloniale e colonizzatrice incentrata sulla definizione e normazione di corpi, etnie, culture e sulle istituzioni di rapporti gerarchici e di dominio tra essi.

Spazi e pratiche transfemministi contro lo sfruttamento neoliberale
A partire da una posizione femminista transnazionale e decoloniale¹ bisogna cominciare a ridisegnare i territori come spazi in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà; ridare quindi centralità politica alla riproduzione sociale della vita e alle pratiche di cura collettive, restituendo priorità ai corpi e alle loro sensibilità e rifiutando le logiche patriarcali e neoliberali che vogliono queste attività a esclusivo e naturale appannaggio delle donne. Vogliamo intraprendere un cammino comune a livello transnazionale nell’esercizio e nello scambio di pratiche transfemministe volte alla costruzione di politiche economiche decolonizzate e di pace, alternative a quelle biocide ed estrattiviste del capitalismo neoliberale, che ingaggia guerre, azioni militari e occupazioni di territori, al fine di sfruttare risorse ambientali e umane; azioni comuni, quindi, anche con le donne che lavorano nei territori contro l’inquinamento e le grandi opere e a difesa della salute di tutt@. Riaffermiamo inoltre la connessione tra spazi rurali e città, nella produzione e distribuzione, nell’uso delle risorse e dei territori, nella creazione, gestione e difesa dei beni comuni.

Oltre il modello antropocentrico
Vivere e costruire reti tra i movimenti delle donne nel mondo significa assumersi la responsabilità di immaginare collettivamente alternative a questo sistema economico, apprendendo le une dalle altre nelle gestioni partecipate e nella riprogettazione dei territori, nella difesa delle biodiversità, dei beni comuni e delle produzioni agroecologiche, degli spazi urbani decolonizzati e fuori dalle logiche di dominio sulla natura, di una classe su un’altra, di un popolo su un altro, degli uomini sulle donne e sulle altre soggettività, di una specie sull’altra. A partire da qui affermiamo pertanto la necessità del superamento del modello antropocentrico corrente: soggezione, sfruttamento della natura, degli esseri umani e delle altre specie e patriarcato si intrecciano infatti nella concezione delle relazioni come dominio e proprietà proprie di questo modello.
L’antropocentrismo, intatti, considera l’Uomo (che non è mai un termine neutro) al centro dell’Universo, padrone assoluto di tutto ciò che lo circonda, collocandolo in una posizione maggior rilievo e perciò di predominanza rispetto al resto del vivente e agli equilibri terrestri. Costruire e imporre questa prospettiva come “naturale”, universalmente accettata e condivisa è il modo più efficace con cui l’uomo conserva la sua identità, supremazia e potere. Scegliamo, quindi, una prospettiva ecofemminsta per decostruire l’antropocentrismo a partire dalle esperienze concrete e situate delle donne.

Note:

1 I femminismi transnazionali e decoloniali sono movimenti femministi plurali in grado di collegarsi ad altre questioni e ad altri territori grazie al protagonismo di tante donne in tanti luoghi del mondo. Parlare di femminismi transnazionali vuol dire ribaltare/modificare/integrare le narrazioni che rimangono spesso troppo coloniali e non tengono conto delle esperienze di donne non bianche e non borghesi. I femminismi decoloniali riconoscono che le forme di oppressione sono molto diverse tra loro e che le loro caratteristiche dipendono da condizioni contingenti come la collocazione geografica, il periodo storico e la cultura locale patriarcale, le etnie, così come sono molteplici le modalità politiche di resistenza/resilienza/lotta delle donne.