Immaginare un mondo nuovo con l’esempio della Gineologia

Introduzione

Questo intervento tradotto da Irene Sarchia è di Dilar Dirik. Dilar Dirik si è trovata in Italia in occasione  degli incontri organizzati per l’8 Marzo 2016 a Roma. Il primo incontro, “Donne alla conquista della democrazia”, si era tenuto lunedì 7 Maggio alla Università La Sapienza. Il giorno seguente, l’8 marzo 2016, un altro incontro si è svolto presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Filosofia dell’Università Roma Tre – con Giacomo Marramao e Federica Giardini – e nel pomeriggio dello stesso giorno alla Casa delle Donne Lucha y Siesta all’interno dell’iniziativa “Autodeterminazione è rivoluzione. Jineologia e confederalismo: il femminismo oltre lo stato nazione”.  Diffondiamo riprendendolo dal sito di UIKI-Onlus questo scritto apparso nel contesto dei giorni delle iniziative romane di Marzo, perchè offre un’ampia spiegazione delle pratiche concrete alla base della scienza sociale della Gineologia delucidando in che modo la Gineologia, Scienza delle donne, fuori da un approccio positivista e statuale, cambi l’approccio all’apprendimento, alle relazioni umane e alla conoscenza, fuori dai binarismi oppositivi e dalla gerarchia. Questo articolo fornisce inoltri alcuni esempi  descrivendo i metodi di apprendimento condivisi ad oggi portati avanti all’interno dell”Università della Mesopotamia a Qamishlo, in Rojava.


Ci sono molte donne nel nord del Kurdistan, così come in Rojava. Stanno aumentando ed attirando molta attenzione che da’ alle donne nuova felicità ed energia. Ci sono ad esempio le donne che vogliono partecipare alle nuove strutture e alla ricostruzione del Rojava, alle case delle donne, alle comuni, ai consigli o altro, ma anche combattenti sia uomini che donne che ora vengono educati anche alla Gineologia. Credo sia interessante sapere come le persone, che combattono contro il sistema del Daesh basato sul fondamentalismo che utilizza la violenza sessuale e lo stupro come motivo di propaganda, stiano articolando la libertà attraverso donne che riportano la scienza sociale. Essi vedono in questo il più grande strumento di autodifesa, non le armi che usano dunque bensì un metodo sociologico.
In un area molto conservatrice come il medioriente, in un contesto di eserciti di stato e non, è fondamentale la questione della posizione politica, che tipo di pensiero e metodo si vuole proporre nella società che si vuole creare. Per questo anche gli uomini vengono educati alla Gineologia da donne, ed il modo in cui è strutturata, l’educazione, è più una sorta di discussione, di dibattito. C’è generalmente una persona che facilita il processo, ma è una discussione perché è questa che dovrebbe essere il metodo principale e sostituire il metodo frontale di trasmissione della conoscenza. Il docente dovrebbe essere anche discente ed il discente può essere docente. Nell’Accademia sociale della Mesopotamia a Qamishlo in Rojava le persone non si rapportano tra loro come insegnanti e studenti, ma come amici o compagni, sempre. Questo è importante, a proposito della gerarchia di chi ha conoscenza e chi la riceve, perché è un processo orizzontale.
Magari oggi io insegno una cosa perché la conosco e tu no. Ad esempio io non parlo italiano e posso impararlo da una persona che lo parla e questo non significa che io sia inferiore, ma che posso condividere cose con voi e voi potete condividere cose con me. Questo approccio è una questione di mentalità, di come si percepiscono gli altri, come uguali o meno, di come si possa usare o meno la propria conoscenza come strumento di potere o di abuso di potere. Altri strumenti che utilizziamo sono la critica e l’autocritica, alla fine di ogni lezione, elemento caratterizzante dello spirito della Gineologia. L’insegnante viene criticato dicendo, ad esempio, che un fatto esposto non era molto calzante e se ne potrebbe utilizzare un altro. Questa critica non va intesa come qualcosa di negativo, ma di buono e necessario e va accettata non come motivo di abuso ma di collettività, come se ci vengano offerte soluzioni per migliorare. Non ci limitiamo a criticare la persona, ma le offriamo uno strumento per crescere. Facciamo anche autocritica, ed è difficile. Può sembrare semplice, ma criticare le proprie riflessioni è qualcosa che manca totalmente, specie nel sistema capitalista. Questi sono meccanismi di un sistema più democratico.
Un altro strumento è il linguaggio. Ho partecipato, ad esempio, ad una lezione di ecologia all’accademia delle donne. Erano presenti donne giovani ed anziane, e qui si delinea la questione delle generazioni. Si parlava di come non si abbia coscienza dell’ecologia perché il popolo non ha possesso del luogo in cui vive, lo stato si impadronisce di tutto e le persone non si sentono parte di un ecosistema. Non si curano di una foresta perché lo stato dice che quella foresta appartiene allo stato e non appartiene al popolo. È perciò difficile parlare di ecologia in questo posto, ma trovo interessante come l’insegnante abbia chiesto cosa noi pensassimo fosse l’ecologia, cosa significasse per noi. Ognuno ha detto cosa pensava e questo ha generato un insieme di opinioni diverse ma con tratti comuni ed universali. Qui la questione delle generazioni diventa importante perché la società, specie capitalista, tende a scartare gli anziani, perché inabili al lavoro, ma ha anche, allo stesso tempo, una tendenza a sottovalutare le parole dei giovani. In entrambi i casi c’è una discriminazione ed è interessante notare come al potere ci siano persone appartenenti alla stessa fascia di età.
E’ necessario democraticizzare l’età perché è naturale che ci siano anziani e giovani, chiunque è stato giovane e sarà vecchio. L’idea è quella di valorizzare l’esperienza degli anziani come una fonte di saggezza acquisita con il passare degli anni e valorizzare i giovani come persone che subiscono pressioni differenti ed hanno idee e prospettive differenti. Non si dovrebbe utilizzare l’età come strumento di potere. Democraticizzare l’età è dunque importantissimo. Noi tentiamo di integrare anche questo, nel nuovo approccio al processo educativo, per renderlo accessibile a tutti attraverso il linguaggio ed usando questa nuova relazione con la conoscenza quale fondamento della democrazia. L’obiettivo finale del progetto implementato in Rojava e Bakur è quello di creare una società critica che non abbia bisogno di affidarsi a legge, polizia o stato per rafforzare il concetto di giustizia, ma è essa stessa che genera concetti ed idee su come la giustizia dovrebbe funzionare, prendendo decisioni basate su valori e morale. Anche il concetto di morale ormai fa pensare a qualcosa di negativo perché collegato direttamente allo stato, alla chiesa o alla famiglia.
La parola “morale” è diventata una parola sporca, ma anche lottare per la giustizia e l’uguaglianza e contro le discriminazioni sono questioni morali. Questo è l’aspetto etico. Altro aspetto importante è l’aspetto politico. L’intento è creare una società che non sottomette la sua volontà alle elites burocratiche. Andare ogni quattro o cinque anni alle elezioni pensando sono una persona democratica perché vado a votare, ho fatto il mio dovere, ho votato significa sottomettere completamente allo stato la mia volontà e tutto ciò che riguarda la mia vita e la mia interiorità. Questo conduce ad una società lontana dalla politica. L’unico modo in cui oggi le persone percepiscono la politica e quello di andare a votare, ma questa non è politica. La politica ha ben altro intento, ossia organizzare una società giusta e meravigliosa. Dunque unendo queste due cose, politica ed etica, possiamo avere una società nuova e rivoluzionaria.
Noi non crediamo che la rivoluzione sia una rottura nella storia imposta da un partito o da uno stato poiché uno stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle forme di oppressione negli ultimi 5000 anni della civiltà moderna sono stati creati dal concetto di stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con l’emergenza degli stati. Il primo stato come concetto fu in Mesopotamia, I Sumeri costruirono le ziqqurat, strutturate come una piramide molto gerarchica ed organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione, una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio della conoscenza si costituì il primo esercito, le donne furono cancellate dalla scena, in quel momento, la proprietà privata iniziò a distruggere la morale e l’etica del sistema. Possiamo vedere come patriarcato, stato e concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda e chi possedeva la conoscenza ha giocato un ruolo fondamentale. È interessante notare come, contemporaneamente, 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso il concetto di libertà, amargi. Perché questo concetto di amargi si è sviluppato proprio quando l’oppressione è diventato un sistema, un’ istituzione? Perché le persone bramano immensamente qualcosa ed il desiderio dell’essere umano di esprimersi in libertà è una meravigliosa lotta così antica e parte della natura umana ed ha molti diversi aspetti. Se guardiamo alla lotta delle persone in ogni parte del mondo, agli esempi che possiamo aver visto anche qui in Italia, questi sono connessi a ciò che sta accadendo in Kurdistan.
La lotta ha tanti diversi aspetti, ma possiamo vedere che, andare contro lo status quo, il sistema attuale, sia la linea comune perché esso è fonte di povertà, distruzione e guerra che hanno sempre la medesima origine. Ocalan parla di due forme di civiltà, non riguardo la comunità, il linguaggio, eccetera, ma riguardo il sistema. Egli dice che con lo stato sumero la civiltà degli oppressori, quella dominante si è sviluppata, che più o meno è lo stesso concetto di capitalismo e patriarcato, basato su gerarchia, dominazione ed abuso di potere. Di contro, però, si è sviluppata una civiltà democratica fatta da donne, poveri, artisti, esclusi, indigeni, una civiltà naturale e comunitaria. Queste persone hanno sviluppato una civiltà alternativa rispetto alla corrente dominante. La corrente dominante si è stabilizzata ed universalizzata, ma allo stesso modo anche la resistenza è sempre esistita. Forse si espletava in maniera diversa ma è sempre esistita. Possiamo dunque dire che la Gineologia è la vendetta della civiltà democratica contro la tendenza dominante.
Questo può essere un modo di guardare alla storia, non in termini di questa o quella cultura, ma di quali siano i tratti che riguardano il patriarcato e le relazioni sociali sui quali possiamo lavorare. Credo che questo sia necessario per mobilizzare la lotta, per vedere nella propria lotta specchiarsi la lotta di qualcun altro. In tal senso riteniamo che nella produzione e riproduzione della conoscenza debbano giocare un ruolo fondamentale le donne per la creazione di una nuova società. Molte donne in Rojava dicono che la loro vera autodifesa è l’educazione, è la rivoluzione sociale, forse un intento comune è più efficace di un kalashnikov. Le persone devono difendersi anche fisicamente, ma il nostro concetto di autodifesa non è solo fisico, non è solo la pietra che puoi lanciare per sopravvivere fisicamente, specie in un territorio in cui per Daesh è normale violentare e stuprare, é autodifesa politica, l’educazione è autodifesa, avere una società etica che sa organizzarsi, perché fondamentalmente la libertà deriva dall’ auto-organizzazione. Il problema è che noi colleghiamo l’autodeterminazione al concetto di stato. Questo è il pensiero che dobbiamo assolutamente sovvertire, un ordine di idee che dobbiamo abbandonare, perché lo stato non può essere la soluzione per un problema di libertà che ha una società. Perché noi non abbiamo il problema di non avere uno stato, abbiamo un problema di libertà.
Posso dire che la Gineologia ha dato molto alle donne in Kurdistan e anche oltre, ed il loro numero sta crescendo. Ho parlato con molte donne in giro per il mondo di questo argomento e loro danno interpretazioni diverse a metodologie, religioni, scienze a seconda di dove vivono, del loro contesto, della loro voce e la jineologia dà moltissimo valore a questo. Le donne hanno compreso che abbiamo bisogno di un approccio fondamentalmente diverso dal nostro modo di pensare e di sentire il diritto. Dobbiamo fare pratica e nella pratica che utilizziamo nel nostro sistema educativo e nel nostro approccio alla politica dobbiamo includere questo pensiero teoretico, ma anche il vissuto di ognuno ed il nostro concetto di democrazia perché l’autodifesa non sia solo fisica ma anche sociale e politica. E’ per questo che molte donne ora affermano che stiamo combattendo questa battaglia contro Daesh, ma che la nostra autodifesa è soprattutto politica, perchè è un dato di fatto che ora possiamo leggere e scrivere ed organizzarci sotto forma delle comuni o quant’altro e che chi, nella nostra stessa casa, non ci lasciava neppure uscire deve ora accettarci come uguali ed in grado di prendere decisioni. Questo è fondamentalmente il modo in cui possiamo immaginare e pensare un mondo nuovo.

di Dilar Dirik

*Traduzione in Italiano a cura di Irene Sirchia, articolo pubblicato il 12 Marzo, sul sito di UIKI-Onlus.

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