Come i consigli delle donne del Rojava hanno dato ispirazione diffondendosi attraverso l’Europa

Introduzione

Uscito su Open Democracy pochi giorni dopo la conclusione della terza Conferenza Internazionale Sfidare la modernità capitalista III, tenutasi ad Amburgo dal 14 al 16 Aprile di quest’anno, l’articolo qui tradotto fa emergere come a partire dagli istituti confederali delle donne intercorra una differenza tra il concetto di autonomia e quello di autonomia democratica. Come delinea Cemil Bayik, uno dei fondatori del movimento di liberazione curdo, in un’intervista rilasciata nell’Ottobre del 2014, il concetto di autonomia “indica per lo più il trasferimento di limitati compiti e responsabilità delle funzioni dello stato ad altri istituti” -che potrebbero non dismettere centralismi tipici della mentalità statale – mentre “l’autonomia democratica si riferisce a pratiche sociali concrete in cui le persone, i popoli, producono e riproducono le condizioni di vita desiderate nelle loro realtà contestuali” oltre l’accentramento, il potere e i rigidi localismi attraverso una partecipazione diretta e una collaborazione relazionale, non solo nella sfera politica ma anche nel campo economico e culturale. La costruzione di una nuova società, secondo il movimento di liberazione curdo, basata sullo sviluppo di nuove forme di auto-amministrazione e autogoverno, ha il ruolo di connettere le diverse lotte esistenti in tutto il mondo al di là dei limiti delle società contemporanee. In questo senso l’autonomia democratica, basata sulla liberazione delle donne, non mira a distruggere l’ordine esistente, ma realisticamente- attraverso la costruzione situata e contestuale di alternative che vadano oltre lo stesso ordine esistente- lo rende irrilevante, con l’implementazione effettiva di altri discorsi e di altre pratiche al di là del potere e della violenza sessista, capitalista e statale.

Da Rahila Gupta in questo articolo vengono delineati, insieme ad alcuni aspetti organizzativi del confederalismo democratico, le condizioni di una sua possibile diffusione ed espansione attraverso gli ispiranti esempi dei Consigli delle Donne in Rojava, oggi in crescita e in aumento anche in Europa.

 


*Rahila Gupta 28 Aprile 2017, articolo uscito su Open Democracy 

Potrebbe questo sistema poco conosciuto dei consigli delle donne offrire un metodo verso una reale democrazia –dal basso- nei nostri sistemi politici neoliberisti in crisi?

Ogni volta che prendo parola durante incontri pubblici in Gran Bretagna sulla parità di genere e sulla democrazia diretta che si sta portando avanti in Rojava, nel Nord della Siria, vengo colta da domande piene di stimoli da parte dell’uditorio, rispetto a cosa possiamo imparare da questa esperienza e cosa possiamo fare per metterla qui in pratica.

Dato l’enorme consenso in occidente sull’importanza data ai discorsi sulla parità salariale e della equa rappresentazione dei sessi a tutti i livelli del lavoro, uno dei pilastri basici della rivoluzione del Rojava, la co-presidenza – nella quale ogni istituzione viene coordinata  da un uomo e da una donna – non dovrebbe essere troppo difficile da capire.

Eppure, la co-presidenza non può essere facilmente replicata dentro un sistema come il nostro, guidato dal profitto piuttosto che da altri valori, che potrebbe semplicemente scartare l’idea come insostenibile sul piano dei costi e dell’organico sovradimensionato nel personale. Dopo tutto, lo stato, sta facendo passi indietro ovunque: le ONG si stanno inerpicando per il denaro, e i contratti di lavoro ripartiti, non sono più la stessa cosa.

Quindi, fino a quando non ho partecipato alla recente terza conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista III” ad Amburgo – incontrando così Hatice Kaya, co-presidente del Consiglio delle Donne di Amburgo, un organizzazione modellata sull’esempio dei consigli di donne in Rojava  ad assicurare che una prospettiva femminista riguarda tutte le pratiche politiche – ero ancora bloccata nel dare una risposta a quelle domande che mi venivano poste durante gli incontri.

Si è trattato di una Conferenza massiva di tre giorni, con una partecipazione di più di 1200 persone, organizzata da attivisti curdi e tedeschi. L’organizzazione della conferenza rifletteva anche i suoi obiettivi, incentrati su che aspetto e pratiche ha una società post-capitalista: la conferenza era libera e gratuita, i partecipanti che potevano permetterselo potevano dare dei contributi liberi, le famiglie curde locali hanno garantito ospitalità, e pasti vegetariani erano offerti da un collettivo anarchico radicale con donazioni volontarie indirizzate a coprire i soldi della conferenza.

Le richieste di ospitalità sono aumentate enormemente quest’anno. Per la terza conferenza, a scadenza biennale, si è passati in due anni da richieste di 30 persone a richieste da parte di più di 300 persone. Ma nessuno è rimasto senza casa , un risultato dato dalla generosità delle famiglie curde che hanno aperto le porte delle loro case. Kaya era una tra queste, che ha ospitato 5 partecipanti. Attivista politica originaria del Sud-est della Turchia, Kaya lavora nel campo del catering ad Amburgo ed è stata eletta co-presidente del Consiglio delle Donne (composto da 30-40 membri) per due mandati, ognuno della durata di un anno. Precedentemente ha servito per due mandati come co-presidente il Consiglio del Popolo di Amburgo (70 membri) nel quale viene rispettata la quota di parità del 40% per ogni sesso mentre il 20% rimane a seconda di chi decide di candidarsi alle elezioni. Il Consiglio delle Donne è una struttura parallela autonoma che è stata identificata come guida di questa rivoluzione.

I Consigli del Popolo iniziano a nascere nel 2005 nelle aree dove c’è una considerevole presenza della comunità curda: che si trovassero in Europa, nel Sud-est della Turchia, o nel Nord della Siria, quando Abdullah Öcalan, leader del movimento di liberazione curdo, ha introdotto il concetto di confederalismo democratico si sono essenzialmente formate ovunque comunità di autogoverno con una struttura di democrazia dal basso.

In Rojava – recentemente rinominata Federazione Democratica del Nord-Siria –  questi consigli sono totalmente responsabili dei processi sociali e delle sue funzioni, dall’economia alla salute, dall’educazione, all’autodifesa, e dell’organizzazione inoltre delle forze più di successo esistenti oggi in Siria nella lotta contro l’Isis.

Il successo del modello del Rojava ha, di riflesso, rinforzato l’importanza dell’ autorganizzazione nelle comunità curde attraverso l’Europa.

Ad  Amburgo i consigli delle donne sono nati nel 2009. E c’è adesso anche un consiglio chiamato Roj Women’s Council, nella sua fase iniziale, a Londra.

In Bakur – regione a prevalenza curda del sud est della Turchia – questo tentativo di autorganizzazione è stato brutalmente represso da Erdogan, attraverso bombardamnti, uccisioni, case incendiate, e attraverso gli arresti dei co-sindaci di varie città (rimpiazzati poi da ufficiali dal suo partito dittatoriale AKP).

Nelle città europee, questo sistema dà alla comunità curda una voce coesa e unita: per continuare la propria formazione politica, rafforzando i legami di solidarietà con la lotta curda, ottenendo lezioni pratiche dall’esercizio quotidiano della democrazia, provvedendo ai bisogni organizzativi laddove lo stato non arriva.

Dilar Dirik, una attivista curda, che ha tradotto la mia intervista con Kanya, ha detto: “La motivazione principale è autorganizzarsi, in qualsiasi posto si viva”.

Dirik ha spiegato: “Perché la lotta per l’autodeterminazione non è solo una lotta territoriale ma riguarda la capacità di organizzare la propria vita con minimo affidamento allo stato e senza dipendere dalle sue strutture”.

La comunità curda ad Amburgo ha diviso l’area nominalmente in nove regioni dove i curdi si riuniscono. Loro puntano a costruire un consiglio del popolo e un consiglio delle donne in ogni regione ma ad ora sono riusciti a dar vita solo a tre consigli delle donne e a tre consigli del popolo.

Ogni consiglio ha comitati che si occupano delle mobilitazioni politiche, della cultura, dell’educazione, del supporto comunitario,  della risoluzione pacifica dei conflitti e delle relazioni pubbliche. Il lavoro di questi comitati è relativamente evidente. Io ero particolarmente curiosa sul comitato per la risoluzione pacifica dei conflitti che, al di là delle dispute di vicinato e interne alle famiglie, si occupa anche di violenza domestica.

Donne provenienti da minoranze culturali nell’Europa occidentale, in particolare in Gran Bretagna, – come quelle rappresentate nell’organizzazione come Southall Black Sisters and One Law for All –  hanno dato molto del loro tempo e delle loro energie cercando di risvegliare i meccanismi di ogni comunità alla mediazione, laddove l’obiettivo è persuadere le donne a rimanere sposate anche se c’è violenza, invece di guardare piuttosto allo stato come risolutore. Può una comunità influenzata dalle idee innovative di Ocalan, diffuse dalle femministe della diaspora curda, offrire la possibilità di un’ opzione differente e più radicale?

Kaya cita il caso di una donna che voleva separarsi dal suo marito violento. La donna ha chiesto al Consiglio di aiutarsi a liberarsi di lui dato che lui aveva rifiutato di lasciare l’appartamento. Il comitato di risoluzione del conflitto ha incontrato entrambi separatamente e poi insieme.

Successivamente hanno fatto convenire il marito sul fatto che la moglie aveva il diritto di stare nella casa, dal momento che si prendeva cura dei bambini. La moglie ha poi iniziato le procedure di divorzio nei tribunali della Germania, il consiglio delle donne l’ha supportata nel processo e nei passi legali perché non le era familiare quel sistema giuridico e non ne conosceva le caratteristiche. Hanno monitorato i movimenti del marito e si sono assicurate che stesse lontano dalla casa famigliare.

Kaya è stata particolarmente incisiva nel spiegare che mentre sostenevano in ogni modo la donna, si sono anche enormemente focalizzate nel non escludere l’uomo ma di spiegargli che una donna non era sua proprietà, che la violenza è sbagliata, dando esempi dalla resistenza curda, dicendogli che l’istituzione del matrimonio non è sacra, che anche se ad un certo momento una donna ha deciso di sposarlo, non deve per forza vivere con lui se non ha più voglia di farlo.

Kaya ha poi aggiunto: “Noi non vogliamo che se ne vada perché è stato forzato ma perché capisca che quello che sta facendo è sbagliato. Infine, lui è un membro della comunità, e vogliamo trasformare la sua mentalità.”

Perché questo meccanismo comunitario è migliore del meccanismo statale in risposta ai casi di violenza domestica?

Kaya spiega che lo stato può dispensare soluzioni legali, ma non mira a cambiare la mentalità maschile. Il condizionamento dato da un gruppo svolge una parte effettiva per una trasformazione; gli uomini in casi come questi perdono la faccia di fronte ai membri della loro comunità. Questo è diverso, ma inerente, alle dinamiche delle comunità conservatrici, dove sono le donne che perdono la loro faccia dal momento che spesso la violenza è giustificata sulla base che la moglie abbia tradito o non performato i suoi doveri.

“Certamente, non c’è nessun meccanismo di cooptazione usato dai consigli delle donne, le donne arrivano da noi con la loro libera volontà”, ha detto Kanya. Spesso, loro si affidano ai consigli dopo aver avuto insuccesso nel ricorso allo Stato e dopo che queste le ha abbandonate di fronte alle loro richieste.

Per stemperare la mia ansia riversata sul fatto che lo stato fosse stato così scagionato Kaya ha risposto: “Mentre abbiamo i nostri sistemi autonomi, con i corsi di lingua, lavorando con i giovani e con la nostra intera comunità, noi anche pretendiamo con richieste dallo Stato perché alla fine viviamo in uno stato e i nostri bambini, fratelli sono nati qui crescono qui, vanno a scuola qui. Facciamo pressione perché ci siano cambiamenti nella legge.”

Qui dunque ci sono gli inizi per un metodo di realizzazione di una democrazia reale, dal basso, all’interno di un fallito sistema politico neoliberista.

Questo non significa che dobbiamo costruire comunità basate sull’appartenenza etnica, le comunità possono infatti nascere dai bisogni condivisi e dai territori e dagli spazi che abitiamo. Noi abbiamo già gruppi di persone che si incontrano per evitare che una libreria sia chiusa, o per fare richieste agli ospedali locali. Se questi movimenti fossero strutturati attorno all’idea del con federalismo democratico, un paradigma non-statale, anti-razzista, per la parità dei generi, fare esercizio di pratiche radicali di democrazia in questa maniera non significherebbe costruire una cittadinanza più partecipativa – questo esercizio sarebbe più radicale, e trasformerebbe la società e lo stato allo stesso tempo.


*Rahila Gupta è una giornalista freelance e scrittrice. Ha scritto, tra le altre riviste e giornali, per The Guardian e per New Humanist. Tra i suoi libri: Enslaved: The New British Slavery; From Homebreakers to Jailbreakers: Southall Black Sisters; Provoked;  and ‘Don’t Wake Me: The Ballad of Nihal Armstrong (Playdead Press, 2013).  È co-autrice con Beatrix Campbell dello scritto Why Doesn’t Patriarchy Die?

Traduzione e introduzione a cura di Alessia Drò

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