The Delusional Faith in Immunological-Skinned Existence: Corpo-Affective Enactments of HIV and Anxiety

di Elisa Bosisio e Ludovica D’Alessandro

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L’articolo è un patchwork di pensieri e riflessioni in eccesso rispetto a riduzioni fondazionaliste e/o teleologiche. Chi scrive, infatti, vuole dirsi e si riconosce come un soggetto spinozianamente multiplo: ovvero irriducibile al sistema di visualizzazione umano e moderno che ci vuole due individue distinte con quattro mani, due cervelli e due corpi. Elisa e Ludovica sono i nomi propri che firmano il lavoro, ma, mentre pensavamo e scrivevamo le pagine che seguono, ci siamo più volte fuse e ri-separate, in un moto costante tra incorporazioni molto difficili da tracciare attraverso quelle linee che partiscono il nostro sguardo e il nostro pensiero di umane. Dove inizia il pensiero di Elisa e finisce quello di Ludovica è difficile a dirsi; eppure le nostre posizioni – pur sempre mutanti – non sono riducibili a una postura unanime in cui l’insieme è un dato omogeneo e senza alcuno moto differenziale. Ci chiediamo se Elisa avrebbe scritto quello che ha scritto senza la presenza incarnata Ludovica, e viceversa? La risposta è fin troppo scontata. Figlie dell’ipercitazionismo femminista, non ci chiudiamo neppure nella nostra sorellanza intellettuale e militante “a due”. A scrivere con noi, attraverso il battere delle dite sulla tastiera del laptop e lo scambio di file rigorosamente scaricati, ci sono tante donne e soggettività-non-conformi che hanno provato a ripensare e rifare il mondo: questo testo è un sabba, in cui ci atteniamo a invocare lu alleat* che contribuiscono a muovere i nostri pensieri, desideri, corpi. È quello che chiamiamo, nell’articolo, intra-dipendenza, proprio mentre diciamo grazie a Karen Barad per averci ispirate in questa direzione.

La prima parte dello scritto è una introduzione al nostro lavoro, firmata da entrambe queste figure che carte di identità, passaporti e curriculum vitae vogliono distinte. La seconda è firmata da Elisa. La terza da Ludovica. E infine le parti tornano a unirsi per chiudere insieme il testo con una riflessione che – tutta – non è mai stata ascrivibile all’autorialità moderna ed individualista.

Questo articolo non solo è un groviglio, ossia per dirla con Haraway un entanglement, ma di entanglements, anche, parla. Nell’introduzione dichiariamo l’intento complesso che ci prefiggiamo, ossia quello di ripensare il corpo che – Deleuzianamente – intendiamo irriducibile alla narrazione moderna della skinned existence, che descriveremo come non molto di più di un’illusione ottica determinata dal nostro dispositivo di visualizzazione umano: uno sguardo parziale insieme incarnato e culturale. Vogliamo, per dirla in immagini, figurare il corpo oltre il modello dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: un soggetto contenuto in sé stesso e relazionale solo nei limiti di un’inter-azione che con ammette intra-azione.

Il corpo di cui parliamo è composito, aperto, relazionale; sta nei processi di cui è parte e che contribuisce a creare. Nelle due sezioni monografiche del testo ci sforziamo di declinare questa figurazione corporale attraverso l’esperienza dell’infezione da HIV e quella dell’ansia.

Virus e ansia ci riportano violentemente su un piano di immanenza, che è un piano disincantato e oltre la dialettica immanenza/trascendenza del pensiero dei padri della filosofia: la nostra esistenza è vulnerabile in quanto relata, oltre bene e male, oltre la morale, oltre i tentativi di negare questa vulnerabilità che è insieme promiscuità e potenza, piacere e dolore. I confini tra sé e altro-da-sé, proprio e non, soggetto e ambiente spariscono nell’esperienza corporea di chi deve convivere con un microrganismo patogeno e/o di chi conosce l’ansia e quella sua declinazione esperienziale corpo-affettiva che è l’attacco di panico.

Nella prima sezione, a cura di Elisa, si propone una lettura in diffrazione dello stato della ricerca farmacologica dedicata ad HIV (con attenzione alla recente scoperta di antiretrovirali che garantiscono la non-contagiosità di soggetti con viremia undetectable) e del pensiero cyborg, femminista, queer che rilegge il costrutto semiotico-materiale del corpo come un bio-mosaico, in cui l’unicità monolitica leonardesca è smentita dal riconoscimento esperienziale e teorico, politico e biologico, dei numerosi “pezzi” che ci compongono all’intreccio del piano linguistico e quello materiale, culturale e biologico. Di più, queste stesse “parti” sono, in fondo un’ennesima illusione ottica: qui Barad ci torna in aiuto e ci fornisce uno strumento per una visualizzazione nuova di queste parti come relata, ossia costrutti senza confini stabili, che si producono e materializzano nel momento stesso in cui esistono gli insiemi di cui fanno parte. Tutto intra-dipende e le partizioni contingenti in entità distinte sono sempre strategie operative ontologiche, epistemologiche e politiche. Come stare in questa promiscua relazionalità produttiva è, a nostro avviso, quello che siamo chiamatu a discutere.

Nella seconda sezione, l’esperienza corporea ed affettiva dell’ansia viene letta come ‘già e sempre’ politica, e risultato di una postura non universale, ma situata, del soggetto nel complesso entanglment del sistema: dove il capitalismo produce individualizzazione e patologizzazione dell’esperienza, leggiamo invece il materializzarsi di relazioni di potere in vulnerabilità iniquamente distribuite. Se l’ansia toglie il respiro, ci chiediamo: a chi è concesso respirare? E come possiamo prenderci cura delle sofferenze che il capitalismo neoliberista distribuisce secondo regimi differenziali di precarietà? Come escogitare collettivamente modalità relazionali diverse in questo groviglio di potere, privazioni materiali, precarietà lavorativa, stallo emotivo?

Sembra quasi paggeria intellettuale riflettere su come sopravvivere a patogeni virali e condizioni economico-material-lavorative stringenti in questa primavera 2020 da mancanza d’ossigeno. Eppure questo dibattito “a due” nasce a Settembre 2019. Non è stato profetico, crediamo: il nostro presente neoliberale, antropocenetico e tecno-mediato, ha sempre chiesto di riflettere sulla nostra vulnerabilità biopolitica di cyborg che globalmente rifiutano di riconoscersi tali e dunque scompostamente intra-relati, e dunque tragicamente respons-abili, dunque irresponsabilmente “fatti a pezzi” e/o “sciolti” rispetto a quell’uomo ideale disegnato a inchiostro tra un cerchio a rappresentare il cielo e un quadrato a rappresentare la terra.

Chiudiamo il nostro lavoro con un’analisi delle immagini con cui abbiamo scelto di accompagnarlo: non si tratta, speriamo, di una ridondante e forse narcisista ripetizione del pensiero, ma piuttosto di una strategia relazionale altra: se i dispositivi di visualizzazione che impieghiamo sono tanto parziali, fornirsi di una via seconda – in questo caso quella visuale – ci sembra un buon modo per provare a dirci e a dire altrimenti. Questo escamotage desidera, quindi, essere un percorso altro, affinché il nostro pensiero sia veicolato da qualcosa di più delle nostre parole e dei nostri concetti: ogni costrutto verbale è del resto un arbitrio altamente operativo su cui possiamo solo strategicamente decidere di concordare. Perché non provare, allora, con delle immagini, che facciano da sostegno e supporto al nostro vociare, e che, al contempo, siano anche un trampolino per dei pensieri che amplino una genealogia che esplode ed esploderà in miriadi di direzioni?

LE AUTRICI

Elisa Bosisio è laureata in Scienze Filosofiche all’Università di Milano, con una tesi riguardante la decostruzione del concetto di ‘umanità’ da una prospettiva queer, anti-specista e neomaterialista. Ha condotto un periodo di ricerca ad Utrecht e ha partecipato in qualità di relatrice alla “11th Beyond Humanism Conference” con un intervento dal titolo “The Ethics of the Bodies in a Post-Natural and Post-Cultural Era” alla Università di Lille.

Ludovica D’Alessandro è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Milano e ha ottenuto un Master in Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London, laureandosi con una tesi dal titolo “Affectability as a Power: An Ontology of Resistance.” Ha partecipato come co-relatrice dell’intervento “Inventory of Care: Mapping a Journey Towards New Ecologies in the Academic Institution,” alla conferenza “The Reverse Side: Guattari, Deleuze and Institutional Thought” presso Royal Holloway, University of London nel 2019. 

Redazione

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