Marco Armiero, Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi, Jaca Book 2014

Marco Armiero, Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi, Jaca Book 2014

di Marta Scordino

Teresa e le altre lottano contro la camorra, contro le devastazioni del territorio, contro uno Stato che non difende la salute pubblica e lottano per il riconoscimento delle loro rivendicazioni. Le organizzazioni camorriste, invece, da anni, hanno scelto il territorio di quella che storicamente veniva chiamata Campania felix, per le loro attività criminali, ritenendo le comunità presenti deboli, marginali, incapaci di difendersi, poiché gravate da un alto tasso di disoccupazione e mala gestione pubblica.

In questo libro, grazie alle testimonianze raccolte e curate da Marco Armiero, emerge il contrario, emerge infatti, come le donne, in particolare, abbiano saputo avviare quel processo cha va dall’autopromozione individuale all’autodeterminazione collettiva e oltre a confutare la convinzione che quella comunità fosse priva della capacità di difendersi, in realtà, ne sfata anche un’altra, ben più diffusa e radicata, ovvero che le donne difficilmente riescano a solidarizzare tra loro.

Le protagoniste si raccontano e ci consegnano storie di donne che non si sono adeguate a vivere in sistemi corrotti e malavitosi, donne che hanno difeso il proprio territorio e che hanno saputo introdurre quel salvifico granello di sabbia per bloccare, o almeno frenare, l’ingranaggio che porta malattia, paura, morte alla maggioranza della popolazione, e profitto e ricchezza ad una esigua minoranza. Consapevoli di quanto fosse difficile smantellarlo, non si sono arrese, hanno resistito e investito tutta la propria forza, la propria cultura e la propria determinazione per minarlo alle fondamenta. Alla paura hanno opposto solidarietà, alla rassegnazione fiducia e all’indifferenza impegno. Attraverso i racconti, le narratrici, ci introducono nelle loro vite e ci spiegano come ad un certo punto della loro esistenza si siano trovate ad un bivio: Tacere o partecipare? Hanno scelto di partecipare, spiegando che tacere, sarebbe stato dannoso per loro stesse, per la collettività e per le generazioni future, ricordando, come recitava un vecchio slogan, che “il personale è politico” e viceversa.

Questo legame, questa interdipendenza tra la sfera privata e quella pubblica raramente le donne riescono ad ignorarli. Per tale motivo, in questa e molte altre lotte, le donne giocano un ruolo determinante perché portatrici di quella “conoscenza radicale” di cui parla Serenella Iovino, nell’ultima testimonianza, “che si assume la responsabilità etica del punto di osservazione” (p.151), e certamente perché portatrici di “bisogni radicali” il cui soddisfacimento è ineludibile e inderogabile.

“I nostri figli, nati nelle province di Napoli e Caserta, sono destinati a vivere in media due anni in meno rispetto ai bambini di altre province italiane (dati Istat 2010). Ci pensi a quello che può succedere in due anni di vita, a quello che si fa in 730 giorni? Si ride, si gioisce, si piange, si soffre, si ama…si vive” (p.137).

Novella Vitale, con queste parole, ci catapulta nella realtà campana, dove da anni ormai, proliferano patologie oncologiche e malformazioni congenite, a causa degli innumerevoli sversamenti illegali di rifiuti tossici effettuati, con la complicità delle istituzioni, dalle organizzazioni camorriste.

Le voci narranti iniziano a partecipare alla lotta collettiva per motivi differenti: per rabbia, per giustizia, per solidarietà, ma l’elemento che caratterizza tutte è il cambiamento che riscontrano durante il percorso, il cambiamento della percezione che hanno di loro stesse e della realtà circostante, che ora le fa sentire parte integrante di una comunità, che se vuole, può incidere sulla realtà. La battaglia in quelle terre è ancora in corso, ma quella che si è costruita è una coscienza collettiva che, in futuro, sarà difficile ignorare o raggirare e questa, già di per sé, è una vittoria. “La gente qui da noi” – scrive Paola Nugnes – “ha dovuto imparare la lotta dai vicini, Quarto ha imparato da Chiaiano e Chiaiano ha imparato da Pianura e prima Pianura aveva imparato da Serre, da Basso dell’Olmo etc.” (p.85). In virtù di questa invisibile cinghia di trasmissione della cultura della lotta e della giustizia, ogni tentativo illecito di riproporre altrove ciò che in un luogo aveva fallito, è stato ostacolato sempre con maggiore forza e maggiore consapevolezza. “Avevo ancora uno spirito legalitario” – scrive Gigliola Izzo – “che mi spingeva a pensare che non fosse giusto occupare le strade e creare disagio a persone che non hanno colpa. Per la verità, ancora adesso provo un po’ di ansia quando partecipo a questo tipo di iniziative, anche se il mio approccio attuale è molto diverso” (p.65). Inizialmente, gli interlocutori privilegiati, al fine di ottenere la bonifica del territorio o di bloccare nuove devastazioni, sono stati quelli istituzionali, ma, come racconta Izzo, senza successo: “le innumerevoli volte che gli accordi presi con il comune, con il commissario straordinario di governo all’emergenza rifiuti e con tutte le istituzioni sono stati disattesi hanno minato per sempre il mio rapporto di fiducia con le istituzioni” (p.69). Lo Stato, a fronte di richieste relative a diritti inalienabili come vita e salute, spesso non ha fatto altro che dispiegare tutte le forze militari a disposizione, lasciando alla cittadinanza un senso di sconfitta e di abbandono: “ad Acerra il 29 agosto 2004, quando su donne e bambini si abbatté la forza inaspettata e violenta delle forze dell’ordine, fu sconfitta innanzitutto la speranza” (p.76) racconta Nugnes.

Nella guerra dei rifiuti, Teresa e le altre, alla narrazione che le voleva connotare come vittime inermi, nonostante il colpevole silenzio istituzionale e mediatico, hanno risposto con la partecipazione, l’informazione, la sensibilizzazione e la solidarietà, sempre con la responsabilità e l’entusiasmo di dover lottare, perché “la vittoria o la sconfitta nelle battaglie per la giustizia sono vittorie e sconfitte per tutti.” (p.127).

“Raccontare è resistere” scrive Armiero, infatti, questa esperienza di lotta, grazie a “Teresa e le altre”, potrà essere divulgata e rimanere nella memoria collettiva, contribuendo alla lotta stessa. Inoltre, questo libro, poiché rappresenta anche un tesoro di possibili e molteplici identificazioni meriterebbe di essere letto nelle scuole, in quanto strumento di sovvertimento del modello femminile stereotipato e dominante.

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Marta Scordino e dopo essermi laureata in sociologia, ho conseguito due master universitari su “immigrazione e diritto d’asilo” e su “pari opportunità, women’s studies e identità di genere”. Sono un’attivista politica e sindacale e coautrice del testo “Le tipologie contrattuali della legge 30 nella provincia di Roma” (2006).