Nuove misure dall’economia politica del Rojava: l’eccezione di un approccio femminista

Intervento di David Graeber alla conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” dal titolo originale: “Tutte le economie sono essenzialmente economie umane o, quali sono le condizioni materiali che produrrebbero il genere di persone che più vorremmo avere come amici?”Amburgo 3-5 Aprile 2015

All’inizio di dicembre ho fatto parte di una delegazione in visita a un centro di riabilitazione per i combattenti feriti delle YPG/J nella città di Amide, e il co-direttore della clinica, Agir Merdîn, stava descrivendo la filosofia medica che, a suo avviso, giace dietro l’ordine sociale che stanno cercando di costruire nel Rojava. La loro filosofia, ha spiegato, era essenzialmente preventiva. Per capire la prevalenza di molte malattie si doveva iniziare con i fattori sociali (è impossibile prevenire la malattia se non abbiamo una società sana, basata su una visione della vita umana come parte della natura, “se il cuore è malato, lo è anche il corpo”). Il più importante di questi era lo stress: se, per esempio, le città potessero essere ricostruite con il 70% di aree verdi, i livelli di stress si ridurrebbero immediatamente e, con loro, i tassi di malattie cardiache, diabete, persino il cancro.

Ancora, ha insistito che non era solo una questione di integrazione con la natura, ma anche di legami sociali: la solitudine, l’isolamento sociale, sono congegnati nella società moderna come strumenti di controllo sociale. Noi lo definiamo “schiavitù moderna”, ha affermato dato che in passato la schiavitù è stata imposta da spade  ma nel mondo contemporaneo la situazione è in un certo senso più primitiva, perché almeno in passato, quelli tranciati di tutte le connessioni sociali dalla cattura e dalla vendita come schiavi, sapevano di essere schiavi; oggi, si pensa che questa situazione di isolamento sia in realtà la libertà. L’isolamento crea stress, e lo stress ci espone a malattie.

Ma concepire la salute e il corpo in questo senso, come parte di una rete di relazioni sociali, ha richiesto un radicale cambiamento di prospettiva su ciò che la società fosse in realtà. Più tardi, dopo cena, meditando su una sigaretta, ha osservato, “Dopo tutto, si parla sempre di ‘produzione’, come se tutto riguardasse il produrre le cose. Ma in ogni sistema sociale, la cosa più importante che si produce sono pur sempre gli esseri umani. Questo è il modo in cui la pensiamo. Il lavoro riguarda, in ultima analisi, la produzione di persone.”

L’ho trovato un po’ sorprendente, perché anch’io ho scritto un libro intitolato Verso una teoria antropologica del Valore, argomentando esattamente questo punto  sono abbastanza sicuro che praticamente nessuno in Kurdistan l’avesse letto. Permettetemi, allora, di tornare ad alcuni di quegli argomenti, e spiegare perché penso che potrebbero essere utili a coloro che sono impegnati in progetti di trasformazione rivoluzionaria.

In un certo senso, il discorso che facevo proviene direttamente da Marx, anzi, si potrebbe dire che sia l’essenza della critica di Marx al capitalismo, anche se la maggior parte dei marxisti  la maggiore eccezione è di alcuni ceppi di femminismo marxista sembrano averlo completamente dimenticato. In nessuna parte del mondo antico, Marx osservò una volta, qualcuno ha mai scritto un libro sulla questione relativa al “come deve essere organizzata la società affinché produca il più grande benessere complessivo materiale?” Oggi, naturalmente, questa è quasi l’unica domanda che siamo autorizzati a fare, se vogliamo essere presi sul serio nelle sale del potere, ma in realtà gli autori antichi  e lo stesso si può dire di quelli di qualsiasi civiltà diversa dalle nostre contemporanee  assumevano che la vera domanda da porsi fosse “quali sono le circostanze che produrranno le persone migliori”: il genere che si vorrebbe avere come vicini di casa, amici o concittadini. La produzione di ricchezza era considerata un momento subordinato in tale processo più ampio: troppa ricchezza avrebbe causato ozio e opulenza, troppo poca avrebbe significato che gli individui erano troppo impegnati a cercare di sopravvivere per dedicare il proprio tempo ad attività civiche, e così via.

Anche gli antropologi hanno, certamente, constatato che ciò fosse vero. Nella maggior parte delle società che sono esistite nel corso della storia umana, non c’è una cosa simile all’”economia”.

In effetti, questo è uno degli esiti più perniciosi e folli della dominanza dell’economia come disciplina maestra.

In una pausa tra un trito di verdure e l’altro, Cameron ha riferito al suo intervistatore che, mentre era ovviamente entusiasta di essere rieletto e di governare la sesta più grande economia mondiale fino al 2020, non avrebbe cercato di rinnovare poi il suo mandato.

Ecco, questo è ciò che rappresenta la Gran Bretagna per coloro che la governano: un’economia.

Questo tipo di logica assume la sua forma più estrema in quegli economisti formati dalla banca mondiale, in Africa, che di tanto in tanto fanno osservazioni sul fatto che si tratti di un problema reale che la metà della popolazione potrebbe presto morire di AIDS, perché ciò avrà effetti disastrosi sull’economia. Una volta, si riteneva che l’economia fosse la via mediante cui si mantiene la popolazione nutrita e vestita e in abitazioni adeguate, in modo da poter rimanere in vita; ora la ragione migliore che si possa trovare al rammarico che saranno tutti morti è che sia a causa degli effetti sui livelli globali di produzione di beni e servizi.

Si presuppone che l’”Economia” corrisponda a quel dominio in cui si parla di “valore” in particolare, naturalmente, il valore monetario, ma anche il valore di tutto ciò che può essere misurato monetariamente. Essenzialmente, questo può essere visto come il dominio in cui il lavoro è diretto verso l’acquisizione di denaro. Il risultato, come Marx ha dimostrato per primo, è che il denaro assume un duplice ruolo specifico. Da un lato, il denaro rappresenta il valore del lavoro, è come la società concepisce e misura l’importanza delle energie creative attraverso cui creare e modellare il mondo che ci circonda, affermando che questa quantità di sforzo creativo vale tutto questo denaro  questa proporzione della quantità totale di denaro in circolazione e questo importo vale questo altro importo. Ma allo stesso tempo, non è solo un simbolo che rappresenta l’importanza delle proprie azioni, esso è un simbolo che, in pratica, pone in essere proprio la cosa che rappresenta, perché, dopotutto, si lavora solo per ottenere il denaro. Il risultato è una sorta di gioco di specchi in cui lo stesso “lavoro” giunge a essere definito come quello che si fa per ottenere il denaro che, alla fine, è solo una rappresentazione del valore del lavoro.

Come le femministe marxiste hanno a lungo osservato, un altro effetto pernicioso del sistema di valori è nella definizione di ciò che è considerato “lavoro” e ciò che non lo è. Se uno non riceve il pagamento diretto in contanti, in realtà non è del tutto “lavoro” o, in termini di economia politica, “non è produttivo” (cioè, produttivo di valore secondo i capitalisti.) Uno degli effetti più bizzarri della divinizzazione dei testi di Marx, che diventano analoghi a scritture religiose, è che questa logica che Marx intendeva come una critica interna ai termini dell’economia borghese, un modo per dire “ammesso e non concesso che il mondo operi realmente nel modo in cui sostengono i capitalisti, posso ancora dimostrare che esso produrrà le contraddizioni che alla fine lo distruggeranno”  è considerata una realtà, perché Marx lo ha scritto! Il risultato è, ad esempio, che il lavoro “di cura” delle donne, viene trattato come meramente “riproduttivo” (con tutte le sfumature implicitamente biologiche del termine), piuttosto che come forma di lavoro che è in ultima analisi, la più produttiva, dal momento che la società stessa è, in definitiva, semplicemente il processo di reciproca creazione di esseri umani.

Nel 19esimo secolo, la teoria del valore basata sul lavoro che immaginava l’operaio come creatore paradigmatico è stata interiorizzata dalle classi lavoratrici, ed è diventata un mezzo straordinariamente efficace di mobilitazione di massa in tutto il mondo. Eppure è sempre stata segnata da una contraddizione centrale: i membri della classe operaia erano contemporaneamente orgogliosi del proprio lavoro e, allo stesso tempo, in ribellione contro l’idea stessa di lavoro.

Nel corso del 20esimo secolo, i capitalisti, attraverso un’offensiva ideologica sostenuta e determinata, sono riusciti a sostituire gran parte di questi vecchi ethos con una nozione del valore quale, in sostanza, il prodotto del cervello di imprenditori, e del lavoro come essenzialmente meccanico e robotico; esso è così giunto ad essere approvato, invece, come qualcosa di morale, di per sé. Il lavoro è promosso come necessario per natura e, di certo, chi non spende la maggior parte del suo tempo lavorando a qualcosa che non ama particolarmente, è considerato un individuo fondamentalmente cattivo. Questo modo di valutare il lavoro ha creato innumerevoli paradossi, come ho cercato di documentare nel mio pezzo “Sul fenomeno dei Bullshit Jobs”. Dato che l’automazione ha lentamente eliminato gran parte di quello che era il lavoro necessario, l’imperativo di avere comunque una popolazione che lavora sempre di più e più intensamente e la politica di crescita e di occupazione come soluzione a qualsiasi problema, hanno infatti prodotto milioni e milioni di professioni amministrative del tutto inutili e insignificanti: una sfilata infinita di manager della visione strategica, consulenti delle risorse umane, lobbisti, per non parlare di intere industrie, come il telemarketing e il diritto societario, che sembrano esistere per nessun altro motivo che per tenere la gente a lavorare. Allo stesso tempo, sembra una relazione inversa quasi perfetta tra utilità sociale effettiva di un determinato lavoro, dove i compiti ovviamente necessari come l’infermieristica, la cucina, la raccolta dei rifiuti, la manutenzione dei ponti, e simili, o ancora, l’insegnamento sono i meno retribuiti, mentre i più inutili o addirittura controproducenti che, come i dirigenti, si sono sempre vantati delle interminabili ore che trascorrono sul posto di lavoro, anche se non stanno facendo nulla  sono quelli più remunerati.

Inoltre, secondo l’ideologia prevalente, questo, almeno a un livello sottile, è visto come giusto. Proprio come le società presupporranno che se c’è un lavoro che qualcuno voglia fare per qualsiasi altra ragione diversa dal denaro (disegno artistico, persino la traduzione, …) esse non sono tenute a pagare per questo, proprio mentre esse dispensano fortune su legioni di insignificanti burocrati aziendali, così gli insegnanti o persino le case automobilistiche diventano oggetto di risentimento populista quando sono visti come strapagati.

Anche sapere che il vostro lavoro è utile e aiuta gli altri è considerato, in qualche modo perverso, come se fosse più gratificante e lo si sottraesse, così, dal suo valore!

Chiaramente quello di cui abbiamo bisogno qui è una completa inversione di prospettiva, e mi sembra che l’unico modo per raggiungere questo obiettivo sia quello di cominciare sostituendo la vecchia versione della teoria del valore-lavoro con una nuova che appunto, inizia con la produzione sociale, il lavoro di cura, e far diventare questo il paradigma per qualsiasi significativo lavoro produttivo nel senso che anche la produzione di necessità materiali è preziosa proprio in quanto può essere vista come un’estensione del principio di cura per gli altri, e la creazione reciproca degli esseri umani. Appena lo faremo, dovrebbe diventare evidente che, nonostante le continue e assurde dichiarazioni che la classe operaia sia in qualche modo scomparsa con la riduzione del lavoro in fabbrica, le classi lavoratrici sono sempre state anche ai tempi di Marx la “classe di cura”, nella misura in cui esse sono state principalmente composte da badanti, guardiani, per non parlare, dei giardinieri, i custodi, e coloro che sono coinvolti nella creazione di ambienti “protettivi” per consentire alle cose di prosperare e crescere. (Questo è vero soprattutto per le donne della classe operaia, ma lo è anche per una percentuale piuttosto grande di uomini della classe operaia.)

Come potrebbe un movimento dei lavoratori basato su questo concetto di economia umana re-immaginare il mondo? Vorrei concludere suggerendo un modo. Siamo abituati a pensare al “comunismo”, come una sorta di stato idealizzato e futuro, o forse come qualcosa che esisteva in un lontano passato (“comunismo primitivo”) e potrà forse esistere di nuovo un giorno, in futuro. Si presume che la base del “comunismo” saranno necessariamente i regimi di proprietà collettiva. Ma se si spazza via la definizione legalistica piuttosto formale dei regimi di proprietà, e si parla invece di forme di accesso ovvero, si torna di nuovo al concetto originale del “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo le proprie esigenze”, scopriamo che la maggior parte del lavoro è già organizzato su linee comuniste. Quando qualcuno in un luogo di lavoro sta riparando un tubo, e dice “passami la chiave”, l’altra persona non dice “e cosa ottengo in cambio?”. Dei principi essenzialmente comunisti vengono applicati perché sono l’unica cosa che funziona davvero. Ne consegue che, il vero senso del capitalismo in sé è solo un brutto modo di organizzare il comunismo. Allo stesso modo, esistono rapporti comunisti di questo tipo tra due persone che si trovano in uno stretto rapporto di fiducia, e si trattano l’un l’altro come se saranno sempre lì l’uno per l’altro, e quindi, in cui il conteggio di input e output, il chi ha dato cosa a chi , sarebbe assurdo. E, infine, le forme di comunismo intese come il fondamento di tutta la socialità umana, poiché se uno ha a che fare con una persona che non considera un nemico, anche un estraneo, se la necessità è abbastanza grande (“sto affogando”) o il costo abbastanza piccolo (“potrebbe darmi indicazioni?” “hai da accendere?”) si presume che intervengano principi comunisti e, naturalmente, in molti sistemi sociali, quel fondamento di quello che definirei “comunismo di base” si è esteso ben oltre che, per esempio, diventa impossibile rifiutare una richiesta di cibo, di qualsiasi tipo, o anche di abbigliamento.

Il comunismo di questo genere non è l’unico principio esistente, e penso che sarebbe quasi impossibile immaginare una società in cui sarebbe l’unico principio. Ci saranno sempre gli altri. Ma re-immaginare quello che stiamo già facendo in questo senso, può fornire un punto di partenza per la realizzazione che proprio questo tipo di mutua responsabilità indeterminata, è pure al centro delle relazioni di cura, e che, in questo senso, è il fondamento riconosciuto di tutte le forme di valore sociale. Ciò significa anche che, in un senso importante, stiamo già vivendo in comunismo. La questione è trovare una modalità di coordinamento democratico di quelle forme di comunismo già esistenti, in modo da lasciare le persone quanto più libere possibile di dare forma a quegli impegni che si desiderano reciprocamente, e in ultima analisi, affinché siano in grado di scegliere per se stessi quali forme di valore vogliono perseguire, individualmente o collettivamente.

Redazione

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