La rivoluzione delle donne in Rojava. Sconfiggere il fascismo costruendo una società alternativa

 Introduzione

Questo brano, scritto da Dilar Dirik, è un capitolo del libro Strangers in a Tangled Wilderness (a cura di), A Small Key Can Open A Large Door: The Rojava Revolution, 2015, Combustion Books. Ripreso dal sito di Da Kobane a noi, l’articolo parte dall’analisi della liberazione di Kobane, avvenuta il 27 Gennaio 2015, e si esprime in maniera fortemente critica sulla rappresentazione mediaticadelle combattenti che hanno liberato la città riprodotta in modo mercificante da parte dello sguardo occidentale, che Dilar Dirik definisce orientalista. Orientalismo è un termine -tratto da Edward Said- che mette in luce il carattere di parzialità, quando non mistificatorio o privo di fondamenti oggettivi, che riassume, da uno sguardo eurocentrico, caratteri generali e immutabili dati ad una generica nozione, alle sue determinazioni storiche e ai suoi presupposti ideologici. L’oriente, dunque, diviene una creazione proiettiva occidentale, strumentalizzata dalle culture di matrice europea per ingabbiare altre culture in formule stereotipe e generalizzanti, quando non disumanizzanti e senza riferimenti contestuali, idealizzando a fini espliciti o impliciti di dominio e controllo, attribuendo criteri eterodiretti di valutazione e misura, senza che venga preso in considerazione minimamente il contesto reale storico-sociale, geografico culturale concretamente determinabile. La rappresentazione mediatica oggettivante delle combattenti curde da un posizionamento orientalista è stata in più di una occasione proposta, anche dai media in Italia, con un effetto normalizzante e sessista che impediva di fatto che venisse dato spazio ad una comprensione reale delle motivazioni alla base delle alternative della lotta portata avanti dalle combattenti curde, lotta che mira a costruire una visione di mondo fuori dal capitalismo e dal patriarcato. Si questo aspetto si rimanda all’intervista Conversazioni con le donne di Kobane


di Dilar Dirik

La resistenza a Kobanê contro lo Stato islamico ha aperto gli occhi al mondo sulla causa delle donne kurde. Com’è tipico della miopia dei media, anziché considerare le implicazioni radicali delle donne che prendono le armi in una società patriarcale – soprattutto contro un gruppo che sistematicamente stupra e vende le donne come schiave sessuali – anche le riviste di moda oggi si appropriano della lotta delle donne kurde per i loro scopi sensazionalistici. I reporters spesso scelgono le combattenti più “attraenti” per le interviste e le esotizzano come amazzoni “cazzute”. La verità è che la mia generazione è cresciuta considerando le donne combattenti come un elemento naturale della nostra identità; non importa quanto sia affascinante – da un punto di vista orientalista – scoprire una rivoluzione delle donne tra i kurdi.
Le Unità di difesa popolare (YPG) e le Unità di difesa delle donne (YPJ) del Rojava (regioni nel nord della Siria a popolazione prevalentemente kurda) stanno combattendo il cosiddetto Stato islamico da due anni e attualmente conducono una resistenza epica nella città di Kobanê. Si stima che il 35% – circa 15.000 combattenti – sono donne. Fondate nel 2013 come esercito autonomo delle donne, le YPJ portano avanti operazioni e corsi di formazione indipendenti. Ci sono diverse centinaia di battaglioni di donne in tutto il Rojava.

Ma quali sono le motivazioni politiche di queste donne? Perché Kobanê non è caduta? La risposta è che una rivoluzione sociale radicale accompagna i loro fucili di autodifesa…

Prima di tutto, il significato delle donne che prendono i fucili contro ISIS deve essere analizzato insieme alle implicazioni patriarcali della guerra e del militarismo, nonché alla natura sistematica della guerra di ISIS contro le donne. In guerra, le donne sono generalmente percepite come parti passive dei territori che gli uomini proteggono, mentre la violenza sessuale viene sistematicamente utilizzata come strumento di guerra per “dominare” e “umiliare” il nemico. Essere militante è considerato “poco femminile”; attraversa i confini sociali, scuote le fondamenta dello status quo. La guerra è vista come questione maschile – iniziata, condotta e portata a termine da uomini. Così, è il termine “donna” nell’espressione “donna combattente” a causare un malessere generale. Anche se i ruoli di genere tradizionali spesso essenzializzano e idealizzano le donne come sante, quando le donne violano questi ruoli assegnati la punizione è depravata. Questo è anche il motivo per cui, dappertutto nel mondo, molte donne che lottano sono soggette a violenza sessualizzata come combattenti in guerra e come prigioniere politiche. Come molte femministe hanno sottolineato, lo stupro e la violenza sessuale non hanno niente a che vedere con il desiderio sessuale, ma sono strumenti di potere per dominare e imporre la propria volontà sull’altra/o. Nel contesto delle donne militanti, l’obiettivo della violenza sessualizzata, fisica o verbale, è quello di punirle per aver messo piede in una sfera riservata al privilegio maschile.

Le donne kurde militanti (attualmente) combattono contro: lo Stato turco, il secondo più grande esercito della NATO con la sua struttura militare ipermascolina e un primo ministro che fa appello alle donne affinché mettano al mondo almeno tre figli; il regime iraniano, che disumanizza le donne apparentemente in nome dell’Islam; il regime siriano, il cui esercito utilizza sistematicamente lo stupro come parte della strategia di guerra; e i jihadisti come ISIS. Ma, in più, combattono anche contro l’atroce patriarcato nella stessa società kurda. Contro i matrimoni precoci, i matrimoni forzati, i delitti d’onore, la violenza domestica e la cultura dello stupro.

ISIS ha dichiarato una guerra esplicita contro le donne attraverso rapimenti, i matrimoni forzati, gli stupri e la schiavitù sessuale. Questa distruzione sistematica delle donne è una forma specifica di violenza: il femminicidio. Le donne che lottano vengono punite attraverso la violenza sessualizzata per aver violato una sfera che è percepita come privilegio maschile. Le donne militanti sono infatti il nemico supremo per i membri di ISIS, che hanno dichiarato come “halal” [conforme ai dettami del Corano, NdT] stuprare le donne nemiche, e ai quali sono state promesse 72 vergini in paradiso per le loro atrocità.

Ma considerando che in tutto il mondo – a parte l’esplicita natura di genere della guerra e della violenza – spesso le donne giocano dei ruoli-chiave nelle lotte per la libertà, ma vengono abbandonate una volta che la “liberazione” o la “rivoluzione” sono considerate compiute e ritornano i ruoli di genere tradizionali, presumibilmente per ristabilire la vita civile “normale”, che cosa possiamo imparare sulla liberazione da un punto di vista radicale?

L’esperienza delle donne kurde con oppressioni multiple perpetuate dallo status quo, ha creato la consapevolezza del fatto che le diverse forme di oppressione sono interconnesse e costituiscono un punto di partenza per l’ideologia che ora guida la resistenza nei tre cantoni del Rojava, tra cui quello di Kobanê, dichiarati autonomi nel gennaio 2014. Si tratta di una resistenza che risuona nelle persone che lottano in tutto il mondo, che rivendicano quella causa come propria.

Quindi quali politiche stanno dietro alla resistenza delle donne kurde?

“Non vogliamo che il mondo ci conosca per le nostre armi, ma per le nostre idee”, dice Sozda, una comandante delle YPJ ad Amûde, e indica le immagini sulle pareti della loro stanza comune: combattenti del PKK e Abdullah Öcalan, il rappresentante ideologico del movimento imprigionato. “Non siamo solo donne che combattono ISIS. Noi lottiamo per cambiare la mentalità della società e mostrare al mondo quello che le donne sono in grado di fare”. Anche se non vi è alcun legame organico tra il PKK e l’amministrazione del Rojava, l’ideologia politica è condivisa.

Il PKK, fondato nel 1978, ha iniziato la guerriglia contro lo Stato turco nel 1984. Inizialmente mirava ad un Kurdistan indipendente poi, nel tempo, si è spostato oltre la statualità e il nazionalismo – entrambi criticati ora come intrinsecamente oppressivi ed egemonici – e propugna un progetto alternativo di liberazione in forma di democrazia inclusiva, femminista, radicale e di autonomia regionale: il “confederalismo democratico” basato sull’uguaglianza di genere, l’ecologia, la democrazia dal basso per tutti i gruppi etnici, culturali, linguistici e religiosi.

Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato con il capitalismo e lo Stato sta alle radici dell’oppressione, della dominazione e del potere: “L’uomo è un sistema. Il maschio è diventato uno Stato ed ha trasformato questo nella cultura dominante. L’oppressione di classe e quella sessuale si sviluppano insieme; la mascolinità ha prodotto il genere dominante, la classe dominante e lo Stato dominante”. Egli sottolinea la necessità di una lotta femminista autonoma e consapevole: “La libertà della donna non può semplicemente essere assunta una volta che la società ha ottenuto una generale libertà ed uguaglianza”. I quadri del PKK partecipano a seminari per sfidare il patriarcato e propugnare l’uguaglianza di genere, per trasformare il senso di privilegio e di diritto degli uomini. Öcalan rende chiaro il collegamento tra diverse istituzioni di potere: “Tutte le ideologie del potere e dello stato derivano da attitudini e comportamenti sessisti […]. Senza la  schiavitù delle donne non può esistere, né tanto meno svilupparsi, alcun altro tipo di schiavitù. Il capitalismo e lo Stato-nazione denotano il più istituzionalizzato maschio dominante. Detto più decisamente e apertamente: il capitalismo e lo Stato-nazione sono il monopolio del maschio dispotico e di sfruttatore”. Il movimento delle donne produce indipendentemente delle teorie e delle critiche altrettanto sofisticate, ma è sorprendente che un leader maschio di una lotta di liberazione mediorientale ponga la liberazione delle donne come misura critica della libertà. Solo leggendo e capendo questa posizione del movimento e le sue azioni corrispondenti è possibile comprendere la mobilitazione di massa delle donne a Kobanê. Essa non è emersa dal nulla, ma si basa su una tradizione radicata, con un insieme specifico di principi.

Il PKK spartisce l’amministrazione equamente tra una donna e un uomo, dalle presidenze del partito fino ai consigli di quartiere, attraverso il suo principio di copresidenza. Oltre a dotare le donne e gli uomini di pari potere decisionale, il concetto di copresidenza mira a decentralizzare il potere, prevenire il monopolio e promuovere la ricerca del consenso. Il movimento delle donne è organizzato autonomamente dal punto di vista sociale, politico, militare. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza delle donne, un’imponente mobilitazione sociale e politica mira ad aumentare la consapevolezza della società affinché questa interiorizzi i principi propugnati. Influenzata dalla posizione femminista del PKK, la maggior parte delle donne nel parlamento turco e nelle amministrazioni comunali è kurda. Insieme alle YPG/YPJ, le unità del PKK hanno avuto un ruolo-chiave nella creazione di un corridoio di sicurezza per salvare la popolazione yezida nelle montagne del Sinjar in agosto. Alcune donne del PKK sono morte difendendo Makhmour nel Kurdistan iracheno al fianco dei combattenti uomini.

Ispirati da questi principi, i cantoni del Rojava applicano le copresidenze e le quote e hanno creato unità di difesa delle donne, comuni di donne, accademie, tribunali, e cooperative. Il movimento delle donne Yekîtiya Star è autonomamente organizzato in tutti gli ambiti sociali, dalla difesa all’economia, all’educazione, alla salute.  I Consigli autonomi delle donne esistono parallelamente ai Consigli del popolo e possono porre il veto sulle decisioni di questi ultimi. Le leggi mirano ad eliminare la discriminazione di genere. Gli uomini che commettono violenza contro le donne non possono essere parte dell’amministrazione. Nel bel mezzo della guerra, uno dei primi atti della governance è stato quello di criminalizzare i matrimoni forzati, la violenza domestica, i delitti d’onore, la poligamia, i matrimoni precoci e il prezzo della sposa. Molte donne non kurde, soprattutto arabe e siriache, in Rojava si sono unite alle fila armate e all’amministrazione e tutte sono anche incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori della vita, incluse le forze interne di sicurezza (Asayish) e le YPJ/YPG, l’uguaglianza di genere è parte centrale dell’istruzione e della formazione.

Mentre alcuni editorialisti hanno affermato con arroganza che le donne a Kobanê lottano “per i valori occidentali”, le accademie delle donne in Rojava criticano l’idea che le donne in Occidente siano più liberate di loro o che l’Occidente abbia un monopolio su valori quali l’uguaglianza di genere. “Non c’è libertà individuale se l’intera società è schiavizzata”. Nei seminari pubblici, le donne esprimono le loro critiche alle scienze sociali e propongono modi per liberare la conoscenza dal potere. Eppure questa rivoluzione sociale popolare ed esplicitamente femminista viene completamente ignorata dai media mainstream.

“La nostra lotta non è solo per difendere la nostra terra”, spiega la comandante delle YPJ Jiyan Afrin. “Come donne, noi partecipiamo a tutti i settori della vita, sia che si tratti di lottare contro ISIS o di combattere la discriminazione e la violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitarci ed essere autrici della nostra stessa liberazione”.
Che liberazione?
L’esperienza del movimento delle donne kurde dimostra che per una significativa rivoluzione sociale i concetti di liberazione devono essere liberati dai parametri dello status quo. Ad esempio, il nazionalismo è un concetto patriarcale, connotato da un punto di vista di genere. Le sue premesse limitano le lotte per la giustizia. Allo stesso modo, l’idea di uno Stato-nazione perpetua l’oppressivo sistema egemonico dominante. Piuttosto che come adesione a questi concetti, la liberazione dovrebbe essere vista come una lotta senza fine, come ricerca per costruire una società etica, la solidarietà tra le comunità e la giustizia sociale. Quindi, anziché essere una questione di diritti che grava sulle donne, la liberazione delle donne e l’uguaglianza di tutti i generi diventano una questione di responsabilità che riguarda tutta la società, perché diventano metri di misura per definire l’etica e la libertà della società. Per una lotta di libertà radicale e rivoluzionaria, la liberazione delle donne deve essere un obiettivo fondamentale, ma anche un metodo attivo nel processo. La partecipazione politica deve andare oltre il voto e i diritti e deve essere reclamata dal popolo in maniera radicale.

In un’epoca in cui le donne che prendono decisioni politiche alimentano guerre ingiuste nei paesi del Terzo mondo – perorando la causa del “salvare le povere donne oppresse”, insieme ai gruppi razzisti e sciovinisti che credono di contribuire alla causa delle donne mediorientali attraverso azioni egocentriche e sensazionalistiche che considerano radicali –  e in cui l’individualismo e il consumismo estremi vengono propagati come emancipazione ed empowerment, le donne che lottano a Kobanê hanno contribuito a riarticolare il femminismo radicale, rifiutando di conformarsi all’ordine dello Stato-nazione globale, partiarcale e capitalista, rivendicando la legittima autodifesa, separando il monopolio del potere dallo Stato, e combattendo contro una forza brutale non nell’interesse degli imperialisti ma per creare le proprie condizioni di liberazione.

Dall’interno di Kobanê, la combattente delle YPJ Amara Cudî mi dice via internet: “Ancora una volta, i kurdi sono apparsi alla ribalta della storia. Ma questa volta con un sistema di autodifesa e di autogoverno, soprattutto per le donne, le quali ora, dopo millenni, possono scrivere per la prima volta la propria storia. Sono le nostre visioni filosofiche che ci hanno rese consapevoli del fatto che possiamo vivere solo resistendo. Se non possiamo difendere e liberare noi stesse, non possiamo difendere o liberare gli altri. La nostra rivoluzione va ben al di là di questa guerra. Per farcela, è indispensabile sapere per che cosa si lotta”.

Senza questo sforzo collettivo per innalzare la consapevolezza della società, per trasformare in soggetti politici persone messe a tacere in passato, Kobanê non sarebbe stata in grado di resistere a così a lungo. Per questa ragione, la mobilitazione ideologica e politica della popolazione del Rojava non può essere trattata considerando in modo separato le sue vittorie contro ISIS – la vera e propria rivoluzione deve prima sfidare la mentalità della società.
Di conseguenza, la lotta delle donne contro ISIS è una lotta esistenziale anche dal punto di vista filosofico, non solo da quello militare. Esse resistono  non solo contro il femminicida ISIS, ma anche contro il patriarcato e la cultura dello stupro  prevalenti all’interno della loro comunità. Dopo tutto, nella regione ISIS sfrutta il concetto di “onore”, costruito sui corpi e sulle sessualità delle donne. Così, un grande striscione nel centro della città di Qamishlo dichiara: “Noi sconfiggeremo gli attacchi di ISIS garantendo la libertà delle donne in Medio Oriente”.

Non c’è bisogno che piaccia il PKK, ma non ci si può appropriare della resistenza a Kobanê negando il pensiero che c’è dietro ad essa, e tuttavia sostenere la solidarietà alle donne coraggiose che lottano contro ISIS. Non si può scrivere l’epopea delle donne di Kobanê senza leggere la vita di Sakine Cansiz, co-fondatrice del PKK, che ha guidato una rivolta carceraria in Turchia ed ha sputato in faccia al suo torturatore, aggiungendo poi “Come militante di una giusta causa, avevo paura di dire ‘ah’”. È stata uccisa insieme a Fidan Dogan e Leyla Saylemez il 9 gennaio 2013 nel cuore di Parigi.
Le donne come lei hanno aperto la strada alla lotta contro ISIS – donne etichettate, prima dell’ascesa di ISIS, come prostitute, terroriste, streghe maligne confuse e irrazionali  perché combattevano un membro della NATO: la Turchia. Oggi, le donne del Rojava decorano le loro stanze con le foto delle loro compagne Sakine, Fidan, e Leyla.
La depoliticizzazione della lotta a Kobanê deruba i combattenti della loro agentività ed estrapola dal contesto la mobilitazione collettiva, nell’interesse della coalizione costituita da Stati che per due anni hanno ignorato e marginalizzato la resistenza del Rojava contro ISIS, e che in precedenza avevano fornito armi a coloro che ora compongono lo stesso gruppo criminale.
Solidarietà con le donne di Kobanê significa prendersi veramente cura delle loro politiche. Significa sfidare l’ONU, la NATO, le guerre ingiuste, il patriarcato, il capitalismo, la religione politica, il commercio mondiale di armi, il nazionalismo, il settarismo, il paradigma statuale, la distruzione ambientale – i pilastri del sistema che hanno causato in primo luogo questa situazione. Non consentire che si spaccino per bravi coloro che hanno creato le oscure e violente ombre sul Medio Oriente, che hanno portato all’ascesa di ISIS.
Sostenere le donne a Kobanê significa alzarsi e diffondere la rivoluzione.

Note:
Öcalan, Abdullah, 2011, Democratic Confederalism (Cologne: International Initiative “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”), disponibile online all’indirizzo http://www.freeocalan.org/wp-content/uploads/2012/09/Ocalan-Democratic-Confederalism.pdf [traduzione italiana: Öcalan, Abdullah, Confederalismo democratico, Edizioni Iniziativa Internazionale]

Öcalan, Abdullah, 2013 Liberating Life: Woman’s Revolution (Cologne: International Initiative “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”), disponibile online all’indirizzo http://www.freeocalan.org/wp-content/uploads/2014/06/liberating-Lifefinal.pdf [traduzione italiana: Öcalan, Abdullah, La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale]

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