Sensibili guerriere. Sulla forza femminile a cura di Federica Giardini, Iacobelli, Roma 2011

Recensione di Alessandra Pantano
pubblicato in Diotima, Per amore del mondo, estate 2011
Quando mi è stato proposto di recensire il libro curato da Federica Giardini mi trovavo già alla ricerca di parole che mi restituissero il senso della forza femminile. Una ricerca che era nata qualche tempo fa, con il mio rientro al lavoro dalla maternità, perché pativo più che mai la neutralizzazione delle donne inserite, anche con il loro consenso, nell’ingranaggio della macchina del potere. Come è possibile oggi con la fine del patriarcato, con le battaglie del femminismo, con le pratiche del pensiero della differenza assistere ancora a nuovo indifferenzialismo? Sento l’urgenza di una riflessione sulla forza femminile che tenga conto dei tempi cambiati rispetto agli anni settanta. Le donne sono presenti ovunque, in tutti gli ambienti di lavoro, hanno creato dei luoghi di parola segnati dalla consapevolezza dell’essere donna. Eppure ancora una volta ci capita di fare esperienza di situazioni asfissianti che tolgono oltre all’aria la parola.
Il libro Sensibili guerriere, che si propone di delineare una grammatica della forza femminile, mi ha dato l’occasione per riflettere su una difficoltà che sperimento personalmente e che vedo anche in altre donne e che consiste precisamente nel prestare attenzione, nel dare risposte concrete alle situazioni che viviamo e infine nell’avere una presa di posizione sicura per portare delle trasformazioni significative sulla realtà. Durante la lettura ero interamente coinvolta, nel corpo e nella mente, perché tale questione non è semplicemente un concetto filosofico da argomentare bensì è una questione che tocca il mio essere, la mia storia.
Il libro nasce da un’esperienza che vale la pena ricordare. Le autrici si sono ritrovate un paio di anni fa a riflettere sulla forza femminile a partire dalle singole esperienze, cominciando a interagire con il libro di Ching-Ning Chu L’arte della guerra per donne. Il libro le ha aiutate, per contrapposizione dato che si è rivelato contro ogni aspettativa un libro intriso di logica aziendalistica e corredato di individualismo, a capire i fili intricati e confusi di forza, violenza, guerra. Abbandonato il riferimento al libro, il gruppo di donne si è messo al lavoro facendo leva sulla loro esperienza, sulle loro letture e sul loro agire quotidiano.
Nell’introduzione Federica Giardini mette in evidenza un elemento della forza femminile comune a molti dei contributi presenti nel libro. Si tratta della conoscenza dei punti di forza e di debolezza di sé e dell’altro/a con cui si è in relazione. In virtù di una particolare e spiccata sensibilità, le donne sono abili nel riconoscere le debolezze, le fragilità, le titubanze proprie e altrui; è una abilità che va messa in opera proprio perché può generare forza, precisione, risolutezza. Non è una contraddizione: la scoperta dell’intreccio tra forza e debolezza ha aperto una via praticabile che permette di agire all’interno del proprio orizzonte in modo essenziale e armonico.
Va in questa direzione la riflessione di Alessandra Chiricosta, la studiosa delle culture del Sud Est asiatico, che ha descritto la forza femminile nelle vie marziali. Ad avere la meglio in ambito marziali stico è un corpo cedevole: «Cedere in maniera consapevole permette di seguire le traiettorie dell’avversario, capendo dove agiscono i suoi punti di forza e, soprattutto, quelli di debolezza, insinuandosi al loro interno, con la stessa carica morbida, fluida e devastante dell’acqua» (p. 35). Le vie marziali insegnano a mettere in pratica una forza non agente, flessiva, armonica, una forza cioè facilmente incarnata in un corpo femminile e che si ottiene non tanto con la contrazione muscolare quanto piuttosto con il rilassamento del muscolo.
L’ immagine dell’acqua e della sua cedevolezza viene ripresa anche da Zambrano proprio per le sue caratteristiche fluide, morbide e trasformatrici. A compiere questo accostamento è Federica Dragoni che vuole mettere in evidenza una forza che è sì resistenza ma anche creatività, una forza cioè che come l’acqua è «capace di operare cambiamenti nel silenzio, di orientare e modificare anche gli strati più duri del reale, con una forza che è insieme risolutezza e grazia» (p. 87).
In questo intervento c’è un punto che mi sembra più problematico di quanto sia stato esposto: è la distinzione netta tra la violenza e la forza. Riprendendo Maria Zambrano, Federica Dragoni opera una separazione tra la ricerca di una vittoria sulla vita, di un trionfo sulla molteplice differenza che caratterizza il vivere stesso e la ricerca di una condivisione di un’esperienza, il con-vincere,che apre la storia a un nuovo tempo e a una nuova nascita. La violenza allora porta la chiusura dell’individuo nel sogno del proprio potere, la forza invece prende la forma di un’apertura, di un movimento che porta l’altro con sé nella vittoria. Mi sembra che lungi dall’essere così chiara e semplice, tale distinzione si dimostra nella realtà che viviamo molto più complessa e confusa. A testimonianza di ciò si può leggere il saggio di Giada Sarra sull’uso della violenza dove l’autrice militante spiega come l’associazione donne-nonviolenza sia una stereotipizzazione culturale di genere dalla quale vuole prendere le distanze in quanto rappresenta la donna come un elemento passivo bisognoso di difesa.
Anche nel contributo di Federica Giardini la forza non si scinde nettamente dalla violenza. A partire da Simone Weil l’autrice e curatrice del libro esprime una forza che, marca dell’essere umano rintracciabile tanto nel carnefice quanto nella vittima, è equiparata alla violenza. Non c’è umano, si sostiene, che sia immune dalla forza violenza. È opportuno quindi riconoscere, invece di negare, in ciascuna di noi una forza limitata e a volerne fare un uso limitato, al fine di evitare di essere violente proterve o ancora peggio vittime della violenza. Il riconoscimento e la definizione di un limite rende la propria forza precisa e dissipa i fantasmi dell’illimitato e della violenza annichilente.
Accanto alla scoperta dell’intreccio creativo di forza e debolezza, ho trovato in questo libro altre due vie generatrici di forza femminile.
La prima consiste, così lo chiamo io, nello stare “agganciate al desiderio”. Angela Lambroglia ritiene che la forza femminile «si impari innanzitutto nel darsi voce, nel dare espressione al proprio pensiero e al proprio desiderio per se stesse e pubblicamente» (p. 40). Dice poi Eleonora Mineo: «Con un immaginario femminile già in parte disponibile e il moltiplicarsi di occasioni per la presa di parola (si pensi alla rete, per esempio), ciò che oggi sembra più urgente è trovare il modo di esprimersi attraverso le scelte concrete della proprio vita, i gesti quotidiani, le relazioni in ogni contesto» (p. 67). Far coincidere vita e desiderio è una via praticata dalle donne del femminismo, le quali già negli anni settanta avevano visto nel desiderio una risorsa fondamentale e originaria della forza. Essere agganciate al desiderio significa spazzar via quel senso di inadeguatezza che ci paralizza, significa mitigare quella sensazione di estraneità che ci rende mute, significa infine guadagnar fiducia in se stesse, agire e parlare. Quell’inadeguatezza, quell’estraneità, quella debolezza sono allora da esplorare proprio come Maria Raffaella Fiori fa rispetto alla figura dell’estranea: «L’estranea che sono io ha infatti dentro di sé estro per cambiare quello che altrimenti resterebbe immutabile, mette le sue energie quando le mie non bastano più […] Ha la forza di chi non ha nulla da perdere e quindi si concentra come nucleo creativo, dedica tutta se stessa a ogni atto senza risparmiare nulla» (p. 127).
La seconda via consiste invece in quell’intreccio di relazioni tra donne, capace di fondare una genealogia femminile perché ciascuna donna prende forza e consapevolezza dall’altra. In tutto il testo non mancano i riferimenti alle interlocutrici classiche: Christa Wolf, Carla Lonzi, Maria Zambrano, Julia Kristeva. È determinante poi il lavoro di gruppo che ha coinvolto le autrici del libro e che ha portato alla luce l’esperienza singolare su determinati aspetti e significati della forza femminile. Ma mi sembra esemplare di questa genealogia femminile il contributo di Federica Voci, la quale riprende la forza di Christine de Pizan, la prima donna intellettuale di professione, che ha fatto del desiderio di conoscenza un mestiere e una ragion di vita. La sua forza è duplice: è resistente, in una situazione di crisi personale, e attiva, nella passione per il linguaggio e la parola. A sua volta Christine de Pizan dedica un poema a Jeanne d’Arc esaltando la forza di questa combattente fedele a se stessa e alla sua missione. E Jeanne d’Arc, a sua volta, i giorni precedenti la sua morte richiede per un’ultima conversazione la compagnia di una donna in grado di comprendere almeno in parte il suo dramma. Le relazioni tra donne restituiscono allora un benessere fisico e mentale, un’armonia dinamica nell’essere corporeo femminile capace di dare forza nell’apparente debolezza.
Redazione

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