Terre-Mutate – L’Aquila, 7-8 maggio 2011

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Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.

 

Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero diLeggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .

 

Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.

 

L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011, ci hanno spiegato. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruitoad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.

 

Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse(Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.

 

La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici negli hotel cittadini, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).

 

Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.

 

Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.

 

Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.

 

Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.

 

E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nellamunnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.

 

Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32 e Casematte.

 

Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.

 

Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.

 

E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010

Un simbolo di disperata forza, Leggendaria, n.86, marzo 2011

Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010

 

Per saperne di più:

http://www.laquiladonne.com

 

 

Report a cura di Claudia Bruno e Teresa Di Martino

 

Claudia Bruno

Autrice e giornalista, si è specializzata nel settore dell’informazione ambientale e geografica. La sua tesi in filosofia politica su Donna Haraway e Vandana Shiva ha vinto nel 2009 il Premio speciale Laura Conti. È nella redazione della rivista (...) Maggiori informazioni

Teresa Di Martino
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